Brazil

mike bassettOra che tutto il paese ha tirato un sospiro di sollievo collettivo è bene riflettere su questa campagna di qualificazione a Brasile 2014. L’Inghilterra ha chiuso, come svariate altre squadre tra cui l’Italia, il girone imbattuta. Più che alla forza di queste nazionali, tale dato dipende molto dalla debolezza delle rappresentative dei mille statarelli, ultimo Gibilterra, che con la popolazione della provincia di Sondrio, sono ammessi alle selezioni mondiali o continentali. Con la scusa di voler far migliorare il livello del loro calcio, la UEFA incassa semplicemente qualche decina di milioni di euro in più grazie alla vendita dei diritti televisivi di partite che altrimenti susciterebbero scarso o nullo interesse.

Lo stesso girone dell’Inghilterra non presentava grosse insidie visto che per buona parte di questi due ultimi anni la minaccia più grande era considerata essere il Montenegro, la cui popolazione probabilmente è inferiore a quella di Hackney. Però, secondo il principio secondo il quale si può battere solo chi si ha davanti, direi che Roy Hodgson ha fatto un lavoro più che discreto. Dopo gli anni di wags e gossip bruciati da Eriksson, l’incomptenza di McLaren e l’approccio troppo rigido di Capello, la serietà e sobrietà dell’ex allenatore dell’Inter è una boccata di aria fresca. Hodgson non avrà vinto nulla nella sua terra natìa ma ha un bagaglio di esperienza internazionale che ben pochi dei suoi connazionali possonon vantare.

Ad oggi, la nazionale inglese ancora non perde una gara ufficiale con Hodgson in panchina, l’unica eliminazione rimediata ai rigori contro gli Azzurri. In quel caso, come anche recentemente dopo lo 0-0 decisivo conquistato in Ucraina, moltissimi giornalisti, opinionisti, pundit e chiunque sia dotato del tempo necessario per ingolfare Twitter, hanno bocciato la prestazione dei Leoni come cinica, noiosa, senza anima, contro ogni tradizione esistente del calcio inglese che vuole squadre andare all’attacco all’arma bianca per poi prendere gol in contropiede e stare a casa mentre le solite note disputano le fasi finali dei tornei più prestigiosi. Ascoltare Gary Lineker criticare le tattiche adottate da Hodgson ed auspicare un centrocampo più fluido e costruttivo, non è stato altro che renderlo portavoce di milioni di persone che non si rendono conto di quanto questa nazionale inglese sia “average”. Scomparsa la sopravvalutata golden generation, il CT si ritrova con qualche giocatore di valore mondiale, Ashley Cole e Steven Gerrard, qualche buon giocatore, Michael Carrick, il nuovo Wayne Rooney, Danny Wellbeck, e un pugno di onesti pedatori. Hodgson questo lo ha capito come ha capito che quando bisogna giocare per lo 0-0 si fa senza vergogna. Le vittorie e le squadre si costruiscono anche sulla difesa, non c’è niente di cui vergognarsi.

Il primo tempo con la Polonia è stato godibilissimo, Townsend sembra essere più di una promessa, Baines più che il vice Cole e Gerrard un vero capitano che finalmente può svariare a centrocampo e dietro le punte senza l’incubo di pestare i piedi a Frank Lampard.

L’Inghilterra non è di sicuro tra le favorite per vincere il mondiale ma per una volta ne sono tutti coscienti, potrebbe essere l’arma in più. Tra tutti gli allenatori a cui Hodgson dovrebbe ispirarsi io scelgo Mike Bassett.

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Stigma

John Beck with Barclays League, Division Three trophyÈ notizia, molto discussa, di questi giorni la nomina da parte della FA a “coach educator” di John Beck, nome che, per gli appassionati di calcio inglese della mia età, sarà sempre indissolubilmente legato a quello del Cambridge United di Dion Dublin. Costretto al ritiro causa infortunio, Beck fu nominato manager al The Abbey nel gennaio del 1990. A fine stagione il Cambridge vinse i play off della Fourth Division e arrivò ai quarti di FA Cup. Nel 1990/91 the U’s confermarono i quarti di finale in coppa e vinsero la Third Division. Nella stagione successiva il piazzamento finale fu il quinto che, nonostante la sconfitta nei play off impedì a Dublin e compagni di far parte della neo formata Premier League a partire dall’ agosto 1992, rimane tuttora il migliore di sempre nella storia dello United. Ma, purtroppo per lui, come successo anche per Graham Taylor, l’etichetta affibbiatagli dalla stampa inglese brucia piú della Lettera Scarlatta del libro di Natalie Hawthorne. John Beck giocava con lanci lunghi. John Beck insegnava e promuoveva un calcio rudimentale. John Beck invitava i suoi a buttarla nella metà campo avversaria senza curarsi di altro. John Beck non faceva tagliare l’erba verso la linea di fondo campo in modo da rallentare e tenere in gioco i palloni buttati in avanti alla cieca. Il Cambridge di John Beck giocava un calcio talmente arcaico che la Crazy Gang del Plough Lane in confronto era il Brasile. Tutte queste accuse e questi toni scandalizzati suonano un pò pomposi e fuori posto. A differenza di molti esperti da poltrona, Beck si è tolto soddisfazioni allenando compagini tutt’altro che blasonate (Lincoln e Histon dopo il Cambridge) e, pur ammettendo una preparazione tattica tutt’altro che sofisticata, bisogna tener conto che spesso gli allenatori devono pensare a valorizzare le risorse a disposizione. Forse nelle rose che si è trovato ad allenare non c’erano degli antenati di Iniesta, Frank Lampard o Andrea Pirlo. Forse piuttosto che metterlo in croce per la supposta  bruttezza stilistica delle sue “route one tactics” bisognerebbe studiarlo come un fenomeno. Il problema è che oggi, grazie anche alle informazioni di carattere tecnico-statistico scaricabili da qualsiasi telefonino, moltissimi ex semplici appassionati sono diventati dei fini analisti di gioco dal palato troppo raffinato per perdonare a persone come John Beck i suoi presunti peccati contro il Dio pallone. Tra le tante stronzate fatte negli anni dalla FA questa può tranquillamente essere sdoganata. Non esiste un modo solo per giocare al calcio e tutta questa esaltazione del possesso palla ha francamente stancato. Forse Beck non era “everyone’s cup of tea” ma questo non giustifica le battute e i commenti di scherno fatti da persone che un campo da calcio lo hanno calcato solo con una penna o un microfono in mano.