The Keeper

La settimana scorsa sono andato al cinema a vedere “The Keeper” il film ispirato alla vera storia di (Bernhard Carl) Bert Trautmann (morto nel 2013). Mi è piaciuto molto e mi ha ricordato un articolo che scrissi per una rivista ormai scomparsa tanti fa. Lo riporto qui sotto.

“Quella dei prigionieri tedeschi nei territori alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale è un’altra brutta, bruttissima pagina della storia moderna. Come tutte le vicende legate ad un conflitto così atroce è difficile risalire ad una verità univoca: le notizie, i numeri e le responsabilità variano a seconda della fonte. Ciò che è sicuro è che negli ex territori occupati la sete di vendetta fu più forte di ogni convenzione umanitaria. Alla fine delle ostilità centinaia di migliaia, in Russia milioni, di prigionieri di guerra dell’Asse non furono rilasciati ma costretti a rimanere in condizioni di quasi schiavitù per aiutare a ricostruire quei paesi che la follia di Hitler aveva parzialmente distrutto. Nonostante la guerra e i contrasti del “dopo” però molte persone decisero di rimanere dove erano, in territorio nemico, sperando che il tempo potesse lenire le ferite impresse per sempre nella memoria di vinti e vincitori. Tra queste c’era Bernhard (Bernd) Carl Trautmann, uno dei più grandi portieri  di sempre la cui storia, a molti ignota, merita di essere raccontata.

Nato a Brema il 22/10/1923, Trautmann iniziò da giovane a giocare nel TURA Bremen e a tifare per il Werder. Scoppiata la guerra, nel 1941 si arruolò in aviazione ma finì a fare il radio operatore nei paracadutisti e fu inviato in Russia. Catturato dalle forze Sovietiche riuscì a scappare dal campo di prigionia. Spedito sul fronte occidentale fu preso dai Francesi. Ancora una volta fuggì ma nel Marzo del 1945, quando ormai il conflitto mondiale si avviava verso la fine, fu di nuovo fermato dalle Forze Alleate, questa volta dagli Americani, e trasportato nel campo di prigionia di Ashton, non lontano da Manchester. In un’intervista rilasciata al The Guardian nel 2000 dichiarò: “A 17 anni ero già un soldato ed ho dovuto assistere all’orrore e alla bestialità della guerra. Ma la mia formazione come persona è iniziata a 22 anni, quando, come prigioniero, sono arrivato in Inghilterra. La gente fu gentile, non vedevano un soldato nemico in me ma soltanto un altro essere umano…Dopo la fine delle ostilità decisi di tornare a casa a visitare la mia famiglia che non vedevo da sei anni. Alcuni degli abitanti della zona mi diedero un cesto con tutta roba che allora era razionata, come burro, zucchero, pancetta, e una busta con 50 sterline. Mi fecero commuovere.” Tra gli svaghi principali nella vita del campo c’era ovviamente il calcio. Si organizzavano partite con quelli vicini e il giovane Trautmann si disimpegnava piuttosto bene come mezzala destra. Un giorno però nella sua squadra venne a mancare il portiere. Si offrì volontario per andare in mezzo ai pali. Non ne uscì più.

Una volta ottenuta la libertà, dopo la guerra, decise di rimanere dov’era. La gente lo aveva preso a ben volere, ribattezzandolo per facilità di pronuncia Bert, e chi lo aveva visto in azione come portiere era ben determinato a non lasciarselo sfuggire. Per qualche tempo difese la porta della formazione amatoriale del St Helens Town FC dove il pubblico da poche centinaia diventò di qualche migliaio, in parte attirati dalla novità dello straniero ma in molti impressionati semplicemente dalla sua abilità. Durante un’amichevole contro il Manchester City impressionò talmente gli osservatori che decisero di offrirgli subito un contratto. Era il 1949. 

I dirigenti del City però non avevano preso in considerazione due cose. Una era il fatto che Trautmann avrebbe dovuto rimpiazzare Frank Swift, praticamente una leggenda da quelle parti. Swift aveva vinto la FA Cup nel 1934 ed il campionato nel 1937 e se non fosse stato per la guerra la sua carriera, soprattutto a livello internazionale, avrebbe presentato tutti altri numeri. Ma il problema principale era la sua provenienza. Bert, per quanto inserito in Inghilterra, era tedesco. Aveva combattuto contro i figli della patria che lo ospitava, aveva servito un regime infame. Più di 20mila persone scesero in piazza a protestare e molti degli abbonati minacciarono di non mettere piú piede allo stadio fin tanto che il portiere della squadra fosse stato l’ex prigioniero di guerra di Ashton. Considerando che tuttora i supporter tedeschi vengono accolti al di là della Manica da frasi quali “Una Coppa del Mondo e due guerre mondiali” e da tifosi inglesi che mimano gli aerei della RAF protagonisti decisivi della Battaglia d’Inghilterra, non è difficile immaginare quale fosse il clima che si respirava intorno allo stadio di Maine Road in quei tempi. Soprattutto la popolazione di origine ebraica di Manchester non ne voleva sapere. Dovette intervenire il rabbino capo riconoscendo in Bert Trautmann una brava persona, totalmente estranea alle atrocità della guerra. Le parole del rabbino fecero calmare un po’ le acque, il resto lo fece lui stesso. Nella prima trasferta a Londra, contro il Fulham, nel 1950, il pubblico di entrambe le fazioni iniziò a fischiarlo. I padroni di casa fecero una gran prestazione ma, grazie alle prodezze del loro estremo difensore, il City perse solamente 1-0. I giocatori di entrambe le squadre, e il pubblico, applaudirono Trautmann fuori dal campo a fine partita.

