Eroe per caso

Non so per quale motivo, visto che non tifo Arsenal e non ho in particolare antipatia il Chelsea, ma vedere John Terry, o JT come la stampa ruffiana lo continua a chiamare in tono fin troppo amichevole, mangiare erba mentre Robin Van Persie si avviava a conquistare i tre punti per l’Arsenal sabato scorso mi ha fatto un certo piacere.

Stamford Bridge aveva di nuovo dato il benvenuto al suo capitano, all’eroe, alla leggenda. Come era stato dopo aver scoperto che l’ex Dad of the Year 2009 aveva avuto una relazione con la ex del suo compagno di squadra Wayne Bridge, e cercato di imporre un divieto di riportare la notizia ai giornali di gossip, così è stato accolto ieri quando è uscito fuori che potrebbe incorrere in sanzioni per quelli che sembrano essere stati insulti razzisti nei confronti di Anton Ferdinand (evidentemente che sia scarso come pochi non basta, bisognava tirare dentro il colore della pelle). Come fu fischiato Bridge, reo di essere stato tradito da colui che riteneva un amico e di non avergli stretto la mano, sarà probabilmente fischiato Ferdinand quando le due squadre si incontreranno at the Bridge perchè non bianco.

Che si facesse pagare per organizzare dei tour nel centro sportivo del Chelsea gli è stato anche perdonato. Che i suoi genitori abbiano entrambi avuto guai con la legge non è sembrato così importante come per altri giocatori. Che, così vogliono le voci, abbia tramato contro Mourinho e Capello non conta. Per qualche misteriosa ragione la sua espressione a luce spenta è tanto cara ai media, la grinta sul campo e la presunta prontezza nel buttarsi in ogni battaglia petto in fuori, che sarebbe più adatta ad un buttafuori del West End che ad un giocatore di Premier, sono doti che gli sono valse riconoscenza eterna da parte dei suoi tifosi e di certi giornalisti.

Ma mentre tutti si affannano a cercare un responsabile per la sopraggiunta fragilità difensiva del Chelsea io la butto là: il giocatore con la maglia numero sei non sembra più la roccia insuperabile che era.

Stefano Faccendini

Mors tua…

La scorsa settimana i filantropi della Premier League hanno messo, a mio avviso, un altro chiodo sulla bara del calcio minore. Minacciando la revoca del finanziamento di cinque milioni annui per lo sviluppo del calcio giovanile alle squadre delle divisioni inferiori, è stato fatto approvare l’Elite Player Performance Plan (EPPP).

Praticamente la EPL ha promesso maggiori fondi per quattro anni, a partire dal 2012/13, per tutte le società  della Football League e la possibilità per i migliori giovani talenti  di allenarsi presso i centri ed infrastrutture dei propri club sotto la guida di personale altamente professionale e qualificato. Questo, in teoria, avrebbe due effetti positivi: il primo quello di dare ai ragazzi la opportunità di formarsi in un ambiente di prima classe, consentendo loro di passare più tempo con allenatori di alto livello sulla scia di quanto già succede in Olanda o Spagna ad esempio, e, in secondo luogo, si darebbe una mano anche alla nazionale visto che, in questo modo, i club di Premier League non dovrebbero per forza andare all’estero alla ricerca di talenti in erba ma potrebbero concentrarsi sul territorio nazionale. Al momento una squadra non può reclutare in tutto il paese ma soltanto in un raggio che permette ai ragazzi di arrivare al campo di allenamento nel giro di 90 minuti. In cambio di tutto questo impegno verso il futuro calcistico inglese, la Premier League ha imposto la revisione del sistema che oggi vede un tribunale esterno decidere la somma da pagare per il trasferimento di un giovane calciatore qualora le società coinvolte non raggiungano un accordo.

Con la nuova formula ci sarà un prezzario fisso, a seconda di quanto tempo il giocatore in questione sia stato nel club che lo sta vendendo e dal livello della academy che lo ha visto crescere (andranno da uno a quattro). Ciò vuol dire ad esempio che il 14nne del MK Franchise Oluwaseyi Ojo, valutato 1.5 milioni nel mercato corrente, potrebbe arrivare al Chelsea, che ha espresso un interesse, per meno di 100mila sterline. Qualche tempo fa fece scalpore il caso di John Bostock, cresciuto dagli otto ai 15 anni nelle sempre prolifiche formazioni giovanili del Crystal Palace. Quando il Tottenham lo andò a corteggiare le due società non riuscirono a trovare un punto di incontro. Dal tribunale fu fissato un compenso di 700mila sterline più altri 1.25 milioni a seconda delle presenze in prima squadra. Il Palace urlò allo scandalo allora, figuriamoci cosa farebbe adesso.

