United

photoEra il 23 luglio del 2005. Con un misto di curiosità e ammirazione mi recai al Kingsmeadow, casa dell’AFC Wimbledon, per assistere alla terza edizione della Supporters Direct Cup, un trofeo messo in palio ogni anno dall’omonima associazione e conteso tra due supporter-owned club. L’interesse mediatico era alto. A sfidare i padroni di casa, che da poco avevano finito di generare clamore per la loro decisione di ribellarsi allo spostamento della propria squadra a Milton Keynes, c’era il neo formato FC United of Manchester. La loro prima partita ufficiale era stata giocata la settimana precedente contro il Leigh RMI, le selezioni per trovare i giocatori si erano svolte neanche un mese prima. Un incontro estivo e tra dilettanti ma decisamente differente. Di fronte due realtà, provenienti dalle due piú importanti città inglesi, in cui i tifosi erano diventati protagonisti e proprietari, avevano rifiutato di piegarsi, di accettare quello che troppe volte viene dipinto come un futuro inevitabile.

Tanto interesse poi tanto silenzio. 10 anni dopo l’FCUM torna a fare notizia, in patria e, una volta tanto, anche all’estero. La promozione sul campo, dopo quattro dolorose sconfitte ai play off nelle ultime quattro stagioni, ha portato la formazione dei ribelli al sesto gradino della piramide, un livello di tutto rispetto. L’anno prossimo se la vedranno con avversari importanti e con grande tradizione come Bradford Park Avenue, Stockport County, Harrogate Town, Boston United tanto per citarne alcuni. Ma questo non è un film, dove alla fine di una scena appare la scritta 10 anni dopo e la storia continua con i protagonisti leggermente invecchiati. In questo arco di tempo tutti i tifosi, i volontari, i simpatizzanti, i dirigenti, lo staff, i giocatori dello United hanno lavorato per compiere un miracolo. Non solo quello di mantenere in vita una realtà che molti scettici davano per morta ancora prima di nascere, ma quello di vederla crescere e dotarla di una sua casa propria.

Quando il 29 maggio prossimo ci sarà l’inaugurazione ufficiale del Broadhurst Park con un’amichevole di prestigio contro il Benfica, tutti coloro che hanno sposato questa causa potranno godersi lo spettacolo e darsi una bella pacca sulla spalla. L’anno con la media spettatori piú alta è stato il primo, 2005/06, poco piú di 3mila, poi è scesa fino a toccare i 1835 del 2012-13. Sempre un signor numero a questi livelli ma avrebbe potuto insinuare dubbi, avrebbe potuto scoraggiare, fiaccare lo spirito di chi dall’inizio è stato addirittura definito traditore perchè stufo di un calcio malato che vedeva tra i propri protagonisti principali proprio il Manchester United, il primo amore. Sarebbe stato facile per queste poche migliaia di persone rinunciare, tornare all’Old Trafford, con la coda tra le gambe e dire “ci abbiamo provato” tornando a sedersi il mercoledi sera a vedere partite di Champions League invece dell’FA Trophy. Ma quello che è stato fatto da Andy Walsh e compagni non è stato soltanto creare un nuovo club di calcio in risposta al calcio moderno, ai Glazer, al doping finanziario, agli agenti, agli ingaggi ridicoli, alle partite in TV ogni giorno della settimana, al cibo orribile servito negli stadi, alla birra nei bicchieri di plastica, ai prezzi assurdi, alla musica e ai dj che azzerano l’atmosfera, agli steward aggressivi, ai posti a sedere per forza. No, loro, lottando e insistendo hanno mostrato la via, hanno provato che volere è potere, che i tifosi possono arrivare dove nessun oligarca o milionario arabo o americano potrà mai arrivare. Creare una comunità con dei valori forti, condivisi, inattaccabili. Creare una identità, forgiata sul sacrificio, sulla collaborazione, sul mutualismo, sul rispetto di tutti, sulla democrazie nelle decisioni dove il bene del club è il bene di tutti. La stessa parola club è definita nel dizionario a group of people organized for a common purpose e mai spiegazione è calzata di piú per una realtà il cui scopo non è ovviamente vincere, altrimenti chi l’ha avviata sarebbe rimasto dov’era, ma la creazione di un progetto comune accessibile a tutti (da qui l’idea degli abbonamenti in vendita al prezzo che i tifosi potevano permettersi).

Broadhurst Park, 4400 posti, è costato poco piú di sei milioni di sterline e piú della metà sono stati raccolti dai tifosi attraverso varie iniziative. Qui la gente si è rimboccata le maniche, anche per creare una struttura che, con i servizi adiacenti, valorizzi l’area circostante e sia un punto di riferimento per la comunità locale. Anni luce dalla situazione dei vicini del City dove un mega impianto, finanziato dal denaro pubblico, è stato di fatto regalato a dei milardari venuti da lontano. No qui si è lottato per ogni sterlina, ogni lavoro svolto dai volontari ha fatto risparmiare, ogni iniziativa commerciale, dal merchandising alle lotterie, ha contribuito ad aggiungere un mattone in piú. Tutti insieme, sicuri di farcela. Quando, dopo ancora un’altra sconfitta nei play off, che rallentava i piani e sgonfiava l’entusiasmo, chiesi a Andy Walsh (il CEO del club) in maniera ingenua “pensi che cambierete allenatore?” la risposta fu semplicemente “no, he is one of us.”

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