Union Black

Giorni neri per il calcio britannico o, almeno, per i valori che dovrebbero esserne alla base. Una ventata di follia ha spazzato via antichi pudori e tradizioni sacrificandoli sull’altare dell’opportunismo, riccorrendo a facili accorgimenti e scorciatoie finanziarie. I tre club più prestigiosi della Gran Bretagna, se non altro in termini di trofei, inizieranno la nuova stagione con un altro colpo sferrato alla propria integrità storica e morale.

Iniziamo dal Galles: dal 1908 il Cardiff City ha preso ad indossare una maglia blu. Dal 1988 lo stemma raffigura un uccello in volo da cui il soprannome “bluebirds” con cui ci si riferisce alla squadra. Ultimi campionati più che soddisfacenti, un nuovo stadio, un nuovo giovane allenatore scuola Watford promettente, una nuova dirigenza che dichiara di voler investire e portare il City in Premier League. Entusiasmo, speranze, sogni. Tutto a posto quindi. Mai. Secondo l’antica legge che nessuno fa niente senza pensare ad un ritorno, l’attuale presidente del club Datuk Chan Tien Ghee, uomo facciata del vero proprietario Tan Sri Vincent Tan Chee Yioun (giuro che non me li sono inventati) ha recentemente comunicato alla tifoseria che il CdA ha approvato il cambio dei colori sociali e dello stemma della squadra. Addio blu, goodbye bluebirds, il Cardiff giocherà con una prima maglia rossa fiammante e sul petto un dragone stile gallese soppianterà il tenero uccellino con l’aggiunta della dicitura “Fire & Passion”, proprio le cose che i proprietari malesi hanno dimostrato di poter tradire con tanta facilità.

La reazionedei tifosi è stata tanto veemente quanto chiara: non si gioca con i valori e le tradizioni di un club centenario. La risposta?  “… Concerning the commitment to developing the crest and to switch our primary colour to red, as directors – and as fans in our own right – we recognise that there is a history and commitment that goes with supporting Cardiff City and we are conscious and proud of the loyalty, bond and passion so many share for this club. At the same time, we also have to be prepared to be realistic and progressive. Sometimes in difficult economic times and challenging market conditions, in order to attract investment to survive and progress, brave, bold and compelling decisions and sacrifices need to be taken and made. By securing this investment we can safeguard the immediate and long-term future of this club.”

Cioè, ce ne rendiamo conto ma non ce ne frega niente. Chi mette i soldi vuole questi cambiamenti e se il rischio è perdere i finanziamenti, tra cui anche un nuovo training centre, maglia e badge sono solo dei rischi collaterali che si possono correre. Parlando la settimana scorsa con un tifoso del Cardiff, in divisa blu, mi ha detto che la protesta andrà avanti e che boicotteranno le uniformi rosse, pronti anche ad andare a prendere personalmente nello stadio gli sprovveduti che potrebbero cedere alla tentazione di avere anche l’home kit 2012-13. La mia domanda di fondo però rimane sempre la stessa: perchè? Non perchè i nuovi pirati della Malesia abbiano deciso di investire nel calcio britannico, passaporto diverso, stessi motivi degli altri, ma perchè hanno optato per questi cambiamenti impopolari? A quanto pare la realtà è anche più agghiacciante di quanto si temesse. Perchè in Asia, nuova frontiera del marketing anche per la formazione gallese, il rosso vende di più. Cioè più di un secolo di storia va in fumo perchè qualche studente ha fatto una ricerca sull’apprezzamento cromatico dei tifosi nel lontano oriente. In Malesia il rosso e i draghi vendono di più, buono a sapersi se un giorno deciderò di andarci.

Inghilterra: al Manchester United le divise da gioco resistono. Lo stemma pure e anche il nome dello stadio. Quello che scricchiola sempre di più è la tenuta finanziaria del club. Ma come fa l’esempio mondiale di efficienza calcio-economica ad essere in pericolo? Dalla Florida i vari Glazer staranno preparando una invasione degli Emirati Arabi d’accordo col Pentagono. Il Manchester City non era previsto, c.zzo. Passi il Chelsea di Abramovich, che sembra stufo, e i minori investimenti americani nel Liverppol, nel Villa, nel Sunderland. Ma gli arabi dalle risorse illimitate no, non è leale. E nella loro stessa città. In questo modo il prodotto perde. Tra i milioni di telespettatori universali e tifosi occasionali che ci vuole a cambiare il rosso dei Red Devils con il celeste dei Citizens (Malesia a parte ovviamente)? Bisogna investire, comprare, vincere. Ma cosa? I soldi non ci sono, non ci sono mai stati. Ai Glazer è stato consentito accaparrarsi lo United con i prestiti delle banche alle quali come garanzia è stato dato il club stesso. Come se io andassi a comprare una casa senza un euro e in garanzia proponessi lo stesso immobile che sto acquistando. Troppo facile no? E infatti a me non è consentito fare una cosa del genere ma ai proprietari dei Tampa Bay Buccaneers a quanto pare sì.

