Once upon a time

vip-liverpool-fc-anfield-19103633È difficile far credere ai trentenni di oggi che il Liverpool sia una grande del calcio inglese ed europeo. Eppure non è passato un secolo da quando i reds vincevano a spasso in patria e in Europa. Solo il nome incuteva timore, le divise rosso fuoco, Anfield Road, You’ll never walk alone, la Kop. Dall’arrivo dell’unico ed inimitabile Bill Shankly all’addio di Kenny Dalglish sono passati poco più di 30 anni. In questo arco di tempo il LFC ha portato a casa 13 titoli nazionali, quattro FA Cup, quattro coppe di Lega, quattro coppe dei campioni e due coppe UEFA. Dal 1991 in poi si registrano tre FA Cup, quattro League Cup, una coppa UEFA e una Champions League, quella del miracolo di Istanbul. Per carità, un bottino che farebbe felici club di mezzo mondo ma non il Liverpool FC, un club che per troppo tempo era diventato sinonimo di successo. Soprattutto considerando che, tra tutti i trofei, manca dal 1990 quello più significativo, il bread and butter, il pane quotidiano di ogni calciatore, il campionato nazionale. I reds non hanno mai vinto la Premier League e, cosa che ha reso questo triste record ancora più amaro, è stato il Manchester United ad indossare il mantello di regina degli anni 90 e di inizio millennio.

Quando Alex Feguson ammise che  “My greatest challenge is not what’s happening at the moment, my greatest challenge was knocking Liverpool right off their f****g perch. And you can print that”  si capisce quanto fosse comune all’epoca vivere all’ombra del Liverpool e, anche per i tifosi neutrali, tifare contro i soliti reds, capaci di vincere ogni partita in maniera netta e convincente. Ed era così anche per me. Sempre con gli underdogs, non ne potevo più di Rush, Barnes e compagnia. Anche durante quel 4-4 di FA Cup dopo il quale Dalghlish decise di lasciare ero davanti alla TV incitando l’Everton. Tanto che poteva cambiare. Il Liverpool era primo a febbraio e probabilmente lo sarebbe stato anche a maggio. E invece non fu così e non fu più così. Quell’anno l’Arsenal di George Graham approfittò delle incertezze della truppa orfana del loro ex player manager e, nonostante due punti di penalizzazione, arrivò prima con un distacco di sette lunghezze.

La società decise allora di sostituire un’ex leggenda con un’altra, Graeme Souness. Questa volta però le cose non andarono nel modo sperato ed il Liverpool non sarebbe stato più lo stesso. Si è detto molto dei tre anni al timone dello scozzese, delle sue liti, delle sue campagne acquisti discutibili, del suo atteggiamento autoritario di sicuro mal digerito da quelli che erano alla fine suoi ex compagni di squadra. Si dice che sia stato lui a volersi disfare della famosa Boot Room, la stanza degli scarpini dove prima Shankly e poi Paisley e Fagan avevano progettato le loro grandi partite ed indimenticabili vittorie. La sua fama di innovatore autoritario però non funzionò e alla terza stagione gettò la spugna, complici anche dei problemi cardiaci a cui certo non avevano giovato gli anni in panchina ad Anfield. A sua parziale discolpa l’innegabile verità di essere arrivato alla fine di un ciclo con l’improbo compito di sostituire un gruppo di campioni a fine carriera. Più che la FA Cup del 92, i pochi tifosi del Liverpool che gli vogliono riconoscere un merito gli attribuiscono il lancio in prima squadra di giovani come Fowler, McManaman e Redknapp.

Con questo e poco altro materiale di livello si ritrovò ad ereditare la squadra l’ennesimo membro della Boot Room, Roy Evans. Poco da dire sul suo attaccamento alla squadra, sulla sua esperienza, era diventato coach con Bill Shankly, sui suoi modi civili e gentili. E infatti presto gli fu rinfacciato proprio di essere troppo buono e permissivo, in un’epoca in cui i giocatori si erano ritrovati con un potere e un conto in banca mai visti prima. I suoi furono ribattezzati gli Spice Boys e il vestito crema di Armani con cui entrarono ad ispezionare il terreno di Wembley prima della finale di FA Cup contro il ManU del 1996 fu un autogol clamoroso di cui ancora oggi si parla.  Alcuni dei suoi acquisti più importanti non raggiunsero i livelli sperati, su tutti Stan Collymore, ma nella prima intera stagione in panchina i reds arrivarono quarti. Poi terzi e poi ancora quarti per differenza reti ma secondi come punteggio. Fu in questa stagione che, oltre ai problemi difensivi, gli fu rinfacciata la mancanza di polso. Con il Liverpool a metà cammino capolista con cinque punti di vantaggio, si cercarono tutte le spiegazioni possibili per il tracollo nella seconda parte della stagione. L’anno seguente, nonostante l’esplosione di Michael Owen che colmò in parte la lunga assenza di Fowler per infortunio, il Liverpool finì di nuovo terzo e quando poco dopo l’altro unico superstite della Boot Room, Ronnie Moran, decise di ritirarsi, la società decise di scrollarsi di dosso tutti i fantasmi del passato e di provare a rinnovarsi.

