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Archive for novembre 2011

Dolore

29 novembre 2011 1 commento

Quando il Leeds United vinse l’ultimo campionato di First Division, prima dell’avvento della Premier League, con un mix di vecchie glorie e giovani campioni, aveva un giocatore che spiccava per maturitá, grinta e classe, Gary Speed. All’epoca aveva solo 23 anni, il mio primo ricordo. Dopo aver abbandonato il club dove era cresciuto andò a fare il capitano dell’Everton, squadra di cui era sempre stato tifoso. Solo due stagioni prima di decidere, senza fare polemiche, di lasciare il Merseyside ed andare al Newcastle di Bobby Robson. A 35 anni Allardyce lo volle come chioccia al Bolton, un leader e un esempio. Con i Wanderers divenne il primo giocatore a sorpassare il traguardo di 500 presenze in Premier League. Rimase fino al 2008 prima di accettare l’offerta dello Sheffield United di cui divenne poi, in un periodo di crisi, anche allenatore. Attaccò gli scarpini al chiodo all’etá di 41 anni. A 42 era giá il tecnico della nazionale gallese. Con i dragoni in carriera aveva guadagnato 85 “caps”, solo il portierone Neville Southall ne vanta di piú. Dopo un avvio incerto anche il Galles sembrava aver piú confidenza, fiducia nei propri mezzi e nei propri giovani come Ramsey e Bale schierati insieme a veterani quali Bellamy e Earnshaw. Una carriera tra campo e panchina senza macchie: Speed è stato un giocatore di sostanza, poche chiacchiere e tanto impegno. Non ha cercato il contratto con lo squadrone, e avrebbe potuto, ma dopo aver vinto da giovane ha seguito piú il cuore che non il portafoglio. Leeds, Everton, Newcastle, Bolton, Sheffield sono piazze oneste, con una tifoseria appassionata che stima professionisti “no nonsense”, con una faccia pulita e un amore per il tackle com’era Speed. Poche interviste ma sempre brillante quando invitato in televisione. Speed era un prodotto di un calcio ormai andato e mai abbastanza rimpianto, mai sulle pagine dei giornali se non in quelle sportive fino a ieri purtroppo. La notizia della sua morte mi ha scosso e rattristato. Pensare che un combattente nato come lui potesse essere così disperato da togliersi la vita, che i suoi silenzi e i suoi sorrisi potessero nascondere un dolore così profondo mi ha colpito nel cuore. È stato un grande. Onore e rispetto. RIP.

Stefano Faccendini

Categorie:Attualitá

Il brutto anatroccolo

24 novembre 2011 Lascia un commento

Lo spettacolo della Premier League, per usare un linguaggio televisivo, lo scorso weekend non lo ha offerto Chelsea v Liverpool e neanche Man City v Newcastle. Il partitone della giornata è stato, senza dubbio, Wigan Athletic v Blackburn Rovers, un autentico spareggio salvezza giá di novembre, un “six pointer” come chiamano da queste parti tale tipo di incontri. Ha avuto tutto: azioni non stop, entrate decise, falli, cartellini gialli e rossi, rigori, episodi controversi, il secondo gol degli ospiti su calcio d’angolo non battuto, occasioni da rete e gol, tanti, sei. Dico subito di essere contrario alle teorie che squadre limitate tecnicamente non fanno vero spettacolo. Anche gli errori contribuiscono al divertimento, intrattengono, così come poi la voglia degli stessi giocatori che li hanno commessi di farli dimenticare con prestazioni ancora piú sentite. Queste due squadre occupano gli ultimi due posti in classifica. Il Blackburn è lontano parente di quello costruito con dedizione e passione dal suo ex proprietario Jack Walker, quello che vinse la Premier League con Shearer e Sutton di punta. Ora è in mano ai “chicken brothers”, una famiglia indiana che ha fatto fortuna con il commercio dei pennuti, che non sembrano troppo interessati alla sorte del club. Quando cacciarono Sam Allardyce, perchè alla ricerca di un calcio piú attraente e spumeggiante, in pochi pensavano che si sarebbero fermati, nella ricerca del suo successore, a Steve Kean, meno di tutti i loro stessi tifosi. Come Kean possa resistere ad una contestazione così costante, continua e feroce da parte dei suoi stessi fans è allo stesso tempo motivo di meraviglia e, in qualche modo, di perversa ammirazione. Una cosa è l’essere insultato dai tifosi avversari ma dai propri, ogni weekend, deve essere veramente dura, se non altro dimostra un carattere non indifferente.