Presto i tifosi si resero conto di aver appena perso una leggenda tra i pali ma di averne trovata una ancora più grande.“Quando iniziai la mia carriera qui – ha affermato in una intervista sul sito del City – la gente non mi voleva accettare, mi boicottava ma poi cambiarono idea ed io sarò per sempre grato a tutti loro per questo, chissà cosa sarebbe stato della mia vita se non fosse accaduto. Per me questo rimane il successo più grande. E lo devo ai tifosi, ai compagni di squadra, agli altri calciatori, a tutti quanti.”Nel 1952 la Schalke cercò di riportarlo in patria facendo un’offerta sostanziosa ma i responsabili tecnici del Manchester City ebbero la forza di resistere. E non solo loro. Lo stesso Trautmann, decidendo di rimanere nel Lancashire di fatto diede addio alla nazionale. In quei tempi infatti i giocatori che militavano all’estero non venivano neanche presi in considerazione, le opportunità di vederli all’opera infatti erano assai rare. Quindi, sebbene all’epoca non vi fossero dubbi su chi fosse il miglior portiere tedesco in circolazione, la nazionale ne fece a meno e nel 1954 riuscì a compiere il “miracolo di Berna”, da 0-2 a 3-2 in finale contro la favoritissima Aranycsapat, la squadra d’oro,  l’ Ungheria di Puskas e compagni, portando la prima Coppa del Mondo in Germania.

“Non ho mai sofferto per non aver fatto parte della nazionale campione del mondo del 1954. Ascoltai la partita alla radio eccitato e felice. Ero cosciente che per i giocatori che militavano all’estero era quasi impossibile poter essere notati dai selezionatori. ”La riconoscenza e l’amore per la sua patria adottiva e per il suo club erano stati più forti di tutto e nella finale di FA Cup del 1955, contro Newcastle United, ebbe la prima possibilità di vincere qualcosa di importante con loro. Purtroppo dopo un minuto Trautmann, il primo tedesco a partecipare ad una finale di questa competizione, già raccoglieva la palla in fondo alla rete. Nonostante il momentaneo pareggio, a lui e ai suoi compagni toccò il primo turno sui 39 gradini di Wembley, quello dei perdenti (1-3). L’anno dopo, il cinque maggio, il City ebbe l’occasione di rifarsi. Ancora in finale di FA Cup a Wembley, questa volta contro il Birmingham. Situazione invertita rispetto all’anno precedente. Vantaggio dopo tre minuti, pareggio degli avversari e due gol segnati verso metà della ripresa. Bisognava resistere agli attacchi dei Blues per i restanti 22 minuti. A 17’ dalla fine un cross corto arrivò nell’area del Manchester, Trautmann si precipitò fuori dalla porta per agguantare il pallone mentre l’attaccante del Birmingham Peter Murphy arrivava a tutta velocità. I due si scontrarono violentemente ed il portiere tedesco rimase a terra privo di sensi. Il massaggiatore entrò con spugna e secchio, all’epoca non si aveva altro come non si avevano rimpiazzi in panchina. 17 minuti al trionfo, bisognava stringere i denti. Bert si ritirò su ma non poteva spostare la testa. Per tre volte si accasciò al suolo perché il dolore era insopportabile. Intorno vedeva sagome nella nebbia. Riuscì a fare un altro paio di interventi. Reggendosi il collo con una mano arrivò a fine partita e questa volta oltre ad una medaglia ritirò anche la Coppa.

Il giorno dopo il dolore era ancora forte e decise di andare in ospedale. Dissero che non era niente, solo una botta, un po’ di riposo e tutto sarebbe passato. Altri tre giorni se ne andarono senza nessun miglioramento. Tornato a Manchester decise di sottoporsi ad un’altra visita. Questa volta il dottore gli fece una lastra. La diagnosi lo fece impallidire “Dovresti essere morto o, almeno, paralizzato” gli disse il medico. Una vertebra cervicale era spezzata in due ma la violenza dell’urto aveva fatto sì che quella sotto, spostandosi a sua volta, la avesse mantenuta al suo posto. Quando la notizia fu di dominio pubblico Trautmann assunse il ruolo di leggenda avendo aiutato, anche se a sua insaputa, la propria squadra a vincere un trofeo a rischio della sua stessa vita. “Tutti mi cominciarono a chiamare eroe ma la verità è che se io all’epoca avessi saputo di avere un osso del collo rotto mi sarei precipitato fuori dal campo e in ospedale”. A fine stagione, nel 1956, fu il primo straniero ad essere eletto Giocatore dell’Anno nel campionato inglese.

