In Arsene we trust

Piú volte questa scritta è comparsa sugli spalti dell’Emirates Stadium ma il credito che il tecnico francese aveva ammassato dal 1996, anno del suo arrivo nel nord di Londra, al 2004, stagione in cui i Gunners vinsero il titolo imbattuti, sembra assottigliarsi sempre di piú.

Si sa, la pazienza dei tifosi, di alcuni piú che di altri, è inversamente proporzionale al numero di stagioni senza trofei. Piú queste aumentano, l’ultimo pezzo di metallo di un certo valore a finire in bacheca è stata la FA Cup nel 2005, piú la gente sugli spalti si agita. Con  cadenza regolare tornano fuori i soliti argomenti: i tifosi biancorossi sono quelli che nel Regno Unito pagano i prezzi piú alti per vedere le partite della loro squadra in casa. Per questo motivo esigono, verbo non messo a caso, che il club spenda somme importanti per assicurarsi quei giocatori che invece regolarmente finiscono ad indossare maglie diverse. Non che l’Arsenal non ci provi, come la scorsa estate con Mata, ma sembra che nel momento in cui qualche nuova realtá con storia corta ma tasche molto lunghe, decida di puntare lo stesso giocatore per i Gunners non ci sia speranza. Basta a giocare al rialzo e i professionisti di questi tempi, di fronte a contratti miliardari, accettano magari di fare panchina nella piovosa Manchester, sponda celeste, piuttosto che capitanare una delle squadre piú gloriose d’Europa che gioca in una delle cittá piú affascinanti del mondo. Stessa cosa per molti ragazzi o professionisti salvati dall’oscuritá dal tecnico francese. Fatte le ossa all’Arsenal partono dopo un’annta decente denunciando una mancanza di ambizione che sono loro i primi a tradire. Wenger ha sempre mostrato, facendo seguire i fatti alle parole, di rifiutare di pagare somme principesche per giocatori discreti ma non eccezionali. Il suo scoprire talenti in ogni parte del mondo con un occhio al budget e un altro alle statistiche, gli è valsa l’eterna ammirazione anche di Billy Beane, allenatore di baseball e ormai famoso autore del libro Moneyball, da cui è stato tratto un film con Brad Pitt da poco nelle sale italiane. Ottime intenzioni, magari lo facessero tutti, e sicuramente per i padroni “dell’azienda” un comportamento da lodare ma, come il gruppo degli “indignati” dell’Emirates ama ripetere, “this is an FC not a PLC”.

Quanto successo domenica scorsa dopo la sostituzione del giovane talento, pagato anche profumatamente per gli standard dell’Arsenal, Alex Oxlade Chamberlain è stato un chiaro segno del nervosismo che regna nei dintorni di Islington. Non ha aiutato che il giocatore scelto per sostituire colui che la folla aveva riconosciuto come miglior in campo fino a quel momento, fosse Andrei Arshavin, un calciatore fisicamente a Londra ma mentalmente in un altro emisfero. La cosa che fa infuriare i tifosi è che il russo neanche provi a nasconderlo. Il suo “body language” è quello di un calciatore deluso, non si sa da cosa, che preferirebbe magari farsi una passeggiata su Seven Sisters Road piuttosto che stare in campo in quel preciso momento. Persino a RVP è uscito d’istinto un “No!” appena si è accorto di quanto stava succedendo a bordo campo. Se prima era Almunia il capro espiatorio ora lui, Chamakh e quasi tutta la difesa sono saliti sul banco degli imputati e in molti sperano anche con almeno un piede su un areo con biglietto di sola andata.

Il coro di “you don’t know what you’re doing” che è risonato nello stadio dopo che in pochi istanti dalla ormai famosa sostituzione il Man Utd aveva segnato il gol vittoria a tanti è sembrato esagerato. La persona a cui era diretto, il Professore, era sempre uno dei soli due allenatori a cui l’Arsenal ha dedicato un busto di bronzo. A Wenger è stato riconosciuto il merito di aver rivoluzionato, in meglio, il club così come avvenne con Herbert Chapman negli anni 30. Che poi sia lui a non voler spendere o che copra una societá ancora alle prese con il conto da pagare per il nuovo stadio sarebbe da vedere. Una cosa è  certa: il francese ha controllo assoluto su qualsiasi questione inerente la prima squadra, e non solo, i suoi collaboratori non hanno voce in capitolo. Forse accentrare tutte le responsabilitá su sè stesso non è stata una mossa troppo astuta. Prima che ne paghi le conseguenze, e prima che i tifosi dei Gunners lo comincino a rimpiangere, sarebbe il caso che cercasse un aiuto.

