Un Pozzo di opportunità

Parlando con qualche tifoso del Watford , ho realizzato con stupore che c’è un clima di speranza e di fiducia intorno all’arrivo della famiglia Pozzo nell’Hertfordshire. Ovvio che esistano ancora delle riserve, ma la speranza che i brutti tempi e le crisi siano definitivamente passati fa sì che prevalga l’ottimismo. Certo, niente a che vedere con il glamour di avere una stella del rock come presidente, ma bisogna anche considerare che gli anni d’oro targati Elton John / Graham Taylor sono ormai passati da un pezzo. L’unica cosa che tutti si augurano è che Gianfranco Zola, il neo-allenatore, non segua le orme dell’ultimo manager italiano degli Hornets, Gianluca Vialli, che in un anno, non realizzando di non essere più al Chelsea, portò il club sull’orlo del baratro finanziario tesserando fior di pippe come Ramon Vega.

Il Watford è oggi una società modesta, con i lavori allo stadio quasi terminati e con un ottimo settore giovanile. L’Academy è il vero fiore all’occhiello e la base su cui i recenti successi targati Boothroyd, Rodgers, Mackay e, in misura minore, Dyche, che avrebbe di sicuro meritato più rispetto, sono stati costruiti. La domanda quindi sorge spontanea. Una squadra, la cui ricchezza è rappresentata dalle nuove leve, dai ragazzi che crescono sui campi di Harefield, cosa può avere a che fare con un modello invece costruito da decenni sul reclutamento e il commercio globale di giocatori sconosciuti? Io ricordo un servizio di una trasmissione RAI in cui la grande ala peruviana degli anni 80 Geronimo Barbadillo, in Italia in forza ad Avellino e Udinese, sedeva in una stanza rivestita di videocassette, all’epoca non c’erano ancora i dvd, con davanti alcuni schermi su cui visionava filmati di giocatori arrivati da chissà dove. Questo sarà stato più di 20 anni fa. Barbadillo ancora collabora con la società friulana che ha fatto del reclutamento in paesi meno battuti da scout e osservatori europei la sua forza e la sua fortuna.

La famiglia Pozzo, la più longeva alla guida di un club italiano dopo Berlusconi, è probabilmente, come sottolineato dal giornalista Gianfrancesco Turano nel suo dettagliatissimo libro “Fuori Gioco”, l’unica a ricavare un profitto dall’investimento in una società di calcio. Abel Balbo, Nestor Sensini, Oliver Bierhoff, Marcio Amoroso, Vincenzo Iaquinta, David Pizarro, Martin Jørgensen,  Sulley Muntari, Fabio Quagliarella, Felipe, Cristián Zapata, Gökhan Inler, Alexis Sánchez sono solo alcuni dei nomi che arrivati in Friuli a costi minimi, sono poi ripartiti a suon di miliardi/milioni.

Il modello Udinese per funzionare ha bisogno però di poter offrire a tutti questi potenziali talenti uno sbocco di gioco. Cioè, la scorsa stagione c’erano più di 40 giocatori registrati con l’Udinese ma non a tutti ovviamente può arrivare la convocazione per una gara di Serie A. Quindi per provare questi giovani si è andati oltre il semplice prestito a società terze ma si è deciso di lasciare tutto in casa, come? Nel 2009 la famiglia Pozzo ha comprato la società spagnola del Granada all’epoca in Tercera Division. Al termine della stagione 2010-11 era salita in Primera anche se il campionato appena concluso è terminato con la retrocessione. A parte le entrate derivate dai diritti televisivi e da ogni altra voce collegata direttamente al successo sul campo, lo scorso anno ben sei tesserati bianconeri hanno fatto esperienza nella Liga. Quanti di questi torneranno, si affermeranno e saranno ceduti dietro lauti compensi è da vedere ma il ciclo produttivo è chiaro. Ora, al Watford si vuole operare in modo simile. Prestare e testare giovani promesse raccomandate dalla rete di scout più efficiente al mondo.

Il dubbio per i sostenitori friulani è, se il Watford dovesse salire in Premier League, notoriamente molto più redditizia della Serie A, come potrebbero se si invertissero le parti e l’Udinese diventasse il “feeder club” di quello inglese?

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