Dopo l’operazione dovette indossare un collare con dei sostegni per parecchio tempo. Fu in questo periodo che il nuovo beniamino della tifoseria del City dovette affrontare l’episodio più triste della sua vita. Il suo bambino di cinque anni fu investito ed ucciso da una macchina fuori la porta di casa. La tragedia segnò anche il rapporto con sua moglie che non riuscì più a riprendersi dalla tragedia. Dopo una serie intensa di allenamenti nel 1957 riprese il suo posto tra i pali ma le prime partite furono costellate da errori. Il tempismo delle uscite, la visione, la concentrazione ancora non erano tornate quelle degli anni pre-infortunio. Offrì al club di andarsene ma gli fu ovviamente risposto che non se ne parlava. Spronato ancora una volta dalla prova di fiducia nei suoi confronti si ributtò con ancora più determinazione negli allenamenti fino a tornare lentamente il portiere che tutti conoscevano. Nel 1960 la Football League per la prima volta decise di includere un giocatore straniero nella propria rappresentativa che avrebbe dovuto affrontare l’equivalente formazione irlandese e più tardi quella italiana.

La Coppa d’Inghilterra del 1956, quella che tutti ricorderanno per sempre a causa del suo incidente, rimarrà il solo trofeo vinto con la maglia del Manchester City, l’unica della sua carriera. Tra coppe e campionato la indossò 545 volte. In una notte piovosa dell’Aprile del 1964 “Bert” Trautmann giocò il suo “testimonial”, la sua partita di addio, di fronte una selezione Manchester XI e la nazionale inglese . Bobby Charlton, Tom Finney, Stanley Matthews, tanto per citarne alcuni, lo definirono uno dei più grandi portieri di tutti i tempi. Gordon Banks, da molti indicato come il miglior portiere inglese di sempre, aggiunse ai soliti complimenti sulla sua bravura tra i pali, la sua calma e la sua precisione nella distribuzione del gioco: “…Per me la cosa piú importante è che era un incredibile uomo di sport e giocava ogni partita come se ci dovesse qualcosa, se dovesse qualcosa a tutti perchè era stato un prigioniero di guerra tedesco ed era stato comunque accettato. Per me era piú vero il contrario, noi avremmo dovuto essere grati a lui per essere rimasto e averci mostrato che gran portiere era. Io di sicuro ho imparato molto da lui.” In 60mila vollero andare a salutarlo. Non a sorpresa, considerando la freddezza con la quale all’inizio era stato accolto, quella partita rimane ancora oggi il suo ricordo più bello. Per molti calciatori i tempi difficili arrivano a fine carriera e questo caso non fa eccezione. Appena attaccati i guanti al chiodo Trautmann diventò manager dello Stockport County. La squadra venne promossa ma dopo alcuni dissapori con il presidente decise di lasciare. Nel 1966 fece da accompagnatore alla nazionale tedesca nei campionati mondiali in Inghilterra fino alla finale persa contro i padroni di casa. Ricevette nel 1967 il patentino per allenare in Germania dove tornò dopo aver divorziato dalla moglie. Le cose non andarono bene e presto, in tempi in cui gli stipendi dei calciatori non erano neanche lontanamente paragonabili a quelli assurdi di oggi, si ritrovò in difficoltà finanziare e nella poco simpatica situazione di affrontare alcuni giornali che gli ronzavano intorno per avere lo scoop dell’ex portiere famoso caduto in rovina.

Gli venne incontro il Ministero degli Esteri Tedesco che, sotto la spinta della Federazione, lo inviò in paesi come Burma, Tanzania, Yemen, Liberia, Pakistan con il compito di aiutare a sviluppare un calcio ancora in erba. Tornato in Germania si risposò nel 1987 e dal 1990 vive in Spagna dove si mantiene con una pensione del governo tedesco. “Con tutti i tuffi che uno fa quando è portiere è normale che sia pieno di dolori. Il sole da queste parti li rende più sopportabili – dice oggi l’83enne ex numero uno del City–  e anche il dolore al collo è ancora lì. Se mi volto di scatto ho ancora delle fitte che mi fanno venire le lacrime agli occhi.” La sua storia è più conosciuta in Inghilterra che non in Germania e spesso viene invitato a presenziare partite o eventi importanti. “L’Inghilterra mi manca molto – dice – ma ho la fortuna di andare abbastanza spesso anche perché i miei figli e nipoti vivono lì. Molti mi dicono che in fondo sono inglese più che tedesco ma non è così. Quando vivevo in Germania e sentivo la gente attaccare l’Inghilterra cercavo sempre di difendere la mia patria adottiva. Ma il contrario avveniva quando ero a Manchester. Non tutti mi hanno capito ma è normale.” I suoi sforzi non sono comunque passati inosservati. Nel 1997 è stato insignito con la Croce di Ferro, Ordine al Merito, da parte della Repubblica Federale di Germania mentre nel 2004 è arrivato anche l’OBE, Order of British Empire, due importanti riconoscimenti al suo straordinario impegno nel tentativo di avvicinare queste due nazioni, per aver usato il calcio come strumento per rafforzare il dialogo tra due paesi simili sotto alcuni aspetti ma lontani sotto molti altri. “Ho sempre tentato di ridurre le distanze tra Germania e Inghilterra. Ma oggi mi sento dire che gli scambi tra questi due grandi paesi erano migliori qualche decennio fa piuttosto che ora. Soprattutto tra i giovani.” Nel 2004 c’è stato il lancio della Trautmann Foundation, un’organizzazione che cerca di promuovere il coraggio e i veri valori dello sport nel calcio, soprattutto tra i ragazzi. “Penso sia importante – continua “Bert” – educare le nuove generazioni, far capire loro i veri valori, quelli della sportività, della dedizione, della lealtà, del coraggio e questo, semplicemente, è lo scopo della Fondazione. Purtroppo non è che si possa cambiare il modo di giocare che c’è oggi ma attraverso le nostre iniziative cerchiamo di far riflettere i più giovani, sperando che da soli arrivino alle conclusioni più positive.” Tre sono quelle fondamentali: l’assegnazione del “Trautmann Award”, stabilita da una giuria di tre giornalisti che considerano casi di impegno importante nella promozione della sportività e della lealtà nel calcio. La competizione “Courage Counts” aperta ai ragazzi che attraverso foto, disegni, racconti, esprimono quello che per loro rappresenta l’ideale del coraggio nello sport (l’anno scorso, tra Inghilterra e Germania, hanno partecipato circa in 500). Infine l’incontro annuale “Kick & Think Academy”, dove giovani di varie nazionalità si ritrovano per discutere i valori veri dello sport.

