Resistenza

js62348145I Russi, gli Arabi, gli Americani….i Cinesi. Non potevano mancare. Il calcio inglese va di moda, per tutte le ragioni più sbagliate. Orari cambiati per favorire le esigenze del mercato asiatico, colori sociali e nomi mutati per compiacere nuovi proprietari tanto arroganti quanto ignoranti, giocatori tesserati in base al loro valore sui social media in terre lontane piuttosto che al loro valore sul campo. La marea rossa si è già portata via WBA, Villa, parte del Man City, Birmingham City, Wolves. Sembrava inarrestabile fino a quando è arrivata sulle sponde del Tees.

Passo indietro. Prima giornata del campionato di Premier League 1996/97. Al Riverside, nuovo stadio del Middlesbrough FC, si affrontano la squadra di casa ed il Liverpool, il risultato finale è un avvincente 3-3. Nelle fila del Boro figurano nomi come quelli di Juninho e Fabrizio Ravanelli, professionisti che in epoca pre-Premier League non si sarebbero avvicinati in questa parte d’Inghilterra nemmeno in esilio forzato. Ma è un nuovo mondo. Le possibilità economiche sono cambiate, le rotte del calciomercato cominciano ad invertirsi. L’artefice della rinascita del Middlesbrough è un self-made millionaire, Steve Gibson.

Gibson era direttore del club a 26 anni e diventa presidente nel 1994 (a 36) ma è tifoso del Boro da sempre. Aveva salvato il club quando al vecchio Ayresome Park avevano già messo i lucchetti ai cancelli e stava per scomparire mentre languiva in Third Division. Nel 1995 il Boro invece lascia il vecchio, fatiscente, storico, impianto che occupava dal 1903 e si sposta nel nuovo Riverside, 30 mila posti a sedere. L’allenatore è Bryan Robson, l’ex Captain Marvel ha carisma e prestigio e il suo nome riesce ad attrarre attenzione e a chiudere contratti famosi. Il Boro comincia ad essere conosciuto in Europa e nel mondo. Negli  anni a seguire retrocede, si rialza,  arriva in finali di coppa, domestiche ed europee, quasi sempre perse, una vinta.

20 anni dopo Steve Gibson è sempre un self-made millionaire, ma per la Premier di oggi serve cambiare una vocale, la prima, serve essere un billionaire se si vuole lottare per il vertice, Leicester docet. Con la sua fortuna stimata intorno ai 165m, Gibson e il Boro non possono competere con sceicchi e fondi di investimento. Si fa quel che si può avendo a cuore i tifosi, la città e il futuro del club. Un legame che non si rompe, a prova di speculazioni e ciniche offerte. La settimana scorsa, Chien Lee, che già possiede il Nizza in Ligue 1 e ha provato in passato a compare l’Hull City, ha visto la sua offerta di 50m per il 50% del club rispedita al mittente. Gibson si è detto interessato a potenziali accordi commerciali ma non alla cessione della squadra che tifa da quando è bambino.

Con lui al timone probabilmente il Middlesbrough non potrà tesserare campioni o vincere trofei come accaduto in passato ma conserverà qualcosa di più importante. Dignità e identità. Due cose che i Cinesi ancora non hanno imparato a imitare.

Allenatore e gentiluomo

3500C’è una cosa che forse è peggiore del dimenticare, il ricordare solo quello che fa comodo. La notizia della scomparsa di Graham Taylor ha generato due tipi di reazioni. Da una parte quella di coloro che non sono mai andati oltre la delusione della mancata qualificazione ai Mondiali del 1994. Dall’altra quella delle persone che hanno sempre pensato che Taylor fosse un gentiluomo ma che hanno aspettato la sua morte per ricordarlo al mondo del calcio inglese. Forse solo i tifosi del Watford si sono lasciati ad andare ad un tributo spontaneo di amore assoluto e stima incondizionata.

