Play up Pompey

Tra i vari verdetti già raggiunti prima della fine ufficiale della stagione, ce ne è uno che dovrebbe far riflettere. Il Portsmouth FC è retrocesso, in compagnia di Coventry e Doncaster, in League One con una giornata di anticipo. Se si fosse trattato di un verdetto del campo poco male, ma se i Pompey sono scesi lo devono ai 10 punti di penalizzazione subiti per essere entrati in amministrazione controllata, quando l’ultimo dei cinque presidenti succedutisi negli ultimi tre anni è stato arrestato.

Dall’ospitare il Milan in Europa League al ritrovarsi in League One nello spazio di soli tre anni, come è stato possibile? Quando nel gennaio 2006 Alexandre “Sacha” Gaydamak decise di foraggiare la rincorsa al successo della truppa di Harry Redknapp nessuno si pose troppe domande. Solito profilo da moderno presidente di una squadra di calcio, una compagnia registrata in Lussemburgo, una nelle Isole Vergini Britanniche. Un padre coinvolto nel traffico d’armi in Angola e proprietario del Beitar Jerusalem. Di soldi ne furono spesi tanti e a sproposito. La vittoria della FA Cup 2008, la seconda nella storia del club, fece appannare la vista a molti, abbassare il livello di guardia, fece in modo che anche i più scettici si lasciassero finalmente andare ad un momento di pura gioia sportiva. Ma quanto caro è  costato?

Da una parte infatti si continuavano a pagare somme principesche a dei calciatori mediocri, dall’altra il Portsmouth continuava a giocare nel fantastico quanto inadeguato Fratton Park, dove poco più di 20mila spettatori riescono tuttora a sedersi per assistere alle partite della squadra di casa. Il club non aveva, e non ha, un centro per gli allenamenti, è ospite di strutture universitarie, e anche la academy è costretta a chiedere ospitalità in varie strutture dell’Hampshire. Nessuno le ha considerate, evidentemente, cose importanti.

Nel 2008/09 prima se ne andò Redknapp, tornato finalmente a Londra e con una squadra dal bilancio solido, e poi abbandonò anche Gaydamak, una volta resosi conto di quanto costasse finanziare una squadra di calcio, lasciando in eredità una situazione disperata. Il suo successore fu un altro businessman non meglio identificato, questa volta proveniente dagli Emirati Arabi, Sulaiman Al Fahim. La prima operazione, nel 2009/10, data un’occhiata al conto profitti e perdite, fu quella di vendere alcuni tra i giocatori che guadagnavano le cifre più alte, Crouch, Distin, Johnson e Kranjcar su tutti.

Ad ottobre la proprietà passò di nuovo di mano, Ali al-Faraj, della cui esistenza sono in molti a dubitare, divenne il nuovo proprietario. Si scoprì poi che la manovra per entrare in possesso delle quote di maggioranza era stata finanziata da un prestito preso da una compagnia di Hong Kong appartenente a Barlam Chainrai che di fatto diventò presidente quando fu chiaro che al- Faraj non aveva un pound da spendere. Intanto cominciarono a girare voci di stipendi non pagati e il Portsmouth fu colpito da un embargo sui nuovi acquisti. Non potendo rinforzarsi, la squadra continuò a rimanere nei bassifondi della classifica, nonostante un’altra finale di FA Cup, questa volta persa contro il Chelsea, e quando fu colpita da nove punti di penalizzazione, causa tasse non pagate all’HMRC,  diventando la prima squadra di Premier League ad entrare in amministrazione controllata, il suo destino fu scritto. All’epoca si parlava di 130 milioni di debiti. Oltre alla penalizzazione e alla retrocessione, la cosa più triste quando si entra in amministrazione è che mentre  i giocatori sono protetti da un accordo tra la Lega e il loro sindacato, e devono essere quindi pagati in tutto o in parte, a seconda dell’esistenza poi di accordi tra gli amministratori e i singoli, lo staff non tecnico non lo è. Ben 33 dipendenti del Portsmouth FC furono licenziati per risparmiare costi che magari non arrivavano allo stipendio mensile di un singolo calciatore.

Verso la fine della stagione sembrò quasi che il club dovesse scomparire, poi grazie ad un accordo in extremis con i creditori, Gaydamak per primo, si riuscì a continuare l’attività agonistica  e ad uscire dall’amministrazione, di nuovo con Chainrai al comando. Il 2010/11 fu una stagione di transizione in Championship dove, a dire il vero, il Portsmouth guidato da Steve Cotterill e senza fondi da spendere in giocatori che non fossero in prestito o scarti di altre squadre, riuscì ad ottenere anche più di quanto sperato.

Chanrai non lo aveva mai nascosto: tra tutti i tristi protagonisti del declino del Portsmouth lui è stato, in un certo senso, il meno colpevole. Non aveva nessuna intenzione di ritrovarsi un football club tra i suoi investimenti. Ma dovendo proteggere i 17 milioni prestati al fantomatico al-Faraj dovette decidere di farsi coinvolgere. Non fu quindi una sorpresa che a giugno 2011 passò tutto il pacchetto al  lituano Vladimir Antonov con un grande sospiro di sollievo.

