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United ma non troppo

scarfPer Jose Mourinho l’Old Trafford è veramente il Teatro dei Sogni. Peggiori. Era dal 1990 che lo United non chiudeva quattro partite consecutive in casa senza vittorie e dopo 13 giornate il tecnico portoghese si ritrova con due punti in meno di David Moyes allo stesso punto della stagione. Che lo scozzese non fosse all’altezza del ManU post Ferguson è una possibilitá ma che sia stato trattato in modo fin troppo severo da media, tifosi e societá stessa è una certezza.

Con la classe del 92 ormai interessata più alle sorti del Salford City che del Manchester United, si è spenta definitivamente quella luce, quel faro, che per anni aveva guidato la squadra dall’interno. Non che il club non produca o recluti più giovani talenti ma di sicuro nessuno del livello di quel gruppo che per anni si è imposto sui campi di mezza Europa. Anche le campagne acquisti degli ultimi anni hanno lasciato molto a desiderare, pur tenendo conto della assenza quasi totale di giocatori di qualitá nel panorama domestico ed internazionale, e i motivi possono essere diversi: primo, la timidezza del nuovo tecnico, arrivato con il suo staff, grave errore di valutazione, e non pronto a fare delle scelte radicali. La societá dal canto suo non aveva interpretato per bene i segnali di Sir Alex, che aveva deciso di lasciare dopo aver spremuto le ultime gocce di sangue e sudore a un gruppo di persone che semplicemente non potevano farlo andare in pensione con il City campione in carica. Se Aguero non avesse segnato quel famoso gol contro il QPR forse Ferguson avrebbe lasciato prima e non avrebbe esaurito le ultime risorse di energia rimaste nel serbatoio della squadra. Secondo, l’arroganza di LVG, profeta del calcio totale sulla via del tramonto, un uomo chiamato genio per aver cambiato un portiere prima dei calci di rigore di una gara dei quarti di finale dei mondiali. Con lui la famiglia Glazer ha avuto l’approccio contrario rispetto a Moyes a cui era stato concesso l’acquisto di Fellaini e poco altro. Davanti a un mostro sacro come Van Gaal e all’ipotesi di fallire ancora, non sono stati lesinati fondi per portare all’OT una manciata di giocatori sopravvalutati, il cui unico criterio di scelta è stato il panico. Herrera (£29M), Shaw (30), Rojo (20), Blind (14), Di Maria (59.7!) più la conferma del prestito di Falcao (6). Al termine della prima stagione si sono aggiunti Depay, Darmian, Romero, Schneiderlin, Schweinsteiger e Martial: risultato? Eliminati in Champions nella fase a gironi e quinto posto. La FA Cup, portata a sua difesa dal tecnico olandese, purtroppo per lui, non è un trofeo riconosciuto dai padroni americani e di conseguenza non è bastata a salvargli il posto di lavoro.

Arrivati quindi all’estate 2016, le condizioni erano perfette per l’arrivo di un salvatore, di un tecnico dal tocco magico, vincente, di uno tra i più intelligenti, esperti, preparati e pieni di sé della storia del calcio. Era il lavoro perfetto, un’occasione di carriera più unica che rara. Rivitalizzare un  grande club, uno dei più grandi al mondo, con una rosa comunque decente,  con fondi a disposizione, dopo tre anni di delusioni (che da quelle parti sono come 30 anni per altri comuni mortali).

Mourinho arrivava con il suo orgoglio ferito. Il secondo esonero targato Abramovich bruciava, le polemiche con la squadra, lo staff, i media lo avevano indispettito. Anche al Real Madrid, nonostante i suoi tentativi di mascherare la sua esperienza da successo, in molti gli rimproveravano l’aver costruito una situazione di tensione perenne non gradevole, un ambiente avvelenato e soprattutto di non aver vinto la Champions, cosa riuscita piuttosto agevolmente poi ai suoi due successori. Il suo essere aggressivo, il suo cercare il confronto e le polemiche con tutti, il suo creare questo clima di “noi contro tutti” aveva funzionato poco e stancato molto anche perché i suoi continui attacchi contro federazioni, leghe e loro relativi presunti complotti, arrivavano mentre alla guida di club di primissima fascia.

Eppure, nonostante, le condizioni ideali per imporre la sua personalitá e il suo stile, Mourinho ha finora confermato alcuni segnali che giá si erano colti e che in molti associano al principio di un possibile declino. La forza che tutti hanno sempre riconosciuto al tecnico portoghese è la capacitá di creare uno spirito di squadra incredibile. Porto, Chelsea parte 1, Inter: il giorno del suo addio si sono visti giocatori grandi e grossi in lacrime, persi. Una figura quasi paterna che aveva fatto da scudo, da parafulmine, contro tutto e tutti aveva deciso di andare via. Ogni polemica o critica diretta alla squadra si era infranta contro la diga che Josè aveva creato tra i suoi ragazzi ed il mondo interno.

Ma al Bernabeu non è stato così, c’ è chi parla di tappi di champagne che sono saltati dopo la sua ultima partita (non è un segreto che con alcuni giocatori, anche portoghesi, non andasse troppo d’accordo) , come non lo è stato nella sua seconda esperienza a Stamford Bridge, dove, in una rosa orfana della vecchia guardia, Terry a parte, si erano create delle barriere talmente grandi che alla fine il suo addio è stato inevitabile. Che la squadra non giocasse più per il suo allenatore è stato uno shock, soprattutto considerando chi fosse l’allenatore. Ma l’approccio con lo United adesso sembra essere lo stesso. Mourinho ha smesso di essere scudo, ha smesso di difendere a spada tratta tutti i suoi giocatori. Se ora pensa che un giocatore ha sbagliato lo dice e non nello spogliatoio ma durante le interviste del dopopartita. Sembra quasi che voglia proteggere il proprio prestigio e il proprio CV. Finiti i tempi in cui era il solo responsabile, nel bene e nel male. Forse sono i giocatori che non lo meritano più, una nuova generazione di ingrati, egoisti, accattoni di facili consensi sui vari social media.

Si mormora che non sia più quello di una volta ma, forse, è semplicemente cambiato. Più maturo, più saggio, più cinico. Meno special, più selfish.

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Categorie:Attualitá
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