Bernd Trautmann in questo è stato un esempio. Peccato che non in molti, al di fuori dei due paesi che sono rimasti nel suo cuore per tutta la vita, lo abbiano sentito nominare. Ma non è fondamentale ricordare il suo nome piuttosto chi è stato e cosa ha rappresentato, dentro e fuori dal campo. Anche quando chiesero al grande Lev Yashin chi fossero stati i migliori portieri della storia, l’estremo difensore sovietico rispose: “Ci sono stati soltanto due portieri di classe mondiale. Uno è stato Lev Yashin e l’altro è stato quel ragazzo tedesco che giocava nel Manchester City.”

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Bocconi amari

La prima volta a vedere il Sunderland a Wembley fu per la finale di FA Cup del 1992 contro il Liverpool. Senza biglietto, giovane e inesperto, pensando che lo avrei trovato semplicemente girovagando intorno allo stadio dalle nove di mattina. Ovviamente non trovai nulla, decine di persone erano nelle mie stesse condizioni ma sicuramente più abili a condurre trattative con eventuali bagarini in agguato. Ritorno nel 1998, una delle partite più belle mai viste, una delle atmosfere più incredibili vissute dal vivo, un tifo e un rumore assordante, un’altalena di emozioni da infarto. 4-4 dopo i supplementari, il Charlton vince 7-6 con Michael Gray che sbaglia il secondo ad oltranza. Dura da digerire, soprattutto considerando la tripletta di Clive Mendonca, nato a Sunderland ma in forza ai londinesi. Tralasciando la semifinale di FA Cup persa ad Old Trafford contro il Millwall durante i lavori per il rifacimento di Wembley, eccoci approdare alla finale di Coppa di Lega del 2014 quando il Sunderland di Poyet passa in vantaggio dopo dieci minuti, sfiora il raddoppio ma poi si inchina ad un colpo di classe (o un cross sbagliato dicono i maligni) di Tourè e subito dopo al raddoppio di Nasri, finirà 1-3.

Dopo anni di bocconi amari si torna di nuovo sotto l’arco, le due torri ormai ricordo di un passato lontano ma testimoni dell’impresa più famosa del Sunderland, la vittoria contro il mighty Leeds del 1973. Questa volta però è diverso. Non perché il trofeo in palio non sia prestigioso, una finale a Wembley è pur sempre una finale a Wembley,  e i 42mila scesi dal Nord Est lo dimostrano, ma perché dopo tutto quello che il popolo mackem ha dovuto sopportare c’ è molto più in palio che una semplice coppa. Gli avversari del giorno non è che abbiano avuto sorte migliore, dal 2008 in poi hanno subito retrocessioni e fallimenti in serie. Anche loro si sono mossi in decine di migliaia e anche per loro in palio non c’ è solo un trofeo ma un appuntamento con il destino. È come se tutte le 85mila persone sugli spalti si siano presentate a riscuotere qualcosa, come se gli anni di merda passati abbiano dato loro il diritto a un posto al sole, solo per un giorno, solo per 90 o 120 minuti. Si avverte da subito, sia il rispetto nervoso, per quello che si è vissuto e quello che si insegue, sia la rivalità fondata non sul successo, sui trofei, sui campioni o sul benessere finanziario, che troppi tifosi di oggi sfoggiano come un merito, ma sulla passione, la lealtà, l’amore per i propri colori. Gli unici tifosi che ho visto discutere animatamente stavano litigando su chi fosse la tifoseria più fedele, numerosa, passionale e sinceramente la cosa mi ha fatto piacere. Mi è sembrato per un momento che le priorità fossero tornate ad essere quelle giuste.

