L’ultima partita

Quella di martedì due ottobre contro il Bath potrebbe essere l’ultima partita del Truro City FC. La capitale amministrativa della Cornovaglia il prossimo weekend potrebbe non avere più la propria squadra di calcio, fondata nel 1889. Eppure non molto tempo fa era sulla bocca di tutti per la rapida ascesa nelle divisioni inferiori. Dal 2005/06, stagione della prima promozione, al 2011 the white tigers erano salite di sei categorie, arrivando in Conference South, con una vittoria a Wembley nell’FA Vase in archivio e ambizioni da football professionistico.

Il futuro era rosa: il proprietario, Kevin Heaney, era stato addirittura nominato nella Rich List del Times con un patrimonio di 154 milioni pochi anni prima. La sua attività di imprenditore immobiliare andava a gonfie vele. Da quando nel 2004 aveva rilevato il club la sua notorietà ed il suo prestigio erano aumentati grazie alle vittorie della squadra. Piani per un nuovo stadio e per altre operazioni di investimento sul territorio erano puntualmente stati presentati svelando, soprattutto a chi seguiva meno il calcio, quali fossero i suoi reali interessi.

Tutto il castello di carte, costruito stagione dopo stagione, cadde improvvisamente alla prima folata di vento nel 2011, quando Heaney, forse disperato per una nuova opportunità di business, forse reso miope dai suoi successi precedenti, decise di farsi promotore del consorzio per l’acquisto del Plymouth Argyle. Nonostante una persona non possa essere proprietaria di due club allo stesso tempo, l’ex titolare della Cornish Homes Ltd si affrettò a dire:

“The wild rumours which have been circulated regarding the impending sale of Truro City FC are completely false. I am 100% committed to Truro and am very proud to have been its chairman since 2004. I plan to continue in that role for the continuing future with so many exciting things happening with the club.”

Chissà se le cose eccitanti cui si riferiva erano il fallimento, i dieci punti di penalizzazione e la scomparsa definitiva del club, ma un anno dopo è questa la triste realtà.

Citando il credit crunch come causa della sua crisi negli affari, tante le persone che negli anni del boom del mercato immobiliare e dei mutui facili vantavano una ricchezza esistente solo sulla carta o sul pc, Heaney è stato dichiarato fallito abbandonando il Truro, e 162 creditori del club, al proprio destino lo scorso agosto. Come sempre i successi avevano alimentato l’ambizione e i costi che fino a qualche anno prima erano rimasti sotto controllo. Le trasferte dalla Cornovaglia erano diventate , finanziariamente, sempre più impegnative e i giocatori reclutati, tra cui l’ex calciatore del Fulham Barry Hayles, sempre più costosi.

La voglia di arrivare aveva fatto dimenticare le più semplici regole di bilancio a cui si è appellata invece l’HMRC contestando il mancato pagamento prima di 100 sterline e poi di altre 51mila. La minaccia del fallimento e della susseguente liquidazione era stata allontanata sia a gennaio che a luglio ma quando i calciatori ad agosto hanno cominciato a non ricevere lo stipendio per il Truro si è aperta la strada dell’amministrazione controllata con relativa penalizzazione di 10 punti.

Ad oggi, ultimi in classifica, e senza giocatori da schierare dopo la gara di martedì, sembra veramente che non ci sia futuro per la prima squadra cornish ad arrivare al livello Conference della Piramide. Ufficialmente la lega ha fissato per l’11 ottobre il termine ultimo per presentare eventuali proposte atte a garantire il futuro del club ma nè tifosi nè amministratori riescono a vedere da dove potrebbe arrivare un intervento miracoloso.

