Politically incorrect

spurs1Come il rispetto dell’avversario e delle regole è un cardine del gioco del calcio, così il rispetto del prossimo lo è nella vita di tutti i giorni. In Gran Bretagna si è fatto tantissimo in termini di lotta al razzismo, si è combattuto ogni tipo di discriminazione, sugli spalti come nelle strade. Chi ha un’età non piú tenera, ricorderà gli abusi a cui erano soggetti i giocatori di colore negli anni 70 e 80 da queste parti. Campioni assoluti come John Barnes si sono visti lanciare addosso delle banane e i versi che oggi sentiamo nei paesi latini o dell’Europa dell’Est erano una colonna sonora comune quando atleti dalla pelle piú scura venivano mandati in campo.

Ma non è stato fatto l’errore di considerare il fenomeno un problema da stadio. Non si è combattuto con ridicole multe alle società o con la chiusura di alcuni settori penalizzando di fatto migliaia di persone innocenti. Campagne di informazione volte alla crescita mentale e culturale delle persone furono lanciate su tutto il territorio nazionale. Non era lo stadio a rendere le persone omofobe, razziste o xenofobe ma la societá tutta, che poi il sabato questi stessi individui decidessero di andare a vedere una partita era il problema minore.

Piano, piano ciò che sembrava una partita persa in partenza invece ha cominciato a dare i suoi frutti. La coscienza generale negli anni è cambiata, esperienze positive, comportamenti encomiabili sono stati condivisi e sottolineati mentre chi ha deciso di rimanere ancorato a dei principi da Medio Evo è stato isolato, additato e condannato. Oggigiorno non serve la polizia negli stadi britannici per denunciare chi si rende colpevole di insulti di stampo razzista, basta lo sgomento dei suoi vicini di posto. I colpevoli sono buttati fuori, banditi, in casi piú gravi processati. Niente da obiettare.

Per far sì però che tutto quanto detto qui sopra non perda di valore, non si dovrebbe trascendere neanche nell’altro senso. Qualche stagione fa lessi che all’Emirates non erano ammesse Union Jack perchè non si voleva urtare la sensibilità di nessuna minoranza etnica. Esagerato.

Ora è argomento caldo la condanna di alcuni tifosi del Tottenham per essersi riferiti nei confronti della propria squadra con l’appellativo di yid, nomignolo con cui i sostenitori degli Spurs si autodefiniscono da anni.  Ridicolo.

Primo, perchè Yid=Jew, vuol dire ebreo solo nella lingua madre piuttosto che in inglese. Secondo, non ha nessuna connotazione negativa, non è slang o dispregiativo.  Terzo, se in passato qualcuno ha pensato di schernire i tifosi del Tottenham con questo appellativo, questi ultimi hanno girato la frittata e lo hanno fatto proprio ostentandolo anche con orgoglio. Quindi, verrebbe da dire, contenti loro, contenti tutti. Purtroppo no, c’è sempre qualcuno che vuol fare delle battaglie senza senso per ricavarne due soldi di popolarità, tanto per passare come paladino dell’uguaglianza e dell’integrazione dei popoli senza realizzare che di battaglie di questo tipo ce ne sono infinite da combattere fuori i tornelli degli stadi.

In una dichiarazione avvenuta dopo gli ultimi arresti, un portavoce del Tottenham Hotspur Supporters Trust ha detto alla BBC:

“I’m saddened, but certainly not surprised, at today’s decision by the Crown Prosecution Service to deem the use of the Y-word in any context as a prosecutable offence. Since the first Spurs fan was arrested at White Hart Lane on 6 October, THST has worked closely with our legal team to establish a defence to these charges, which will now be tested in a court of law. It remains our firm belief that, when used in a footballing context by Tottenham Hotspur supporters, there is no intent or desire to offend any member of the Jewish community.”

Siamo arrivati al punto in cui tifosi devono lottare a colpi di carta bollata per avere la libertà di rivolgersi a sè stessi con un aggettivo che indica poco piú che una provenienza geografica. Forse è chi lo giudica un insulto che è tarato ed in mala fede e in un certo senso applica una specie di discriminazione al contrario.

2 risposte a "Politically incorrect"

  1. Come se i napoletani venissero condannati per discriminazione territoriale per uno striscione in cui si autoproclamano “terroni”.

    1. ciao Simone, grazie del commento. Esatto, fare battaglie di principio sbagliate per me indebolisce quelle necessarie. Speriamo vincano i tifosi degli Spurs che si sentono ingiustamente trattati e rivendicano la libertà di usare quella parola come fatto per anni senza che nessuno se ne accorgesse. Assurdo.

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