Se questo è fair play

Fair Play. In tanti, troppi, si riempiono la bocca con queste parole. Giocatori, allenatori, tifosi, arbitri, UEFA, FIFA. Che cos’è però veramente? Rispetto dell’avversario? Comportarsi secondo le regole e in modo onesto? Accettare la sconfitta riconoscendo il valore dell’avversario? Avere un codice etico-sportivo? Forse un insieme di tutte queste cose ma decisamente non i comportamenti forzati per la platea di pseudo giornalisti e neo appassionati. L’andarci piano contro una squadra che è alle corde non è fair play, vuol dire ingannare i tifosi paganti e umiliare l’avversario non concedendogli neanche la possibilitá di una sconfitta dignitosa, la pietá non regala mai onore.

E non è decisamente fair play, ad esempio, la finta amicizia messa in scena alla cd Scala del Calcio qualche sera fa tra Milan e Barcellona. Questo fermarsi appena un giocatore era toccato, buttare il pallone fuori quando nessuno lo aveva chiesto, questo rispetto del Dio Messi ormai quasi intoccabile ed inavvicinabile, pena una valanga di cartellini di ogni colore. È stato uno spettacolo stucchevole, oltre tutto di contorno ad una partita tanto pompata quanto deludente. E poi a fine gara che succede? I presunti amici accusano arbitro, tattiche e condizioni del campo. Volano esposti alla UEFA, difese imbarazzate, polemiche e parole di stizza, almeno fino a martedì quando tutti torneranno ad essere amici, per qualche manciata di minuti. Ridicoli.

Sarò anche datato e fuori dal tempo, ma cosa c’è di male con il sano agonismo? Con il  voler vincere nelle regole ma a tutti i costi? Con l’approccio “ti stringo la mano prima e dopo ma nei 90 minuti di gioco non ti conosco”? Meglio allora la mega rissa alla fine di Bradford City v Crawley Town in League Two con 22 giocatori che prima se le danno apertamente e di santa ragione e poi chiedono scusa spinti dalle rispettive societá. Se a qualcuno queste cose danno fastidio può comunque concentrarsi sulla partita, di sicuro molto piú viva e sentita di quella giocata tra rossoneri e catalani. Per me fanno parte del calcio e, visto a cosa si sta riducendo, dello spettacolo.

Tapas amare

Tornato per qualche giorno a Londra dal temporaneo esilio nel nord Italia che sto vivendo, nel mio local (pub) ho incontrato un paio di amici dello Stoke che  si godevano qualche pinta prima di raggiungere il White Hart Lane. Mi hanno raccontato la loro trasferta di Valencia. Ovvio che dopo un gruppo di Europa League che li aveva portati in Ucraina, Israele e Turchia, un viaggio in Spagna sembrava troppo bello per essere perso. Pare circa 5000 tifosi dei Potters siano arrivati al Mestalla, come non lo so, sarebbe curioso chiederlo a tutti. Ho aggiunto questo commento perche’ quanto raccontatomi, se da una parte ha dell’incredibile dall’altra non mi ha stupito piu’ di tanto. Per chi, come me, in Spagna e’ andato spesso come tifoso in trasferta, esiste infatti la consapevolezza che le forze dell’ordine iberiche possano farci sentire la mancanza della nostra celere e i loro pregiudizi tuttora esistenti nei confronti dei sostenitori inglesi non si sono mossi di un mm negli ultimi 30 anni.