Giustizia è sfatta

Ieri tutti i quotidiani inglesi in prima pagina davano spazio al discorso del Premier David Cameron che, a nome di un’intera nazione, chiedeva scusa per le indagini farsa e la tortura emotiva a cui erano state sottoposte per 23 anni le famiglie delle vittime della tragedia dell’ Hillsborough. Cameron ha parlato di “…double injustice in the failure of the state to protect their loved ones and the indefensible wait to get to the truth…”

23 anni fa il governo conservatore della Thatcher neanche si sognò di mettere in discussione i rapporti della polizia sulla tragedia: nonostante facessero acqua da tutte le parti, nonostante andassero contro qualsiasi testimonianza di chi era sopravvissuto. Ora un altro primo ministro conservatore ha dovuto alzarsi in parlamento, abbassare la testa e dire “perdono, ci siamo sbagliati”.

Basta? Direi di no. Non bastano le sue scuse accompagnate dalle promesse di riaprire le indagini. Non bastano le scuse dello Sheffield Wednesday, che non aveva nessun rimorso all’epoca a rischiare la vita dei propri tifosi e di quelli ospiti ammettendoli in un impianto assolutamente a rischio. Non bastano quelle della FA, al corrente all’epoca che Hillsborough non aveva un certificato di agibilità e sicurezza e non avrebbe mai potuto ospitare una semifinale di FA Cup. Non bastano quelle della South Yorkshire Police che parla di mele marce, di comportamento assurdo da parte di alcuni colleghi che falsificarono le carte subito dopo la strage. Non bastano quelle dei giornalisti del Sun che gridando in prima pagina “The Truth” decisero di considerare per vere tutte le infamie che le forze dell’ordine, e il resto delle persone coinvolte, crearono ad arte per coprire i veri responsabili e dare la colpa ai soliti animali, i tifosi del Liverpool.

Sono 23 anni che le famiglie, e tutti i tifosi, conoscono la verità. Se oggi sono arrivate a vedersi riconosciuta la ragione in modo ufficiale è solo per il loro impegno senza sosta. Perchè non c’è sentimento più vivo del dolore, non c’è forza maggiore di quella che è generata dalla sofferenza. Nella consapevolezza di agire nel giusto centinaia di persone non hanno dato tregua al sistema fino a che non ha ceduto.

La sentenza di due giorni fa è stata importante, certo. Ha pulito i nomi delle vittime, se mai ce ne fosse stato bisogno, ma non ha di fatto punito i colpevoli. L’aspetto più disgustoso non è stata la manifesta incapacità nell’organizzare e gestire l’evento, o la negligenza, o la totale mancanza di rispetto per la salute e la sicurezza dei tifosi, all’epoca considerati poco clientela e molto bestiame, ma la valanga di velenose bugie che furono inventate per dare la colpa a chi non poteva più difendersi in quanto morto. È stato accurato che la polizia modificò qualcosa come 160 verbali, furono cambiate ore, testimonianze, sparirono nastri delle telecamere dello stadio, si creò un muro di omertà volto a difendere un sistema assassino.

41 vite avrebbero potuto essere salvate si fosse agito con urgenza. Ma i pregiudizi e l’ottusità nel voler combattere la violenza anche laddove non esisteva a scapito della sicurezza di tutti gli spetattori lo impedirono.

Ogni volta che si parla di Hillsborough, ogni volta che si va Anfield viene la pelle d’oca. Poteva succedere ad ognuno di noi. Quante volte ci si trova in uno stadio in situazioni di assoluta precarietà? Si ama tanto questo sport che non ci si rende conto quanto la nostra sicurezza e la nostra vita, perchè alla fine di quello si tratta, valgano un pugno di euro, di sterline, di vecchie lire.

Non esiste giudice più severo della propria coscienza. Che tutte le persone che ieri hanno chiesto scusa facciano i conti con la propria.

Sad news

È notizia di ieri, dal prossimo anno il diamantino della Umbro scomparirà dalle casacche della nazionale inglese e sarà rimpiazzato dal plurinflazionato sbaffo della Nike. Lo so, la Umbro non era più l’azienda di Cheadle fondata da Harold Humphreys (il nome Umbro deriva da Humphrey Brothers), dal 2008 era infatti parte dell’impero della multinazionale americana. Eppure si era riusciti ad ignorare questo sgarbo. La base era rimasta nei dintorni di Manchester e si era continuato ad investire nel design di prodotti calcistici dove il marketing del futuro aveva sposato tradizione e moda delle terraces.