Stefano Faccendini

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Contro tutti

Post della settimana scorsa che non ho avuto il tempo di caricare:

Immaginate di uscire da casa per andare al lavoro la mattina. I vicini vi ignorano, la gente sull’autobus vi insulta, sul posto di lavoro siete guardati con sospetto, criticati a prescindere, tollerati. Tutti vi chiedono di dare le dimissioni, di fare l’unica cosa sensata che vi e’ rimasta: sparire. Questa piu’ o meno deve essere la giornata tipo di Steve Kean, allenatore mai troppo amato dei Blackburn Rovers. Dopo il licenziamento di Sam Allardyce ad opera dei proprietari indiani del club, pare non contenti del tipo di gioco praticato dalla squadra, la sua nomina fu tollerata in quanto da tutti ritenuta temporanea. Anche il salvataggio all’ultima giornata se da una parte porto’ un grande sospiro di sollievo, dall’altra non fece dimenticare la presunta causa di quella posizione in classifica dopo 38 giornate. Per la maggioranza dei tifosi dei Rovers semplicemente Kean non era all’altezza. Di sicuro anche i commercianti di pollame asiatici alla guida della societa’ se ne sarebbero accorti e avrebbero preso le loro contromisure, nel nome e nella forma di un allenatore con piu’ esperienza e acume tattico. Invece niente. Kean e’ rimasto e anche la squadra e’ cambiata poco. Dopo tutte le, solite, dichiarazioni rilasciate al momento del passaggio di proprieta’, Anuradha Desai & Co hanno scelto un profilo talmente basso da risultare quasi invisibili. Se loro sono rimasti in India pero’ , il povero Kean si e’ ritrovato ad affrontare tutta la contestazione da solo. E’ brutto essere insultato e deriso dai tifosi avverarsari ma quando sono i tuoi a farlo la sofferenza deve essere indicibile. Eppure lo scozzese, in questo clima ostile, ha dimostrato una grinta e una personalita’ che in molti non si aspettavano. Quando il Blackburn, dopo la vittoria contro il Fulham, ha abbandonato finalmente gli ultimi tre posti in classifica, anche qualcuno dei suoi storici e piu’ caparbi detrattori si e’ dovuto sentire un po’ in imbarazzo. Perche’ e’ vero, i Rovers non giocano bene e Kean e’ inesperto ma almeno il loro dovere tentano di farlo. Si puo’ dire la stessa cosa dei tifosi sugli spalti? Forse abbandonare questa contestazione cosi’ feroce farebbe bene a tutto l’ambiente. Per il momento tanto di cappello ad una persona data per spacciata da tutti i bookmaker ma che ha deciso di ribaltare un destino che altri avevano scritto per lui.

Facce da schiaffi

Joey Barton non è un tipo simpatico, lo sa e non gliene frega niente. È opinione comune che il calcio lo abbia salvato dalla prigione, cosa che non è riuscita del tutto, 77 giorni ospite di sua maestà se li è fatti, e per niente con suo fratello. Non si è limitato a picchiare gente qualunque ma anche l’ex compagno di squadra Dabo ancora porta i segni del suo temperamento. Non è quindi una sorpresa se sia fischiato ovunque si rechi. Il suo non è un uscire dalle righe normale, buffo, divertente, Barton mette paura. Sarebbe però più giusto usare l’imperfetto visto che ultimamente l’ex calciatore del Manchester City sta cercando di ricostruirsi una reputazione e un’immagine. Delle sue qualità in campo non si discute, neanche i tifosi avversari possono negarlo, al suo club attuale, il QPR, è una spanna sopra al resto della squadra. Fuori sta diventando un modello di calciatore moderno. Il suo utilizzo intelligente e provocatorio di Twitter lo ha reso un comunicatore. In molti suggeriscono che l’ultimo arrivato nella galassia dei social media sia il preferito degli sportivi perchè ammette al massimo 130 caratteri. Barton li utilizza spesso e volentieri e la gente prende nota, addirittura in un articolo della BBC si legge “…he has reinvented himself on Twitter as a philosophical sportsman to rival Eric Cantona in his heyday….” forse un commento generoso ma ciò non toglie che, come a tutti, anche a lui dovrebbe essere data una seconda possibilità. La sua espulsione contro il Norwich è stata ridicola, sarebbe ora che non venisse giudicato solo in base alla sua reputazione.