1-1 alla fine dei 90 minuti, 2-2 al termine dei supplementari. Forse era giusto così, forse per questa volta si poteva decidere di non assegnare il trofeo o assegnarlo ad entrambi i club. Nessuno meritava di perdere perché quando ami il tuo club così tanto alla fine vinci comunque.

Silver lining

Checkatrade Trophy. What? Exactly. Difficult to stay updated. The EFL Trophy, formerly Associate Members’ Cup and Football League Trophy, has been through its fair share of name changes since its inception in 1983. Formerly known as Sherpa Van, Autoglass, LDV Vans and Johnstone’s Paint just to name a few, it has never been that popular and with the current format limited to League One and Two clubs and 16 U23 sides from Premier league and Championship club Academies things have become even worse.

But, as it often happens, once clubs find themselves close to a trip to Wembley, all of a sudden their fans start taking note. You would not explain otherwise the 80,841 who flocked into the old Wembley in 1988 (Wolves v Burnley) or the recent 74,434 who attended the game between Coventry and Oxford United two years ago.

The bottom line is that whatever the trophy, a trip to Wembley is always an occasion to celebrate, especially for clubs who have not a fair chance in the other knock out competitions and, among these, even more for the ones who have been through very hard times. Take the above mentioned Coventry, humiliated with a season in exile in Northampton, still fighting for survival and to settle in a place they can call home. Or Southampton back in 2010 when they were in League One for the first time in 50 years. Talking to their fans, they all have fond memories of that day, at the end of a season they started with -10 points. That win represented the watershed, the turning point in their history and, incidentally, the first trophy since 1976.

Coming next Sunday two huge clubs, from the opposite sides of the country will meet at Wembley. Both Portsmouth and Sunderland boast quite a reputation to have some of the most vocal, loyal and passionate fans in the land. It looks like Wembley will register a sell-out, with more tickets sold for this final than the one played by Chelsea and Man City a few weeks ago.

Both clubs have been through tough times. In 10 years Pompey passed from lifting the FA Cup to administration (twice), three relegations, a string of charlatans playing with the assets and history of the club before being rescued by the Supporters Trust.

Sunderland was more simply (but tragically) badly managed and a lot of money spent unwisely leaving the club on the verge of collapse. Two relegations and a Netflix Series later the Black Cats found themselves with new owners and a brighter future to look forward to.

Considering all that, it’s fair to say that both sets of fans have had their share or bad luck, bad results and bad experiences to last for a while and a trip to Wembley is more than deserved. It will only be a short break though as both clubs are embroiled in the promotion struggle. With Luton now looking as good as promoted there’s only one automatic place left for grabs, plus one via the play off lottery. It looks like this final will be only the appetizer, a nice bonus, with the repeating of this match at the Stadium of Light on April 27 the real season, and possibly recent history,  definer.

Loyalty

Last time I went to watch Sunderland it was March last year. Terrible match, 0-1 at Loftus Road. The mood wasn’t the best, against a very average QPR side the Black Cats could not give any joy to the usual thousands of faithful Mackems who made the trip on the day. It was difficult to see where a turning point could be found. It wasn’t. For the second straight season Sunderland ended bottom of the league. This time was different though, there were no laughs or self-deprecating songs like the ones I heard a year before at the Emirates. Relegation from the Premier League was on the cards, it was a possibility, the one from the Championship was not.

Ten months, and a Netflix series, later Sunderland AFC is a different club. In the packed away end at the Valley it was possible to breathe optimism again. Juan Sartori, one of the owners (or the real owner as someone whispers) is mixing with the fans, he smiles and chats away, posing for pictures and selfies with kids and grown-ups. The line-up seems to be made of people who actually want to be there (Maja to be confirmed), the manager seems to understand how big a chance he’s been given. Everything smells new. They say you need to touch the bottom to start rising again. It might be a cliché but it looks pretty accurate in this case.

What has not changed is the love of the people but for some reason this season it hit the headlines. Even in Italy I read comments on the 2K going to Gillingham on a Tuesday night, the 5K at Coventry, the 8K at Blackpool or the 30K+ average at home or the 46K at the SoL on Boxing day. This is nothing new, Sunderland are a huge club with a glorious past in an area previously known as the hotbed of soccer and have always had great support. I’ve been following them since 1995, I was lucky enough to attend my first game at Roker Park before the club moved to the new stadium, and except for a few seasons under Peter Reid there have not been too many reasons to get carried away. The only thing that hooked me since the very first visit to the North East was the level of support, the passion and the blind love of the fans. It was the feeling of the football club being a central part in the life of the whole city, the importance of the Saturday afternoon (at the time) in the routine of everyone’s existence. When people say that football is more than a game, well a quick trip to Wearside would certainly justify that quote.

