Richer than god

Un altro libro a cui mi sento di dedicare qualcosa di più delle poche righe con cui di solito commento le mie letture. Un altro libro sul Manchester City, dopo l’autobiografia di Paul Lake recensita qualche settimana fa.

Ma questo è un lavoro diverso. Forse non è neanche prettamente un volume sul calcio o, almeno, non solo. Chi mi conosce sa che ho un debole per l’autore, David Conn, che reputo il giornalista sportivo numero uno e autore di libri che andrebbero fatti studiare a scuola.

Conn in questo suo ultimo lavoro esplora i cambiamenti avvenuti all’interno del club che ha seguito tutta la vita e che, parallelamente, hanno avuto un impatto sul suo cuore di tifoso. La parte biografica di persona qualunque risulta invece particolarmente interessante perchè passa attraverso una crisi comune a molte persone che, avendo iniziato ad amare il calcio da piccoli, si sono trovati sempre più in crisi con l’avvento del cd calcio moderno. Il fatto che lui si sia poi appassionato alla causa dei Supporter Trust, che abbia voluto dare una voce ai tifosi combattendo impostori e speculatori, che abbia criticato da sempre le scelte di FA e Premier League e l’avidità di agenti e giocatori, non può che dare a quest’opera, dedicata al suo City, un taglio unico e profondo.

Nonostante il campionato vinto, lo squadrone di campioni messo insieme, gli investimenti in persone ed infrastrutture che farebbero felice il 90% dei tifosi medi che sognano l’avvento di uno sceicco o di un petroliere russo, l’autore invece non si riconosce più in un club che non è più un club ma una SpA, totalmente distaccata dalla comunità che dovrebbe rappresentare se non altro per posizione geografica e tradizione. Il conflitto interno tra le emozioni del ragazzo cresciuto con il City come punto di riferimento, che al gol di Aguero vorrebbe esultare e abbracciare il suo vicino di posto, e l’approccio maturo del giornalista adulto che ne ha  viste tante, da Swales a Francis Lee a Shinawatra, e che sa cosa c’è dietro il mondo dorato creato dai principi arabi, fa di “Richer than God” una lettura assolutamente stimolante. Tutto questo con, sullo sfondo, un’analisi spietata ed obiettiva della situazione sociale ed occupazionale di Manchester e uno sguardo critico al benessere costruito sul petrolio e sullo sfruttamento degli immigrati negli Emirati Arabi.

Non sutipsce che una delle sue conclusioni alla fine sia che giocare al calcio dovrebbe dare sempre più piacere che vederlo giocare, anche se parliamo solo del giovedì sera, sette contro sette con gli amici di una vita.

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