Comfort zone

Una cosa mi ha sorpreso piú di altre in occasione del debutto inglese agli Europei. No, non la tattica, il gioco, la formazione o la noia. Niente di tutto questo. Non mi aspettavo di vedere tanti posti vuoti e una presenza meno massiccia del solito di Union Jack e croci di San Giorgio in tribuna. I prezzi esorbitanti degli alberghi ucraini? Dubito, i tifosi britannici sono famosi per adattarsi a qualsiasi tipo di difficoltá logistica e  non solo. La mancanza di fiducia nelle truppe allenate da Roy Hodgson? Non credo, le presenze non sono mai diminuite neanche in periodi molto piú deprimenti dell’attuale. Come da escludere che siano stati gli appelli a non andare per via dei tifosi di casa xenofobi e razzisti, i sudditi di Sua Maestá hanno dato dimostrazione per decenni di  non temere confronti del genere. Non so sinceramente a cosa imputare il calo, forse è stato un insieme di cose, forse a un disinnamoramento, dovuto, per il calcio internazionale.

Magari tutto tornerá alla normalitá giá contro la Svezia e allora qualche migliaio di sostenitori si sará perso soltanto 90 minuti di noia mortale contro la Francia. Era caldo. Umido. L’erba era alta. Scuse sentite e risentite. Se in molti criticano gli inglesi da non sottovalutare il ruolo dei favoriti francesi, accumulare calci d’angolo non ha mai dato spettacolo. A Hodgson si può rimproverare poco. Il tempo di due amichevoli, entrambe vinte per 1-0, e poi il debutto. Non una situazione oggettivamente facile, se si va oltre la teoria del “non ha nulla da perdere” vista la fretta con cui ha dovuto fare tutto. Il solito 4-4-2 tanto criticato penso sia stata una scelta forzata. Impossibile varare rivoluzioni tattiche e imbastire improbabili schemi. L’ex allenatore dell’Inter ha dovuto concentrarsi su giocatori, ruoli e tattiche familiari, non c’era nè spazio nè tantomeno tempo per lasciarsi andare ad esperimenti.

Un altro 1-1 dopo quello del debutto mondiale di due anni fa contro gli USA. Un’altra incertezza del portiere, in Sud Africa si trattò di vera e propria papera, per il gol subito. Se l’ultimo gol in una fase finale di una competizione era stato firmato da un centrale, Upson contro la Germania, adesso si è ripartiti da Lescott, sempre di testa.

Eppure questo immobilismo tattico come lo chiamano gli espertoni della RAI che non vedono di bollare gli ex maestri con il loro personale timbro di qualitá, rappresenta una continuitá che dá quasi conforto. Questo calcio sempre rivolto al futuro, le lodi smielate per il fraseggio estenuante degli spagnoli, l’atleticismo di una giovane Germania piena di turchi, arabi, polacchi e dal centravanti dal nome teutonico come Mario Gomez, il calcio totale sulla carta degli olandesi, sono tutte cose che stancano.

Vuoi mettere? Un buon portiere, due centrali da trincea, due terzini buoni in fase di attacco, meno in quella difensiva, una giovane ala, un centrocampista di altri tempi a fianco di un capitano sul viale del tramonto, un inesperto attaccante che rimpiazza il giocatore piú forte squalificato per un inutile fallo di stizza, un altro esterno che spesso non è stato neanche titolare della sua squadra di club piú un altro attaccante forte ma meno di quello che pensa . Aggiungete una bella maglia, un inno nazionale da cantare a petto in fuori e un allenatore finalmente con il passaporto giusto. Che si può volere di piú? Arrembaggi all’arma bianca stile anni 70/80 nelle coppe europee? Non c’è fiato. Per una volta non ci si aspetta proprio nulla, questo potrebbe essere l’aspetto piu’ positivo. Se si riuscisse a stupire con Roy e il piu’ classico degli schemi, parecchia gente si dovra’ mangiare il cappello come Rockerduck. Se si dovesse tornare a casa tra due gare, sara’ stato rispettato il pronostico e bunanotte.

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