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Business as usual

29 agosto 2016 Lascia un commento

258B5BAE00000578-2949131-Graphic_charts_the_significant_rise_of_domestic_Premier_League_T-a-56_1423662009120È caduto un altro bastione. Il WBA da un paio di mesi non appartiene più a Jeremy Peace, born and bred in West Bromwich, ma all’ennesimo cinese desideroso di investire qualche miliardo di yuan. Sembra che in estremo Oriente ormai vadano di moda le Midlands visto che, anche per i loro standard, Londra è troppo cara. Perchè svenarsi per un Crystal Palace o un West Ham, se mai fossero disponibili, se a neanche un paio d’ore fuori la M40 i club sono in svendita? L’Albion segue infatti Aston Villa, Birmingham e Wolves (senza contare il 13% del Man City di proprietà del governo di Pechino) già finiti in mano ad investitori cinesi (o di Hong Kong nel caso del Birmingham) a cui si potrebbe aggiungere presto anche l’Hull City. Alla luce di queste ultime notizie credo abbia sempre meno senso chiedersi il perchè gli orari delle partite vengano cambiati per accontentare il mercato asiatico. Se questo ha deciso di pompare denaro nel sistema, qualche orario sballato è il minimo che si può aspettare in contropartita. Già perchè ai cinesi vanno aggiunti i club thailandesi come Reading, Sheffield Wednesday, Leicester, indiani, Blackburn, malesi, QPR e Cardiff, sauditi, Sheffield United, giordani, Bristol Rovers, kuwaitiani, Forest, emirati arabi, Man City. Senza contare partecipazioni significative come quella di maggioranza di Farhad Moshiri (Iran) nell’Everton, e quella del fondo GFH (Bahrain) nel Leeds di Cellino. I Russi sono ormai un ricordo visto che gli unici a rimanere coinvolti nel calcio d’oltremanica sono Abramovich a Stamford Bridge e, senza comparire, Maxi Denim al Bournemouth (più un terzo dell’Arsenal in mano a Usmanov). Di più gli italiani allora con Cellino appunto, al Leeds, Pozzo al Watford e Becchetti, per qualche misteriosa ragione, al Leyton Orient. Ma l’altro mercato di massimo interesse per la Premier League sono gli Stati Uniti e anche qui la lista dei club dove è stata piantata la bandiera a stelle e strisce racchiude nomi importanti come Arsenal, Liverpool, Manchester United, Sunderland, Swansea, Fulham, Millwall. Non c’è da stupirsi che la NBC si sia assicurata i diritti fino alla stagione 2021-22. Come Londra è spesso considerata la capitale del mondo più che la capitale inglese, così la EPL è ormai vista come il campionato cosmopolita per eccellenza, un prodotto da esportazione, uno show da godere ovunque, in poltrona o nei bar, nel quale quasi tutti i nomi più conosciuti, e sopravvalutati, del mondo del calcio hanno deciso di trascorrere almeno parte della propria carriera.

Il presente contratto per i diritti domestici è salito di circa il 70% rispetto a quello precedente, arrivando a £5.13bn per tre anni, una cifra che di fatto rende anche l’ultima classificata nel campionato inglese più ricca, e di conseguenza più appetibile, di ogni formazione della Serie A italiana, per esempio. L’incremento registrato non è stato frutto di un gioco al rialzo tra varie emittenti concorrenti ma una decisione commerciale ben precisa da parte dei broadcaster ufficiali (Sky soprattutto) che continuano a finanziare i 20 top club inglesi in modo da garantire loro le possibilità economiche per tesserare i migliori calciatori in circolazione. Solo avendo i nomi più famosi si riescono poi a vendere a caro prezzo i diritti in tutto il mondo. È un business e al momento sembra che l’interesse non si fermi alla Premier ma, come visto, invada anche le categorie inferiori, basta che ci sia di mezzo un club dal nome famoso, un quartiere di Londra o una piazza potenzialmente importante. Tutti con il sogno un giorno di approdare nell’eldorado calcistico, di avere un brand da esportare e dei nuovi clienti da conquistare.

keep-calm-it-s-business-as-usual-2Il prezzo da pagare è l’annacquamento della passione. Nel momento in cui il calcio inglese viene de-inglesizzato, ci troviamo di fronte a competizioni che rischiano di apparire come tante altre, solo vendute a prezzo più alto e in tutto il mondo grazie a un marketing migliore. Chi sa e ricorda che il calcio da queste parti non è nato con la Premier League ma che prima esisteva una First Division, sa benissmo che questo è un processo di non ritorno. Vivere una partita con un’atmosfera vera, sentita, è ormai l’eccezione. Chi paga il biglietto è ormai discriminato perchè il tifoso di riferimento è quello che vede la partita in TV e la cornice di pubblico dal vivo è sempre più simile alla platea di uno studio televisivo a cui si dice quando sorridere, quando cantare e quando applaudire.

Un giorno però chi siederà davanti al televisore si renderà conto che il “prodotto” acquistato non sarà quello pubblicizzato. Perchè tutte le immagini del pubblico e dei tifosi, delle sciarpate, delle coreografie, tutti i loro cori e le loro canzoni saranno tutte immagini di repertorio. Il calcio sarà stato svuotato di tutto questo e senza anima resterà per davvero uno sport praticato da 22 ridicole persone in calzoncini corti.

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