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Wengeriadi

29 aprile 2016 3 commenti

arsenalChiunque sia stato all’Emirates sa che, al momento di dare il numero di spettatori ufficiale della partita, l’Arsenal FC include il  totale degli abbonati. D’altronde, si pensa, se uno paga quelle cifre per un posto allo stadio, di sicuro poi non resta a casa (articolo).

Eppure in occasione della gara contro il WBA, non si è potuto non notare la grande quantità di seggiolini vuoti. E non era gente arrivata tardi o che era al bar, non era proprio venuta allo stadio. Ok, era un giovedì sera, ma qui parliamo della squadra piú tifata della capitale d’Europa, con una lista di attesa per gli abbonamenti infinita, che ha tifosi in ogni continente e un richiamo molto forte anche nei confronti dei turisti del calcio, dei sostenitori occasionali, con uno stadio nuovo, comodo da raggiungere e al, piú o meno, centro di Londra. Arsene Wenger si è meravigliato. Quando un giornalista ha chiesto di dire qualcosa ai fans dei Gunners, l’allenatore ha lanciato un appello “Come and support the team. If you love football, you go out there and I think you see quality football “, dichiarazione piú da venditore che da tecnico.

Per tutta risposta i fedelissimi hanno organizzato una maxi protesta in occasione della partita contro il Norwich di domani (link) e oggi, stizzito, il Professore ha replicato per le rime (articolo) affermando che è l’atmosfera in casa che ha creato problemi ai suoi ragazzi frenandoli nella corsa al titolo. Dubito che questa ultima esternazione verrà accettata senza polemiche.

Sono anni che molti tifosi dell’Arsenal sentono bisogno di un cambiamento e se prima c’era solo gratitudine nei confronti di un allenatore che aveva rivoluzionato il club portandolo ad essere uno dei piú moderni, conosciuti, ambiti e potenti d’Europa, ora si è aggiunto risentimento, nel migliore dei casi, e rabbia, nel peggiore.

La critica è sempre la stessa: Wenger è il perfetto dipendente, un company man. Non spreca soldi, non rischia ciò che non è suo, è accentratore, non delega, gestisce tutto in prima persona, non si lascia ricattare dai suoi giocatori in cerca di aumento e sempre arriva tra le prime quattro in classifica, garantendo, anno dopo anno, gli introiti milionari della Champions League e calcio di qualità, contro compagini di prestigio europee, almeno fino a febbraio.Uno così, il board non lo licenzierà mai. Gli argomenti a difesa dello status quo sono di solito il nuovo stadio, che ha assorbito la quasi totalità delle entrate generate, versosimile, il non voler cedere a richieste di avari mercenari, ingrati e senza dignità, presa di posizione nobile, e mancanza di un possibile valido sostituto in panchina, opinabile.

In molti, a dire il vero, non sanno neanche se il responsabile di ogni scelta tecnica sia solo il tecnico alsaziano o se Wenger agisca come parafulmine della società, ma ormai conta poco. Il problema, almeno in buona parte, nasce da quanto detto all’inizio di questo articolo. L’ Arsenal è la squadra piú cara da andare a vedere dal vivo. Ogni partita in casa genera entrate  (studio) che altri si possono solo sognare e, dopo aver visto partire tanti campioni, sono sempre di piú coloro che credono che una buona parte di questi ricavi dovrebbe essere investita per tesserari ottimi giocatori. Non onesti, non promesse, ma campioni affermati. Ok non cedere ai ricatti dei vari Van Persie, Nasri, Sagna, Adebayor, per dirne solo alcuni, ma gente come Vieira, che sarebbe anche rimasta qualche anno in piú, andava sositutita in modo adeguato da subito. Se è vero che al Liverpool fu offerta appena una sterlina in piú della clausola rescissoria di Suarez, quando ancora si sta cercando l’erede di Henry, si capisce perchè la frustrazione cresca. La stessa valorizzazione dei giovani sembra aver subito un ridimensionamento, visto che chi arriva in prima squadra ora non sembra al livello di chi si affacciava sul palcoscenico della Premier League qualche anno fa.

Dalla finale persa, immeritatamente, contro il Barcellona nel 2006, l’Arsenal in UCL sette volte su 10 è uscito agli ottavi. L’ultimo titolo nazionale è del 2003/04 e, purtroppo, le nuove generazioni non danno troppo valore al record di vittorie in FA Cup raggiunto grazie ai successi conseguiti nelle due ultime stagioni.

La gente è stanca. Il quarto posto non è nulla. È un traguardo inventato dai creatori del calcio moderno che però in London N5 hanno sempre avuto un loro avamposto. L’Arsenal è stato uno dei club che ha subito in maniera piú importante il cambio della base del tifo, che ha attratto piú “clienti”, che ha investito di piú in corporate boxes. Sarà anche un luogo comune ma si sapeva che nel momento di difficoltà, sempre relativa, molta di questa gente recentemente acquisita si sarebbe stancata. Chi paga e investe non si accontenta di partecipare, vuole vincere.