Dall’altra parte avevamo il Wigan, il brutto anatroccolo della favola English Barclays Premier League. In molti vorrebbero vedere i Latics retrocessi. Le TV prima di tutti forse: il DW Stadium, è sempre mezzo vuoto e non è un bel vedere. La squadra sembra salvarsi sempre per il rotto della cuffia non offrendo quasi mai spunti tecnici degni di nota. Piú che campioni attrae giocatori che altri pensano finiti, sconosciuti o promesse non mantenute. Il loro impianto porta le iniziali del proprietario, di David Whelan, un ex giocatore la cui carriera fu tagliata corta da un infortunio e che rilevò il suo primo negozio di sport e pesca nel 1977 (che poi fece diventare uno dei marchi piú noti tra i negozi di abbigliamento sportivo, JJB).

Quando comprò il Wigan sapeva benissimo che lo sport primario in cittá era giocato con la palla ovale, che non avrebbe attratto grandi folle nè che avrebbe messo su squadre talmente forti da convincere gli appassionati di rugby a sedere intorno anche al campo da calcio. Quando decise di investire nel club nel 1995, l’anno in cui il Blackburn, per il quale aveva giocato fino all’infortunio, vinse il titolo di campione d’Inghilterra, questo si trovava nella vecchia terza divisione, con uno stadio fatiscente, Springfield Park, e una squadra senza futuro. Promise la Premier League, promessa riuscita a mantenere 10 anni piú tardi.

Grazie al suo entusiasmo e all’apporto di giocatori e tecnici o giovani o con qualcosa da provare, nonostante limiti oggettivi di numeri e risorse, il Wigan è arrivato di diritto, con merito, nell’elite del calcio inglese e al momento è ancora una delle poche squadre a poter dire di non essere mai retrocessa dalla massima categoria. Molti tifosi neutri non reputano i “latics” degni di essere dove sono, semplicemente perchè sono pochi e perchè la maggiornanza dei loro concittadini preferisce il rugby. Non credo sia un atteggiamento giusto nei confronti di quelle migliaia, per poche che siano, di sostenitori che comunque li seguono, in casa e, in numero molto minore, in trasferta. Perchè non avrebbero diritto di vivere la loro favola? In Roberto Martinez hanno un tecnico giovane e leale, non lasciò la panchina per andare al Villa quando cercato perchè aveva promesso al suo presidente che avrebbe rispettato il contratto, in Dave Whelan un proprietario che non è ovviamente nel “footbal business” per fare soldi ma per continuare a vivere la passione che il calcio trasmette in prima persona, dopo essere stato costretto a rinunciare a buona parte della sua carriera di calciatore. Ultimamente ha detto di voler un giorno passare le redini del club al nipote, fondare una dinastia di famiglia che dia al Wigan una continuitá nel board essenziale per poter far poi bene sul campo. “Non fa niente se a fine anno retrocederemo – ha detto – ci rimboccheremo le maniche e faremo in modo di tornare subito su. C’è una determinazione radicata in questa realtá che non ho visto da nessuna altra parte. Questo club sará sempre qui per la gente di Wigan” senza mai arrendersi, senza sprecare milioni in grandi nomi che non resteranno mai dopo una stagione decente, senza tradire i principi che quelle poche migliaia di tifosi condividono, impegno e onestá.

Io auguro loro di salvarsi di nuovo, saranno “brutti” da vedere ma continuano ad essere una bella favola.

