Rocky

rocky

Non sono molti i giocatori scomparsi prematuramente il cui nome riesce a generare istantaneamente commozione. Alcuni  non vengono mai gridati ma quasi sussurrati, con una forma di rispetto che è testimonianza della loro classe e della loro grandezza. David Rocastle è uno di questi. Provate a menzionarlo a qualsiasi tifoso dei Gunners maturo abbastanza per ricordarlo in campo e vedrete che gli occhi per qualche attimo saranno fissi nel nulla, inchioderanno l’attimo esatto in cui loro c’erano, uno qualsiasi in cui Rocky li ha incantati. “That’s easy – ricorda Rob, tifoso e abbonato di lunga data –  the goal that never was  Vs Liverpool. We were 1-0 up but under the cosh. Ball had been kicked upfield by Bruce Grobbelaar and there had been a slight tussle just inside the Arse half when suddenly ball dropped to Rocky – we saw him look up and chipped Brucie a la Beckham. From inside his own half! Only thing was whistle got blown for a foul on a scouser just as he was hitting it. Still pretty awesome as the whole stand just went F ME ! as the ball sailed into the top corner. He got a round of applause and bowed  to us.”  Ancora, Mike: “Easy one, 1987 League Cup Semi Final at White Hart Lane.90th minute winner to put us through to Wembley in a 2-1 win. Unforgettable night and celebrations.Walked on air to school the next day!”

Il 31 marzo saranno 13 anni dalla sua scomparsa. Era il giorno di Arsenal v Tottenham nell’ormai lontano 2001. Prima della partita si temeva che i 3mila sostenitori degli Spurs in trasferta potessero interrompere il minuto di silenzio, sfregiare il ricordo di uno dei beniamini della tifoseria avversaria, cosa oggi comune in ogni stadio dove la voglia di farsi notare è piú forte della propria dignità. Il silenzio fu totale, interrotto soltanto dai singhiozzi di chi, sugli spalti e in campo, non poteva credere che a 33 anni David Rocastle non avrebbe piú corso non solo dietro a un pallone ma neanche più dietro a suo figlio.

Rocastle indossò anche le maglie di Leeds, Manchester City e Chelsea ma sarà sempre identificato con la maglia che era diventata la sua seconda pelle. “The Arsenal” così si riferiva al club che dal 1982 lo aveva di fatto adottato.  Aveva 15 anni, aveva perso il padre quando ne aveva solo cinque. Fece parte di una gruppo che dalle giovanili passò piano piano in prima squadra rendendo la vita, e la carriera, di George Graham, tra gli altri, più facile: parlo di gente come  Michael Thomas, Tony Adams, Niall Quinn, Martin Hayes, Paul Merson. Insieme a Thomas e Paul Davis formò un trio di giocatori di colore che, in anni in cui il razzismo negli stadi inglesi era vivo e violento , distrusse ogni pregiudizio a colpi di classe. Il giorno in cui il suo allenatore decise, guardando solo il bollettino medico e mettendo da parte le ragioni del cuore, di venderlo al Leeds fu il più triste della sua vita, come confermato dalle parole del suo amico e compagno di squadra Paul Davis:  “He cried. We spoke about it quite often. He couldn’t understand why they ever wanted him to go. The club’s line was that he was injured, he was struggling with his weight, he’d had a knee operation. I don’t think he ever recovered from the fact of leaving Arsenal, in his own mind…he was a bubbly character, lovely spirit, fantastic spirit. Really, he was an Arsenal person but I always remember when he left the club: it was one of the saddest moments for him.”

Rocastle, da adolescente, non aveva trovato soltanto una squadra in cui giocare, era entrato a far parte di un’istituzione, si sentiva in qualche modo un eletto, un ragazzo che un giorno avrebbe potuto dire di aver contribuito, tanto o poco, alla storia di uno dei club più gloriosi del mondo. Aveva abbracciato la tradizione, lo stile che arrivava dai tempi di Herbert Champman, che si respirava entrando ad Highbury, nelle famose marble halls. Con il 7 che fino apochi anni prima era stato di

un’ altra leggenda come Liam Brady sulle spalle, Rocky scendeva in campo con la consapevolezza di un tifoso che sa di essere stato benedetto, trattando compagni e tifosi con lo stesso rispetto con cui trattava la maglia. Era il suo mantra, a chi gli chiedeva di riassumere il suo rapporto con i Gunners, semplicemente rispondeva  “There is something really special about Arsenal Football Club… I was always told ‘Remember who you are, what you are, and who you represent: The Arsenal”.

Rocastle lo fece con orgoglio in 260 partite ufficiali, segnando 34 reti, vicendo due campionati ed una coppa di Lega. Fu un esempio e un modello per tifosi e compagni di squadra. Il pianto incontrollabile di Ian Wright nel recente documentario su ITV mentre lo ricordava dice più di ogni articolo o intervista. Dio solo sa, insieme a Wenger, quanto servirebbe una figura del genere oggi in una squadra zeppa di mercenari pronti a sbattere la porta per fuggire dal miglior offerente gettando a terra quella maglia che per qualcun altro prima di loro rappresentava una ragione di vita.

