Il tormentone

Vediamo se riuscirò a farlo diventare una rubrica vera a propria. Questa settimana deve essere per forza lo scontro Mancini-Tevez. Cosa è successo? Secondo l’allenatore italiano, l’argentino, indispettito per la troppa panchina di questo inizio stagione, si sarebbe rifiutato di entrare in campo nel secondo tempo dell’incontro, a quel punto compromesso, di Champions League contro il Bayern. Per un calciatore, non importa quanto forte, è peccato mortale. Il calcio, a qualsiasi livello, è sport di squadra, i tifosi possono essere innamorati dei singoli ma vogliono vincere, l’interesse ultimo è quello collettivo. Sarà anche un clichè ma nessun giocatore è più grande del club.

Tevez all’inizio, forse in modo un po’ sbruffone, non ha smentito anzi, davanti alle telecamere di Sky, ha semplicemente ammesso che non era entrato perchè non se la sentiva. Poche ore dopo, vista la reazione di Mancini, che le cose non le ha mai mandate a dire neanche da giocatore, ha cominciato a ritrattare. La versione dell’ex West Ham e Man Utd ora è quella del misunderstanding, non avrebbe detto di no a giocare ma a riscaldarsi di nuovo a bordo campo.

Ora, ammesso e non concesso che ci sia stato un malinteso, in totale buona fede, è meno grave? Se sei pagato 200mila sterline a settimana e un allenatore, anche antipatico, che non ti fa giocare, che per te ha sbagliato pure la formazione o le sostituzioni se vogliamo, ti chiede di scaldarti due, tre, dieci volte tu dovresti alzarti, levarti la tuta e muovere i tuoi arti inferiori. Carlito, non è chiedere troppo, fidati, nessuno avrebbe pensato che Mancini ti stesse umiliando.

Anche perchè, a dirla tutta, questa situazione Tevez se l’è autoinflitta. La scorsa stagione era l’indiscusso protagonista, il giocatore decisivo, mr Manchester City. Poi ha cominciato ad agitarsi. Gli mancava la famiglia. Manchester è brutta e il tempo è orribile (ma va!). Nostalgia, pare. Ha puntato più volte i piedi chiedendo di essere ceduto. Nessuno però se l’è sentita di pagare l’ingaggio che gli sceicchi del City al momento, tra un temporale e l’altro, gli versano sul conto della sua banca di Manchester. Nel frattempo però Mancini, che pensava di perderlo, si era premunito e aveva comprato, tra gli altri, Aguero. Sfortuna ha voluto, per Tevez, che il suo compatriota si sia adattato subito, anche troppo bene, alla Premier League e che Dzeko  si sia svegliato, Balotelli sia sia calmato, Nasri si sia trasferito ecc, potremmo continuare per ore visto il numero di giocatori che il taglio di capelli più expensive del calcio inglese sta facendo arrivare nel Lancashire. E si è ritrovato in panca.

Fossi tifoso del City, autentico, non di quelli che stanno comparendo adesso magari dopo aver ripiegato la maglia del Chelsea nel cassetto, sarei stranito non poco con il ragazzo. Hai detto che la città fa schifo, che non ti piace, che te ne vuoi andare, che non sei felice. Tieni il muso lungo, crei polemiche, fai dichiarazioni in tv e sui giornali nonostante un ingaggio che è la metà del PIL argentino. E se ti si chiede, ammesso che sia vero, di scaldarti a bordo campo per due volte tu ti rifiuti??? Il City dovrebbe trasformare la multa in ore di Community Service, dargli la possibilità per davvero di ripagare chi lo ha sempre sostenuto e ha sempre pagato per vederlo giocare.

Stefano Faccendini

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Buona la prima

Era il 1997. Ancora non vivevo in UK ma, come tutti gli appassionati di calcio inglese che conosco, non mi lasciavo sfuggire niente. Qualsiasi notizia, sui giornali o in televisione, che riguardasse una partita, una squadra o un giocatore doveva passare il filtro della mia attenzione e, se meritevole, della mia memoria.

