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United

22 maggio 2015 Lascia un commento

photoEra il 23 luglio del 2005. Con un misto di curiosità e ammirazione mi recai al Kingsmeadow, casa dell’AFC Wimbledon, per assistere alla terza edizione della Supporters Direct Cup, un trofeo messo in palio ogni anno dall’omonima associazione e conteso tra due supporter-owned club. L’interesse mediatico era alto. A sfidare i padroni di casa, che da poco avevano finito di generare clamore per la loro decisione di ribellarsi allo spostamento della propria squadra a Milton Keynes, c’era il neo formato FC United of Manchester. La loro prima partita ufficiale era stata giocata la settimana precedente contro il Leigh RMI, le selezioni per trovare i giocatori si erano svolte neanche un mese prima. Un incontro estivo e tra dilettanti ma decisamente differente. Di fronte due realtà, provenienti dalle due piú importanti città inglesi, in cui i tifosi erano diventati protagonisti e proprietari, avevano rifiutato di piegarsi, di accettare quello che troppe volte viene dipinto come un futuro inevitabile.

Tanto interesse poi tanto silenzio. 10 anni dopo l’FCUM torna a fare notizia, in patria e, una volta tanto, anche all’estero. La promozione sul campo, dopo quattro dolorose sconfitte ai play off nelle ultime quattro stagioni, ha portato la formazione dei ribelli al sesto gradino della piramide, un livello di tutto rispetto. L’anno prossimo se la vedranno con avversari importanti e con grande tradizione come Bradford Park Avenue, Stockport County, Harrogate Town, Boston United tanto per citarne alcuni. Ma questo non è un film, dove alla fine di una scena appare la scritta 10 anni dopo e la storia continua con i protagonisti leggermente invecchiati. In questo arco di tempo tutti i tifosi, i volontari, i simpatizzanti, i dirigenti, lo staff, i giocatori dello United hanno lavorato per compiere un miracolo. Non solo quello di mantenere in vita una realtà che molti scettici davano per morta ancora prima di nascere, ma quello di vederla crescere e dotarla di una sua casa propria.

Quando il 29 maggio prossimo ci sarà l’inaugurazione ufficiale del Broadhurst Park con un’amichevole di prestigio contro il Benfica, tutti coloro che hanno sposato questa causa potranno godersi lo spettacolo e darsi una bella pacca sulla spalla. L’anno con la media spettatori piú alta è stato il primo, 2005/06, poco piú di 3mila, poi è scesa fino a toccare i 1835 del 2012-13. Sempre un signor numero a questi livelli ma avrebbe potuto insinuare dubbi, avrebbe potuto scoraggiare, fiaccare lo spirito di chi dall’inizio è stato addirittura definito traditore perchè stufo di un calcio malato che vedeva tra i propri protagonisti principali proprio il Manchester United, il primo amore. Sarebbe stato facile per queste poche migliaia di persone rinunciare, tornare all’Old Trafford, con la coda tra le gambe e dire “ci abbiamo provato” tornando a sedersi il mercoledi sera a vedere partite di Champions League invece dell’FA Trophy. Ma quello che è stato fatto da Andy Walsh e compagni non è stato soltanto creare un nuovo club di calcio in risposta al calcio moderno, ai Glazer, al doping finanziario, agli agenti, agli ingaggi ridicoli, alle partite in TV ogni giorno della settimana, al cibo orribile servito negli stadi, alla birra nei bicchieri di plastica, ai prezzi assurdi, alla musica e ai dj che azzerano l’atmosfera, agli steward aggressivi, ai posti a sedere per forza. No, loro, lottando e insistendo hanno mostrato la via, hanno provato che volere è potere, che i tifosi possono arrivare dove nessun oligarca o milionario arabo o americano potrà mai arrivare. Creare una comunità con dei valori forti, condivisi, inattaccabili. Creare una identità, forgiata sul sacrificio, sulla collaborazione, sul mutualismo, sul rispetto di tutti, sulla democrazie nelle decisioni dove il bene del club è il bene di tutti. La stessa parola club è definita nel dizionario a group of people organized for a common purpose e mai spiegazione è calzata di piú per una realtà il cui scopo non è ovviamente vincere, altrimenti chi l’ha avviata sarebbe rimasto dov’era, ma la creazione di un progetto comune accessibile a tutti (da qui l’idea degli abbonamenti in vendita al prezzo che i tifosi potevano permettersi).