Pensieri e finali

wemÈ buffo ma queste righe sono frutto dei miei pensieri nel doportatita di domenica scorsa, sopra un vagone stipato all’inverosimile della Metropolitan Line tratto Wembley Park-King’s Cross. Il Sunderland aveva appena giocato una delle migliori partite degli ultimi 15 anni, penso che era dai tempi di Peter Reid, Quinn & Phillips che non avevo visto una prestazione tanto convincente. Ma il “giantkilling” non c’era stato. Niente headlines, niente parate su bus scoperti, niente ritorno in Europa. Un tiro beffardo, che avrebbe potuto beccare qualsiasi spettatore seduto dalla fila Q in su dietro la porta, si era invece insaccato perfettamente all’incrocio dei pali riequilibrando una gara che fino a quel momento il Manchester City non aveva fatto nulla per cercare di vincere. Si può argomentare quanto si vuole sulla classe del marcatore, Yaya Toure, o sul fatto che si trattasse solo di un problema di tempo vista la differenza di classe tra le due formazioni. Quel tiro, scoccato quasi con un atteggiamento indispettito da parte di qualcuno che fino a quel momento non aveva potuto imprimere la propria impronta sulla gara, non ha cambiato solo una partita, ha ucciso un sogno. Non solo il mio o quello di altri 31mila Mackems assiepati dentro Wembley ma quello di ogni cittadino della Repubblica del Wearside. La Coppa di Lega oggi come oggi per il City è una coppetta, anche se potrebbe rappresentare l’unico trofeo in questa prima stagione post Mancini, mentre per Sunderland avrebbe voluto dire prosciugare qualsiasi pub nel raggio di 10 miglia dallo Stadium of Light.

Per qualche motivo oscuro la metropolitana su cui sono salito senza muovere i piedi, come in una scena di un film di Spike Lee, ha cominciato a fermarsi ogni poche centinaia di metri allungando un tragitto che per stanchezza, alcol e stato d’animo era già di per sè estenuante. La mente ha cominciato ad andare indietro, alle finali, alle coppe, alle partite giocate dal SAFC a Wembley, alle sconfitte.

È facile ricordare gli anni delle due vittorie in FA Cup, 1937 e 73, basta invertire gli ultimi due numeri. Ma mentre la prima fu vinta quando il Sunderland era una squadra di vertice, campione d’Inghilterra nel 1935/36, la seconda fece molto piú scalpore visto che nel 1973 militava in Second Division (arrivò sesta) e giocava contro il Leeds, detentore del trofeo e campione nazionale l’anno dopo. Le due finali di FA Cup perse invece sono datate 1913, da notare la vittoria ai quarti contro il Newcastle dopo due replay, e 1992, edizione in cui John Byrne segnò in ogni turno eccetto la finale. Nel 1992 il Sunderland di nuovo si presentò a Wembley mentre disputava un campionato nella serie cadetta (terminó al 18mo posto). In quell’occasione chi scrive si presentò alle 9 di mattina sotto le allora esistenti Twin Towers convinto di poter trovare un biglietto. Sette ore dopo e zuppo fino al midollo mi ero rassegnato a vedere il secondo tempo nel B&B dove alloggiavo. Michael Thomas non mi concesse neanche il tempo di coltivare qualche speranza giustificata da un buon primo tempo e regalò a Souness, insieme a Rush piú tardi, il suo unico trofeo da allenatore dei Reds. Per lo meno nel 1992 il Sunderland in semifinale eliminò il Norwich, vendicando in parte l’altra sconfitta in una finale di Wembley, quella della Milk Cup 1985, la prima (di Coppa di Lega) che riuscii a vedere da ragazzo in diretta su TMC. Fu una gara noiosa, decisa da un autogol e giocata male da due squadre che al termine di quella stagione retrocedettero dalla First Division.

E sempre un’autorete decise a favore dello Swindon la finale dei play off 1990 per un posto in First Division. Il Sunderland fu poi comunque promosso a causa della squalifica comminata ai Robins per irregolarità finanziarie ma nel dopopartita i tifosi dei Black Cats non lo potevano ancora sapere e probabilmente affrontarono il mio stesso viaggio verso King’s Cross con il medesimo stato d’animo. Per non parlare dell’altra finale dei Play off, quella del 25 maggio 1998. Io c’ero. Lo posso dire a testa alta perchè quel giorno non solo ebbi la fortuna di vedere una delle partite piú belle che mi è capitato in 35 anni che vado allo stadio, ma anche di sentire forse il tifo piú assordante della mia vita da tifoso. 4-4 alla fine dei supplementari e 7-6 per il Charlton dal dischetto. Stesso viaggio, stessi pensieri anche in quell’occasione. Sarà anche vero che le sconfitte formano e lasciano piú ricordi delle vittorie ma provare qualcosa di nuovo non sarebbe male, sono passati 41 anni dal 1973!

Scrivo queste poche righe in attesa che si disputi Hull City v Sunderland di FA Cup domani, un posto in semifinale e un altro viaggio, anticipato e senza senso, a Wembley in palio. Dopo due partite di campionato giocate contro gli uomini di Bruce in 9 v 11 e 10 v 11 speriamo di poter fare un altro paio di viaggi sulla Metropolitan Line con qualche pensiero in meno e qualche sorriso in piú.