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Archive for maggio 2013

Fine stagione

29 maggio 2013 3 commenti

wolvesL’ultima partita della lunga stagione inglese si è chiusa con un calcio di rigore decisivo realizzato nei tempi supplementari da un giocatore quasi 40enne. SuperKev, come Kevin Phillips era conosciuto ai tempi del Sunderland di Peter Reid, ha ripagato con freddezza dagli 11 metri la fiducia concessagli da Ian Holloway che dopo averlo visto all’opera al Blackpool ha deciso che per qualche manciata di minuti qui e lì avrebbe potuto essere utile. Dispiace vedere il Watford mancare la promozione, da un punto di vista puramente “scientifico” avrei voluto assistere all’esperimento dei Pozzo una volta che le entrate derivanti dall’approdo in Premier non avrebbero più giustificato il ruolo della squadra di Zola come feeder club dell’Udinese.

Il Palace, che quasi sicuramente vedrà Zaha terminare il periodo di prestito ed andare allo United, si unisce al Cardiff City e all’Hull City saliti di diritto al termine della stagione regolamentare. Per i gallesi finalmente rotto il taboo play off, oltretutto con le loro contestatissime maglie rosso fiammante che sono un calcio in bocca alla tradizione, mentre per le Tigri sarà interessante vedere l’ennesimo tentativo di Steve Bruce nel massimo campionato come si chiuderà. La sorpresa negativa sono stati i Wolves ma è un disatro che si sono autoinflitti, prima con Terry Connor e poi con Stale Solbakken, difficile capire e quando non capisci reagisci con rabbia come hanno fatto i tifosi nell’ultima uscita al Molineux. Ci si aspettava di più anche dal Boro e dai suoi giovani, alla fine anche per loro una stagione deludente. Il Blackburn ad un certo punto sembrava spacciato ma ha finalmente fatto una cosa sensata offrendo la panchina a Gary Bower, più volte caretaker ma mai permanent. Da segnalare l’addio dell’ottimo Kenny Jackett dopo sei anni a South Bermondsey, non sarà facile per il Millwall, e quello del gettonatissimo Gus Poyet dal Brighton.

In Premier League poche sorprese. Campionato dominato dallo United che dopo aver perso lo scorso anno per differenza reti ha risolto il problema comprando Van Persie. Gli uomini di Mancini, well, ex a dire il vero, forse hanno pagato un appagamento da vittoria per un club che non è abituato a vivere al top. Il mercato estivo probabilmente non è stato all’altezza del portafoglio ma la squadra era piú che competitiva, nessuna scusa. Considerando che Mancini molto raramente lascia amici nelle società che allena, stupisce poco il suo addio in un mondo tanto spietato. Inaspettato invece l’addio di Ferguson e da applaudire la scelta di Moyes, con buona pace di tutte le oci che volevano in arrivo qualcuno da oltremanica. Le sorprese direi Swansea (interessante nel 2013/14 il primo derby gallese nella storia della top division inglese) e WBA. Laudrup ha continuato con successo il lavoro di Martniez e Rodgers aggiungendo una coppa ed un posto in Europa. Steve Clarke ha stupito tutti, chi scrive per primo. La delusione deve essere MON. Il Sunderland si è salvato per demeriti altrui e per una fixture congestion di antica memoria che ha colpito il Wigan tra aprile e maggio. Per assurdo Martinez troverà un club più grande l’anno della retrocessione ma anche lui lascia il piccolo Wigan Athletic, che nessuno sembrava volere in EPL, in Europa dopo la sorprendente vittoria contro i milionari del Man City in finale di FA Cup.

In League One da registrare l’ennesima retrocessione del Portsmouth, finalmente in mano ai tifosi quindi in toeria più stabile, e l’ennesimo fallimento ai play off dello Sheffield United. Sale lo Yeovil dopo la vittoria a Wembley contro il Brentford di Uwe Rosler insieme a Doncaster e al Bournemouth di Eddie Howe finalmente a casa dopo la parentesi tutt’altro che da ricordare di Burnley.