Arrivò Gerard Houllier ma l’esperimento di affiancarlo a Roy Evans al comando era destinato a fallire e quest’ultimo, il quale non era riuscito a dare quella spinta che si sperava e che al termine della sua prima stagione al comando sembrava possibile, dette le sue dimissioni pochi mesi dopo. Houllier, in quegli anni molto ricercato, si ritrovò con una squadra di sicuro ricca di talento ma non con la mentalità giusta. Nell’estate 1999 non meno di sei giocatori furono venduti, tra cui James e Ince, McManaman se ne andò a parametro zero e la prima ventata di stranieri arrivò ad Anfield, un fenomeno ripetutosi più volte da allora. Dei 16 acquisti principali tra estate 1999 e 2000 due furono inglesi e uno scozzese. Nonostante le perplessità nel 2001 il tris di coppe ed il terzo posto in campionato sembravano segnalare finalmente l’arrivo di un’epoca di soddisfazioni.

Nell’ottobre del 2001 Houllier fu ricoverato in ospedale per problemi cardiaci ma la squadra, lasciata nelle mani del suo assistente Phil Thompson, arrivò ad avere 11 punti di vantaggio sullo United in testa alla classifica a dicembre prima di farsi rimontare di nuovo e finire seconda dietro l’Arsenal. Di fatto questo sarebbe stato il miglior momento di Houllier. Molti dei suoi acquisti furono discutibili ma nessuno come la coppia del Senegal Diouf / Diao tesserata dopo un pugno di partite decenti ai Mondiali del 2002. Allo stesso tempo il suo interesse per i giovani sembrava incentrato più su quelli del suo paese che non su quelli della Academy del Liverpool e a qualcuno questo cominciò a non piacere. Al termine della stagione 2002-03 i reds si piazzarono quinti senza aver mai lottato seriamente per il vertice e con un gioco tutt’altro che spettacolare. Quando l’anno dopo il quarto posto arrivò a 20 punti di distacco dall’Arsenal degli Invincibili, la società decise che era ora di cambiare. Sul punto di addio, Houllier, sempre modesto, come se il suo arrivo avesse significato chissà quali vittorie, dichiarò ‘If they want to go back to the ’70s & ’80s they can do that but not with me’.