Dopo il derby di Manchester invece Alex Ferguson ha consigliato a Rooney di farsi una ragione del morboso interesse nei suoi confronti:  “…There is absolutely no problem with Wayne Rooney…you hear this stuff all the time and what Wayne has to realise is the media have another Paul Gascoigne…they have a headline maker, whether it is good or bad, and Wayne is going to have to suffer that…”. Mi permetto di differire da Sir Alex. Gascoigne era un genio. Matto, è vero, ma un genio. Rooney ha grinta, segna gol, sembra un bulldog ma Gascoigne era magia. I suoi anni al Tottenham, prima dell’infausta finale di FA Cup del 1991, rimarranno scolpiti nella memoria di chi lo ha visto giocare. E Gazza sapeva qual’era il suo posto, con i suoi amici di sempre, con Jimmy Fivebellies, non provava a farsi ammettere nello showbitz seguendo la scia dei Beckhams, rottava nei microfoni e nascondeva stronzi nella doccia dei compagni di squadra come un ragazzino scatenato in campeggio. Cercate su internet le foto di Gascogine, ce ne sono moltissime di gioco ma altrettante buffe e divertenti, così come gli aneddoti raccontati dai suoi ex compagni e allenatori, anche quelli seri come Zoff. Rooney è finito sulle prime pagine dei giornali perchè è andato con una prostituta mentre la moglie era incinta, molto più squallido. Per me non è un paragone che regge quello fatto dal manager dello United. Ma è normale che cerchi di proteggere l’ennesimo dei suoi giocatori che offre alla stampa scandalistica colonne di inchiostro gratis. Forse per questo ha richiamato Paul Scholes, gli serviva gente per bene e pulita.

Terzo turno

Non occorre specificare di cosa. Sono i primi di gennaio, la FA Cup entra nel vivo per molti, per altri è iniziata quando la maggior parte delle persone si godeva ancora le vacanze estive. Una delle sorprese piú gradite è stata la serietá con cui la maggior parte delle squadre di prima fascia ha affrontato la competizione dopo anni in cui in molti avevano lamentato un declino del prestigio del trofeo dovuto all’atteggiamento snob proprio dei club piú importanti. Il derby di Manchester è stata una partita a cui non è mancato niente, anzi forse sì, un giocatore per 78 minuti, peccato che una sfida del genere in quelle condizioni metereologiche e con quel pubblico sia stata rovinata da un arbitro fin troppo ligio al regolamento. Il Chelsea ha schierato i migliori undici sapendo bene che questa coppa potrebbe rappresentare la differenza tra sufficienza e fallimento della stagione. Tottenham e Arsenal hanno mischiato titolari e panchinari in lotta per un posto un squadra con esito soddisfacente. Persino il QPR è sceso in campo con la formazione migliore, nonostante il suo allenatore sia solito snobbare questi eventi, ma il pareggio all’ultimo minuto sul campo del Franchise FC non ha impedito a Neil Warnock di perdere il posto. Nessuno mi leverá dalla testa che questa decisione non è stata presa for football reasons only. Warnock non è una persona piacevole, non è simpatico e non credo solo agli avversari. Penso che neanche in famiglia sia troppo popolare. Per una persona che va, due che ritornano. Paul Scholes, pochi mesi dopo il suo ritiro dal calcio, è dovuto correre per aiutare il suo United in piena crisi infortuni. Piuttosto che comprare comparse nel mercato di gennaio Sir Alex ha scelto la serietá e la sicurezza del suo veterano. Thierry Henry ha firmato due mesi di contratto per il club che gli ha eretto una statua, in attesa di tornare a trotterellare nella MLS (e la stessa cosa hanno fatto Donovan all’Everton e Keane al Villa). In molti si sono chiesti se Wenger abbia fatto bene: io non penso che, RVP a parte, i Gunners abbiano davanti questi fenomeni, un paio di mesi di Henry sono sempre meglio di un paio d’anni di Arshavin e una ventina di Chamakh. Il boato del suo ingresso in campo l’ho sentito dal divano di casa. Gli sono bastati 10 minuti dal suo ingresso in campo per eliminare il Leeds. La cittá di Liverpool continua a dividersi in buoni e cattivi. La parte rossa è di nuovo al centro di accuse di razzismo, dopo i giocatori, questa volta i tifosi. La parte blu, settimane dopo Gary Speed, ha pianto un altro ex (a dire il vero ex anche dei Reds), Gary Ablett, l’unico giocatore ad oggi ad aver vinto la FA Cup con Everton e Liverpool. David Moyes ha dimostrato di nuovo di essere un signore, aspettando a bordo campo e stringendo la mano a tutti i giocatori del Tamworth a fine partita. Una squadra di Premier che invece ha effettuato nove cambi rispetto alla formazione schierata nell’ultimo turno di campionato è stata il Wigan ed infatti ha ottenuto quanto meritato, una figura meschina. L’allenatore dello Swindon ha confessato in tv che battere le riserve della penultima formazione di Premier League è stato “the best moment of my life” con buona pace dei suoi ex tifosi italiani, scozzesi e inglesi a cui queste parole venivano proferite con ricorrenza annuale. Il Sunderland è passato a Peterborough e, detta così, non è una gran sorpresa. Basta invece scorrere l’elenco delle potenze calcistiche che avevano fatto fuori dalle coppe nazionali i black cats nelle ultime stagioni (dal Bury al Notts County) per realizzare ancora una volta la differenza tra un allenatore, O’Neill, e due persone che erano sedute in panchina (Keane e Bruce). In attesa degli scontri di fine mese un’ultima osservazione. Si è detto tanto delle squadre che non prendevano sul serio la FA Cup. A giudicare dagli spalti vuoti in molti stadi, sembra invece che la piú antica competizione domestica ad eliminazione diretta del mondo sia snobbata proprio dai tifosi.