In League Two ha dominato il Gillingham a cui si sono aggiunti il Rotherham del sempre poco popolare Steve Evans con il nuovo fiammante impianto dal discutibile nome New York Stadium e Port Vale. Il Bradford City ha ripagato i 10mila e più tifosi che lo hanno continuato a seguire dal vivo anche in League Two con due visite a Wembley, per la finale di Coppa di Lega, finita male, e per la finale dei Play Off, finita bene. Essendo un ammiratore dei club in mano ai tifosi non posso che essere contento del buon campionato di Wycombe ed Exeter e della salvezza del Wimbledon. Dispiace per il Barnet, il doppio blow retrocessione/nuovo stadio potrebbe essere difficile da smaltire nel breve periodo.

Non League: per la stessa ragione appena citata sopra avrei voluto vedere il Wrexham in Football League, purtroppo caduto ai play off, mentre sale insieme al Mansfield un’altra squadra gallese, il Newport County. Da segnalare la terza sconfitta consecutiva nella finale dei play off dell’FC United of Manchester.

Nazionale: in occasione dell’inutile amichevole di Wembley contro l’Irlanda hanno fatto il loro debutto le maglie della Nike. Belle o brutte importa poco, vedere quello sbaffo sulla maglia dell’Inghilterra è come fare i baffi alla Gioconda.

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Becks

24 maggio 2013 3 commenti

becks1Dopo l’annuncio del suo ritiro dal calcio giocato, tutta la stampa, domestica e internazionale, ha dedicato fiumi di parole a David Beckham. È stato definito un brand, una pop star, un’icona gay, un trend setter, un maniaco dei tatuaggi, un ambasciatore del marchio UK nel mondo, un fotomodello, uno degli sportivi più ricchi al mondo, un amico delle star di Hollywood, un marito di un ex pop star, un ragazzo working class che mangia allo stesso tavolo della Regina, l’oggetto più desiderato dagli sponsor o da chiunque voglia promuovere il prodotto calcio, dagli USA all’Europa, dalla Cina al Qatar. In molti di questi articoli il riferimento al fatto che fosse anche un calciatore sembrava quasi casuale. Eppure David Robert Joseph Beckham, prima di vendere magliette ha vinto partite e titoli. Lo ha fatto in Inghilterra, in Spagna, negli Stati Uniti e, in piccolissima parte, anche in Francia. Ha giocato con alcune delle squadre più prestigiose del mondo, Manchester Utd, Real Madrid, Milan, e ha collezionato ben 115 presenze con la nazionale del suo paese. I maligni dicono che alla fine erano presenze dalla panchina per pochi minuti ma i pochi minuti di Beckham con la maglia della nazionale ne valevano 90 di alcuni suoi colleghi più giovani e viziati. Vederlo scendere in campo con i tre leoni sul cuore e la fascia al braccio sembrava l’uomo più orgoglioso del mondo. E non fa niente che in una ideale top 11 dell’Inghilterra di tutti i tempi quel numero 7 non potrà mai essere suo. Quello che conta è che mentre nel calcio di oggi le convocazioni in nazionale sono considerate quasi un impiccio o una scocciatura, per Becks erano occasioni uniche per dimostrare  l’amore per il proprio paese, ricostruito e rinsaldato dopo l’incidente dei mondiali del 1998 quando la sua espulsione contro l’Argentina fu usata da molti come pretesto per giusticare la sconfitta e per attaccarlo. È cosa rara ormai e dovrebbe essere tenuta nella giusta considerazione. Così come le sue qualità tecniche. A chi lamenta la sua scarsa abilità aerea o determinazione nei tackle, va ricordato che poche persone al mondo hanno le doti tecniche dell’ex n. 23 dei Galaxy. I sui passaggi, lanci e cross millimetrici sono stati una benedizione per almeno un paio di generazioni di attaccanti. Nonostante la sua immagine da ragazzo copertina, Beckham è stato un professionista modello, basta vedere le dichiarazioni rilasciate dai suoi compagni allo United, al Milan o al Real. O dagli stessi Ancelotti e Capello. Quest’ultimo lo aveva messo fuori squadra dopo l’annuncio del suo, per molti prematuro, passaggio in MLS ma davanti a tanta tenacia e determinazione per riconquistarsi un posto da titolare, dovette ricredersi e reintegrarlo, con soddisfazione di entrambi visto il titolo della Liga arrivato al termine di quella stessa stagione. Per non parlare di tutto il suo lavoro benefico, il suo amore per i bambini, il suo impegno per ogni causa che riguardi il proprio paese (vedi Olimpiadi di Londra). Beckham è stato un campione, dentro e fuori dal campo, tutto il resto è invidia.

