Una vita in campo

kevQuando ho letto che Kevin Phillips aveva firmato con il Leicester City, il suo nono club tra i professionisti, sono andato a ripescare un articolo che un paio di anni fa avevo scritto per la fanza Style Wars. Da allora SuperKev ha aiutato anche il Palace a salire in Premier, tra l’altro trasformando il rigore decisivo nella finale dei play off a Wembley contro il Watford. A luglio compirà 41 anni, al momento rimane il solo giocatore inglese ad aver vinto la scarpa d’oro. Nigel Pearson ha considerato il suo arrivo un affare ed è pronto, una volta finita la stagione, probabilmente con un’altra promozione, ad offrirgli un posto nel suo coaching staff. Queste le parole rilasciate dal tecnico del City dopo che una finta di Phillips, da poco entrato, ha messo David Nugent davanti al portiere a pochi minuti dalla fine nella gara vinta in trasferta 1-0 ll’ Elland Road

“He has a presence and a reputation, for somebody who’s the age he is, to be able to get into a game as quickly as he did. It’s testament to how he’s looked after himself, and it’s not just the physical side of it when you get older, to still have that desire and that hunger to play is quite remarkable. There won’t be too many players of his ilk and I’m delighted that we’ve got him. He showed an awful lot of intelligence out there. Hopefully that will be important for us in the second half of the season.”

Sabato quattro febbraio (2012). Il Cardiff è in vantaggio per 1-0 in casa sul Blackpool che, a poco piú di 10 minuti dalla fine, va a battere un calcio d’angolo. Parte il tiro dalla bandierina, i giocatori si ammucchiano sul primo palo, sul dichetto del rigore, addosso al portiere. Solo uno si muove in direzione opposta. È il piú piccolo. Si posiziona rapidamente alle spalle di tutta quella massa. La palla schizza e come se fosse attratta da una calamita arriva sulla traiettoria del piccolo numero nove che la controlla e prima che tocchi terra la calcia all’incrocio dei pali opposto. Pareggio. Il Blackpool vincerá poi 3-1.

Non è una novitá, non è una sorpresa, Kevin Phillips ha quasi 39 anni e scarica palloni dentro le porte nelle varie divisioni inglesi da quando ne aveva 19. I primi ad accorgersi dell’attaccante di Hitchin furono i vicini del Watford. Nonostante un infortunio nella terza stagione al Vicarage Road ne avesse limitato le presenze, il Sunderland aveva visto abbastanza e con 325mila sterline se lo portò nel Wearside.

Furono gli anni con i Black Cats che fecero diventare Kevin Phillips SuperKev: nessun giocatore che aveva vestito la maglia biancorossa aveva segnato 30 reti in una stagione dai tempi di Brian Clough. Nei primi due anni al SoL nella vecchia First Division, ora Championship, mise a segno 54 reti (60 in tutte le competizioni) e a chi lo snobbava dicendo che in Premier non avrebbe avuto la stessa fortuna rispose con 30 centri al debutto nella massima serie, 1999/2000. Dopo quattro anni con il Sunderland in EPL Phillips non seguí i suoi compagni dopo la retrocessione del 2003. Il Southampton, il club che lo aveva scartato da piccolo, pagò 3.250 milioni per i suoi servizi ma non fu un’esperienza felice. Quattro allenatori solo nel primo anno di permanenza nell’Hampshire ed una inevitabile retrocessione nel secondo nonostante i suoi gol non fossero scesi mai sotto la doppia cifra. Il Villa se lo assicurò per un milione di sterline, facendolo rimanere in Premier. Questa volta una serie di infortuni limitarono il suo contributo a soli cinque centri stagionali. Il club di Randy Lerner fece l’errore di considerare il giocatore finito, ringraziarono il resto delle Midlands. Ne approfittò prima il WBA, 38 reti in 60 presenze di championship in due anni, 46 in totale, e promozione nel massimo campionato raggiunta. Poi il Birmingham, di nuovo 14 reti fondamentali per raggiungere l’Eldorado del calcio inglese con l’umiltá di chi sapeva di poter essere utile alla causa ma senza la pretesa di giocare ogni partita memore dei fasti che furono. I Blues lo confermarono in Premier, usandolo come arma dalla panchina: McLeish finì per ringraziarlo piú di una volta, SuperKev tornò a segnare otto reti in due stagioni al top.

