Cups & Crisps

Gary Lineker, England.

Gary Lineker, England.

Per i piú giovani è semplicemente il presentatore di Match of the Day. Per altri ancora forse una comparsa che interpreta gli spot pubblicitari piú o meno spiritosi delle patatine Walkers. Eppure quel signore di mezza età che siede su un divano della BBC e di altri canali commentando le partite del giorno, che ripete battute e statistiche per lui scritte dalla regia abbozzando sorrisi e azzardando espressioni curiose è un pezzo di storia del calcio inglese. Non è detto che per assurgere al “grado” di leggenda uno debba per forza aver avuto una vita fuori dal campo sregolata e fatta di eccessi, essersi presentato ubriaco alle partite, aver scommesso anche i soldi della pensione della madre o aver venduto le proprie medaglie per pagare il mutuo. Gary Winston Lineker era un idolo della mia adolescenza, pur non avendo mai tifato Leicester, Everton o, tantomeno, Barcelona. Avevo simpatia per il suo Tottenham, quello di Venables, Gascoigne (pre Serie A), Mabbutt e Paul Stewart per intenderci, ma era quando indossava la maglia dei Tre Leoni che Lineker mi faceva sognare. Con lui in squadra un gol era sempre possibile, una partita non era mai persa fino all’ultimo secondo. Non era solo un giustiziere delle palle perse, un opportunista, un attaccante che viveva sulla linea del fuorigioco. Non era solo il giocatore che è nel posto giusto al momento giusto o uno che la butta dentro. Era un fuoriclasse dell’area di rigore. Intelligente, furbo, estremamente coraggioso nonostante non rispecchiasse lo stereotipo del centravanti britannico tutto fisico e potenza. E corretto, mai un cartellino nella sua carriera nonostante i calci ricevuti in epoche in cui gli arbitri ritenevano leciti i tackle sul ginocchio, a piedi uniti e le gomitate in faccia.

Con le mie poche informazioni basate su “il Campionato degli altri” del Guerino, ritagli di giornali d’oltremanica e qualche numero di Match e Shoot che riuscivo a rimediare, sapevo del talento del Leicester City, delle sue origini umili tra i banchi della frutta del mercato della sua città, e non mi stupii piu’ di tanto quando, dopo aver vinto la classifica dei cannonieri insieme a Kerry Dixon al termine della stagione 1984/85, l’Everton, all’epoca una delle squadre piú forti e in forma, decise di spendere 800mila sterline per accaparrarselo. Non deluse, 30 gol in campionato, ancora miglior realizzatore della First Division, e 38 in totale in 52 gare che incredibilmente però non valsero nessun trofeo. La squadra di Kendall si arrese ai concittadini del Liverpool sia in campionato che in FA Cup quando ad un certo punto della stagione sembrava essere la candidata piú seria alla conquista del double. Ma il suo talento era stato notato, non solo in patria. Quando pochi mesi piú tardi vinse la scarpa d’oro ai Mondiali di Messico 1986, unico inglese ad esserci riuscito, mezzo mondo era interessato a tesserarlo. La First Division non era la Premier League e la potenza economica dei soliti colossi calcistici europei si fece sentire quando il Barcellona lo convinse a lasciare il Merseyside per la Catalogna subito dopo la fine del torneo. Ironicamente l’Everton, nella stagione successiva, vinse, ad oggi, il suo ultimo campionato.

Sotto il sole cocente di quell’estate messicana Lineker mostrò, in condizioni ambientali proibitive, doti da attaccante nato. Imperdibile sul campo causa una fasciatura al braccio, incantò per la sua rapidità in area e la sua tripletta contro la Polonia, solo la seconda nella storia segnata nella fase finale di una coppa del mondo da un calciatore inglese oltre quella un tantino piú famosa del 1966, consentì alla nazionale di proseguire il cammino e a Bobby Robson di conservare il lavoro. Due reti negli ottavi contro il Paraguay qualificarono l’Inghilterra ai quarti contro l’Argentina. Se calcisticamente questi due paesi non si amavano dai tempi della sceneggiata di Antonio Rattin nel 1966, dopo la Guerra delle Falklands del 1982 l’antipatia era diventata quasi odio. Tutti ricordano cosa successe, una “furbata” e un colpo di genio di Maradona dettero la vittoria ai sudamericani. Lineker, mai domo, accorciò le distanze prima di vedersi negare un gol che sembrava già fatto da una prodezza di un difensore argentine che dovrebbe essere osannata tanto quanto quella del loro numero 10 ( minuto 9.56 di questo video )

Voluto al Barcellona da Terry Venables, che poi lo riportò in patria quando era ormai allenatore del Tottenham, diventò subito un beniamino della tifoseria locale grazie alla sua professionalità, al suo coraggio e ai 20 gol nella sua prima stagione nella Liga inclusa una tripletta al Bernabeu, stadio in cui poi segnò ben quattro reti in un’amichevole contro la Spagna nel febbraio 1987 (alcune reti con la maglia dei catalani). Con i blaugrana, già senza El Tel, vinse una Copa del Rey e una Coppa delle Coppe prima di decidere di tornare in patria da un allenatore che lo adorava piuttosto che giocare da ala destra sotto il nuovo, geniale ma controverso, tecnico Johan Cruyff.

Con gli Spurs Linker non smise di segnare vincendo ancora un titolo di capopcannoniere nel 1990 e una FA Cup nel 1991. Nella sua ultima stagione nella compagine londinese realizzò 35 reti in 50 presenze prima dell’avventura in Giappone quando la J-League era il posto dove andare a fine carriera e dove il suo stile, fair play ed educazione furono apprezzate tanto quanto le sue doti tecniche.

Dispiace che non sia stato lui a romprere il record di reti (49) con la nazionale inglese detenuto da Bobby Charlton, lo avrebbe meritato. Fermatosi a 48 e ora appaiato da Rooney che ha già giocato 25 partite in piú, sembra destinato a scendere un gradino del podio dei migliori realizzatori per far spazio a qualcuno che gioca le qualificazioni a Europei e Mondiali contro squadre del calibro di Macedonia e Slovenia piuttosto che Spagna e Italia. Come dispiace che la sua freddezza dal dischetto nei quarti di finale di Italia 90, due rigori realizzati, e la sua rapidità di pensiero ed esecuzione nella rete contro la Germania in semifinale non siano valse almeno un posto in finale. D’altronde come lui stesso disse una volta: “Football is a simple game where 22 men chase a ball for 90 minutes and at the end, the Germans win” dimostrando un discreto sense of humor. Forse non è vero che le battute durante MotD non siano sue.

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