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La fossa dei leoni

Diciamo la veritá, da quando in Europa esistono una miriade di nuovi stati e staterelli, tutti con il sacrosanto diritto di partecipare, le qualificazioni ai campionati mondiali o europei sono diventate abbastanza scontate e noiose. Mettiamoci anche il declino inesorabile di paesi una volta calcisticamente validi, e ora ridotti a tristi comparse, ed il quadro è abbastanza desolante.

Se una volta andare a giocare di mercoledì sera in Romania o nell’ex Jugoslavia, in Austria o in Scozia rappresentava un test serio, oggi tali trasferte non fanno dormire male nessuno. Sorprese vere ce ne sono sempre meno e partite da ricordare quasi zero.

L’Inghilterra di Fabio Capello, con una sola partita rimasta da giocare, ne ha vinte cinque e pareggiate due. In toeria l’unica compagine che potrebbe creare ancora noie è proprio il  Montenegro (!) che Rooney & C affronteranno il mese prossimo fuori casa. Nelle passate qualificazioni per il Sud Africa gli inglesi avevano vinto tutte le loro gare prima di soccombere, giá ampiamente qualificati, 0-1 in Ucraina nella loro ultima uscita ufficiale prima di volare verso un altro imbarazzante mondiale.

Ad oggi il tecnico friulano ha perso solo due partite competitive alla guida dei Leoni. Di una si è detto, l’altra, purtroppo per lui, è stata senza appello e contro i vecchi nemici della Germania che, complice un errore macroscopico dell’arbitro, what goes around comes around la filosofia adottata dai tedeschi pensando ancora al 1966, hanno lasciato scritto negli annali del calcio mondiale un 4-1 che sa di umiliazione.

Eppure a Capello non si rimprovera troppo aver perso, anche se malamente, contro un avversario sempre temibile, e rispettato, come la Germania. Il primo gol, con la difesa tagliata fuori da uno schema rivoluzionario, il rinvio del portiere, ha poco a che fare con l’allenatore e molto con le capacitá di giocatori troppo sopravvalutati. No, quello che non è andato giú è stata la prestazione contro l’Algeria. Non che contro gli USA fosse stato calcio spettacolo ma qualcosa si era visto. Un gol contro l’Algeria e l’Inghilterra invece della Germania avrebbe incontrato il Ghana e poi l’Uruguay, un cammino verso le fasi finali potenzialmente moto piú agevole.

Guardando l’incontro contro il Galles dell’altra sera in un pub, “Algeria” è stata una parola che si è sentita mormorare spesso, un incubo collettivo da tifoso deluso. Giocatori prevedibili, poco movimento, Rooney che tornava fino lal limite della sua area per rimediare un pallone che poi perdeva appena superato centrocampo, palloni costantemente giocati indietro, nessuna idea, il rischio di subire il gol beffa costante, palle lunghe sulle fasce che i mediocri difensori avversari trovavano anche troppo facili da respingere. Stanchezza? Non è un argomento proponibile, non a settembre, forse valido a giugno 2010, 2006, 2004, 2002, 2000,1998 ecc ma non ora.

Allora cosa? Perchè? L’allenatore non è la risposta. Capello forse non si è reso conto a cosa stava andando incontro quando ha accettato questo lavoro. Parte del pubblico non gli avrebbe comunque mai perdonato passaporto e stipendio a meno che non fosse tornato dal Sud Africa con la coppa. I giornali, come con tutto il resto degli allenatori della nazionale, almeno in questo c’è stata una sorta di par condicio, lo hanno massacrato per ogni prova sbiadita o minima incomprensione fuori dal campo: il suo staff italiano, il Capello index, la gestione della “captaincy”, il suo vocabolario limitato. Ha resistito forse grazie alla sua vita familare stabile, non è caduto in tentazione con segretarie o presentatrici come il suo predecessore svedese o con gli ombrelli come McLaren.

In molti saranno contenti di vederlo andare e rimpiazzarlo con una scelta inglese o, viso che di nomi ne vengono in mente pochi, almeno britannica. Capello potrebbe anche averne abbastanza adesso e lasciare a fine ottobre. Franco Tancredi giá è alla Roma, Franco Baldini seguirá a fine qualificazioni, il tecnico difficilmente rimarrá in trincea fino alla fine senza i suoi preziosi collaboratori e sará anche tentato di dire “volete un inglese in panchina? Il problema sono io? Ok, ora siete qualificati, vediamo che saranno capaci di fare quelli che mi attaccano in tv o dalle pagine dei giornali” probabilmente avendo in mente gente come Harry Redknapp. Non ha funzionato il suo approccio severo così come quello amichevole di McLaren, quello completamente rilassato di Eriksson, Kevin il motivatore, Hoddle lo piscologo, Taylor lo statistico.

