More than a game

Strana sensazione quella di vedere finalmente i tifosi del MK, è come vedere i marziani, ti dicono che esistono ma non ci credi. Eccoli, 300 o 400 (su 4112) stipati su mezzo lato del Kingsmeadow che si atteggiano a irriducibili, spintonando gli steward e gesticolando corraggiosi a distanza quando i cori dei sostenitori di casa diventano più forti e insistenti. Le misure di precauzione sono state degne di un derby di Roma, Glasgow o Buenos Aires. Serata stranamente calma, la passeggiata dalla stazione di Norbiton più tranquilla del solito. Dopo quanto avvenuto contro il Charlton  (striscioni e offese all’ex allenatore del Franchise) la societá di casa non può permettersi altri scivoloni mediatici. L’AFCW nasce come club giusto, inclusivo, pacifico, offese, insulti e violenza gratuita non sono condonati.

Ma questa non è una partita come tutte le altre. Inutile pretenderlo. Questa è  Good FC v Evil FC, difficile stemperare gli animi di chi ha vissuto in prima persona gli avvenimenti del 2002 e il rifiuto ottuso della societá di cartone di riconoscere la loro origine incerta. E non è una opinione dei tifosi del Wimbledon, è l’opinione dei tifosi di calcio di tutto il Regno Unito.

Il MK, di fatto, per le persone che riempiono gli stadi di League One, non esiste. Potrebbe cominciare ad essere accettato se cancellasse il Dons dalla propria ragione sociale. Ieri né il tabellone né il programma lo riportavano, la partita era semplicemente Wimbledon v MK. Non AFC, non MK Dons. Il messaggio era chiaro: Wimbledon, uno e solo, v MK, una squadra di un’altra cittá.  Non sono una costola del Wimbledon, non appartengono a questo mondo, sono un’entitá commerciale nata per sbaglio, sono la scusa per costruire uno stadio, il capriccio di un milardario, uno scherzo della natura e della FA.

Eppure, nonostante tutto, i cori sono meno offensivi del solito, non si respira la tensione che si preannunciava. Tutto fila incredibilmente liscio, un rispetto tacito e civile per quanto auspicato dal club, prendersi la rinvincita sul campo, provare il proprio punto ma senza cercare vendetta. “Questa non è una rivalitá – mi dice un tifoso del Wimbledon prima della gara – questo è odio”. Ed e’ comprensibile, non è bello da dire ma è vero. Le rivalitá sono cittadine, religiose, geografiche. Questa è stata creata a tavolino, come i confini dell’Iraq.

La partita: conta e non conta. Certo meglio vincere ma questa è la partita che non avrebbe dovuto esistere. Jake Reeves sblocca il risultato poco dopo la mezz’ora di un incontro equilibrato ma non ha senso neanche parlarne. Almeno il gol fa partire più cori, in più parti dello stadio, spontanei, la gente non si tiene, ognuno dice, urla, la sua. Il gol in casa contro gli impostori è una liberazione. Lyle Taylor raddoppia neanche 10 minuti più tardi e non c’ è più storia. I giocatori ospiti, forse i meno colpevoli di tutti in questa situazione, non hanno le energie mentali, per loro sono in palio tre punti e basta, per i giocatori di Neil Ardley molto di più, semplicemente questa gara non la possono perdere.

Per circostanza fortuite che non sto a spiegare (grazie Luca!) ho assistito a questa partita dal settore riservato alla stampa. Mi era capitato in passato, poche volte e non solo in UK. La differenza è che qui all’intervallo il te’ me lo ha offerto una singora ultrasettantenne con piumino del Wimbledon, cappello di lana e stampella che per fare pochi scalini ha fatto una fatica notevole. Sono queste le cose che apprezzi di più all’interno di un community club, non sentirsi cliente e avere le hostess in tacco 12 che ti accompagnano al posto in minigonna. Un family football club vuol dire inclusione, attenzione ai tifosi, condivisione, senso di appartenenza anche se “solo” intorno ad un rettangolo verde. Cosa che il Milton f.ing Keynes non avrá mai.

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