Quest’anno poi le cose sono precipitate: la crisi del Chelsea, i balbettii delle due squadre di Manchester, il ritardo cronico del Liverpool, sembrava la stagione ideale per tornare a vincere in patria e invece la beffa. Non solo il miracolo Leicester, ma addirittura gli odiati vicini del Tottenham hanno avuto un’annata migliore e rischiano di dominare il prossimo futuro. Sicuramente questo timore ha fatto precipitare ancora di piú le cose.

Wenger non ha piú scuse, quella, ultima, dell’atmosfera all’Emirates sa di disperazione. Sono passati 20 anni dal suo arrivo dal Giappone. All’epoca rivoluzionò un mondo che si reggeva sulla dieta lager and fish&chips ma i tempi ormai sono cambiati. Forse anche per lui.

Categorie:Attualitá

Rosso di sera…

22 aprile 2016 Lascia un commento

liv4_MGTHUMB-INTERNAC’è qualcosa di magico intorno al Liverpool quando gioca in Europa e magari di notte. L’ultima rimonta mozzafiato contro il Borussia Dortmund non può non riportare alla mente tante altre serate in cui l’eco di You’ll Never Walk Alone si è andato a spegnere ben piú lontano delle strade di Walton.

Già nella loro prima apparizione continentale soltanto un arbitraggio sfavorevole li fermò sulla strada della finale di Coppa Campioni. A Milano, contro l’Inter. In casa si erano disfatti di KR Reykjavik (6-1), Anderlecht (3-0) e Inter (3-1) mentre non erano andati oltre il pareggio contro il Colonia. Dalla autobiografia di Bill Shankly:

“Inter beat us 3-0 but not even their players enjoyed the game, and we didn’t think two of the goals were legal. They put an indirect free-kick straight into the net for the first, and the ball was kicked out of Tommy Lawrence’s hand for the second”.

L’anno dopo arrivarono in finale di Coppa delle Coppe. Questa volta davanti ai propri tifosi erano caduti Juventus (2-0), Standard Liegi (3-1), Honved (2-0) e il Celtic di Jock Stein (2-0). Ad Hampden Park, nella gara decisiva, beffardo fu l’autogol di Ron Yeats, il capitano, nei supplementari.

Seguirono anni di apprendistato, alla fine il Liverpool di Shankly era una giovane creatura che appena si affacciava su certi palcoscenici. L’Ajax di Cruyff era 4-0 in vantaggio alla fine del primo tempo nell’andata del secondo turno di Coppa Campioni 66/67. Poi fu il turno del Ferencvaros, Athletic Bilbao e Vitoria Setubal, tutti espugnarono Anfield, fino ad arrivare al 70/71 quando di nuovo si raggiunse una semifinale (di Coppa Uefa/delle Fiere). In casa i Reds ebbero la meglio su Ferencvaros, 1-0, Dinamo Bucharest, 3-0, Hibernian, 2-0, Bayern, 3-0, prima di perdere 0-1 contro il Leeds United di Don Revie. IL ritorno, in puro spirito Leeds dell’epoca, finì a reti inviolate e in finale andarono gli uomini capitanati da Billy Bremner.

L’anno seguente il Liverpool uscì al secondo turno di Coppa Coppe contro il Bayern ma nella cavalcata vincente di Coppa Uefa 72/73 furno addirittura quattro le formazioni tedesche sconfitte, due dell’Est e due dell’Ovest (oltre a AEK Atene e Spurs). Ad Anfield caddero Frankfurt (2-0), Dinamo Berlino (3-1), Dinamo Dresda (2-0), e, in finale, il Borussia Moenchengladbach (3-0).

Appena tre anni dopo e i Reds, ormai allenati da Bob Paisley, fecero il bis nella stessa competizione eliminando Hibs (3-1 in casa), Real Sociedad (6-0), Slask Wroclaw (3-0), Dinamo Dresda (2-1), Barcelona (1-1) e Bruges in finale (3-2).

Con Paisley inizia di fatto il periodo di dominio europeo del Liverpool che l’anno dopo il trionfo in Coppa Uefa finalmente porta a casa il trofeo piú ambito, la Coppa dei Campioni, dopo aver battuto a Roma di nuovo il Moenchengladbach (3-1). Ad Anfield è una cavalcata trionfante. 5-0 ai Crusaders, 3-0 al Trabzonospor, 3-1 al St Etienne (video), 3-0 allo Zurigo. Per ripetersi la squadra della Merseyside non deve aspettare molto, appena la stagione seguente, 77/78. Di nuovo due le formazioni tedesche mandate a casa, una dell’Ovest, ancora il Borussia M (3-0 ad Anfield) e una dell’est, Dinamo Dresda (5-1). Da aggiungere anche il 6-0 casalingo all’Amburgo nella finale di Super Coppa Europea. Ai quarti di finale la vittima è il Benfica (4-1) mentre nella finale di Wembley basta una rete di Dalglish per sollevare la coppa con le orecchie.

