A life of two halves

Di biografie di calciatori, gli scaffali delle librerie inglesi post Sport Pages sono pieni. Chi ha da dire veramente qualcosa, chi vuole arrotondare, chi sfrutta i suoi cinque minuti di fama, chi si lascia convincere dall’agente o dalla moglie, chi è talmente innamorato di sè stesso che non si rende conto di aver riempito pagine e pagine di niente.

“I’m not really here – a life of two halves” l’autobiografia di Paul Lake, giocatore multiruolo del Manchester City quando il Manchester City era simpatico quasi a tutti, è una delle migliori che abbia mai letto. Divertente, quando descrive un calcio che neanche da lontanto pensava che nutrizionisti  e psicologi potessero far parte un giorno dello staff di una squadra di calcio, triste, quando parla dei continui infortuni, sottovalutati, e delle inutili operazioni che li hanno seguiti, disperato, quando confessa la depressione arrivata con la consapevolezza che la sua brillante carriera era finita ancora prima di iniziare, e coraggioso, quando descrive la sua rinascita.

È uno di quei libri che, una volta posato per l’ultima volta,ti  danno la sensazione di conoscere un po’ l’autore, vorresti averlo lì per pagargli una birra. Ci sono tanti aneddoti divertenti, che mi hanno fatto ridere di gusto in treno o in aereo. Ne ho scelto e tradotto uno:

“…la partita contro l’Hull City del 21 gennaio 1989 rappresentò un’esperienza memorabile per me, grazie alla presenza in campo di uno dei piú famosi “hard men” del mondo del calcio. Billy Whitehurst, il centravanti delle Tigers, era una montagna d’uomo di oltre un metro e ottanta che sembrava poter far esplodere il pallone con un pungo figuriamoci con un calcio. Era una di quelle persone con cui è meglio non avere niente a che fare.

La partita era iniziata da soli cinque minuti quando vinsi un contrasto aereo. Nel farlo però allungai i gomiti all’indietro per mantenere l’equilibrio e li sentii urtare, nel modo piú violento umanamente possibile, contro il setto nasale di un giocatore che mi stava dietro. Quando mi voltai, mi accorsi con orrore che la vittima non era altri che il signor William Whitehurst. Cristo, pensai, tutti meno che quel c.zzo di mostro. Nervosamente rivolsi lo sguardo al mio compagno di difesa centrale, Brian Gayle, che mi sorrise, si fece il segno della croce e se ne andò.

Billy crollò sulle sue ginocchia, reggendosi il viso tra le mani per quella che sembrò un’eternitá, cercando di arginare il fiume di sangue che gli usciva dal naso. Alla fine si rimise in piedi e la partita riprese. Alla prima rimessa laterale però, sentii una presenza  alle mie spalle, sulla sinistra, qualcuno mi stava letteralmente alitando sul collo. Mi voltai e mi ritrovai Billy che mi sorrideva in modo minaccioso, sfoggiando un fila di denti ancora sporchi di sangue.

“Ben fatto ragazzo, ringhiò, mi piace il gioco duro.”  E non scherzava. Prima della fine della partita la mia nemesi aveva cercato vendetta in ogni maniera possibile, strappandomi i calzoncini, con una ginocchiata nell’inguine, lasciando l’impronta dei suoi tacchetti sul mio stinco, sulla mia coscia e sulle mie tempie e, per non farsi mancare niente, affondando i suoi denti nella mia spalla, cosa che generò dei rivoletti di sangue che mi scesero lungo le braccia. A fine partita, che vincemmo 4-1, Billy trotterellò verso di me per stringermi la mano. “ Sei piú duro di quello che sembri” disse, poi, guardando l’enorme macchia di sangue che inzuppava la mia maglia aggiunse “Ah, e scusa per il morsetto ragazzo.”

Sono passati 23 anni, sembrano 250. Pensate una scena del genere oggi e pensatela allo “Etihad Stadium”, non piú al Maine Road. Rifugiamoci nel passato, era piú divertente.

2 risposte a "A life of two halves"

  1. bell’ articolo …grande giocatore e bei tempi calcistici e non solo …
    questo giocatore e’ stato davvero sfortunato …troppo !!

    1. grazie mille, condivido la nostalgia. Paul Lake sarebbe stato in nazionale per anni se non si fosse infortunato in modo cos= grave, non so se sarebbe rimasto al City ma questo è un altro discorso.

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