Iron

thaSono state molte le polemiche che hanno accompagnato la decisione di non far rispettare un minuto di silenzio per la morte dell’ex primo ministro Margaret Thatcher. Come giustamente notato in un articolo da Kenny Dalglish, era una cosa che si poteva chiedere ma non imporre. Per questo nessuno ha deciso di farlo. A prescindere dalle ideologie politiche di ciascuno, se è vero che il football era lo sport della working class, e fino all’avvento della Premier League lo era davvero, nessuno ne è mai stato nemico più acerrimo e dichiarato della Iron Lady. La Thatcher odiava i sindacati, soprattutto quello dei minatori, disprezzava la classe proletaria e rifiutava anche il solo pensiero che esistesse un qualcosa chiamato società. Con lei l’Inghilterra divenne Londrocentrica, tutte le industrie, soprattutto del nord, sacrificate sul mercato della globalizzazione. L’economia sarebbe stata trainata dalla City, da un km quadrato di banche e uffici dove transitavano capitali di tutto il mondo. Il suo concetto di meritocrazia sfrenato era un trionfo dell’individualismo su tutto ciò che prima era stato in qualche modo socialismo o mutualismo. Eletta primo ministro nel 1979 da subito si era trovata di fronte il problema della violenza negli stadi. Erano gli anni degli assalti in metro, fuori le stazioni, delle invasioni delle terraces dei padroni di casa, dei biglietti da visita lasciati sui luoghi dei pestaggi, insomma di tutto quanto si legge oggi nei libri di memorie di ogni hooligan che si rispetti. Le forze dell’ordine cercavano di combattere come potevano. Fino al 1985. Prima i disordini di Kenilworth Road, dove i tifosi del Millwall invasero il campo e fecero fuggire tutti, poliziotti compresi. Poi gli incidenti, con morto, di Birmingham v Leeds. Poi il rogo di Bradford e poi, in mondovisione, l’Heysel. Da quel momento, dopo aver fortemente spinto per l’esclusione dei club inglesi dall’Europa, dichiarò guerra a ciò che definì “the English disease”. Per molti la Thatcher, e le sue misure repressive, salvarono il football d’oltremanica. Quegli anni erano bui, tetri, pericolosi, con la percentuale più bassa di sempre di spettatori, l’epoca illuminata da SKY impossibile anche da immaginare. Una reazione, da parte del governo, era dovuta, necessaria, normale. Il fatto che lei disprezzasse non solo chi causava disordini ma chiunque varcasse i tornelli di uno stadio è tutta un’altra storia. Ma prima del suo addio a Downing Street purtroppo dovette essere testimone della tragedia più grande mai avvenuta in uno stadio inglese. Il 15 aprile del 1989 96 tifosi del Liverpool persero la vita prima della semifinale di FA Cup contro il Forest. Subito dopo la tragedia i tabloid si scagliarono di nuovo contro i tifosi del Liverpool. Foraggiati dalle abili bugie e coperture della polizia, poi rivelate anni più tardi, calunniarono morti e sopravvissuti in un periodo in cui nessuno aveva motivo di dubitare della veridicità di quelle notize. Ma in un certo senso quel massacro fu figlio anche del clima che si era creato negli stadi. L’incubo hooligans aveva fatto calare drammaticamente l’attenzione alla sicurezza dei tifosi in generale. A nessuno importava dell’incolumità di quegli animali che di fatto venivano rinchiusi dentro a dei recinti, in stadi fatiscenti, con servizi inesistenti. Senza recinzioni, erette per fermare gli hooligans, non ci sarebbero state 96 vittime. I tifosi del Liverpool non hanno dimenticato e non hanno perdonato. Nell’ultima partita casalinga uno striscione diceva “You didn’care when you lied, we don’t care that you died”, duro forse ma rende l’idea. E non solo della gente del Merseyside.

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