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25 settembre 2013 Lascia un commento

SessegnonRileggendo il mio post del 2 aprile scorso posso dire di essere stato un “buon profeta”. Da allora, a chi mi chiedeva quanto PdC sarebbe durato sulla panchina del Sunderland, rispondevo che non avrebbe mangiato il Christmas pudding. Ma neanche il mio scetticismo marcato nei confronti del manager del Quarticciolo avrebbe osato pensare un esonero imposto dai giocatori a cavallo tra estate e autunno. Eppure le avvisaglie c’erano state. Tutte. Ammettiamolo, le due vittorie al suo arrivo sono state frutto della reazione all’allontonamento di Martin O’Neill più che altro e probabilmente sarebbero giunte anche se il Sunderland avesse riesumato Howard Wilkinson, cosa che per altro ci avrebbe risparmiato le scene patetiche del St James’s. In poco più di 170 giorni, l’ex tecnico dello Swindon Town ha dilapidato il credito accumulato verso i suoi sostenitori con la vittoria nel derby contro il Newcastle, ha venduto alcuni tra i giocatori più forti dei Black Cats, Sessegnon e Mignolet su tutti, comprato altri rotti o non all’altezza e alienato colonne della squadra, come Cattermole, O’Shea o Larsson criticandoli in pubblico. Che alcuni professionisti del Sunderland avessero bisogno di qualcuno che li mettesse in riga da un punto di vista disciplinare è fuori di dubbio, ma che lo si facesse davanti a telecamere, registratori e taccuini non era stato preventivato. L’ex idolo del West Ham invece ha fatto quello che ha sempre fatto in momenti di difficoltà: si è chiamato fuori, ha scaricato tutte le responsabilità sugli altri, sui suoi giocatori in questo caso, e ha continuato ad affermare, anche dopo la batosta dell’Hawthorns, di essere il miglior manager del mondo. In quel caso sembrava uno di quei personaggi che si aggirano nelle case di cura con una mano infilata dentro il cappotto che affermano di essere Napoleone. Sabato scorso, piuttosto che spendere qualche minuto di imbarazzo di troppo con la propria squadra negli spogliatoi, PdC è tornato in campo “da uomo”, come direbbe lui, per mostrare la sua faccia ai tifosi. La mimica non è stata chiara, sembrava dar loro ragione dicendo di non abbassare la testa, che ci sarebbero stati tempi migliori. Di sicuro la testa non l’ha potuta abbassare lui, visto che ha dovuto guidare per tornare a ritirare le sue cose e tornare a casa. I giornali parlano di ammutinamento, di professionisti che dopo cinque giornate, cinque, mandano un ultimatum al presidente, o noi o lui. Il che fa pensare che forse le doti di man-management o psicologiche non siano il suo forte. E basta anche con la storia dei 14 giocatori nuovi, comunque voluti da lui, che dovevano avere il tempo di conoscersi. A Gianfranco Zola lo scorso anno ne sono toccati 42 ed il Watford ha perso la finale dei play off al termine di una stagione entusiasmante. Due volti del calcio italiano, da giocatori e poi da allenatori. Zola è l’ambasciatore ideale, un gentleman, un campione, un anglofilo, una persona educata, umile e solare. L’altro ha dimostrato solo arroganza, voglia di protagonismo, supponenza, totale mancanza di abilità. E a tutti quelli che parlavano di lui in termini di entertainment o box office bisognerebbe ricordare che i tifosi allo stadio vanno a vedere le partite sperando anche, se possibile, che la propria squadra vinca. Per le comiche possono sempre andare al cinema.

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