In 2016/17, Sunderland finished 20th and they won just three home games, the average crowd at the SoL was 41,287. In Mick McCarthy’s last season in charge, 2005-06, the Black Cats won three times and only once at home, average attendance 33,904. In 2002-03, the season with three different managers and relegation, the number was 39,698. It’s nothing new. While other clubs have the reputation but can’t back it up with facts, Sunderland can actually boast some of the best fans in the country based on numbers and statistics. The Netflix series seems to have revealed it to the world and I would not be surprised to know of a few more people being attracted to the North East ironically following one of the worst moments in the club’s history.

Lungo weekend di FA Cup.

Premessa. Assistere ad una partita di FA Cup di lunedì o venerdì sera è un pugno nello stomaco della tradizione. Recarsi allo stadio in questi frangenti aiuta a superare la situazione di disagio perché, di fatto, una volta varcati i tornelli, ci si scorda di che giorno della settimana sia. L’idea di fare quattro partite in quattro giorni è più che allettante, il prospetto di vedere il trionfo di una o più formazioni di Non League qualcosa più di un sogno.

fac-112Si inizia il venerdì sera con Haringey Borough v AFC Wimbledon, due club che conosco bene e di cui ho parlato nel mio ultimo libro. Per il Borough, impegnato tantissimo nel sociale in una zona disagiata di Londra, il confronto con un club nato e cresciuto grazie all’aiuto dei tifosi non può che servire da ispirazione. Di sicuro sono ispirati i giocatori di casa. Veloci, grintosi, attenti. Le condizioni climatiche sono tremende, se la BBC voleva come prima partita del Primo Turno un’atmosfera da serata di coppa in cui tutto può accadere, è stata accontentata. Vento, pioggia, freddo. Non c’è riparo che tenga, l’acqua arriva a folate, portata dal vento. Passano i minuti, gli ospiti non mordono, i loro tifosi stranamente silenziosi, non è un gran periodo per i Dons (Neil Ardley verrà esonerato pochi giorni dopo). Il gol allo scadere arriva quando ormai nessuno se lo aspetta e già si pensa al replay. Un tiro deviato, un colpo di fortuna per piegare il portiere del Borough fino a quel momento uno dei migliori in campo. Sembra assurdo ma i sostenitori più contenti all’uscita sono quelli appena usciti sconfitti. Per quelli dei Wombles, oltre alla prestazione, è il ruolo di big, davanti a una formazione dilettante, che stona.

fac-17Sabato alle 3.00 (finalmente) secondo appuntamento del primo turno. La squadra della Metropolitan Police non è più quella del corpo di polizia ma il pubblico di casa rimane poco numeroso. Un buon rinforzo arriva dal Galles con qualche centinaio di sostenitori del Newport al seguito (alcuni a dire il vero rimangono nella club-house e non arriveranno mai sugli spalti, ubriachi fradici si ma fradici solo no). Sembra una bella giornata ma più o meno al fischio d’inizio viene giù il diluvio, ogni tanto rallenta ma quando riprende la pioggia è sempre più violenta. Vestiti zuppi ma non mi lamento, ci sono ragazzini tutto intorno al campo, alcuni in calzoncini e nessuno fa una piega. I padroni di casa giocano un calcio palla a terra da fare invidia, fraseggiano, manovrano, sono una piacevole sorpresa ma sono gli ospiti a trovare due gol fortunosi, uno a fine primo tempo e uno ad inizio ripresa, di fatto spegnendo ogni entusiasmo e possibilità di upset.

fac-15Domenica a ora di pranzo il cielo è blu, il tempo questa volta non inganna, reggerà tutto il giorno. Lo stadio è stracolmo, tutto esaurito. Per l’Hitchin Town, una sola vittoria fino a quel momento in campionato, arrivare al secondo turno sarebbe uguagliare il proprio record in questa competizione ma il Solihull Moors, allenato dall’ex portiere di Southampton e Blackburn Tim Flowers, è in un buon momento di forma nella National League. Anche in questo caso sembrano i padroni di casa ad essere più in vena, determinati, veloci, grintosi. Gli ospiti giocano con sufficienza e quando provano ad impensierire la retroguardia gialloverde trovano il portiere di casa in giornata di grazia. Anche questa volta però non è giornata per la formazione amatoriale e purtroppo non è una giocata fenomenale a dare un calcio ai sogni dei tifosi del Top Field ma un arbitro in vena di regali. Il rigore a favore della squadra allenata da Flowers è a dir poco generoso. Subito dopo arriva il raddoppio e nell’aria rimane la delusione dell’impresa sfiorata mista all’eco degli applausi.

fac-13Ultimo atto del lungo weekend del primo turno di FA Cup. Nel piccolo stadio dell’Hampton & Richmond Borough, stipato come non mai, arriva l’Oldham Athletic, onore ai 2-300 sostenitori ospiti presenti nonostante la gara sia in TV e di lunedí sera. La coppa è in bella mostra prima del fischio d’inizio, un manipolo di ragazzi cercano di fare rumore e dare la carica necessaria alla squadra di casa. Stesso copione delle altre gare, I Beavers partono a razzo, segnano (rigore e dire il vero dubbio) e rischiano di raddoppiare in svariate occasioni, complice la retroguardia ospite in giornata decisamente negativa. Primo tempo entusiasmante, nella ripresa l’Hampton cerca di controllare e sembra farlo anche agevolmente fino a quando, a pochi minuti dalla fine, si fa beccare a difesa sguarnita su contropiede iniziato in seguito ad un calcio d’angolo a favore tirato male. Il contraccolpo si fa sentire e a tempo scaduto arriva anche il vantaggio degli ospiti. Un sospiro di sollievo per la formazione di League Two, una delusione importante per la compagine amatoriale.