Il viaggio era stato organizzato in modo da arrivare nel pomeriggio del giorno precedente la partita  via Madrid. Una volta arrivati a Barajas invece una solerte rappresentante della Iberia li informa che il primo volo disponibile sarebbe stato alle 21. Con calma fermezza viene fatto notare, prenotazione alla mano, che il loro era previsto per le 15. Niente da fare, tutti pieni, o quello o niente. I ragazzi capiscono l’antifona e decidono di ingannare il tempo al centro di Madrid piuttosto che in aeorporto. Tornati la sera scoprono che il volo prima era stato spostato alle 22 e poi alle 23. Nel frattempo un gruppetto di una sessantina di tifosi dello Stoke comincia a dare segni di impazienza. Ormai a notte fonda vengono fatti accomodare sull’aereo. 45 minuti cinture allacciate fermi sulla pista. Qualcuno alza la voce. Il comandante annuncia che c’e’ un guasto e non si parte. I passeggeri scendono e vengono fatti accomodare su due bus circondati dalla polizia, uno per gli inglesi, uno per gli spagnoli/resto del mondo, un po’ quello che succedeva nel Sud Africa pre Mandela. Visto che un bus e’ strapieno e l’altro semivuoto, alcun tifosi dello Stoke provano a spostarsi. Vengono bloccati neanche fossero membri di al Qaeda pronti a farsi esplodere. A tutti vengono chiesti i documenti con il solito tono minaccioso mentre l’altro pullman parte con gli altri passeggeri che poi vengono imbarcati su un altro volo. Qualcuno pensa di rispondere ai soprusi reagendo con le cattive, fortunatamente viene dissuaso, i robocob di Juan Carlos non aspettano che la scusa piu’ piccola per sgretolarti le ossa a manganellate. Senza parlare una parola di inglese giocano con i cognomi facendo l’appello per restituire i passaporti. Alla fine vengono spediti tutti fuori l’aeroporto, se vogliono possono aspettare il giorno dopo, il volo che avevano acquistato e’ perso e basta. Non un’alternativa, non una scusa. I miei due amici optano per il taxi (!) e si fanno portare a Valencia di notte, spendendo qualcosa come 250 euro e rischiando la vita in autostrada visto che la persona al volante lotta contro il sonno praticamente da subito.

La spiegazione delle autorita’ e’ il comportamento aggressivo e violento dimostrato dai fan dello Stoke. C.zzate, grandi, enormi c.zzate. In quasi tutti i paesi europei ogni tifoso inglese arriva e non solo si deve aspettare ostilita’ (eufemismo) da parte dei sostenitori di casa, ma anche una discriminazione di trattamento da parte di chi dovrebbe invece accoglierli a braccia aperte in quanto ospiti che all’estero non badano troppo a spese.

Sarebbe ora di smetterla.

Europa League

Ho trovato su vari siti una frase attribuita a Rory Delap, centrocampista dello Stoke City dalla rimessa laterale olimpionica, la piú lunga dai tempi di David Challinor del Tranmere, che a proposito dell’Europa League ha detto: “…magari non piacerà a tutti ma noi ci troviamo benissimo. Spalato sembrava una zona di guerra con i fuochi d’artificio che esplodevano ovunque. Sono state accese diverse torce anche negli altri stadi che abbiamo visitato finora (Thun, Kiev). Non so come riescano a far entrare quel materiale, ma i tifosi hanno contribuito a creare un’atmosfera spettacolare. È per questo che giochiamo a calcio. Se non si potessero assaporare notti come queste, non ci sarebbe davvero motivo per giocare”.

Mai stato piú d’accordo e per fortuna non sono stato il solo. Mentre le squadre del campionato spagnolo, francese o italiano snobbano la competizione a priori dopo aver lottato un campionato per centrarne la qualificazione, l’Athletic Bilbao, club molto basco e molto poco spagnolo, è arrivato contro ogni pronostico ai quarti di finale della competizione. Nel turno precedente hanno fatto fuori addirittura il Manchester United probabilmente ancora stordito dalla “retrocessione” dalla Champions. Per una volta si potrebbe anche puntare il dito contro Alex Ferguson, reo di aver sottovalutato il girone di qualificazione e di essere uscito contro un Basilea che ha mostrato poi il proprio valore nelle due partite contro il Bayern. Quanto ai Red Devils importasse dell’Europa League non lo sapremo mai ma la formazione scesa in campo all’Old Trafford nella gara di andata era quella titolare. In 180 minuti i baschi hanno dato ai “maestri inglesi” una lezione di calcio. Chi scrive non ha simpatia per le squadre di Manchester, a parte l’ FC United, ma in Europa sempre meglio vedere una formazione inglese arrivare fino in fondo piuttosto che altre. Eppure vedere i Leoni lottare con i colori dell’Ikurrina all’OT e poi ripetersi una settimana dopo al San Mamès mi ha dato speranza, è stata una di quelle cose che fanno bene al calcio.