Graham Taylor è stato semplicemente un grande uomo di calcio, sarebbe ora di ricordarlo come tale. Figlio di un giornalista sportivo, cresce tifando Scunthorpe. Una breve e onesta carriera da giocatore di provincia  tra le fila di Grimsby e Lincoln prima che un infortunio gliela tagli corta. Nel 1972 siede sulla panchina degli Imps, a 28 anni. Nel 1976 vince il titolo dell’allora Fourth Division. Il successo gli vale un contratto con il Watford, all’epoca una proposta tutt’altro che irrinunciabile. Il club milita nella stessa divisione da cui ha appena tirato fuori il Lincoln ma è la curiosità e l’entusiasmo generati dal neo presidente del club a convincerlo. Sir Elton John nel 1976 infatti compra la società per cui ha sempre tifato e, seguendo il consiglio di un altro dimenticato del calcio, Don Revie, convince Taylor a rifiutare altre offerte e cominciare con lui l’avventura al Vicarage Road. Da un’intervista a Taylor al Guardian del 2006: “In 1976 I was manager of Lincoln City when Don Revie, the England coach, called saying he’d recommended me to a new chairman. I was thinking: ‘Blimey, which top club is this?’ When he told me it was Elton John at Watford my heart sank. They were in the bottom division. I thought: ‘Rock star in charge of a Fourth Division club. This is crazy!’ But Elton invited me to his house in Windsor and said he wanted to take the club into Europe. I said I didn’t think he’d see any change from a million pounds, which back then was a lot of money. He just said: ‘Right, we’ll give it a go.’ Six years later, when we got into Europe, he worked out that he’d spent £790,000.” In cinque anni the Hornets arrivano nella massima serie finendo secondi dietro al Liverpool di Bob Paisley nella stagione 1982-83. L’anno dopo giocano in Coppa Uefa e giungono alla finale di FA Cup persa contro l’altra formazione del Merseyside, l’Everton. Nel 1987 decide di cambiare aria e accetta la sfida dell’Aston Villa, un club campione d’Europa solo nel 1982, appena retrocesso. Promozione al primo tentativo e di nuovo secondo posto alla sua terza stagione. Il miracolo questa volta viene notato in alto. La FA decide di rimpiazzare Bobby Robson, altro gentiluomo maltrattato dai media prima della resurrezione italiana firmata Platt e Gascoigne, proprio con Graham Taylor. All’epoca si vedevano e giudicavano i risultati. Non c’era questa attenzione morbosa alle tattiche, allo stile di gioco. Non c’erano tutti questi puristi del bel gioco, questi strateghi da divano, questi amanti del possesso palla, del pressing, dei passaggi corti, del Barcellona e di Guardiola. Per molti Taylor pagherà il non essere stato all’altezza, come se dal 1966 in poi ci fosse l’imbarazzo della scelta per eleggere il CT più valido. Gli si rinfaccia un gioco diretto, troppo semplice, con palle lunghe e basato su velocità e prestanza fisica, come se fossero doti inutili. Sarà sbeffeggiato e ridicolizzato per colpa del documentario che lui stesso, ingenuamente, aveva autorizzato. Sull’onda dell’ottimismo generato da Italia 90 i produttori di An impossible job (meglio conosciuto come Do I not like that) avevano avuto accesso completo alla squadra durante le qualificazioni al mondiali del 1994. Il tragico (sportivamente parlando) epilogo non era stato preso in considerazione. Ma anche nella partita più sfortunata di tutte, con un arbitraggio a sfavore ridicolo, Taylor riuscì a mantenere la dignità dell’uomo per bene, suscitando quasi tenerezza. La campagna denigratoria dei tabloid che seguì quella partita e quel girone di qualificazione fu talmente forte, cattiva, ingiusta, che in pochi avrebbero avuto la forza di riprendersi. E non solo Taylor continuò ad allenare, Wolves e di nuovo Villa e Watford di cui divenne anche presidente, ma anche ad offrire, come pundit, semplici perle di saggezza da uomo di campo e di panchina a chiunque lo volesse ascoltare. Giù il cappello.