Alla fine, sembra che il particolare ricorrente, decisivo, sia una preparazione fisica differente, I professionisti si allenano tutti i giorni i dilettanti una o forse due volte a settimana. Non a caso i gol dei primi sono arrivati quasi sempre verso fine partita. Nessuna impresa, almeno nei risultati, ma tanto onore. La parte più bella della FA Cup sta quasi per finire, giornate o serate come queste saranno sempre meno. Ora di spostarsi sul FA Trophy?

La prima volta

100_0472Ultimamente, in seguito alla pubblicazione del libro “Sogni e realtà” sul calcio inglese e la FA Cup, mi sono trovato a rispondere a qualche domanda relativa a questa mia passione. Quando è iniziata, perché, a quante partite sono stato, quali squadre seguo. Le risposte non sono sempre agevoli come sembrano, un po’ perché non ho contato, un po’ perché le ignoro. Una cosa ricordo bene, la mia prima partita dal vivo. Era il dicembre 1989. Stavo passando un mese su questi lidi per imparare la lingua, visto che le poche ore di scuola non mi permettevano di arrivare al livello necessario per leggere Match e Shoot senza vocabolario accanto. Non ricordo bene come ma mi ritrovai in un paesino sulla costa, Lancing, non troppo lontano da Brighton. Fu all’arrivo lì, di notte, con l’ultimo treno, che feci conoscenza con l’apertuta esterna delle porte descritta anche nel libro pubblicato qualche mese fa. Tre weekend, tre partite. Chelsea, Spurs, Arsenal. Tre nomi da brivido. Biglietti comprati al botteghino, entusiasmo alle stelle, quello di quando pensi di sognare ad occhi aperti.

La prima partita è a Stamford Bridge. Arrivo la mattina presto. Da Victoria Station me la faccio a piedi, sono quasi cinque Km ma voglio vedere tutto, in metro non vedrei nulla. Camminando in un negozio di libri usati vedo un Rothmans dell’anno prima in vendita per un paio di sterline. La reazione è quella da primo premio nella lotteria di capodanno. Passerò mesi a studiare nomi, soprannomi e record di ogni club delle prime quattro serie del calcio inglese. Fa un freddo cane, sono bardato come si deve ma nei pressi dello stadio vedo gente con la maglia a maniche corte del club e basta. Rimango affascinato. Il programma lo accarezzo come fosse la Sacra Sindone. L’odore degli hot dog cucinati con cipolle talmente grandi che pensavo fossero patate fritte mi riempie le narici e tutt’oggi, ogni volta che lo sento appropinquandomi nei pressi di uno stadio, vengo ricatapultato 30 indietro a quel pomeriggio.

Del Wimbledon non era molto che si parlava ma avevano vinto la FA Cup ai danni del Liverpool un anno prima. Nonostante questo tutti, ogni anno, si aspettavano, e si auguravano, che sparissero dalla First Division. Erano sempre guardati e giudicati con sufficienza. Io feci lo stesso sbaglio quel due dicembre 89, soprattutto quando Kerry Dixon portò in vantaggio i padroni di casa dopo neanche un minuto. Il Chelsea aveva in squadra, oltre ad uno dei centravanti più in forma del momento, gente come Tony Dorigo, Micky Hazard, Graham Roberts e Ken Monkou. In porta avevano Dave Beasant, il grande ex della partita. Un minuto dopo Terry Gibson aveva ristabilito la parità. A fine primo tempo il risultato era 2-3 ma nella seconda parte non furono i giocatori di casa a farsi onore quanto piuttosto quelli in trasferta a divertirsi. Il punteggio finale fu di 2-5 con una doppietta ciascuno per Gibson eDennis Wise, anche lui di lì a poco eroe dei Blues, più ciliegina dell’eterno vecchio Alan Cork.

Osservavo tutto, il settore ospiti composto da semplici gradoni scoperti, la famosa Shed, piena, dalla parte opposta. Il resto scarsamente popolato, non si arrivava a 20mila persone, ma mi sembrava il posto più bello del mondo, nonostante le macchine parcheggiate dentro lo stadio, dietro una delle due porte. Cercavo di afferrare i canti, di parlare con chi mi stava a portata di orecchio disperato di non fare la figura di un semplice curioso, magari non ero tifoso del Chelsea ma di sicuro già mi sentivo quasi un esperto di calcio inglese. Dopo 90 minuti.

Difficile descrivere il sentimento di silenziosa euforia, di appagamento, di soddisfazione in quel viaggio di ritorno verso Lancing, consapevole che in una settimana sarei tornato a vedere un’altra partita e che il mistero della maniglia esterna non mi avrebbe fatto più paura.