Da una parte, per quanto leggendaria e di successo, c’era una squadra plurimiliardaria e plurindebitata, posseduta da una famiglia di americani assetati di soldi, concentrata su una dimensione di marketing globale e molto distaccata dalla realtá locale da cui molti tifosi si sentono sempre piú alienati. Dall’altra ce ne era un’altra che senza realtá locale semplicemente morirebbe. L’Athletic in Spagna non è tifato da molte persone fuori dai Paesi Baschi. Nelle sue fila ammette solo giocatori baschi, di discendenza basca o cresciuti in loco. Posseduta dai soci che eleggono il presidente, soltanto da poco ha ammesso uno sponsor sulle maglie, ovviamente basco. Nel mondo i romantici che seguono questo sogno di purismo regionale e di onesto rifiuto al calcio moderno non sono molti. La stragrande maggioranza guarda a quell’angolo d’Europa come ad un relitto di tempi che furono, al villaggio di Asterix e Obelix che resiste all’Impero Romano. Il loro affidarsi quasi interamente ai prodotti del vivaio di Lezama è la prova che evitare di spendere centinaia di milioni per mettere insieme una buona squadra non è utopia. L’unidici di Sir Alex all’andata vantava solo l’eterno Ryan Giggs e Jonny Evans cresciuti nel vivaio, il resto è arrivato nel Lancashire a seguito di piú o meno costosi trasferimenti.

Vero, era solo un ottavo di finale di Europa League, la figlia bastarda che la UEFA vorrebbe affogare per concentrare tutti gli sponsor sull’unica creatura che ama, la Champions, ma vi chiedo, chi erano i tifosi fortunati l’altra sera? Quelli che vedono la propria multinazionale di miliardari ricattatori (ricordiamoci che Rooney stava per andare al City e solo un’offerta di, sembra, 200mila sterline a settimana gli ha fatto giurare amore eterno allo United) vincere trofei anno dopo anno, o quelli che aspettano di vincere anche qualche decennio ma con giocatori che sposano un ideale di terra e di appartenenza?

Tackles

La settimana scorsa il derby del Nord-Est ha offerto tutto quello che si può chiedere ad una partita del genere: agonismo, occasioni, rigori, segnati e sbagliati, espulsioni, adrenalina, odio palpabile sugli spalti e, soprattutto, tackles come non se ne vedevano da anni.

I contrasti decisi, onesti e anche duri ma mai cattivi, per me fanno spettacolo come un gol da cineteca o una parata da leggenda. Sono un po’ il segno di quel calcio che non c’è piú, prima vittima sacrificale di un sport ormai quasi privo di contatto fisico volto a proteggere campioni come Messi, a cui non ci si può neanche avvicinare o tirare la maglia.

Voglio celebrare l’arte del tackle con un podio particolare:

1 – Non era passato neanche un minuto al St James’ Park, il nome imposto dal proprietario obeso neanche lo considero, quando Lee Cattermole, quattro rossi e 28 gialli in 67 presenze di campionato con il Sunderland, si è lanciato in un tackle a forbice su Cheik Tiote che avrebbe visto un rosso diretto fosse avvenuto qualche minuto dopo. Sono anni che in Premier giocatori vanno a fare la doccia per molto meno. L’entrata di Cattermole aveva un sottotitolo palese, diceva “vi odio”. Questo è stato un tackle nato dalla tensione pre-partita, dalla frustrazione della sconfitta dell’andata, dalla rivalitá esistente tra le tifoserie. Il fatto che sia stato solo ammonito ha, tra le altre cose, “settato” lo spirito dei rimanenti 89 intensissimi minuti. Link

2 – Primi minuti di gioco della finale di FA Cup tra Liverpool, squadrone dominante in patria e, prima di essere squalificato per i fatti dell’Heysel, anche in Europa, e Wimbledon, la Crazy Gang, gli undici matti del sud di Londra che non rispettano niente e nessuno. Considerati da molti indegni di calpestare lo stesso campo degli uomini di Kenny Dalglish, in teoria non hanno una speranza in paradiso contro i Reds. L’hard man del Liverpool all’epoca è Steve McMahon che riceve palla a centrocampo dopo pochi minuti. Vinnie Jones lo punta (Link) e prima che il nazionale inglese riesca a disfarsi del pallone gli sega le gambe.  Non solo il finto gallese dei Dons non riceve neanche un’ammonizione ma McMahon si rialza e se ne va come se quello fosse stato un tackle normale.Tanto di cappello. Il sottotitolo di quell’intervento è “non ti temo, oggi sono c.zzi tuoi”. Il Wimbledon conquistò la coppa in una delle sorprese piú grandi nella storia della competizione.