Tutti questi personaggi, ricordiamo, devono passare il Fit&Proper test previsto dalle autorità calcistiche inglesi. Come è stato possibile mettere in fila, per una sola squadra, un simile mucchio di impostori, affaristi e speculatori in così breve tempo è una domanda che dovrebbero farsi in molti. Come da copione, Antonov fu colpito da un mandato di cattura internazionale soltanto cinque mesi dopo la sua presentazione. Il Portsmouth, di nuovo, senza padroni e senza fondi passò di nuovo in mano agli amministratori, dopo aver pagato ancora dazio, i soliti 10 punti, che, a fine stagione, si sarebbero rivelati decisivi.

Non è bastato quindi il calore dei tifosi, le rimonte dei giocatori (quella nel derby con il Southampron su tutti), i sacrifici, le speranze. La burocrazia ha mandato giù il Portsmouth, gli interessi, l’avidità, lo hanno mandato giù perchè se si fosse trattato di cuore i Pompey sarebbero finiti primi. Il vecchio malconcio Fratton Park si riempirà anche l’anno prossimo ma se ce ne fosse stato bisogno la storia dei Pompey è un altro monito a tutti quei tifosi in cerca di un salvataggio qualsiasi, non importa da parte di chi. Esistere è sempre meglio di vincere.

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Semifinali

Se ci si aspettava di vedere in finale a Wembley due squadre che mancavano da qualche anno si e’ rimasti delusi. Il Chelsea ha dato di nuovo dimostrazione, gol fantasma a parte, che cosa voglia dire avere i giocatori che scendono in campo per l’allenatore e non gli giocano contro. Gli Spurs non sembrano piu’ la stessa squadra da quando Capello ha dato le dimissioni e Redknapp e’ stato accostato alla panchina della nazionale. L’Everton ha subito la terza sconfitta stagionale nel derby, una partita che stava controllando senza troppi affanni fino all’attimo di follia di Distin. Il Liverpool onora la memoria dei tifosi scomparsi a Sheffield nel 1989 con una prova non troppo convincente ma conquista la finale con le reti dei suoi uomini piu’ discussi, Carroll e Suarez pagati troppo con troppa fretta, come se i soldi ricevuti per Torres scottassero perche’ frutto di una rapina. La finale sara’ inedita tra i Reds, che hanno vinto le ultime due finali disputate contro formazioni londinesi (entrambe a Cardiff), e i Blues che addirittura sono usciti vincitori dalle ultime quattro tra cui l’ultima nel vecchio Wembley e la prima nel nuovo impianto (tutte con un gol di scarto).

In Scozia la finale sara’ un derby ma, udite udite, non sara’ l’Old Firm. La coppa la alzera’ una tra Hearts e Hibs, ultimo atto che mancava dal 1896. Ho fatto il conto, dall’anno della mia nascita, 43 anni fa, solo in sei casi una delle due potenze calcistiche di Glasgow non e’ arrivata in finale. Anche oltre il Muro di Adriano le semifinali si sono concluse tra le polemiche, con un Neil Lennon che ha accusato l’arbitro di aver consumato una vendetta personale, dopo il rigore che ha condannato i suoi alla sconfitta all’ultimo minuto.

Per quanto l’allenatore nordirlandese possa aver ragione, avere una finale diversa ad Hampden non puo’ che far bene ad un calcio scozzese sempre piu’ in crisi.

Corsi e ricorsi

Non credo che Kenny Dalglish avrebbe mai immaginato di giocare di nuovo un Merseyside derby a Wembley quando la sera del 22 febbraio 1991 rassegno’ le sue dimissioni dopo sei anni, tre titoli nazionali e due FA Cup alla guida del Liverpool. Anche quella sera c’era l’Everton di mezzo. I reds passarono in vantaggio quattro volte e quattro volte furono ripresi. Ma quando Dalglish dichiaro’ di lasciare la panchina per motivi di salute due giorni dopo, nessuno penso’ che la colpa fu di Tony Cottee e compagni. Lo scozzese, per molti, non si era mai ripreso dalla tragedia dell’Hillsborough, avvenuta il 15 aprile del 1989. Per uno strano scherzo del destino il Liverpool avrebbe potuto rigiocare una semifinale della stessa competizione esattamente lo stesso giorno 23 anni dopo. Il club, i tifosi, la citta’ si sono rifiutati, la ferita di Sheffield, le 96 ferite, sono ancora aperte e non si rimargineranno mai.

Il periodo di relax sui campi da golf e lontano dal calcio pero’ duro ‘solo  fino alla chiamata di Jack Walker otto mesi piu’ tardi. Altro titolo di campione d’Inghilterra con il Blackburn nel 1994/95 poi deludenti esperienze alla guida di Newcastle e Celtic, piu’ altro golf, prima di rispondere ancora alla chiamata disperata della squadra che ha segnato la sua vita. Se il suo nome non fosse stato quello stampato sul passaporto forse Dalglish sarebbe stato gia’ esonerato, sia per i deludenti risultati che per le scelte di mercato discutibili fatte insieme a Comolli, gia’ diventato un ex. Ma il passato non si dimentica e sabato alle 12.30 sara’ lui a guidare la squadra fuori dal tunnel di Wembley anche se, triste segno dei tempi, solo per la semifinale.