Otto Febbraio 1997: Fans United Day, il primo, ce ne sono stati altri, ma quello mi colpì. Il tifoso di calcio può essere una creatura egoista. Pensa alla sua squadra, raramente ha un minuto per quella vicino se non, nella maggior parte dei casi, per augurarle un qualche tipo di sventura più o meno sportiva. Ognuno è consumato dalla propria passione, dai propri problemi, sogni e speranze che non si ha mai tempo per gli altri. Guardando celebri club andare in rovina uno dopo l’altro di solito il pensiero era “meglio a loro che a me”. Quel giorno, invece, i tifosi del Brighton, che avevano perso la battaglia contro due speculatori senza scrupoli e quindi lo stadio in cui avevano visto la propria squadra giocare sin dal 1902, vollero mostrare al sistema, che quel furto aveva in qualche modo avallato, che i colori e le rivalità si potevano mettere da parte per un qualcosa di più grande, che l’immenso popolo dei tifosi di calcio poteva unirsi e lottare insieme per una giusta causa. Per mostrare solidarietà al Brighton vennero da tutto il Regno Unito, da tutta Europa e oltre. Migliaia di persone, con la maglia della propria squadra addosso, vollero testimoniare con la propria presenza come fossero lì a lottare contro qualcosa di palesemente ingiusto. Certo il Goldstone Ground venne comunque venduto e raso al suolo ma quella reazione, quello stare uniti, quel sentirsi dalla stessa parte, con mille maglie diverse ma con un ideale comune, cambiò le cose, regalò una nuova consapevolezza, gettò le basi per tante future iniziative volte a salvaguardare un mondo fatto di fede e tradizioni attaccato da ogni lato.

Avrei voluto esserci: a qualcuno può venire il rimpianto di aver perso una finale importante, un derby storico, io avrei voluto essere a Brighton v Hartlepool 14 anni e qualche mese fa. Perchè ne parlo oggi?

Perchè ieri è stato il turno del Plymouth Argyle a organizzarne uno. Calciatori non pagati da fine 2010, club in mano agli amministratori, dieci punti di penalizzazione, retrocessione, nuovo allenatore, Peter Reid, che paga le bollette dello stadio e i pullman delle trasferte di tasca sua, staff licenziato, otto sconfitte consecutive in League Two ad inizio stagione subite da una squadra la cui intera rosa, durante la preparazione estiva, era composta da 11 giocatori. Il baratro. Attualmente la città piu’ grande d’Europa a non aver mai avuto un club nella massima divisione, ha un bacino d’utenza potenzialmente molto vasto. Centro più importante del Devon, famoso per essere il porto da cui un gruppo di Pellegrini a bordo del Mayflower salpò e dette il via alla colonizzazione europea di quelli che poi divennero gli Stati Uniti d’America,  Plymouth ha rischiato di veder scomparire la sua squadra di calcio per sempre. Una squadra che solo nel 2007/08 l’allora manager Ian Holloway aveva definito una possibile contendente per un posto nei play off della Championship (la stagione prima era terminata all’undicesimo posto e ai quarti di finale di FA Cup).

Dopo, la crisi. Gli allenatori cambiano, i risultati peggiorano, le entrate attese non si concretizzano, i soldi scarseggiano, i debiti si accumulano, i giocatori emigrano, i tifosi restano, i debiti pure. Solito percorso, solite vittime, innocenti, noi.

Così, sotto la spinta dei tifosi del Brighton, memori di come quella giornata del 1997 riuscì a gettare un po’ di luce dove c’era solo buio, ieri c’è stato un Fans Reunited Day. Non solo il Plymouth ha vinto la prima partita della stagione 2-0 contro il Macclesfield, anche a sorpresa visto il controverso esonero di Peter Reid in settimana, ma sembra che una delle due proposte di acquisto del club sia stata valutata con favore dagli amministratori. Forse il peggio è passato, vedremo i prossimi sviluppi. La brutta notizia, a livello personale, è che ho mancato anche questo appuntamento dal vivo con la solidarietà tra tifosi, troppo poco preavviso, la buona è che ce ne sarà un altro in un paio di settimane, in occasione della partita contro l’Accrington Stanley, definito, nel titolo di un libro dedicato alla sua storia, “the club that wouldn’t die”. Sabato 8/10, Home Park, Plymouth.