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Passato e futuro

11 maggio 2013 Lascia un commento

unitedDevo confessare che non me lo aspettavo. Se anche ci avesse pensato, ero sicuro che la sconfitta di misura in Champions League contro il Real e l’ennesima giovane squadra che stava plasmando sarebbero stati due motivi più che sufficienti per allontanare ancora di qualche anno il suo pensionamento e invece Sir Alex Ferguson ha di nuovo preso tutti in contropiede. Come qualche anno fa decise di rimanere in panca dopo aver annunciato di ritirarsi, così ora, invertendo la sua volontà. Parlare del Man Utd senza Ferguson era come rimanere incastrati in un periodo ipotetico senza fine. Era come parlare della fine del mondo dei Maya o delle profezie di Nostradamus, cose che si minacciano ma che regolarmente non avvengono. Cosa succederà al club, ai Glazer, al marketing, ai giocatori, alla stanza trofei dello United senza la guida in campo e fuori dello scozzese? Tutte domande lasciate sospese con la certezza che non avrebbero avuto bisogno di risposte immediate. Un fulmine a ciel sereno vero e proprio per i tifosi dei Red Devils. Dopo 26 anni, 13 titoli di Premier League, 5 FA Cup, 4 Coppe di Lega, 2 Champions League, una Coppa delle Coppe, una Super Coppa Europea, un trofeo intercontinentale e una Coppa del Mondo per Club, senza contare le Charity Shields e simili, sarà quasi impossibile sostituirlo. Tra due settimane Sir Alex chiuderà la sua lunga parentesi ad Old Trafford con 1500 panchine e probabilmente qualche milione di gomme da masticare all’attivo. Come tutti i vincenti, non è stato amato da tutti, anzi. Arrogante, disonesto, testardo, prepotente, permaloso sono solo alcuni degli attributi che gli sono stati riservati da tifosi avversari e dalla stampa che poteva permettersi di criticarlo perchè poteva fare a meno delle sue interviste. Ma anche coloro che parlano animati da invidia o da un’innata antipatia non possono non riconoscere la sua abilità come allenatore. A parte qualche bidone preso negli anni, cosa che succede a tutti, Ferguson è riuscito a ricreare una squadra vincente ogni volta che lo United sembrava alla fine di un ciclo. Ha messo in pratica ogni volta che ce ne è stato bisogno il principio secondo cui nessun giocatore sarà mai più grande del club che rappresenta. Ha preso decisioni coraggiose, forse gli è mancata quella a favore dei tifosi nella lotta contro la scalata dei Glazer, ha sempre protetto i suoi uomini  non permettendo mai a nessuno di prendersi delle libertà nei loro confronti.

Il successore è stato probabilmente scelto da lui, a sua immagine e somiglianza. Per molti forse sarebbe stato suggestivo immaginare Mourinho su quella panchina o, fino a qualche tempo addietro, Guardiola ma la verità è che non serviva il nome ad effetto, ma una persona seria, leale, onesta, un lavoratore, qualcuno che aveva dimostrato di poter farsi valere con mezzi limitati, un pò come lui quando arrivò dall’Aberdeen nel 1986. David Moyes, un altro scozzese senza fronzoli, è tutto questo, non è poco. È un’altra epoca, un altro calcio, un altro United ma sempre con lo stesso obiettivo, vincere, speriamo per loro che non si faccia schiacciare dal peso delle aspettative.

