Uomini e numeri

scoutsAvendo finito di leggere da poco sia The Numbers Game (D. Sally, C. Anderson) che The Nowhere men (M. Calvin), entrambi ottimi libri che consiglio, mi ritrovo di nuovo a riflettere sull’impiego della statistica nel calcio. La premessa da fare è una. Io mi reputo un appassionato di calcio, un tifoso, una persona che bada molto alla passione e poco ai trofei, che vive questo sport come un eccezionale veicolo per fare amicizia, che cerca in una partita onestà, sudore e impegno con poca attenzione all’aspetto tecnico tattico. Eppure da 10 anni lavoro per una società che si occupa di statistiche, sportive in generale e calcistiche in particolare. Quindi il dubbio in questione, quello riacceso dalla lettura di questi due volumi, non è un giorno che me lo sono posto. Per una persona innamorata del calcio, delle sue tradizioni e delle sue leggende, c’è posto per dati, numeri, tabelle e formule matematiche? Assolutamente sì.

Chi tra i professionisti liquida il discorso dicendo che sono sufficienti i propri occhi e quelli dei più fidati collaboratori è rimasto ancorato al passato in modo preoccupante e difficilmente potrà avere un futuro. Non sono pochi quelli che pensano che il calcio non sia uno sport a cui poter applicare in modo efficace un modello di studio statistico. Gli sport americani, con molte pause e flussi di gioco piuttosto fissi e schematici, sono reputati molto più adatti. Nel calcio si può andare avanti parecchio senza interruzioni e senza che succeda nulla, le invenzioni e le doti tecniche individuali possono rendere assolutamente imprevedibile qualsiasi azione di gioco. Affidarsi a delle rigide formule matematiche appare a molti una inutile perdita di tempo. Dall’altra parte c’è invece chi reputa il vecchio modello basato sui rapporti, scritti o orali, di scout e osservatori, un residuo di un’epoca che non esiste più, un modo totalmente basato su criteri di valutazione soggettiva ormai non proponibili in uno sport che è diventato a tutti gli effetti un business miliardario e che non può lasciare nulla, o solo il minimo, al caso.

A molta gente verrà in mente la scena del fim Moneyball (in Italia uscito come L’arte di vincere) in cui l’allenatore degli Oakland A’s Billy Beane, intepretato da Brad Pitt, decide di scaricare tutti i suoi scout, colpevoli di non saper cambiare metodo di ricerca e di adattarlo ad un budget nettamente inferiore rispetto a quello delle squadre più grandi. Il libro, prima del film, è una specie di bibbia per chiunque crede di poter trovare aiuto nei numeri. Ed il succo del discorso è proprio questo. Non si tratta di mandare in pensione tutte le persone che per una vita sono andate alla ricerca di giovani e sconosciuti talenti, facendo migliaia di km e immagazzinando milioni di informazioni. E non si tratta di stare davanti ad un computer a vedersi sfilare davanti sequenze infinite di numeri che da soli dicono poco o niente. Entrambi i metodi hanno un motivo di esistere. Per quanto riguarda l’esperienza diretta, sarà sempre importante perchè solo ad occhio nudo si può vedere come si comporta un giocatore in campo quando la palla è lontana, le corse che fa senza il pallone, il grado di concentrazione che conserva, gli ordini che impartisce ai compagni. E anche qualora fosse senza difetti in campo, bisogna sempre vedere che tipo di persona è, statistiche oggettive sul modo di essere di un giovane calciatore non esistono.

Ciò che esiste invece è ormai una valanga di analisi tecnico-tattiche e fisiche di ogni giocatore che meriti un minimo di attenzione. Ogni tocco palla, ogni metro che percorre è monitorato, misurato, pesato. Il problema è saper usare queste informazioni, avere le capacità per farlo e l’esperienza giusta che nel calcio solo ora comincia a formarsi mentre in molti altri sport è già pluriennale. Una volta però trovata la chiave di lettura, la base di riferimento, il contorno, tutti questi dati possono dare informazioni essenziali, possono dare un vantaggio, forse piccolo ma spesso determinante, nella vittoria di un trofeo o nella scoperta del prossimo campione.

statsIl calcio è, purtroppo, diventato un’industria altamente competitiva, soprattutto ad un certo livello. In qualsiasi campo, per avere la meglio sui propri concorrenti, si studia di tutto, qualsiasi mezzo, senza potersi permettere di lasciare alcunchè di intentato. Il rifiuto a priori delle informazioni che possono derivare da un’attenta analisi oggettiva delle informazioni relative alle prestazioni dei singoli atleti sembra una decisione irresponsabile. In un mondo globalizzato come quello di oggi, i club si vedono arrivare migliaia di email, clip, dvd, da parte di agenti, veri o presunti, genitori, amici e conoscenti. Ognuno parla di un talento speciale, ognuno cerca di guadagnare qualcosa da questa tratta degli schiavi del secondo millennio (perchè a parte i pochi casi a lieto fine di questo si tratta). Moltissime squadre vogliono seguire quello che è ormai conosciuto come “modello Udinese”, cioè concentrarsi su peasi poveri o in via di sviluppo dove scoprire nuovi campioni per poi rivenderli al miglior offerente generando plusvalenze milionarie. Non si possono avere occhi ovunque, non si possono considerare tutte le proposte. L’avere un metodo di analisi, dei parametri di riferimento, degli algoritmi creati da persone che sanno maneggiare e leggere dati, permette di ridurre in modo incredibile un possibile immenso spreco di energie e denaro. Non si prenderanno in esame i numeri di una partita, chiunque può essere re per una notte, ma di una stagione, o tre o cinque. In quell’arco di tempo i numeri non mentono, se ci si aspetta che un giocatore in in certo ruolo, ad una certa età, riesca ad offire un certo rendimento in termini di precisione nei passaggi, tiri, anticipi, recuperi, contrasti, ecco che avere un metodo di pre-selezione e valutazione diventa determinante.

Non si tratta quindi di rimpiazzare ma di aiutare. Non si tratta di trovare la formula ideale: se oggi viene data un’importanza eccessiva al possesso palla negli anni 50 il padre della statistica applicata al calcio, inglese, Charles Reep aveva osservato che la maggior parte dei gol arrivavano da azioni che avevano tre passaggi o meno, ed esortava quindi le squadre a buttare la palla il prima possibile nell’area avversaria. Epoche differenti, tattiche differenti ma sempre 11 giocatori e un pallone da buttare dentro.

2 risposte a "Uomini e numeri"

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