Broadhurst Park, 4400 posti, è costato poco piú di sei milioni di sterline e piú della metà sono stati raccolti dai tifosi attraverso varie iniziative. Qui la gente si è rimboccata le maniche, anche per creare una struttura che, con i servizi adiacenti, valorizzi l’area circostante e sia un punto di riferimento per la comunità locale. Anni luce dalla situazione dei vicini del City dove un mega impianto, finanziato dal denaro pubblico, è stato di fatto regalato a dei milardari venuti da lontano. No qui si è lottato per ogni sterlina, ogni lavoro svolto dai volontari ha fatto risparmiare, ogni iniziativa commerciale, dal merchandising alle lotterie, ha contribuito ad aggiungere un mattone in piú. Tutti insieme, sicuri di farcela. Quando, dopo ancora un’altra sconfitta nei play off, che rallentava i piani e sgonfiava l’entusiasmo, chiesi a Andy Walsh (il CEO del club) in maniera ingenua “pensi che cambierete allenatore?” la risposta fu semplicemente “no, he is one of us.”

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Reality check

16 maggio 2015 Lascia un commento

leytonQuando Barry Hearn decise di vendere il Leyton Orient FC, non furono molti coloro che rimasero sorpresi. Erano passati 19 anni dal giorno in cui l’impresario e promotore di eventi sportivi aveva deciso di rilevare per un semplice “fiver” il secondo più antico club professionistico della capitale inglese. Non che durante la sua gestione the O’s abbiano raggiunto chissà che successi ma ciò che si lasciava dietro l’ex ragazzo cresciuto in un council estate nell’est di Londra era una situazione di tutto rispetto. Uno stadio da poco riformato, di cui Hearn rimane il proprietario, una squadra che solo per cattiva sorte non era riuscita a salire in Championship, arrivata terza e sconfitta ai rigori nella finale dei play off dal Rotherham nonostante un vantaggio iniziale di due reti, e un bilancio in attivo, nonostante l’esiguo bacino di utenza in cui andare a pescare. Anche se da sempre tifoso dell’Orient, Hearn non aveva mai commesso pazzie ed aveva sempre gestito il club senza farsi prendere la mano e senza cercare di farsi un nome visto che il suo era già abbastanza noto. Disilluso e disinnamorato del calcio, cercava un investitore con liquidità ed ambizione a cui cedere le redini di una realtà che aveva salvato da fallimento e morte certa. Ciò che ha invece sorpreso è stata l’identità del nuovo acquirente. Romano, 48 anni, un business più che discusso e discutibile, stando ai giornali nostrani, nel settore dello smaltimento, recupero e rivalorizzazione dei rifiuti solidi urbani nei paesi balcanici, Francesco Becchetti è salito alla ribalta delle cronache domestiche per aver lanciato, tra mille polemiche, Agon TV, l’emittente televisiva italiana che trasmette dall’Albania, paese che sembra essere il centro dei suoi affari. Con questo genere di CV, era difficile prevedere un possibile interesse per un club inglese di League One. Molte sono state le domande, le insinuazioni e le speculazioni, soprattutto dopo un’occhiata ai bilanci delle sue imprese che non sembrano proprio scoppiare di salute. L’Orient è un club storico ma modesto ed è condannato a rimanere tale. Per sempre. Dal 1981 in poi la media del pubblico non è mai andata oltre le 5500 unità e con il West Ham, il vicino più scomodo, alla vigilia del trasloco nel nuovo e capiente Stadio Olimpico, non sembra che questo trend possa cambiare proprio ora. Il motivo quindi della legittimazione, che in teoria avrebbe spinto, ad esempio, un chiacchieratissimo Roman Abramovich ad investire una buona parte delle sue fortune nel Chelsea, non sembra poter essere considerato valido in queste circostanze. L’acquisto degli O’s da parte di Becchetti infatti non era neanche stato rilevato da molte fonti di informazioni. Almeno fino a quando l’imprenditore romano non ha deciso di farsi beffe della storia e della tradizione del club organizzando un reality per giovani calciatori con in palio un posto in squadra. I giocatori, ovviamente contrari, alla fine sono stati convinti ad apparire in televisione per questa buffonata ma sembra che la partecipazione al programma sia stato uno dei motivi che hanno portato ai primi screzi e poi all’allontanamento di Russell Slade, il manager artefice della cavalcata dello scorso anno. E qui purtroppo entra un altro argomento sul quale Becchetti ha dimostrato una totale ignoranza fin dal primo giorno: il calcio. Lascio la parola al suo predecessore, che forse in cambio dei quattro milioni ricevuti avrebbe dovuto lasciargli, oltre alla squadra, anche qualche appunto su come gestire la situazione. Da un’intervista concessa all’Evening Standard il 20 gennaio di quest’anno.