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Alexandra the great

3 maggio 2013 Lascia un commento

alexIl 2013 sarà un anno da ricordare nella lunga vita del Crewe Alexandra, club fondato nel 1877 che non ha mai giocato una stagione nel massimo campionato inglese. La cittadina del Cheshire, più che altro famosa per essere uno dei più importanti snodi ferroviari britannici, ha visto il giovane manager Steve Davis, che aveva già guidato alla vittoria a Wembley i Raylwaymen nella finale dei play off di League Two del 2012, alzare anche il primo vero trofeo della loro storia lo scorso mese. 2-0 il punteggio nell’epilogo del Football League Trophy (sponsorizzato Johnstone’s Paint), sempre sotto il grande arco, contro il Southend. Ma il motivo per cui il 2013 rimarrà scolpito nella memoria dei tifosi dell’Alex non è il trionfo di Wembley di cui sopra ma la vittoria, con lo stesso punteggio, contro il Walsall nell’ultima giornata di campionato di League One al Gresty Road. A vederla così, un incontro tra due squadre che non avevano niente da chiedere alla loro stagione, terminata con il tredicesimo e nono posto finale rispettivamente per formazione di casa e quella ospite. Ma, come spesso succede, le soddisfazioni più grandi non si misurano in gol, vittorie, punti o trofei. Il 27 aprile infatti il Crewe ha fatto giocare una formazione composta da 11 giovani cresciuti nella propria Academy, l’unica tra l’altro fuori le prime due top divisions ad vedersi assegnato il grado di Category Two. Quanto successo ovviamente non è il risultato di infortuni o di esperimenti dell’ultima ora ma il frutto di una programmazione meticolosa, di una passione inesauribile, di una competenza straordinaria, di un sogno durato 30 anni. Il sogno era quello di Dario Gradi, allenatore dei Railwaymen dal 1983 al 2007 e poi ancora dal 2009 al 2011, quando un’emergenza in pima squadra lo aveva distolto da quello che aveva deciso sarebbe stato il suo unico interesse fino alla pensione, lo sviluppo di giovani talenti. In passato erano usciti dalle fila del Crewe giocatori come Geoff Thomas, David Platt, Robbie Savage, Rob Jones, Neil Lennon, Danny Murphy, Seth Johnson, Dean Ashton, per nominare i più famosi. Per un piccolo club circondato dai giganti del calcio inglese, l’unico modo per sopravvivere e rimanere solvibili era produrre in casa per poi rivendere a prezzi importanti. È quello che è stato fatto anche lo scorso anno quando Nick Powell e Ashley Westwood sono passati al Man Utd e al Villa rispettivamente per cifre a cinque zeri . In un’intervista alla BBC Gradi, nato a Milano da padre italiano e madre inglese nel 1941, un paio di anni fa disse:

“I always say I’ve never worked in my life, it’s fun. It’s a pleasure. The satisfaction I get is the difference I’ve made with my own contribution to people’s lives. Not just the kids, but the likes of Geoff Thomas and Luke Varney, who came a bit later. They’ve had a life they perhaps would not have had if we had not got a club like Crewe Alexandra here. If an Arab billionaire came in now and said ‘Come on Dario, here’s the money, take Crewe into the Championship’, I don’t think I’d be the man for the job. Roberto Mancini wouldn’t want to put all his kids in the team. He’s better coaching higher quality players. But I wouldn’t get the same satisfaction that I get from coaching the kids. I don’t think you can beat the pleasure you get from working with kids and helping to define their lives.”

Non credo che a colui che per un periodo è stato il manager più longevo del calcio inglese, nonostante l’MBE che gli è stato riconosciuto, gli sia mai stato pagato il dovuto rispetto. Gradi non ha solo insegnato a giocare a calcio in un certo modo, privilegiando la tecnica sull’aspetto fisico che in molti vogliono essere determinante nelle categorie inferiori del calcio professionistico inglese. Ha insegnato a vivere e ha cercato di dare ai suoi ragazzi delle opportunità vere che magari in altri club non avrebbero avuto. Lo stesso allenatore dell’Alex Steve Davis ha confermato questo aspetto commentando la gara contro il Walsall: “You have to build and give these boys a chance. Sometimes they take you down. Sometimes they get you promoted. You have to add a bit of experience to the team to help them along the way. But you have to be brave and courageous in playing them”. In un calcio fatto di acquisti milionari, di allenatori che si impuntano e calciatori che pretendono, il Crewe è un esempio che in molti, ad ogni livello, dovrebbero seguire soprattutto in questo momento di crisi finanziaria. Sarebbe bello che questo fosse preso come modello di riferimento del calcio inglese, che facesse notizia, piuttosto che le solite chiacchiere piene di gelosia sulle prossime entrate della Premier League.

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