Il problema è che Bostock non debuttò mai in prima squadra ma è passato in prestito al Brentford e all’Hull City. Questo potrebbe essere il destino di molti più giovani in futuro. Se alle squadre di Premier sarà consentito rastrellare tutti i vivai del paese senza limiti geografici e a prezzi modici, bassi, è normale che si presterà meno attenzione di quella che si aveva prima per paura di investire vaste somme di denaro sul giovane sbagliato.

Le formazioni minori si vedranno private dei loro migliori ragazzi ricevendo un compenso modesto per tutta la cruciale opera educativa svolta in campo e fuori dei più piccoli, quelle di Premier non dovranno più girare il mondo come prima per trovare talenti più economici di quelli disponibili in patria: potranno attingere comodamente dal serbatoio del calcio minore indigeno senza preoccuparsi troppo di tutti quelli che non ce la faranno, saranno i danni collaterali per quei pochi eletti che invece andranno avanti fino a coronare il proprio sogno. Non mi sembra ci siano dubbi su chi abbia fatto l’affare.

 Stefano Faccendini

Sostanza e apparenza.

Domenica, di nuovo, l’Arsenal ospiterà lo Stoke City. In molti guardano a questa sfida come lo scontro tra due stili di calcio agli estremi opposti. Da una parte Arsene Wenger ed il suo gioco fatto di passaggi in velocità, triangolazioni, cross dal fondo, sovrapposizioni, praticato da un gruppo multinazionale di giovani promesse e giovani campioni, dall’altra un’ammucchiata di scarti delle altre squadre, falciatori di caviglie, amanti del lancio lungo la cui unica tattica è quella di buttare la palla in mezzo all’area avversaria, con i piedi o con le mani (di Rory Delap), e caricare il portiere dell’altra squadra.

Wenger è stato uno dei primi, e Danny Murphy uno degli ultimi, degli addetti ai lavori che hanno avuto da ridire sullo stile apparentemente troppo fisico e aggressivo dello Stoke. Non sono stati i soli, ormai i Potters hanno questa fama anche agli occhi di tutti i tifosi inglesi. Come sempre, a forza di ripeterla, un’opinione diventa una mezza verità. Non che i sostenitori della squadra di Pulis se ne facciano un cruccio, uno dei loro cori più gettonati recita “We play as we want, we play as we want, we are Stoke City and we play as we want” a ribadire che nel loro caso il fine, sopravvivere, giustifica i mezzi, un calcio arcaico.

Ma è vero? Prima di tutto bisogna chiarire cosa si intende per gioco aggressivo: diciamo subito che il terribile infortunio patito da Aaron Ramsey a causa di un’entrata killer di Ryan Shawcross è stato un incidente ed una eccezione. Infortuni gravi si verificano un po’ dappertutto ma quello è rimasto di più nella memoria della gente proprio perchè avvenuto contro lo Stoke, la cui fama di squadra dura era già in divenire. Tony Pulis sa di non avere calciatori che possono giocare come il Barcellona (visto che ormai sembra essere diventato il punto di riferimento e paragone per tutto il resto del mondo pallonaro) o lo stesso Arsenal. Sfrutta le caratteristiche della sua squadra che possono garantirgli di più un risultato positivo. Non si dice sempre che è il risultato che conta? Perchè per lo Stoke dovrebbe essere diverso? Per far divertire gli altri? Se le squadre avversarie patiscono lanci lunghi  a spiovere sul dischetto del rigore, se non sanno come gestire in area i vari Crouch, Huth o Jones, normale che si sfruttino i loro punti deboli. Non penso sia una colpa. E se è vero che il Britannia Stadium è diventato una fortezza per questo tipo di tattiche, è anche vero che giocatori come Pennant e Etherington sulle fasce fanno gioco, dribblano, crossano, la palla lunga che si vuole per forza associare con la formazione biancorossa non è la loro unica risorsa di gioco ma una delle tante.