3 – Quarti di finale di Coppa Campioni 1987-88, erano anni in cui anche le squadre scozzesi riuscivano a dire la loro. Si affrontano Rangers e Steaua. La squadra di Glasgow, ora sull’orlo del fallimento ma all’epoca in grado di tesserare campioni inglesi dell’era pre-Premier, deve recuperare lo  0-2 dell’andata. Le cose si mettono male. A centrocampo Graeme Souness, a detta di avversari e compagni uno che non faceva prigionieri, si allunga troppo la palla. Un giocatore dello Steaua ha l’audacia di cercare di fermarlo. Lo scozzese si disinteressa completamente del pallone e gli entra a gamba tesa sul ginocchio. Link. Da brividi. La cosa buffa è vedere Souness a terra gridare “Look!” all’arbitro indicando un punto imprecisato della sua caviglia per cercare di confondere la veritá dell’assassino. Il sottotitolo di quelo tackle era “io esco dalla coppa, tu esci dal campo in barella”.

Ora, in nessun modo si vuole celebrare la violenza nel calcio e infatti in tutti e tre i casi citati nessuno si è fatto male. È capitato e capita che giocatori subiscano infortuni seri a causa di contrasti duri ma quello che vediamo oggi è una copia del calcio che abbiamo imparato ad amare, quello in cui darsele era parte dello spettacolo. Come ai tifosi viene negato di fare colore sugli spalti ai calciatori si vieta di farlo sul campo. È il trionfo dell ‘Health&Safety. Ma si è esagerato.

Alla corte dello Zar

Buffo, una persona pensa veramente di agire nel miglior interesse della squadra che tifa, e possiede, mentre invece fa esattamente l’opposto. Roman Abramovich non ne azzecca una da quando ha permesso a Josè Mourinho di lasciare Stamford Bridge. Il portoghese non aveva solo vinto ma aveva creato un bond con i suoi calciatori che andava oltre il semplice rapporto giocatore-allenatore. Vero i blues hanno vinto anche con Ancellotti ma si trattò di una stagione diversa, dove le squadre di vertice comunque persero molti punti e poi Carletto è simpatico oltre che preparato e la cosa dai calciatori è apprezzata. Ma ciò non toglie che quella, come l’attuale, era ancora la squdra di Mou. Lasciamo stare i nuovi acquisti arrivati per volere dei nuovi manager o imposti dall’alto come Torres. Il backbone del Chelsea, Cech-Terry-Lampard-Drogba è ancora quello costruito dall’attuale tecnico del Real. Abramovich non ha mai avuto pazienza, ha sempre seguito il mercato piú che l’istinto, l’esperienza e il buon senso. Forse è normale, nel suo di mercato è un miliardario ma nel calcio non sempre quello che dice il mercato è veritá o meglio, non sempre le veritá sono possibili da ricreare in contesti diversi. Così è stato mandato via Scolari, Grant non è stato riconfermato, a Hiddink non è stato offerto un nuovo contratto e ad Ancelotti non è stato proposto un rinnovo. Tutti con la macchia di non aver saputo vincere in Europa ma a nessuno è stato dato abbastanza tempo per provarci davvero. Neanche a Villa Boas. Arrivato con le credenziali del nuovo Mou, AVB a 34 anni probabimente non è mai stato preso sul serio dai veterani e dagli stessi è stato messo in discussione. Non so se il padrone russo se ne rende conto ma il nucleo della sua squadra non è piú quello di una volta, Lampard e’ pronto per tornare al West Ham, Drogba per il Milan e Terry per il carcere. Può continuare a cambiare tutti gli allenatori che vuole, anche quelli per cui ha pagato clausole milionarie e a cui ha dato pochi mesi di vita, ma forse è dal campo che deve cominciare a seguire il mercato piú che dalla panchina.