Tanto per cantare

fansIn questa continua sterilizzazione di tutto ciò che una volta era divertimento negli stadi, questa volta a farne le spese sono un paio di cori. In una sola settimana media, organizzazioni varie, club e, di conseguenza, giocatori si sono pronunciati, o dovuti pronunciare, sulle ultime trovate canore dei fan di Chelsea e Man Utd. Per quanto riguarda i Blues, sotto accusa è finito “Alvaro oh oh, he comes from Real Madrid, he hates the f.ing Yids, Alvaro oh oh…”. Vedere Antonio Conte che in conferenza stampa si impappina per chiedere lo stop del coro è sinceramente eccessivo (Morata probabilmente neanche lo ha capito lì per lì). Ora, se è vero che Yid può essere usato in senso dispregiativo per riferirsi a persone di origini ebraica, è anche vero che i tifosi del Tottenham, a cui quelli del Chelsea si riferiscono con queste parole, avevano usato questo nomignolo come marchio di fabbrica, identificandosi da tempo immemore come Yid Army. Io credo che alla maggior parte dei sostenitori degli Spurs quel coro non abbia fatto nè caldo nè freddo, se mai lo avessero notato è stato solo in quanto una novità nel repertorio dei “nemici” e per la rima quasi baciata servita su un piatto d’argento dalla provenienza del loro ultimo acquisto. Qualcuno ci ha voluto vedere l’intento razzista, antisemita, che per me è a dir poco forzato. Per non parlare dello scalpore destato dall’altro coro, questa volta opera dei tifosi del Manchester Utd, che per fortuna Mourinho ha detto di non aver sentito o capito per non apparire ridicolo. In questo caso i pochi versi messi insieme non sono mirati ad offendere un avversario (l’aggiunta di f.ing nell’altro caso non lascia dubbi) ma ad incitare uno dei propri beniamini, quel Lukaku che ha iniziato la stagione come meglio non avrebbe potuto. In questo clima di euforia che a OT mancava da qualche anno, questi “bricconi” dei sostenitori dello United si sono lasciati prendere la mano magari in un pub prima della partita e pensando di sdrammatizzare e inventare una canzone divertente (e lo è a giudicare dalle risate che si sentono dai video caricati su youtube) hanno avuto la temerarietà di usare uno degli stereotipi più vecchi del pianeta riferito alle persone di colore, quello relativo alla loro presunta, esagerata, virilità. Le terribili parole incriminate: “Oh Romalu Lukaku, he is our Belgian scoring genius, with a 24 inch penis, scoring all our goals, bellend by his toes, oh Romalu Lukaku..” Anche qui, levata di scudi di associazioni per la lotta al razzismo e richiesta ufficiale di fermare queste intollerabili parole. Lukaku ha dovuto chiedere ai suoi fan di piantarla ma sicuro qualche seria risata se l’è fatta e magari ne andava anche fiero, bisognerebbe chiederglielo in privato. E così si continua, niente cori, niente bandiere (la Union Jack più di una volta è stata dichiarata offensiva perché irrispettosa delle minoranze), niente fumo, niente alcol, niente standing. Uno allo stadio andava anche per lasciarsi un po’ andare, per urlare, per sfogarsi e per divertirsi. Potevano uscire insulti e accidenti di ogni tipo mai veramente pensati e voluti ma era tutto parte di una atmosfera vera, spontanea, difficilmente cattiva. Non è rimasto nulla, almeno nelle divisioni di vertice. Prezzi assurdi, regole assurde, divieti assurdi, musica assurda. Mi vengono in mente le parole di John Boynton Priestley, ma forse all’epoca la working class che riempiva gli stadi era diversa e si scandalizzava di meno.

“(Watching football) It turned you into a member of a new community, all brothers together for an hour and a half, for not only had you escaped from the clanking machinery of this lesser life, from work, wages, rent, doles, sick pay, insurance cards, nagging wives, ailing children, bad bosses, idle workmen, but you had escaped with most of your neighbours, with half the town, and there you were cheering together, thumping one another on the shoulders, swapping judgments like lords of the earth, having pushed away through a turnstile into another and altogether more splendid kind of life”

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