Stefano Faccendini

I soldi danno la felicitá. Forse.

Non fará giocare la sua squadra  come Guardiola, non sará ammirato dalle donne come Mourinho, ma Steve Bruce ha una dote che nel calcio di oggi esibiscono in pochi, la schiettezza. Giá anni orsono si era fatto apprezzare, almeno da me, quando, da allenatore del Birmingham, ebbe da ridire degli spalti del St Andrews desolatamente vuoti in occasione di un incontro di FA Cup. Oggi è tornato a parlare dell’affare Gyan, il suo centravanti ghanese, acquisto record del Sunderland, che la scorsa settimana ha lasciato i black cats per gli Emirati Arabi Uniti dove riceverá la piú che discreta somma di 200mila sterline a settimana per fare i suoi dribbling tra le dune. Non a caso i gatti neri da queste parti portano fortuna.

Ma visto che Bruce nel 2011 aveva giá dovuto sopportare i capricci di Darren Bent, un ex giocatore a cui aveva restituito una carriera dopo il flop al Tottenham, questa volta ha fatto fatica a rimanere zitto.

“Il potere ormai è nelle mani dei calciatori. Per tutta la grandezza e lo splendore della Premier League, soldi ed aviditá sono fuori controllo ormai. Se l’Arsenal non riesce a trattenere i suoi giocatori, dobbiamo accettare che questo possa essere difficile anche per il Sunderland…Capisco chi vuole andarsene per migliorare. L’ambizione è ciò che rende i grandi giocatori quello che sono. É normale, è questo che li rende i migliori. Ma il resto? É guidato da qualcos’altro che io ho difficoltá ad accettare. Se non stiamo attenti alieneremo la gente normale.”

In molti sono alienati da un pezzo, perchè, al contrario di Bruce, se i tifosi decidono di non aver piú a che fare con certa gente possono decidere semplicemente di non tirare fuori i soldi e di non andare allo stadio, mentre all’allenatore del Sunderland lo stipendio lo versano per il discutibile privilegio di allenare certi esempi di grandezza umana.

Come giá detto in un precedente post, lealtá e rispetto sono due parole talmente desuete e fuori moda nel calcio di oggi, due concetti talmente antichi e ammuffiti, che non ci si può stupire piú di niente. Mercato estivo o di gennaio conta poco, ognuno può lasciare in qualsiasi momento rispondendo alla chiamata del miglior offerente. Bastano un paio, anche una se si è fortunati, di stagioni fatte bene per attirare l’attenzione di quei pochi club che possono permettersi offerte impossibili da rifiutare.

Al momento arabi e russi, che risiedano ancora nei loro paesei d’orginine o giá in Inghilterra. Non penso che Bruce debba sentirsi troppo distrutto, alla fine Gyan si era fatto notare piú per performance adatte al carnevale di Notting Hill che per quelle davanti alla porta avversaria. Forse Wenger può avercela un pò con il Manchester City per essersi fissato con Nasri, indispensabile per i Gunners, uno dei tanti alla corte di Mancini.

É incredibile quanto la percezione del City sia cambiata in pochissimo tempo. Fino a qualche anno fa era una squadra simpatica quasi a tutti. Vero, era la classica simpatia che nasceva dal non aver vinto nulla per decenni, dal susseguirsi di allenatori incapaci e presidenti peggiori, da delusioni e retrocessioni ma anche dall’ammirazione generata da tutte queste disgrazie perchè erano comunque salutate tutte e sempre da decine di migliaia di tifosi che nonostante tutto riempivano gli spalti vittime di una cieca e indistruttibile passione. Poi è cambiato il vento. Prima la questione stadio, dal Maine Road all’Etihad Stadium finanziato dal denaro pubblico, poi il violatore dei diritti umani dalla Tailandia, infine gli arabi decisi a comprarsi il titolo costi quel che costi (nel vero senso della parola).