Il terzo trionfo nella competizione continentale piú prestigiosa arriva nel 1980/81. Dopo tre goleade casalinghe (Oulu Palloreura, 10-1, Aberdeen, 4-0, e CSKA, 5-1) arriva lo 0-0 in semifinale contro il Bayern che fa temere il peggio. Al ritorno in Germania serve un’impresa. Il primo gol arriva al minuto 83 ed è di Ray Kennedy. Il pareggio di Rumenigge quattro minuti dopo salva l’onore ma non la finale. A Parigi vola il Liverpool e come tre anni prima basta un solo gol, questa volta di Alan Kennedy, contro il Real Madrid, per aggiungere un altro trofeo in bacheca.

Cambia allenatore ma non il risultato. Con Joe Fagan in panchina, le nottate da brivido sono piú in trasferta che non in casa. Nel 1983/84 il Liverpool si impone 1-0 al San Mames dopo un pareggio a reti bianche in casa. 4-1 in Portogallo sul Benfica, dopo la vittoria in casa di misura per 1-0, e 2-1 a Bucarest dopo un altro 1-0 all’andata. A Roma, con uno stadio quasi interamente contro, i Reds si aggiudicano la loro quarta coppa dei campioni dal dischetto.

L’anno dopo è quello maledetto. Niente lascia presagire che nulla sará piú uguale a prima al termine di un’altra stagione in cui si arriva alla finale della European Cup travolgendo ad Anfield Lech Poznan (4-0), Benfica (3-1), Austria Vienna (4-1) e Panathinaikos (4-0). Ma l’Heysel cambia tutto. È il 1985.

Nessuno può e deve dimenticare.

Quando gli inglesi tornano in Europa non sono piú una potenza continentale. Il Liverpool meno di tutti. I Reds, che non vincono un titolo nazionale dal 1989/90, in Europa faticano a ritrovare il passo. Sono anni di umiliazioni: Genoa, Spartak Mosca, Broendby, Celta Vigo, tutte riescono ad espugnare Anfield.

È il calcio intero ad essere cambiato. Gli equilibri finanziari come quelli geo-demografici. Ora l’allenatore, dopo delusioni e screzi interni, è il francese Houllier; il gioco è cinico e noioso, le notti di Anfield raccontano di qualificazioni stentate e non di serate scintillanti ma la finale contro l’Alaves di Dortmud del 2001 è in tipico stile scouse. In vantaggio per 3-1 alla fine del primo tempo Gerrard e compagni si fanno raggiungere dagli spagnoli per poi andare sul 4-3 e farsi di nuoro rimontare all’ultimo minuto. Una punizione di McAllister deviata nella propria porta da un giocatore dell’Alaves darà la possibilità ai Reds di lasciarsi dietro fantasmi e tragedie. Almeno per una sera.

Se i tifosi dei Reds pensavano di aver vissuto una finale emozionante e al cardiopalma nel 2001, quella del 2005 di Champions Legaue è diventata un libro, un film, uno spettacolo teatrale, una leggenda. È ormai sinonimo dell’impossibile che diventa possibile. Tutti ricordano il Milan 3-0 in vantaggio alla fine del primo tempo. Il dominio, i gol mancati, i cinque minuti di follia rossonera che consentono al Liverpool di pareggiare e poi vincere ai rigori e a Benitez di essere trattato come un semidio in Scouseland per il resto della vita. OK, era Instanbul, non Anfield, ma ancora una volta una serata europea, ancora una volta la luce dei riflettori che brilla sulla coppa dalle grandi orecchie levata al cielo. Nel 2007 il Milan avrà la sua, parziale, rivincita.

Dopodiché tante, troppe, partite nei nuovi formati di Champions ed Europa League, tante serate senza gloria, anche vincenti ma mai indelebili nella memoria. Gli scontri velenosi con il Chelsea di Mourinho, le eccezioni contro Real Madrid (4-0), Arsenal (4-2) e Olympiacos (3-1), fino all’altra sera in cui una squadra senza un solo campione in campo ha ribaltato una partita che sembrava finita dopo 10 minuti al, quasi, termine di un’altra stagione deludente.

Di tutto il Liverpool di oggi, per assurdo, chi sembra incarnarne di piú lo spirito sembra proprio Jurgen Klopp. In molti gli chiederanno di tornare a vincere il titolo nazionale ma le emozioni delle coppe europee appartengono alla storia di questo club, e finchè ci sarà da cantare YNWA alla fine di qualche finale nessuno si lamenterà piú di tanto.

 

Categorie:Europa