Stefano Faccendini

Categorie:Attualitá

Senza vergogna

11 novembre 2011 2 commenti

C’è da chiedersi come reagiranno i tifosi del Newcastle United all’ultima notizia che li riguarda. Sembrava che l’odio per Mike Ashley fosse tutto ad un tratto sparito, merito di un inizio di campionato sorprendente da parte degli uomini di Alan Pardew. Niente piú proteste, sit-in, striscioni contro la cd Cockney Mafia. L’oppio dei popoli non è la religione, a quanto pare, ma una striscia di risultati positivi. Proprio quando i sostenitori delle magpies stavano pensando che il loro pasciuto presidente potesse essere di nuovo ammesso a scolarsi qualche pinta in un sorso solo in mezzo a loro, ecco che è arrivata la sorpresa. Il loro amatissimo St James’ Park, la loro cattedrale, il cuore pulsante della nazione Geordie, da oggi si chiamerá Sports Direct Arena in onore della catena di circa 400 negozi di articoli sportivi, tra cui il celeberrimo Lillywhites di Piccadilly Circus mèta di qualsiasi turista a caccia di merchandising scontato, fiore all’occhiello dell’impero dello stesso Ashley. Sono curioso perchè troppo spesso i tifosi del Newcastle si sono autodefiniti come i piú passionali di Inghilterra, classificando come unica una esperienza dal vivo a St James’, con il loro modo di tifare, i cori assordanti, il vivere per la squadra in un’area del paese che offre altrimenti poco, definendo il rapporto con i colori e la tradizione calcistica locale come di altri tempi. Ora è arrivata la sveglia. Approfittando del momento felice della squadra, che ha messo a tacere le contestazioni, Ashley ha deciso di vendere i diritti del nome di quella che è stata la casa del Newcastle dal 1892. Il direttore generale Derek Llambias si è giustificato:

 “I would hope to generate between £8m-10m a year, that will give us another player, to compete we need to go further, we’ve had a fantastic start. The fans want us to buy more players, we need a new striker in January, we’ll need replacements in the summer. We need to give ourselves as much of a chance as possible.”

Si può quindi sacrificare tutto per qualche milione in piú, per un giocatore in piú, come ammeso da lui visto che parla di otto/dieci milioni l’anno (siamo lontani talmente tanto dalle cifre dell’Arsenal o del Manchester City che ci si chiede se ne valga la pena), per arrivare un gradino piú in su, come se questo fosse cosa garantita. È normale, lo ha fatto il Brighton con il nuovo stadio, Il Burton, il Leicester, il Bolton, l’Hull che c’è di strano? Forse che nessuno di questi stadi era il St James’, nessuno di questi impianti aveva la sua storia. Per questo colpisce e lascia attoniti. Tutti coloro che la vedono come una cosa normale e necessaria, che considerano le tradizioni un freno per lo sviluppo futuro, dovrebbero considerare che i soldi spesso finiscono nelle tasche delle persone sbagliate, oggi qui domani chissá, mentre svendere parte della propria identitá è per sempre. Saranno poi così vitali per il futuro del club questi otto/dieci milioni l’anno? O non sará un affare per Mike Ashley apporre nome e logo della sua impresa su cancelli e tribune, sui giornali, sui programmi delle partite e qualsiasi altro tipo di materiale legato al Newcastle?

Stefano Faccendini

Categorie:Attualitá

Arrivano i dollari

4 novembre 2011 2 commenti

Nell’agosto del 1945, al termine della Seconda Guerra Mondiale, il presidente americano Truman, tra i vari documenti che gli misero davanti, firmò anche quello che sancì la fine dell’accordo Lend-Lease grazie al quale si era fornito a tutti gli alleati che avevano combattuto contro la Germania, e principalmente alla Gran Bretagna, qualsiasi bene o risorsa di cui avessero avuto bisogno per tutta la durata delle ostilità. Per quanto fosse una misura prevista, ovvio che staccare la spina in un momento in cui non solo l’Inghilterra ma gran parte dell’Europa era in ginocchio in mezzo alle sue rovine, provocò non pochi problemi.