Normale che il braccio intorno alle spalle dei tifosi del City non ci sia piú, sarebbe fuori posto e non gradito. Dope tante sofferenze, dicono, è arrivato finalmente il loro momento, si può capire, peccato nessuno lo abbia detto alla solita truppa di guastafeste dall’altra parte della cittá.

Eppure scommetto che se si chiedesse a qualsiasi tifoso del City di una certa etá, di scegliere un gol tra quello segnato al 95’ da Dickov nella finale play off della Second Division nel 1999 contro il Gillingham o quello di Toure nella finale di FA Cup dello scorso anno, la stragrande maggioranza risponderebbe il primo. Perchè i soldi comprano tanto ma non tutto.

Stefano Faccendini

La fossa dei leoni

Diciamo la veritá, da quando in Europa esistono una miriade di nuovi stati e staterelli, tutti con il sacrosanto diritto di partecipare, le qualificazioni ai campionati mondiali o europei sono diventate abbastanza scontate e noiose. Mettiamoci anche il declino inesorabile di paesi una volta calcisticamente validi, e ora ridotti a tristi comparse, ed il quadro è abbastanza desolante.

Se una volta andare a giocare di mercoledì sera in Romania o nell’ex Jugoslavia, in Austria o in Scozia rappresentava un test serio, oggi tali trasferte non fanno dormire male nessuno. Sorprese vere ce ne sono sempre meno e partite da ricordare quasi zero.

L’Inghilterra di Fabio Capello, con una sola partita rimasta da giocare, ne ha vinte cinque e pareggiate due. In toeria l’unica compagine che potrebbe creare ancora noie è proprio il  Montenegro (!) che Rooney & C affronteranno il mese prossimo fuori casa. Nelle passate qualificazioni per il Sud Africa gli inglesi avevano vinto tutte le loro gare prima di soccombere, giá ampiamente qualificati, 0-1 in Ucraina nella loro ultima uscita ufficiale prima di volare verso un altro imbarazzante mondiale.

Ad oggi il tecnico friulano ha perso solo due partite competitive alla guida dei Leoni. Di una si è detto, l’altra, purtroppo per lui, è stata senza appello e contro i vecchi nemici della Germania che, complice un errore macroscopico dell’arbitro, what goes around comes around la filosofia adottata dai tedeschi pensando ancora al 1966, hanno lasciato scritto negli annali del calcio mondiale un 4-1 che sa di umiliazione.

Eppure a Capello non si rimprovera troppo aver perso, anche se malamente, contro un avversario sempre temibile, e rispettato, come la Germania. Il primo gol, con la difesa tagliata fuori da uno schema rivoluzionario, il rinvio del portiere, ha poco a che fare con l’allenatore e molto con le capacitá di giocatori troppo sopravvalutati. No, quello che non è andato giú è stata la prestazione contro l’Algeria. Non che contro gli USA fosse stato calcio spettacolo ma qualcosa si era visto. Un gol contro l’Algeria e l’Inghilterra invece della Germania avrebbe incontrato il Ghana e poi l’Uruguay, un cammino verso le fasi finali potenzialmente moto piú agevole.

Guardando l’incontro contro il Galles dell’altra sera in un pub, “Algeria” è stata una parola che si è sentita mormorare spesso, un incubo collettivo da tifoso deluso. Giocatori prevedibili, poco movimento, Rooney che tornava fino lal limite della sua area per rimediare un pallone che poi perdeva appena superato centrocampo, palloni costantemente giocati indietro, nessuna idea, il rischio di subire il gol beffa costante, palle lunghe sulle fasce che i mediocri difensori avversari trovavano anche troppo facili da respingere. Stanchezza? Non è un argomento proponibile, non a settembre, forse valido a giugno 2010, 2006, 2004, 2002, 2000,1998 ecc ma non ora.