Era il turno di Rafa Benitez. Se Houllier aveva pescato troppo in Francia o in paesi francofoni, il suo successore fece lo stesso con la Spagna. Ma Benitez, per sua stessa ammissione, potrà tornare a Liverpool per il resto della vita senza dover pagare più un drink in un pub. Benitez, come una volta mi disse un suo assistente, in Merseyside is God. E questo status il buon Rafa lo deve a sei minuti di amnesia totale del Milan. La finale di Istanbul del 2005 è divenuta un libro, un film, è il sogno di ogni tifoso di calcio, è l’impossibile che diventa possibile. Con quella finale, nel suo primo anno da allenatore dei reds, Benitez si guadagnò un credito che in pochi hanno avuto sulla panchina del club di Anfield Road. L’anno dopo, sempre in drammatiche circostanze arrivò anche l’FA Cup conquistata ai danni del West Ham poi più nulla. In Premier League Benitez ha sempre sofferto il carisma e i successi di Mourinho, Ferguson e Wenger, tutti manager con in quali prima o dopo ha avuto da dire attraverso i microfoni delle tv o le pagine dei giornali. Il suo contratto è spesso sembrato in discussione, soprattutto dopo l’arrivo dei nuovi proprietari americani Hicks e Gillet, una coppia che presto cominciò a parlarsi a carte bollate e che, copiando una strategia già vista da quelle parti, aveva acquistato il club grazie ad un enorme capitale di debito che poi aveva garantito con le proprietà dello stesso. Ma i tifosi continuavano ad essere al suo fianco. Un’altra finale di Champions conquistata, questa volta persa contro il Milan, alcune vittorie famose in patria e in Europa più il secondo posto del 2008-09 non fecero altro che cementare il suo status tra i fedelissimi e aumentare dei sogni che stagione dopo stagione finivano invariabilmente e miseramente nel dimenticatoio dopo soltanto poche giornate. Quella che avrebbe dovuto essere la stagione della definitiva consacrazione come outsider principale ai vicini dello United o al Chelsea di Abramovich finì con un deludente settimo posto con relativa mancata qualificazione alla lucro Champions League. Destino segnato. Ufficialmente by mutual consent, finiva l’avventura di Benitez come allenatore del Liverpool ma sei i due proprietari americani avevano in progetto di festeggiare la cosa, il loro buon umore non durò molto visto che nell’ottobre del 2010 la società era sull’orlo del fallimento e fu messa sul mercato nonostante l’opposizione dei suoi due maggiori azionisti. Nel marasma generale era intanto stato nominato allenatore Roy Hodgson, grazie agli ottimi risultati ottenuti con il Fulham, ma che fosse arrivato nel momento sbagliato nella squadra sbagliata fu chiaro praticamente subito. Fu criticato per il suo gioco prudente e privo di idee ma la verità è che, data la situazione, era stato chiamato un gentiluomo che sarebbe stato facile mandare via qualora le cose non avessero funzionato.  E così fu dopo poco più di sei mesi in carica, con il nuovo proprietario, J.W.Henry, anche lui targato USA,  che rispettando il clichè di ogni nuovo presidente di una squadra di calcio si rifugiò nella scelta populista di usare un ex eroe come parafulmine. Il ritorno di Kenny Dalglish aveva azzittito i più facinorosi ma per rispetto non per fiducia. Nessuno era convinto  e un’altra vittoria in Coppa di Lega non potè far passare inosservato l’ottavo posto in classifica, il peggior piazzamento dei reds in 18 anni che costò di fatto allo scozzese il suo contratto di lavoro.

La scelta del successore fu coraggiosa. Di nuovo molti i nomi considerati per il posto vacante. Il prestigio del nome, della storia, il peso dell’attesa ormai più che ventennale del titolo di campioni d’Inghilterra, la pressione, le aspettative, la passione dei tifosi, tutti particolari che facevano partire come favoriti i soliti nomi con esperienza internazionale. La decisione di puntare su un allenatore giovane ed emergente, con un’idea di gioco ben chiara, e proiettato al futuro, come Brendan Rodgers forse stupì molti ma in modo positivo. Certo, l’accesso alle telecamere di Channel 5 con ripresa dei suoi “speech” ai giocatori non fu ben digerito dai tifosi e se qualcuno pensava ad una operazione di marketing per rendere più spendibile il nome del Liverpool da troppo tempo all’ombra delle solite due o tre squadre, dovrebbe cercarsi un altro lavoro. Dopo una stagione di rodaggio, un giovane e arrembante Liverpool, ancora capitanato da Steven Gerrard e con qualche inglese in piú nelle fila, sembrava destinato a rompere il taboo. Pareva fatta, una squadra strepitosa in attacco, con Suarez e Sturridge sugli scudi, in marcia verso il trionfo. Fino alla classica buccia di banana, nel vero senso della parola. Lo scivolone proprio del capitano beniamino che, nella decisiva partita contro il Chelsea, causò il gol del vantaggio dei blues fu una beffa colossale come il pareggio contro il Palace del weekend successivo.

Ma se in molti speravano che quel secondo posto fosse solo l’inizio di un’era Rodgers, la verità è che per l’attuale tecnico, come fu per Benitez il 2005  e Houllier il 2001, il 2014 potrebbe essere il punto più alto della sua carriera ad Anfield Road. È difficile riprendersi da batoste del genere e forse un anno dopo, insieme a Gerrard avrebbe dovuto partire anche lui.

Anche la Kop, che non è ovviamente più quella di una volta, demolita nel 1994, fatica a ritrovare quello spirito e quel carattere che avevano reso Anfield uno stadio famoso nel mondo, una fortezza quasi inespugnabile. L’attesa logora. You’ll Never Walk Alone ancora emoziona, è ancora un qualcosa che fa venire i brividi. Sfortunatamente per i tifosi dei reds è anche l’unica .