Per chiudere, spesso non saranno belli da vedere ma per chi non li tifa si tratta di incontrarli un paio di volte l’anno. Di sicuro è una pena sopportabile. Neanche la semifinale di FA Cup vinta 5-0 la scorsa stagione con una prova di gioco eccellente ha convinto i più critici. Io penso che sia ora di dar loro anche qualche merito.

 Stefano Faccendini

Follia

Qualcuno mi ha chiesto: ma se ti piace così tanto il calcio inglese perchè attacchi spesso la Premier League, il campionato più visto, bello e ricco del mondo? La risposta è nella stessa domanda. Primo perchè di inglese non è rimasto molto, secondo perchè questa globalizzazione non ha portato solo nuovi tifosi ma anche nuovi investitori e proprietari con tutte le conseguenze che ciò comporta.

È di oggi la notizia di strane voci che cominciano a girare nei corridoi del potere, quindi della Barclays EPL. Considerando Stan Kroenke, maggior azionista dell’Arsenal, come quasi proprietario del club londinese, in tutto sono 10, ossia la metà, gli stranieri che controllano squadre della massima divisione inglese. Cinque americani, un russo, quattro asiatici. Tutta gente arrivata proprio perchè la EPL è il campionato più visto e ricco del mondo (sul bello possiamo discutere, per chi scrive è molto più divertente ed emozionante la Championship ad esempio). In quanto tale, vorrebbero cercare di massimizzare i propri investimenti. Se qualche giorno fa il Liverpool ha provato a battere cassa reclamando ancora più soldi dalla vendita dei diritti fuori dai confini nazionali, al momento divisi in parti uguali, affermando che “all’estero c’è più gente che vuole vedere noi piuttosto che il Bolton” dimenticando il dettaglio che ci vogliono due squadre per avere una partita, quanto suggerito in giornata è a dir poco agghiacciante.

Gente forestiera ha difficoltà ad accettare pareggi per 0-0. Fatica a capire il senso di appartenenza, di storia, di tradizione, di valore sociale che un club calcistico in questo paese conferisce ad una determinata comunità che rappresenta all’interno del rettangolo verde. Non vede cosa ci sia di male con il franchising delle squadre di calcio, ad esempio con quanto successo tra MK Franchise e il Wimbledon. Quello a cui stanno pensando ora è una Premier League senza promozioni e retrocessioni. Una elite di 20 colossi calcio-economici che ogni anno giocano tra di loro per ripartirsi la torta dei diritti tv. L’ideale di competizione sportiva morirebbe, basta con notti insonni, nervi tesi, radioline incollate alle orecchie nelle ultime settimane. Sarebbe tutto piatto, inutile, informe, poche squadre al vertice che combattono per i posti necessari ad accedere ad un’altra competizione per ricchi questa volta su scala continentale. In molti si sono dichiarati contrari, dal Wigan al Birmingham, dallo Stoke al Wolverhampton ma la verità è che il giorno in cui 14 presidenti voteranno a favore di un cambiamento del genere sarà poi tutto nelle mani della FA e, come sperimentato in passato, non sono mani troppo sicure. La Premier League, dall’alto dei suoi incassi, ha sempre comandato, fin dalla sua creazione. Speriamo che qualcuno un giorno riuscirà a mettere un freno alla loro avidità e prepotenza.

Stefano Faccendini

Cvd

Il miracolo non solo non è avvenuto, ma non ha neanche fatto in tempo a entrare nei pensieri della gente. Cinque minuti e la Spagna era giá avanti grazie a quel Silva, alla fine autore di una doppietta, che sta facendo la fortuna del Manchester City e di Roberto Mancini. Il divario era troppo grande. Il primo gol è arrivato dopo la solita azione corale e ragnatela infinita di passaggi, per un attimo ho temuto che anche i giocatori scozzesi si fermassero ad applaudire. Nonostante una prestazione piú che dignitosa nella loro sempre elegantissima maglia blu, gli uomini allenati da Craig Levein non hanno potuto fermare una formazione che al momento non ha semplicemente rivali. La Scozia al limite può recriminare i punti persi contro la Repubblica Ceca e se in casa può prendesela con l’arbitro, nella gara di andata ha soltanto sè stessa da maledire. Contravvenendo a quello spirito braveheart che tanto si vuole associare al paese oltre il Muro di Adriano, in quella gara di qualificazione l’ex allenatore del Dundee Utd schierò una formazione che si avvicinava molto ad un 6-4-0 di catenacciara memoria. Lo 0-1 che ne risultò bruciò piú per averlo ottenuto dopo aver rinnegato una certa filosofia di gioco, in favore di una completamente estranea, che per la classifica in sè. Sará quindi un altro europeo senza Scozia, l’ultima apparizione ad una fase finale del torneo continentale risale al 1996 in Inghilterra, ma se i segnali visti ieri sera non sono stati un abbaglio, forse per le qualificazioni Mondiali potremo sperare in qualcosa di piú. Con la SPL ridotta a poco piú di un contorno dell’Old Firm, i club imbarazzanti in Europa e una situazione generale del calcio scozzese in crisi irreversibile, è estremamante importante che la nazionale faccia bene.