Allora cosa? Perchè? L’allenatore non è la risposta. Capello forse non si è reso conto a cosa stava andando incontro quando ha accettato questo lavoro. Parte del pubblico non gli avrebbe comunque mai perdonato passaporto e stipendio a meno che non fosse tornato dal Sud Africa con la coppa. I giornali, come con tutto il resto degli allenatori della nazionale, almeno in questo c’è stata una sorta di par condicio, lo hanno massacrato per ogni prova sbiadita o minima incomprensione fuori dal campo: il suo staff italiano, il Capello index, la gestione della “captaincy”, il suo vocabolario limitato. Ha resistito forse grazie alla sua vita familare stabile, non è caduto in tentazione con segretarie o presentatrici come il suo predecessore svedese o con gli ombrelli come McLaren.

In molti saranno contenti di vederlo andare e rimpiazzarlo con una scelta inglese o, viso che di nomi ne vengono in mente pochi, almeno britannica. Capello potrebbe anche averne abbastanza adesso e lasciare a fine ottobre. Franco Tancredi giá è alla Roma, Franco Baldini seguirá a fine qualificazioni, il tecnico difficilmente rimarrá in trincea fino alla fine senza i suoi preziosi collaboratori e sará anche tentato di dire “volete un inglese in panchina? Il problema sono io? Ok, ora siete qualificati, vediamo che saranno capaci di fare quelli che mi attaccano in tv o dalle pagine dei giornali” probabilmente avendo in mente gente come Harry Redknapp. Non ha funzionato il suo approccio severo così come quello amichevole di McLaren, quello completamente rilassato di Eriksson, Kevin il motivatore, Hoddle lo piscologo, Taylor lo statistico.

Non è l’allenatore. Per quanto doloroso bisogna forse rivolgere l’attenzione all’unico aspetto 100% english della questione, la squadra. I Media hanno costruito il mito della “golden generation” per fortuna ora vicino al tramonto definitivo. Giocatori come Beckham, Owen, Lampard, Gerrard, Ferdinand, Terry solo per citarne alcuni con la casacca della nazionale non hanno mai fatto nulla non per entrare nella golden generation ma neanche in quella di bronzo. Prima di ogni torneo lo stesso tormentone, il gioco delle possibilitá, ogni volta con un CT diverso, di tornare vittoriosi. Questo creare continuamente aspettative, illudere i tifosi, gli unici al mondo capaci di viaggiare in Macedonia per un’amichevole a metá novembre, con chiacchiere di trionfo non ha senso. L’Inghilterra dovrebbe partire con l’aspettativa di arrivare ai quarti non di vincere. Non è un caso che l’unica volta che è arrivata alle semifinali è stato quando si era creata una rottura completa con i media, nel 1990. Dopo le tre sconfitte di Euro 88 Bobby Robson era stato linciato mediaticamente, chiacchiere erano state costruite su di lui e su alcuni giocatori salvo poi accoglierli come eroi all’atterraggio dell’aereo sulla pista di Luton.

Come spiegarsi la metamorfosi dei giocatori, il diverso rendimento con i club o con la nazionale. Il calcio è uno sport di squadra. Durante la stagione domestica i vari Gerrard, Lampard o Rooney intorno hanno il fior fiore del calcio internazionale. Non devono accontentarsi di giocare con seconde scelte che arrivano in nazionale non per merito ma per cittadinanza. Perchè spesso Capello, e gli ultimi due/tre manager prima di lui, si ritrovano a non poter schierare i loro undici migliori. A meno che non si tratti di partite di importanza vitale i veri titolari o inventano infortuni o fanno telefonare i vari Wenger, Ferguson e simili per strappare la parola d’onore di un impiego di massimo un tempo per i loro ragazzi.