Ad inizio luglio la famiglia Glazer ha annunciato che le azioni del Manchester United sarebbero state quotate nel New York Stock Exchange, dopo aver sondato inutilmente la borsa di Singapore. Cioè, visto che le banche cominciano a guardare con sospetto i 423 milioni di sterline di indebitamento dichiarati, si prova a rastrellare denaro pubblico. È una pena vedere il club nato per volere dei lavoratori ferroviari di Newton Heath e gestitoal massimo da Stretford trasformato in “Manchester United Ltd” con sede nelle Isole Cayman per ovvi motivi fiscali. Sir Alex avrà anche avuto il merito di aver distolto l’attenzione da quanto succedeva lontano dal campo grazie alle vittorie dei suoi giocatori, ma ciò non toglie che il non pronunciarsi sul takeover degli americani, o dichiararsi a favore, sia la più grande macchia sul suo CV. Perchè lui non è solo coach ma manager e come manager, se la società per cui lavora perde centinaia di milioni l’anno solo in interessi passivi, avrà pure un’opinione a riguardo. Se non altro sono soldi che non può usare per rinforzare la squadra.

Scozia: oltre il Muro di Adriano è successo l’imponderabile. I Glasgow Rangers, il club con più titoli nazionali al mondo (54) è fallito. 134 i milioni di debiti che lo hanno sommerso e portato alla morte. Niente scorciatoie per meriti sportivi a queste latitudini. Sia la SPL che la la SFA hanno espulso la squadra come se si trattasse di un membro non più gradito in un esclusivo gentlemen’s club. Chi ha raccolto i pezzi, consorzio guidato dall’ex chief executive dello Sheffield United Charles Green, ha riformato un club che a tutti gli effetti è una nuova entità. Quindi a questa non è stato consentito di riprendere il posto nella Scottish Premier ma è stato detto di ricominciare nella Football League. In che serie? Per settimane si è discusso tra coloro che li volevano in First, per ragioni finanziarie, e quelli che, per ragioni di integrità morale, li volevano far ripartire dal gradino più basso del professionismo scozzese. In molti, soprattutto in federazione, si erano affrettati a dipingere scenari da catastrofe se ai Rangers fosse stato imposto di  scendere in Third Division. In fin dei conti, quel poco che si vende in giro per il mondo di diritti tv sul calcio scozzese si regge sugli Old Firm. Niente Rangers, niente minimo di quattro sfide di campionato tra le eterne rivali di Glasgow. Per un anno è pesante, per un minimo di tre è un suicidio. Eppure i club chiamati a votare per l’ammissione della squadra lo scorso anno allenata da Mc Coist in questa o quella serie si sono espressi a favore di riammetterli al gradino più basso. Non l’avessero fatto si sarebbe creato un pericoloso precedente in un campionato ridotto quasi al collasso. Se sono falliti i Rangers nessuno è sicuro, questo è il ragionamento ed è ben far vedere da subito un polso fermo e che non si fanno sconti a nessuno.

Non ci sono state neanche rivolte di piazza o proteste alla cieca, se non nei confronti dei vecchi proprietari o di chi ha portato una società gloriosa nata nel 1872 a morte prematura. Perchè i debiti erano là, veri, reali, impossibili da negare. Non c’è stata nessuna accusa contro qualche ipotetico accanimento e forse piuttosto che elemosinare un perdono da parte delle altre squadre è stato meglio ingoiare l’orgoglio e prepararsi a giocare contro l’Elgin o il Clyde.

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Un Pozzo di opportunità

Parlando con qualche tifoso del Watford , ho realizzato con stupore che c’è un clima di speranza e di fiducia intorno all’arrivo della famiglia Pozzo nell’Hertfordshire. Ovvio che esistano ancora delle riserve, ma la speranza che i brutti tempi e le crisi siano definitivamente passati fa sì che prevalga l’ottimismo. Certo, niente a che vedere con il glamour di avere una stella del rock come presidente, ma bisogna anche considerare che gli anni d’oro targati Elton John / Graham Taylor sono ormai passati da un pezzo. L’unica cosa che tutti si augurano è che Gianfranco Zola, il neo-allenatore, non segua le orme dell’ultimo manager italiano degli Hornets, Gianluca Vialli, che in un anno, non realizzando di non essere più al Chelsea, portò il club sull’orlo del baratro finanziario tesserando fior di pippe come Ramon Vega.

Il Watford è oggi una società modesta, con i lavori allo stadio quasi terminati e con un ottimo settore giovanile. L’Academy è il vero fiore all’occhiello e la base su cui i recenti successi targati Boothroyd, Rodgers, Mackay e, in misura minore, Dyche, che avrebbe di sicuro meritato più rispetto, sono stati costruiti. La domanda quindi sorge spontanea. Una squadra, la cui ricchezza è rappresentata dalle nuove leve, dai ragazzi che crescono sui campi di Harefield, cosa può avere a che fare con un modello invece costruito da decenni sul reclutamento e il commercio globale di giocatori sconosciuti? Io ricordo un servizio di una trasmissione RAI in cui la grande ala peruviana degli anni 80 Geronimo Barbadillo, in Italia in forza ad Avellino e Udinese, sedeva in una stanza rivestita di videocassette, all’epoca non c’erano ancora i dvd, con davanti alcuni schermi su cui visionava filmati di giocatori arrivati da chissà dove. Questo sarà stato più di 20 anni fa. Barbadillo ancora collabora con la società friulana che ha fatto del reclutamento in paesi meno battuti da scout e osservatori europei la sua forza e la sua fortuna.