La Umbro debuttò nella finale di FA Cup del 1934 e raggiunse il suo momento di gloria nella finale del 1966, torneo in cui fornì materiale a 15 delle 16 nazionali partecipanti compresi i campioni guidati da Bobby Moore. La relazione con la nazionale inglese continuò fino al 1974 quando Don Revie sponsorizzò il passaggio all’Admiral (almeno inglese anche lei) che lui aveva utilizzato quando era al Leeds.

10 anni dopo la FA tornò sui suoi passi e all’antico. Il primo torneo, visto che nel 1984 l’Inghilterra non si qualificò, fu il mondiale del 1986, quello della mano di Maradono per intenderci. Poi un nuovo kit in media ogni due anni. Personalmente tra i preferiti ci sono la maglia degli europei 1988, quella dei mondiali del 1990 e del 2010.

L’aspetto più affascinante della Umbro è la sua simbiosi con il calcio. Non si è portati ad associare il marchio con nessun altro sport. La qualità e il look dei prodotti erano e rimangono indiscussi ma per qualche motivo, neanche tanto oscuro visto che la Nike erano anni che scodinzolava dalle parti di Wembley, questa volta la Federazione ha deciso ancora di cambiare e diventare una delle tante nazionali sponsorizzate dall’azienda di Portland che ha deciso, una volta ottenuto il contratto più importante, di rimettere il diamantino sul mercato.

Probabilmente venderanno di più, misure più larghe e pubblicità con grandi nomi, ma resta un fatto: la Nike vestirà una squadra di calcio, la Umbro ha vestito la storia.

Esperimento fallito

La scorsa settimana e’ finita l’avventura del Wembley FC in FA Cup al secondo ostacolo (Preliminary Round). Devo dire che ho tirato un sospiro di sollievo. Non che io abbia niente contro il club al momento al nono gradino della football pyramid ma tutta la pubblicita’ guadagnata grazie alla sponsorizzazione della Budweiser e’ sembrata un po’ una forzatura. Era stato gia’ difficile mandare giu’ l’umiliazione di aver visto il nome della competizione calcistica ad eliminazione diretta piu’ antica del mondo sporcato da una marca di birra americana per prendere sul serio  anche questa ultima operazione di marketing romanticizzata. Quando lo scorso anno era stato annunciato il coinvolgimento di Terry Venables nella direzione tecnica della squadra, a dire il vero avevo pensato “perche’ no, finalmente un allenatore che si rimette in discussione a livello amatoriale, ce lo vedreste Mourinho?” ma poi si e’ andati troppo in la’ e siamo arrivati al limite della farsa. In estate e’ stato confermato che David Seaman sarebbe stato l’allenatore dei portieri. Poi l’annuncio che Ray Parlour, Brian McBride, Claudio Caniggia, Martin Keown, Ugo Ehiogu e Graeme Le Saux avrebbero giocato nella partite di FA Cup (tutte trasmesse live dalla tv americana ESPN). Gia’ la passata stagione il Wembley aveva preso parte alla prima gara di calcio trasmessa su Facebook ma evidentemente le sorprese targate Bud per la compagine londinese non erano terminate. Un pugno di vecchie glorie, una specie di circuito master, di partita del cuore imposta a chi col cuore magari tutte le settimane vorrebbe giocare nella Combined Counties League per guadagnarsi il posto da titolare  in FA Cup e che invece si vede passare avanti signori con troppi anni e troppi chili imposti dallo sponsor. Che il replay sia finito 5-0 a favore dell’Uxbridge e’ cosa buona e giusta. La FA Cup e’ cosa seria e non dovrebbe mai essere presa poco sul serio come in questo caso. La FA manco’ di rispetto al trofeo che porta il suo nome quando permise al Man Utd di non partecipare. Tutti gli allenatori che mettono in campo le squadre riserve per tenere i giocatori titolari freschi per competizioni piu’ redditizie si comportano allo stesso modo. E il Wembley, targato e foraggiato dalla Budweiser, non è differente.