Il calcio internazionale è allo sbando: che poi per le finali dei mondiali la Fifa eserciti i suoi soliti ricatti e gli stadi si riempiono di pupazzi con la faccia colorata e i cappelli da giullare conta poco. Le formazioni che hanno qualcosa da provare danno il massimo ma per i miliardari strapagati di alcuni paesi è difficile trovare delle motivazioni valide. L’orgoglio nazionale? Pochi, molto pochi lo dimostrano. Solo 15 anni fa era di gran lunga piú evidente, non parlo del 1966, solo di 15 anni fa: Pearce, Gazza, Shearer, Neville, Ince, Wright mettevano un veleno che sembra ormai evaporato insieme allo spirito delle Twin Towers. Anche lo stadio: il nuovo Wembley intimidisce, il pubblico si aspetta troppo. Troppo? Se si batte continuamente il tasto sulle incredibili capacitá pallonare di certi elementi, ci si aspetta il minimo sindacale, impegno e serietá.

Ultimamente l’Inghilterra aveva senza dubbio degli ottimi titolari ma se è vero che la squadra è composta da 23 persone, il resto dei componenti forse non è all’altezza. Il valore di un giocatore non lo fanno gli stipendi purtroppo. Con Ashley Cole infortunato giocava Wayne Bridge, Lescott e Upson al posto di Ferdinand e Terry, Defoe al posto di Rooney. Qualitá da coppa del mondo? Probabilmente no. Il che ovviamente riporta all’antica questione sui troppi stranieri in Premier League. Che ci siano è indiscutibile, circa il 37% del totale, la percentuale piú bassa tra i maggiori campionati europei, è indigena, ma sono la  causa della mancanza di talento in profonditá? Secondo Simon Kuper e Stefan Szymanski, nel loro libro Why England Lose, la presenza di stranieri dovrebbe anzi avere l’effetto contrario. Pungolati dalla concorrenza, gli inglesi dovrebbero aumentare il livello delle loro prestazioni per guadagnare un posto in prima squadra. Per provare questo loro teorema portano i risultati della nazionale inglese prima e dopo l’avvento della Premier League e l’apertura delle frontiere calcistiche. Purtroppo, per quanto suggestiva, la loro teoria si basa su numeri e dati puri e semplici ma non tiene in debito conto della variabile “valore degli avversari”. E con questo mi riallaccio all’inizio di questo post. Le nazionali dei paesi calcisticamente piú importanti si incontrano raramente o solo in amichevole, il resto sono sfide contro Estonia, Lituania, San Marino, Isole Faroe, Macedonia e così via quindi è normale che la maggior parte dei risultati conseguiti siano delle vittorie.

Sarò banale e scontato ma questo annacquamento dello spirito battagliero che una volta faceva di Wembley una roccaforte e dell’Inghilterra un avversario temuto e rispettato, è da ricercare nella mancanza di stimoli, di voglia, di grinta da parte di giovani professionisti talmente distaccati dalla realtá da non trovare come motivazione sufficiente quella di vestire la  maglia con i tre leoni. Gli atteggiamenti sono sbagliati, il linguaggio è sbagliato, i modelli sono sbagliati, la comunicazione è sbagliata. É un problema di epoca storica, di costume, di spirito, di valori. Non di allenatore.

Stefano Faccendini

Arrivi e partenze

Anche il calcio mercato è diventato spettacolo. I canali come Sky Sport 24 martellano senza sosta in cronaca diretta le ultime novitá del Transfer Deadline Day. Breaking news che scorrono in basso al teleschermo su sfondo giallo, un rilievo una volta riservato a notizie veramente importanti, ci informano che Anton Ferdinand has joined newly promoted QPR in a deal worth up to 3m o che lo Stoke has confirmed the signing of striker Cameron Jerome from Birmingham, roba seria mica scherzi, emergenze nazionali vere e proprie.