2011

Un altro calendario nel cestino della spazzatura, un’altra stagione con qualche momento da ricordare e molti altri da dimenticare. Il ritorno del Wimbledon nel calcio professionistico per il sottoscritto rappresenta l’evento calcistico dell’anno. Soltanto nove anni dopo il furto targato MK, un club rifondato, gestito e finanziato dai propri tifosi è riuscito ad uscire dalle affascinanti paludi del non league football per dimostrare a tutti cosa amore, passione e determinazione possano conquistare a dispetto di ogni ingiustizia e prepotenza. Rimanendo in tema, da segnalare anche l’approdo in Premier League dello Swansea. No, non perchè gallesi ma perchè anche in questo caso i sostenitori possiedono parte del club, il 20%, caso unico nella elite del calcio inglese. Sempre in Galles anche il Wrexham è passato finalmente in mani piú sicure, quelle del Supporters Trust. Saluto con soddidfazione il trasferimento del Brighton nel loro stadio al confine con un’oasi naturale: lasciato l’inguardabile Withdean, dimenticati gli anni passati in affito in casa del Gillingham, il Falmer, infelicemente ribatezzato Amex, Stadium è arrivato 14 anni dopo il furto del Goldstone Ground. È stato insolito e curioso vedere il Man Utd perdere in casa 1-6, anche se contro una squadra fabbricata a petrodollari, dopo aver preso a schiaffi, 8-2, un Arsenal che neanche Arsene Wenger riesce piú a nascondere dietro i soliti errori arbitrali: what goes around comes around verrebbe da dire. Allo stesso modo sono curioso di vedere come finirá AVB alla corte dello Zamparini della steppa. Abramovich insiste nel licenziare allenatori e nel comprare giocatori che non servono o sono sopravvalutati non realizzando che è la spina dorsale della squadra che non è piú quella che era. Infine, quando sembrava che il calendario non potesse fare in tempo a regalare piú sorprese in tempo per fine anno, ecco che il Sunderland annuncia l’ingaggio di quello che da parecchio tempo ormai è sicuramente l’allenatore piú in gamba di tutto il Regno Unito. Martin O’Neill non regala sogni, te li fa vivere. Da un punto di vista personale sono stato contento di aver completato tutti i turni della FA Cup (iniziando dal primo turno di qualificazione) anche se il divertimento maggiore si è fermato al terzo turno, quindi a gennaio. Speriamo che anche il 2012 possa regalare qualcosa per i ricordi e non solo che faccia volume.