La famiglia Pozzo, la più longeva alla guida di un club italiano dopo Berlusconi, è probabilmente, come sottolineato dal giornalista Gianfrancesco Turano nel suo dettagliatissimo libro “Fuori Gioco”, l’unica a ricavare un profitto dall’investimento in una società di calcio. Abel Balbo, Nestor Sensini, Oliver Bierhoff, Marcio Amoroso, Vincenzo Iaquinta, David Pizarro, Martin Jørgensen,  Sulley Muntari, Fabio Quagliarella, Felipe, Cristián Zapata, Gökhan Inler, Alexis Sánchez sono solo alcuni dei nomi che arrivati in Friuli a costi minimi, sono poi ripartiti a suon di miliardi/milioni.

Il modello Udinese per funzionare ha bisogno però di poter offrire a tutti questi potenziali talenti uno sbocco di gioco. Cioè, la scorsa stagione c’erano più di 40 giocatori registrati con l’Udinese ma non a tutti ovviamente può arrivare la convocazione per una gara di Serie A. Quindi per provare questi giovani si è andati oltre il semplice prestito a società terze ma si è deciso di lasciare tutto in casa, come? Nel 2009 la famiglia Pozzo ha comprato la società spagnola del Granada all’epoca in Tercera Division. Al termine della stagione 2010-11 era salita in Primera anche se il campionato appena concluso è terminato con la retrocessione. A parte le entrate derivate dai diritti televisivi e da ogni altra voce collegata direttamente al successo sul campo, lo scorso anno ben sei tesserati bianconeri hanno fatto esperienza nella Liga. Quanti di questi torneranno, si affermeranno e saranno ceduti dietro lauti compensi è da vedere ma il ciclo produttivo è chiaro. Ora, al Watford si vuole operare in modo simile. Prestare e testare giovani promesse raccomandate dalla rete di scout più efficiente al mondo.

Il dubbio per i sostenitori friulani è, se il Watford dovesse salire in Premier League, notoriamente molto più redditizia della Serie A, come potrebbero se si invertissero le parti e l’Udinese diventasse il “feeder club” di quello inglese?

Richer than god

Un altro libro a cui mi sento di dedicare qualcosa di più delle poche righe con cui di solito commento le mie letture. Un altro libro sul Manchester City, dopo l’autobiografia di Paul Lake recensita qualche settimana fa.

Ma questo è un lavoro diverso. Forse non è neanche prettamente un volume sul calcio o, almeno, non solo. Chi mi conosce sa che ho un debole per l’autore, David Conn, che reputo il giornalista sportivo numero uno e autore di libri che andrebbero fatti studiare a scuola.

Conn in questo suo ultimo lavoro esplora i cambiamenti avvenuti all’interno del club che ha seguito tutta la vita e che, parallelamente, hanno avuto un impatto sul suo cuore di tifoso. La parte biografica di persona qualunque risulta invece particolarmente interessante perchè passa attraverso una crisi comune a molte persone che, avendo iniziato ad amare il calcio da piccoli, si sono trovati sempre più in crisi con l’avvento del cd calcio moderno. Il fatto che lui si sia poi appassionato alla causa dei Supporter Trust, che abbia voluto dare una voce ai tifosi combattendo impostori e speculatori, che abbia criticato da sempre le scelte di FA e Premier League e l’avidità di agenti e giocatori, non può che dare a quest’opera, dedicata al suo City, un taglio unico e profondo.

Nonostante il campionato vinto, lo squadrone di campioni messo insieme, gli investimenti in persone ed infrastrutture che farebbero felice il 90% dei tifosi medi che sognano l’avvento di uno sceicco o di un petroliere russo, l’autore invece non si riconosce più in un club che non è più un club ma una SpA, totalmente distaccata dalla comunità che dovrebbe rappresentare se non altro per posizione geografica e tradizione. Il conflitto interno tra le emozioni del ragazzo cresciuto con il City come punto di riferimento, che al gol di Aguero vorrebbe esultare e abbracciare il suo vicino di posto, e l’approccio maturo del giornalista adulto che ne ha  viste tante, da Swales a Francis Lee a Shinawatra, e che sa cosa c’è dietro il mondo dorato creato dai principi arabi, fa di “Richer than God” una lettura assolutamente stimolante. Tutto questo con, sullo sfondo, un’analisi spietata ed obiettiva della situazione sociale ed occupazionale di Manchester e uno sguardo critico al benessere costruito sul petrolio e sullo sfruttamento degli immigrati negli Emirati Arabi.

Non sutipsce che una delle sue conclusioni alla fine sia che giocare al calcio dovrebbe dare sempre più piacere che vederlo giocare, anche se parliamo solo del giovedì sera, sette contro sette con gli amici di una vita.