66 anni dopo, il buon Enos Stanley (Stan) Kroenke, americano del Missouri, e per qualche misterioso motivo azionista di maggioranza dell’Arsenal, si deve essere sentito un pò come il presidente Truman, un benefattore la cui generosità, in tempi difficili, allora per l’intero paese ora per il calcio, non viene apprezzata da chi ne beneficia. Stan non ha parlato neanche in prima persona ma ha difeso “gli aiuti americani” prestati dalla famiglia Glazer. Considerando che finora era apparso sempre molto poco e parlato ancora meno, è strano che abbia deciso di esternare questi suoi pensieri in modo così diretto, aprendosi di fatto ad un fuoco di critiche. Forse sta pensando di seguire il modello Man Utd ed era un modo di cominciare a preparare i tifosi dei Gunners? Vedremo. Comunque ecco quello che si è sentito di dire:

“Since they took over they have won and they have increased revenues by a huge amount. If I was a fan of that club, I would go there and go ‘Wow!’ because how could you do it any better?”

E infatti parte dei tifosi del Man Utd hanno pensato “Wow” e se ne sono andati formando l’FC United o decidendo semplicemente di non tornare più all’OT. I Glazer hanno comprato un business, non una squadra di calcio, l’hanno finanziato indebitandosi all’inverosimile offrendo come garanzie gli assett dello stesso club, e lo gestiscono in maniera distaccata, preoccupandosi più dei sostenitori che vivono a Hong Long che di quelli che abitano a Salford. Il fatto che abbiano aumentato i ricavi dovrebbe spingere i tifosi a dire “Wow”? E per quale motivo? Forse perchè da quando sono arrivati loro i biglietti delle partite sono aumentati più del 40%? A me viene in mente un’altra parola, quattro lettere e non è wow!

“We have a whole different philosophy I think in the States, maybe, but I think it’s time maybe for everybody to think a little bit. I think they ought to think about who invests in these clubs.”

Ne siamo al corrente. Sappiamo che negli USA c’è una filosofia differente. Si possono possedere più squadre, non ci sono promozioni e retrocessioni, la televisione regna sovrana ancora più che qui in Europa, il calcio non piace a nessuno o quasi, i tifosi si portano tavoli e sedie da casa e organizzano bbq nei parcheggi fuori lo stadio, i club possono essere comprati e spostati, i nomi delle squadre sono ridicoli (solo Stan possiede i Denver Nuggets, sembra un menu di Burger King, i Colorado Avalanche e i St Louis Rams). Senza offesa ma il problema è proprio questo, la filosofia differente: a noi non piace. Saremo anche degli inguaribili romantici ma tradizione, senso di appartenenza, bandiera, nome, stemma, colore, stadio, sono cose a cui teniamo. Folli? Forse, se tutto viene misurato da Stan in termini di profittabilità di investimento allora senza dubbio, ma preferiamo così.

“He (Glazer) took money out of the club. So what? (LA Lakers owner) Jerry Buss takes money out of his club. A lot of owners in the US do. No-one ever says anything about it. Did the Lakers win anything? Well, yeah. They did. How big is their revenue? Pretty darn good”

So what? Beh, se prima il mio club, quello che io finanzio in piccolo con il biglietto della partita, comprando il merchandising o l’abbonamento TV, era il più solido e autosufficiente nel mondo, ora grazie ai Glazer, è diventato il più indebitato, qualcosa da ridire potrò avercela? Di nuovo il paragone con una squadra, di basket (!!!), americana e di nuovo il riferimento al revenue. Non si scappa, la vera filosofia alla base di tutto è quanto si può fare, ricavare da questo investimento nel soccer e se ciò vuol dire rinominare Old Trafford Pizza Hut Arena o chiamare l’Arsenal The Islington Nuggets o spostare il Plymouth nelle Midlands quale sarebbe il problema?. Anzi, i tifosi dovrebbero essere contenti perchè il revenue aumenterebbe. Lo sport è un business, lo capiremo mai? Io dico di no.

Stefano Faccendini

Categorie:Attualitá