Big Dunc

Ripubblico qui sotto un pezzo scritto per la fanza di un amico qualche tempo fa. In attesa di poter tornare a scrivere sul blog in modo più regolare.

duncQuando più di dieci anni fa Carl Bishop decise di entrare a rubare in una villetta nella cittadina di Formby non aveva fatto bene i compiti a casa. Poteva aspettarsi di svegliare i padroni di casa e forse aveva anche pensato a come farli tacere. Quello che non aveva calcolato era vedersi comparire davanti in vestaglia Duncan Cowan Ferguson, 1.95 m di pura rabbia scozzese. Dopo l’arresto non fu certo una sorpresa per la polizia che il delinquente provasse a denunciare l’ex centravanti di Everton and Newcastle per maltrattamenti, era successo già due anni prima quando, in una situazione identica a Rufford, uno dei due ladri riuscì scappare mentre l’altro fu ricoverato per tre giorni in ospedale prima di finire in prigione.

Big Dunc, o anche Duncan Disorderly per dare meglio l’idea, era arrivato in Premier League già con una certa fama via Dundee United e Rangers. Walter Smith, che lo aveva visto crescere a Tannadice Park, lo aveva poi comprato una volta sulla panchina ad Ibrox per 4 milioni, un record nel lontano 1993. Un anno dopo Joe Royle lo volle a Goodison Park, sempre per la stessa cifra, ma dovette aspettare qualche mese però perchè nel frattempo Big Dunc era finito a sua volta dietro le sbarre. La testata rifilata in campo a John McStay del Raith Rovers, non vista da arbitro e guardalinee, fu considerata dopo la prova tv da codice penale e classificata come “assault”. Visto che era la terza volta che Ferguson veniva processato per lo stesso reato, dopo una rissa ad un fermata dei taxi e una in un pub, andò dritto in prigione. L’incidente, oltre ad essere il momento più difficile della sua carriera rappresentò anche la fine della sua storia in nazionale dopo solo sette presenze visto che il giocatore non perdonò mai la SFA per non averlo difeso.

Fu durante quel periodo che nacque invece un legame fortissimo con i suoi nuovi tifosi. L’appoggio dei fans dell’Everton quando il mondo gli aveva voltato le spalle fu una cosa che Ferguson non dimenticò mai. Loro si erano subito innamorati del suo stile battagliero e il fatto che nel suo primo Merseyside derby, quando ancora in prestito dai Rangers, aveva realizzato una rete aiutando i Blues ad aggiudicarsi la sfida 2-0 era stato il perfetto biglietto da visita. Quando l’allenatore Joe Royle decise di rendere il suo trasferimento permanente lo definì “the biggest thing since Dixie”, facendogli forse il complimento più generoso che si possa fare ad un giocatore dei Toffees. In un’intervista commovente quando anni dopo fu ceduto al Newcastle a sua insaputa, e dell’allenatore Walter Smith, per fare cassa, Big Dunc affermò:

 “I will never, ever forget the Everton fans and I mean that. They will be with me forever. When I was in jail it was a very difficult time in my career and my life and they stuck by me. All the letters I got then I appreciated so much; they made a hell of a difference. Everything they were saying to me I will remember. They were encouraging me and saying “keep your chin up”. It did help. The support I received from the people of Liverpool was special. Everton fans will be in part of my blood because of the way they stood by me. Their loyalty to me was one of the main reasons why I love Everton so much. I will always have fond memories of the club. Getting to captain the club and wearing the Number 9 shirt after so many other great names meant a lot to me. Maybe you don’t realise how much at the time, but I did genuinely love the fans and the club.”

L’avventura nel North East iniziò male e continuò peggio: una serie di infortuni non gli permisero mai di provare il proprio valore e dopo un paio d’anni era di ritorno all’Everton pagando la sua clausola rescissoria. I problemi fisici continuarono ma un altro gol al Liverpool con esibizione del suo tatuaggio con lo stemma dell’Everton non fece altro che aumentare il suo cult status nella parte blu della Scouse Nation.

Con gli anni molti giocatori si calmano ma il suo temperamento non cambiò mai, anzi: nel 2002 fu espuslso per aver colpito con un pugno Bo Hansen del Bolton e più tardi fu sospeso due mesi dal club per una lite con il manager David Moyes. Nel 2005/06 un altro pugno colpì Paul Scharner del Wigan e Pascal Chimbonda gli fu tolto da sotto le mani prima che lo potesse smontare. Oltre a segnare contro il Liverpool non è facile dimenticare quando scaraventò a terra Paul Ince come se fosse uno straccio o quando prese per la gola Jason McAteer quasi alzandolo da  terra (tutto su youtube).  In tutto fu espulso otto volte in Premier League (più una in SPL), un record che divide ancora con Patrick Vieira. Il suo record disciplinare oscura comunque il fatto che nessun giocatore scozzese ha segnato più reti in EPL (85).

Come ricordarlo? ll suo semplice desiderio, espresso con molta umiltà e rivolto di nuovo ai suoi adorati tifosi del Toffees fu “Hopefully they will see me as someone who put his heart into the club and did his best for them.”

They certainly did.