A 38 anni la favola sembrava giunta al capolinea, non in molti erano disposti ad offrire un contratto ad un calciatore, soprattutto ad un attaccante che aveva fatto dello scatto e dell’anticipo le qualitá principali della sua carriera. Ian Holloway, che aveva perso molti giocatori dopo il ritorno in Championship del suo Blackpoool, era invece disperatamente alla ricerca di esperienza e qualitá da aggiungere alla sua truppa, e lo scorso luglio decise di scommettere sul bomber di Hitchin. Scommessa stravinta. Al momento di scrivere questo articolo SuperKev ha messo a segno 17 reti stagionali, il Blackpool è in zona play off. La Premier sarebbe molto piú ricca al prossimo “via” se ci fossero questi due personaggi ai nastri di partenza. Dopo uno degli ultimi exploit del suo “veteran striker” l’allenatore dei Tangerines ha detto:

“It doesn’t matter how old you are as long as your heart and legs are willing. He knew this summer that my team creates chances. His game is about positioning and he positions himself in areas where he will get a chance if the ball comes there, he reads it. Maybe I’d have to look at why I haven’t played him so much. Maybe I should have started him even more, because if he ends the game as strong as that he’s played Saturday and Wednesday – why would I need to take him off?”

Politically incorrect

spurs1Come il rispetto dell’avversario e delle regole è un cardine del gioco del calcio, così il rispetto del prossimo lo è nella vita di tutti i giorni. In Gran Bretagna si è fatto tantissimo in termini di lotta al razzismo, si è combattuto ogni tipo di discriminazione, sugli spalti come nelle strade. Chi ha un’età non piú tenera, ricorderà gli abusi a cui erano soggetti i giocatori di colore negli anni 70 e 80 da queste parti. Campioni assoluti come John Barnes si sono visti lanciare addosso delle banane e i versi che oggi sentiamo nei paesi latini o dell’Europa dell’Est erano una colonna sonora comune quando atleti dalla pelle piú scura venivano mandati in campo.

Ma non è stato fatto l’errore di considerare il fenomeno un problema da stadio. Non si è combattuto con ridicole multe alle società o con la chiusura di alcuni settori penalizzando di fatto migliaia di persone innocenti. Campagne di informazione volte alla crescita mentale e culturale delle persone furono lanciate su tutto il territorio nazionale. Non era lo stadio a rendere le persone omofobe, razziste o xenofobe ma la societá tutta, che poi il sabato questi stessi individui decidessero di andare a vedere una partita era il problema minore.

Piano, piano ciò che sembrava una partita persa in partenza invece ha cominciato a dare i suoi frutti. La coscienza generale negli anni è cambiata, esperienze positive, comportamenti encomiabili sono stati condivisi e sottolineati mentre chi ha deciso di rimanere ancorato a dei principi da Medio Evo è stato isolato, additato e condannato. Oggigiorno non serve la polizia negli stadi britannici per denunciare chi si rende colpevole di insulti di stampo razzista, basta lo sgomento dei suoi vicini di posto. I colpevoli sono buttati fuori, banditi, in casi piú gravi processati. Niente da obiettare.

Per far sì però che tutto quanto detto qui sopra non perda di valore, non si dovrebbe trascendere neanche nell’altro senso. Qualche stagione fa lessi che all’Emirates non erano ammesse Union Jack perchè non si voleva urtare la sensibilità di nessuna minoranza etnica. Esagerato.

Ora è argomento caldo la condanna di alcuni tifosi del Tottenham per essersi riferiti nei confronti della propria squadra con l’appellativo di yid, nomignolo con cui i sostenitori degli Spurs si autodefiniscono da anni.  Ridicolo.

Primo, perchè Yid=Jew, vuol dire ebreo solo nella lingua madre piuttosto che in inglese. Secondo, non ha nessuna connotazione negativa, non è slang o dispregiativo.  Terzo, se in passato qualcuno ha pensato di schernire i tifosi del Tottenham con questo appellativo, questi ultimi hanno girato la frittata e lo hanno fatto proprio ostentandolo anche con orgoglio. Quindi, verrebbe da dire, contenti loro, contenti tutti. Purtroppo no, c’è sempre qualcuno che vuol fare delle battaglie senza senso per ricavarne due soldi di popolarità, tanto per passare come paladino dell’uguaglianza e dell’integrazione dei popoli senza realizzare che di battaglie di questo tipo ce ne sono infinite da combattere fuori i tornelli degli stadi.

In una dichiarazione avvenuta dopo gli ultimi arresti, un portavoce del Tottenham Hotspur Supporters Trust ha detto alla BBC:

“I’m saddened, but certainly not surprised, at today’s decision by the Crown Prosecution Service to deem the use of the Y-word in any context as a prosecutable offence. Since the first Spurs fan was arrested at White Hart Lane on 6 October, THST has worked closely with our legal team to establish a defence to these charges, which will now be tested in a court of law. It remains our firm belief that, when used in a footballing context by Tottenham Hotspur supporters, there is no intent or desire to offend any member of the Jewish community.”

Siamo arrivati al punto in cui tifosi devono lottare a colpi di carta bollata per avere la libertà di rivolgersi a sè stessi con un aggettivo che indica poco piú che una provenienza geografica. Forse è chi lo giudica un insulto che è tarato ed in mala fede e in un certo senso applica una specie di discriminazione al contrario.