Non è l’allenatore. Per quanto doloroso bisogna forse rivolgere l’attenzione all’unico aspetto 100% english della questione, la squadra. I Media hanno costruito il mito della “golden generation” per fortuna ora vicino al tramonto definitivo. Giocatori come Beckham, Owen, Lampard, Gerrard, Ferdinand, Terry solo per citarne alcuni con la casacca della nazionale non hanno mai fatto nulla non per entrare nella golden generation ma neanche in quella di bronzo. Prima di ogni torneo lo stesso tormentone, il gioco delle possibilitá, ogni volta con un CT diverso, di tornare vittoriosi. Questo creare continuamente aspettative, illudere i tifosi, gli unici al mondo capaci di viaggiare in Macedonia per un’amichevole a metá novembre, con chiacchiere di trionfo non ha senso. L’Inghilterra dovrebbe partire con l’aspettativa di arrivare ai quarti non di vincere. Non è un caso che l’unica volta che è arrivata alle semifinali è stato quando si era creata una rottura completa con i media, nel 1990. Dopo le tre sconfitte di Euro 88 Bobby Robson era stato linciato mediaticamente, chiacchiere erano state costruite su di lui e su alcuni giocatori salvo poi accoglierli come eroi all’atterraggio dell’aereo sulla pista di Luton.

Come spiegarsi la metamorfosi dei giocatori, il diverso rendimento con i club o con la nazionale. Il calcio è uno sport di squadra. Durante la stagione domestica i vari Gerrard, Lampard o Rooney intorno hanno il fior fiore del calcio internazionale. Non devono accontentarsi di giocare con seconde scelte che arrivano in nazionale non per merito ma per cittadinanza. Perchè spesso Capello, e gli ultimi due/tre manager prima di lui, si ritrovano a non poter schierare i loro undici migliori. A meno che non si tratti di partite di importanza vitale i veri titolari o inventano infortuni o fanno telefonare i vari Wenger, Ferguson e simili per strappare la parola d’onore di un impiego di massimo un tempo per i loro ragazzi.

Il calcio internazionale è allo sbando: che poi per le finali dei mondiali la Fifa eserciti i suoi soliti ricatti e gli stadi si riempiono di pupazzi con la faccia colorata e i cappelli da giullare conta poco. Le formazioni che hanno qualcosa da provare danno il massimo ma per i miliardari strapagati di alcuni paesi è difficile trovare delle motivazioni valide. L’orgoglio nazionale? Pochi, molto pochi lo dimostrano. Solo 15 anni fa era di gran lunga piú evidente, non parlo del 1966, solo di 15 anni fa: Pearce, Gazza, Shearer, Neville, Ince, Wright mettevano un veleno che sembra ormai evaporato insieme allo spirito delle Twin Towers. Anche lo stadio: il nuovo Wembley intimidisce, il pubblico si aspetta troppo. Troppo? Se si batte continuamente il tasto sulle incredibili capacitá pallonare di certi elementi, ci si aspetta il minimo sindacale, impegno e serietá.

Ultimamente l’Inghilterra aveva senza dubbio degli ottimi titolari ma se è vero che la squadra è composta da 23 persone, il resto dei componenti forse non è all’altezza. Il valore di un giocatore non lo fanno gli stipendi purtroppo. Con Ashley Cole infortunato giocava Wayne Bridge, Lescott e Upson al posto di Ferdinand e Terry, Defoe al posto di Rooney. Qualitá da coppa del mondo? Probabilmente no. Il che ovviamente riporta all’antica questione sui troppi stranieri in Premier League. Che ci siano è indiscutibile, circa il 37% del totale, la percentuale piú bassa tra i maggiori campionati europei, è indigena, ma sono la  causa della mancanza di talento in profonditá? Secondo Simon Kuper e Stefan Szymanski, nel loro libro Why England Lose, la presenza di stranieri dovrebbe anzi avere l’effetto contrario. Pungolati dalla concorrenza, gli inglesi dovrebbero aumentare il livello delle loro prestazioni per guadagnare un posto in prima squadra. Per provare questo loro teorema portano i risultati della nazionale inglese prima e dopo l’avvento della Premier League e l’apertura delle frontiere calcistiche. Purtroppo, per quanto suggestiva, la loro teoria si basa su numeri e dati puri e semplici ma non tiene in debito conto della variabile “valore degli avversari”. E con questo mi riallaccio all’inizio di questo post. Le nazionali dei paesi calcisticamente piú importanti si incontrano raramente o solo in amichevole, il resto sono sfide contro Estonia, Lituania, San Marino, Isole Faroe, Macedonia e così via quindi è normale che la maggior parte dei risultati conseguiti siano delle vittorie.

Sarò banale e scontato ma questo annacquamento dello spirito battagliero che una volta faceva di Wembley una roccaforte e dell’Inghilterra un avversario temuto e rispettato, è da ricercare nella mancanza di stimoli, di voglia, di grinta da parte di giovani professionisti talmente distaccati dalla realtá da non trovare come motivazione sufficiente quella di vestire la  maglia con i tre leoni. Gli atteggiamenti sono sbagliati, il linguaggio è sbagliato, i modelli sono sbagliati, la comunicazione è sbagliata. É un problema di epoca storica, di costume, di spirito, di valori. Non di allenatore.

Stefano Faccendini

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Categorie:nazionale
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