“I would say the danger for an East End club is to be run as an Italian club. And I would say, ‘let’s go back to some community values, old football values, and let’s understand what League One is about. Let’s bring in people with experience of League One. He hasn’t done that. For whatever reason, a very good management structure was virtually entirely replaced. The assistant manager is still there — I am not sure in what capacity — but the coaching staff have gone. Becchetti has brought in too many people from his own country. That may be revolutionary. It may be a disaster. It doesn’t look great. You have got Italian trainers and physios etc… Language is a huge problem. If I am doing a show in Scotland, I’ll work with a Scottish person who understands that market. I am sensible enough to say I don’t know every answer. He has invested millions, I am not privy to the accounts, but, looking at the number of players that have been bought, it’s much more than I would ever dreamed of putting in. More than enough money for Leyton Orient to be easily in the top six. They are much higher paid than the squad we had. Our best paid player got just over £2,000 a week. I never wanted ‘superstars’ in my team because I want everyone feeling there is a structure of equality. The trick is finding players who will give 100 per cent as a team member and not just as an individual. If the wage structure is all over the place, it doesn’t help the dressing room. It’s a problem signing players in their early thirties and trying to get the same enthusiasm for playing League One football you would get from a local kid. I was so restrictive I never even wanted to bring in a player from South London. My dream was always to have a team of local players because I want the shirt to mean something. This is what Leyton Orient have always done. Take the money you are going to spend and scour all of Division Two and the Conference. I would have bought six of their best players that were under 23 and I would have had players that had some sales potential, if they developed. Players in their mid-thirties have no saleable value and that is not a business plan that I would have gone along with. There are players out there for reasonable money who have some potential. They are generally 19 to 23 years old. Those players are much more likely to run through a wall for you because they’re making a career for themselves and not looking towards the end of their career. The best team is a collection of individuals operating as one. The most successful team we can field at the moment is exactly the boys from last year. And we built that team round a good manager, Russell Slade, with the players playing out of their skins for him. The new players have not delivered…Russell did not feel it was the same club after I left. I have a different management style. I am very supportive, very hands on. I had a very, very good relationship with Russell…What Francesco Becchetti has got to understand is that League One football club in an East End community club is fundamentally different from anything else. The gamble for Leyton Orient fans is: has Becchetti got the patience? Has he the desire? Has he the ambition to see the job out? It’s a long-term job.”

La risposta a queste ultime domande sembra essere no, se è vero quanto riportato da Sky Sport News lo scorso sette maggio. Pare che Becchetti, dopo aver provocato in prima persona la retrocessione del club con scelte manageriali dal grande acume tattico, Mauro Milanese, mai allenato, e Fabio Liverani, esonerato dopo sette partite dal Genoa, ne abbia già abbastanza. Becchetti voleva un reality show, quello che ha ottenuto è stato un reality check.

Per chi fosse interessato allego link al servizio di Report (RAI 3) andato in onda il 10 maggio scorso.

Report

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