A buffonate finite, e dopo aver sprecato bilioni di sterline, i club si guarderanno intorno e si chiederanno se magari non si siano lasciati prendere dalla foga e dalla pressione. Tony Pulis forse si mangerá il cappello come Rockerduck quando realizzerá che i 10, potenzialmente 12, milioni pagati per Crouch non sono soldi del monopoli ma veri. Così come Steve Bruce si leverá il passamontagna dopo aver rapinato 20 milioni al Liverpool per il giovanissimo, e ancora tutto da verificare, Jordan Henderson.

Vediamo invece alcuni tra gli acquisti piú interessanti: il ritorno di Craig Bellamy al Liverpool potrebbe essere un affare, il gallese ha ancora molto da dare, sia in termini di gol che di testate o colpi con la mazza da golf. Joey Barton agli ordini di Neil Warnock al QPR sembra destinato piú ad incrementare la sua fedina penale che la sua carriera calcistica. Il Manchester City dovrá affittare un altro campo di allenamento perchè i 120 giocatori della prima squadra erano stanchi di fare i turni per effettuare i giri di campo. Scott Parker ha finalmente ottenuto una squadra di Premier League, il Tottenham, che ha anche preso quel simpaticone di Adebayor, il quale sicuramente sará salutato con ghirlande di fiori e cori affettuosi al suo ritorno in zona Islington.

Il Bolton si dice abbia bruciato quattro milioni assicurandosi i servizi David Ngog, un calciatore che ha indossato la maglia di una delle piú gloriose societá del mondo per uno strano gioco di prestigio finito male. Il Chelsea continua a pescare nella penisola iberica, questa volta Juan Mata e Raul Meireles. Il Birmingham, retrocesso e con un padrone in attesa di giudizio, ha venduto  chiunque avesse un minimo valore, anche apparente, di mercato e fará fatica a trovare 11 persone da buttare in campo.

L’Everton esce ancora piú indebolito, sará curioso vedere se David Moyes saprá fare altri miracoli, Joe Cole andrá a perdere chili a Lille, Bendter potrá cercare di far vedere a Sunderland se è un giocatore che può stare in campo per piú di 20 minuti mentre Jenas al Villa dovrá far vedere se è un giocatore, punto.

Ma la cosa piú curiosa durante le ultime ore di mercato è stato l’atteggiamento di Arsene Wenger. Dunque il francese ha, per chi scrive, luci ed ombre. In molti considerano il suo impatto sul calcio inglese rivoluzionario, la sua trasformazione dell’Arsenal noioso , ruvido e cinico di George Graham, l’anno di Bruce Rioch non si considera mai, in quello spettacolare, giovane ed internazionale, soprattutto transalpino, un capolavoro. É stato un passaggio vero e proprio dal Medioevo all’Illuminismo, dai tempi in cui i barbari inglesi si ingozzavano di birra, eggs on toast e heinz beans prima delle partite a quelli in cui un dietista accompagna la squadra con il piano alimentare di ogni giocatore. Sará ma, invincibili o no, un po’ di nostalgia per i vecchi tempi rimane. Wenger è inoltre tremendamente ostinato, orgoglioso al punto di non riconoscere neanche gli errori piú evidenti, lagnoso e testardo. Ma, c’è un ma.

Non ha mai comprato per comprare, speso per dare un nome in pasto ai tifosi, non ha mai strapagato un giocatore, se non costretto, se non lo riteneva all’altezza. Ha sempre puntato sui giovani, molti dei quali sconosciuti prima, ingrati e sciocchi poi. In molti sono cresciuti e andati via alla prima offerta conveniente. Dopo gli otto (!) schiaffi dell’Old Trafford ha probabilmente deciso che era troppo anche per lui, che non si poteva aspettare la maturazione professionale della prossima generazione, bisognava arginare il problema subito, comprando finalmente un po’ di esperienza.Benayoun (31), Mertesacker (27), Arteta (29), Park-Chu Young (25) sono arrivati in extremis. Forse non sará abbastanza per riassestare una stagione iniziata male ma il cambio di atteggiamento del loro allenatore è forse, per i tifosi dell’Arsenal, il segnale piú confortante che si potesse sperare.

Stefano Faccendini