Stefano Faccendini

L’impresa

Tre partite vinte su sette giocate, 10 punti dietro la prima, appena otto reti segnate e in un gruppo comprendente, ta la altre, Lituania e Liechtenstein, eppure l’ultima sfida della Scozia nel girone I di qualificazione rischia di diventare un’occasione epica. In toeria se gli uomini di Levein riescono ad ottenere lo stesso risultato della Repubblica Ceca, in azione in Lituania, si qualificheranno per i play off dei prossimi europei. Il problema è che la loro gara li vede ospiti della Spagna campione del mondo. In casa la Roja non perde dall’amichevole contro la Romania del novembre 2006 mentre in una competizione ufficiale è stata la Grecia nel giugno 2003 l’ultima nazionale a portarsi via i tre punti. Sinceramente non si vede come un miracolo del genere possa succedere, non con una squadra piena zeppa di giocatori che militano nel declassatissimo campionato scozzese o nelle serie inferiori di quello inglese. Eppure neanche tanto tempo fa, proprio nelle ultime qualificazioni europee per Austria&Svizzera 2008, l’allora formazione allenata da Walter Smith riuscì nell’impresa di battere la Francia a Parigi. In quattro anni Craig Levein è giá il terzo manager del dopo Smith. Qualsiasi allenatore che sopporti lo stress e le critiche, se ottiene risultati decenti, al primo approccio di una qualsiasi squadra decide di abbandonare la nave lasciando quella che una volta era una panchina ambita sotto il sedere dei piú disperati. Forse solo Smith, ora che ha definitivamente messo un punto alla sua carriera con i Rangers, potrebbe un giorno continuare quanto iniziato con così promettenti risultati. Intanto speriamo che non sia un massacro, a domani per un commento.

Stefano Faccendini

EX

Argomento delicato lo so, un vero terreno minato. In seguito al derby di domenica scorsa tra Tottenham e Arsenal, come previsto l’ex di turno Emmanuel Adebayor è stato oggetto di cori offensivi e insulti vari. Le due società si sono dette disgustate e stanno cercando, almeno così affermano, i responsabili. Ricordando l’incidente di cui fu vittima la nazionale del Togo nell’ultima Coppa d’Africa, i sostenitori dei Gunners  hanno cantato “It should have been you — shot dead in Angola — it should have been you.” Ora, lungi da me condonare insulti violenti ma lungi da me anche fare il moralista. Allo stadio è qualche anno che vado e il comportamento nei confronti dei rivali più odiati è sempre lo stesso. Si picchia dove si pensa di far più male. Qualsiasi voce messa in giro dai giornali, appartenenza religiosa, credo politico, orientamento sessuale vero o presunto, segno fisico particolare, colore della pelle ecc diventa risorsa a disposizione per offendere. Non è giusto ma funziona così. A dire il vero, la canzoncina dedicata ad Adebayor, non è neanche una delle peggiori che ho sentito nella mia vita da tifoso. Ovvio, ciò non la giustifica ma allo stesso tempo non diamole troppa importanza. Il centravanti degli Spurs, quando si fece un campo di corsa per andare a celebrare davanti ai tifosi dell’Arsenal il suo gol all’epoca realizzato con la maglia del Manchester City, sapeva che non avrebbe mai più ricevuto un Christmas card da quella zona di Londra. È sempre lo stesso discorso, dimostrare rispetto per poi esigere rispetto. Adebayor come calciatore è nato con i Gunners e forse un po’ più di riconoscenza e meno polemiche non avrebbero guastato. Quello che si dice sugli spalti muore là, nessuno avrebbe voluto vedere veramente il giocatore ferito da un’arma da fuoco o peggio. Pessimo gusto? Sicuramente. Reato? Non esageriamo.

Stefano Faccendini