Watt a game

Di solito non mi piace scrivere della Champions League. Non è una competizione che seguo con particolare attenzione, soprattutto nella fase a gironi, tanto inutile quanto ridicola. Eppure proprio durante questo tanto vituperato primo turno si sono consumati 90 minuti che rimarranno nella storia, almeno del club che li ha vissuti da protagonista. Sembrava una data studiata a tavolino. In occasione del proprio 125mo compleanno, il Celtic ospitava il Barcellona, al momento riconosciuta e acclamata come la miglior squadra del pianeta. Fosse stata un’esibizione al termine di una visita di cortesia forse il risultato sarebbe stato in dubbio ma con i tre punti in palio sembrava anche inutile fare i pronostici. Seguendo la partita in un pub in Italia mi sono divertito a sentire le previsioni delle persone presenti e anche degli esperti opinionisti in TV. Si passava dal 3-1 al 4-0 al 5-1 con estrema facilità, ovviamente a favore degli ospiti. Nessuno dava una speranza in paradiso alla formazione scozzese. Eppure due settimane prima i catalani erano riusciti a vincere solo al 94mo, non è che avessero passeggiato sull’avversario al Camp Nou. Ma, si sa, quando tutti dicono che quella è la squadra più forte del mondo, bisogna ripeterlo o si rischia di rimanere fuori dal coro.

Messi & C. hanno iniziato come sempre: tanti passaggi, tanto possesso, tanti tocchi di prima e il Celtic a inseguire e a difendersi. La partita è continuata in questo modo anche dopo il gol di Wanyama, centrocampista kenyota arrivato per meno di un milione dal campionato belga. Pure nella ripresa si respirava aria da “è solo una questione di minuti” nonostante la truppa di Lennon si stesse difendendo molto bene, con un pressing energico ed evitando di concedere falli troppo vicini alla propria area. Di fatto Messi dopo la traversa colpita all’inizio non aveva trovato spazio, così come Sanchez e Pedro, mentre il duo Iniesta Xavi sembrava contento di tenere palla senza affondare. Il sottoscritto avrebbe anche da ridire sul concetto di spettacolo legato al mero concetto di possesso palla ma non è questa la sede. Fatto sta che se il primo gol del Celtic era arrivato da un comunissimo calcio d’angolo, il secondo è giunto inaspettato attraverso lo schema più vecchio del mondo. Rinvio lungo del portiere, spizzata di testa, liscio macroscopico di Xavi, palla al 18enne Tony Watt (uno dei tre scozzesi in campo in quel momento) costato 80mila sterline, mezza giornata di Messi, dall’Airdrie, e 2-0.

In quel momento anche i telecronisti hanno cambiato tono, visto che mancavano sette minuti più recupero. Il 2-1 ha reso gli ultimi secondi palpitanti ma non ha cambiato il risultato anzi, lo ha reso ancora più epico. Alla fine mi sento di dire che il Celtic non ha demeritato. Vero Forster dei due portieri è stato quello più busy ma non c’è stata quella supremazia che tutti si aspettavano. Chi attendeva una lezione e un’umiliazione della squadra di casa è rimasto deluso. E meno male, perchè mercoledì sera ha vinto il calcio non solo il Celtic. Ad un paese con un campionato barzelletta, con la squadra più titolata in Third Division, con una nazionale che se la gioca con Isole Faroe e Liechteinstein, questa vittoria ( eancora di più il passaggio del turno) serve come il pane.

Che il gol della vittoria lo abbia segnato un ragazzino scoperto dopo che l’Airdrie aveva messo un’inserzione su un giornale locale per un provino destinato ai più giovani regala all’impresa anche un alone da favola. Certo non come quello che è rimasto intorno alla squadra che vinse la Coppa Campioni nel 1967 quando tutti i giocatori biancoverdi, eccetto uno, erano nati nel raggio di 15 km dal Celtic Park, ma dubito che ci sia un solo tifoso dei Bhoys che al momento se ne faccia un cruccio.

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