L’ultimo derby di Liverpool in FA Cup si e’ giocato nel 2009, al quarto turno di nuovo i blues ebbero la meglio per 1-0 nel replay. Il tecnico era ovviamente gia’ David Moyes, un altro scozzese, un altro man of the people, un eccellente manager che anno dopo anno produce miracoli con fondi striminziti in un campionato competitivo come la Premier. Sara’quindi anche la sfida tra questi due allenatori e, visto che dal 2002 Moyes ha vinto solo tre derby di campionato, senza dubbio sara’ l’ex capitano del Preston quello piu’ teso tra i due durante la gara. C’e’ talmente tanto in questa partita che  Chelsea v Spurs di domenica passa, per forza di cose, in secondo piano.

Buona visione.

A life of two halves

Di biografie di calciatori, gli scaffali delle librerie inglesi post Sport Pages sono pieni. Chi ha da dire veramente qualcosa, chi vuole arrotondare, chi sfrutta i suoi cinque minuti di fama, chi si lascia convincere dall’agente o dalla moglie, chi è talmente innamorato di sè stesso che non si rende conto di aver riempito pagine e pagine di niente.

“I’m not really here – a life of two halves” l’autobiografia di Paul Lake, giocatore multiruolo del Manchester City quando il Manchester City era simpatico quasi a tutti, è una delle migliori che abbia mai letto. Divertente, quando descrive un calcio che neanche da lontanto pensava che nutrizionisti  e psicologi potessero far parte un giorno dello staff di una squadra di calcio, triste, quando parla dei continui infortuni, sottovalutati, e delle inutili operazioni che li hanno seguiti, disperato, quando confessa la depressione arrivata con la consapevolezza che la sua brillante carriera era finita ancora prima di iniziare, e coraggioso, quando descrive la sua rinascita.

È uno di quei libri che, una volta posato per l’ultima volta,ti  danno la sensazione di conoscere un po’ l’autore, vorresti averlo lì per pagargli una birra. Ci sono tanti aneddoti divertenti, che mi hanno fatto ridere di gusto in treno o in aereo. Ne ho scelto e tradotto uno:

“…la partita contro l’Hull City del 21 gennaio 1989 rappresentò un’esperienza memorabile per me, grazie alla presenza in campo di uno dei piú famosi “hard men” del mondo del calcio. Billy Whitehurst, il centravanti delle Tigers, era una montagna d’uomo di oltre un metro e ottanta che sembrava poter far esplodere il pallone con un pungo figuriamoci con un calcio. Era una di quelle persone con cui è meglio non avere niente a che fare.

La partita era iniziata da soli cinque minuti quando vinsi un contrasto aereo. Nel farlo però allungai i gomiti all’indietro per mantenere l’equilibrio e li sentii urtare, nel modo piú violento umanamente possibile, contro il setto nasale di un giocatore che mi stava dietro. Quando mi voltai, mi accorsi con orrore che la vittima non era altri che il signor William Whitehurst. Cristo, pensai, tutti meno che quel c.zzo di mostro. Nervosamente rivolsi lo sguardo al mio compagno di difesa centrale, Brian Gayle, che mi sorrise, si fece il segno della croce e se ne andò.

Billy crollò sulle sue ginocchia, reggendosi il viso tra le mani per quella che sembrò un’eternitá, cercando di arginare il fiume di sangue che gli usciva dal naso. Alla fine si rimise in piedi e la partita riprese. Alla prima rimessa laterale però, sentii una presenza  alle mie spalle, sulla sinistra, qualcuno mi stava letteralmente alitando sul collo. Mi voltai e mi ritrovai Billy che mi sorrideva in modo minaccioso, sfoggiando un fila di denti ancora sporchi di sangue.

“Ben fatto ragazzo, ringhiò, mi piace il gioco duro.”  E non scherzava. Prima della fine della partita la mia nemesi aveva cercato vendetta in ogni maniera possibile, strappandomi i calzoncini, con una ginocchiata nell’inguine, lasciando l’impronta dei suoi tacchetti sul mio stinco, sulla mia coscia e sulle mie tempie e, per non farsi mancare niente, affondando i suoi denti nella mia spalla, cosa che generò dei rivoletti di sangue che mi scesero lungo le braccia. A fine partita, che vincemmo 4-1, Billy trotterellò verso di me per stringermi la mano. “ Sei piú duro di quello che sembri” disse, poi, guardando l’enorme macchia di sangue che inzuppava la mia maglia aggiunse “Ah, e scusa per il morsetto ragazzo.”

Sono passati 23 anni, sembrano 250. Pensate una scena del genere oggi e pensatela allo “Etihad Stadium”, non piú al Maine Road. Rifugiamoci nel passato, era piú divertente.