La prima volta

100_0472Ultimamente, in seguito alla pubblicazione del libro “Sogni e realtà” sul calcio inglese e la FA Cup, mi sono trovato a rispondere a qualche domanda relativa a questa mia passione. Quando è iniziata, perché, a quante partite sono stato, quali squadre seguo. Le risposte non sono sempre agevoli come sembrano, un po’ perché non ho contato, un po’ perché le ignoro. Una cosa ricordo bene, la mia prima partita dal vivo. Era il dicembre 1989. Stavo passando un mese su questi lidi per imparare la lingua, visto che le poche ore di scuola non mi permettevano di arrivare al livello necessario per leggere Match e Shoot senza vocabolario accanto. Non ricordo bene come ma mi ritrovai in un paesino sulla costa, Lancing, non troppo lontano da Brighton. Fu all’arrivo lì, di notte, con l’ultimo treno, che feci conoscenza con l’apertuta esterna delle porte descritta anche nel libro pubblicato qualche mese fa. Tre weekend, tre partite. Chelsea, Spurs, Arsenal. Tre nomi da brivido. Biglietti comprati al botteghino, entusiasmo alle stelle, quello di quando pensi di sognare ad occhi aperti.

La prima partita è a Stamford Bridge. Arrivo la mattina presto. Da Victoria Station me la faccio a piedi, sono quasi cinque Km ma voglio vedere tutto, in metro non vedrei nulla. Camminando in un negozio di libri usati vedo un Rothmans dell’anno prima in vendita per un paio di sterline. La reazione è quella da primo premio nella lotteria di capodanno. Passerò mesi a studiare nomi, soprannomi e record di ogni club delle prime quattro serie del calcio inglese. Fa un freddo cane, sono bardato come si deve ma nei pressi dello stadio vedo gente con la maglia a maniche corte del club e basta. Rimango affascinato. Il programma lo accarezzo come fosse la Sacra Sindone. L’odore degli hot dog cucinati con cipolle talmente grandi che pensavo fossero patate fritte mi riempie le narici e tutt’oggi, ogni volta che lo sento appropinquandomi nei pressi di uno stadio, vengo ricatapultato 30 indietro a quel pomeriggio.

Del Wimbledon non era molto che si parlava ma avevano vinto la FA Cup ai danni del Liverpool un anno prima. Nonostante questo tutti, ogni anno, si aspettavano, e si auguravano, che sparissero dalla First Division. Erano sempre guardati e giudicati con sufficienza. Io feci lo stesso sbaglio quel due dicembre 89, soprattutto quando Kerry Dixon portò in vantaggio i padroni di casa dopo neanche un minuto. Il Chelsea aveva in squadra, oltre ad uno dei centravanti più in forma del momento, gente come Tony Dorigo, Micky Hazard, Graham Roberts e Ken Monkou. In porta avevano Dave Beasant, il grande ex della partita. Un minuto dopo Terry Gibson aveva ristabilito la parità. A fine primo tempo il risultato era 2-3 ma nella seconda parte non furono i giocatori di casa a farsi onore quanto piuttosto quelli in trasferta a divertirsi. Il punteggio finale fu di 2-5 con una doppietta ciascuno per Gibson eDennis Wise, anche lui di lì a poco eroe dei Blues, più ciliegina dell’eterno vecchio Alan Cork.

Osservavo tutto, il settore ospiti composto da semplici gradoni scoperti, la famosa Shed, piena, dalla parte opposta. Il resto scarsamente popolato, non si arrivava a 20mila persone, ma mi sembrava il posto più bello del mondo, nonostante le macchine parcheggiate dentro lo stadio, dietro una delle due porte. Cercavo di afferrare i canti, di parlare con chi mi stava a portata di orecchio disperato di non fare la figura di un semplice curioso, magari non ero tifoso del Chelsea ma di sicuro già mi sentivo quasi un esperto di calcio inglese. Dopo 90 minuti.

Difficile descrivere il sentimento di silenziosa euforia, di appagamento, di soddisfazione in quel viaggio di ritorno verso Lancing, consapevole che in una settimana sarei tornato a vedere un’altra partita e che il mistero della maniglia esterna non mi avrebbe fatto più paura.

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Big Dunc

Ripubblico qui sotto un pezzo scritto per la fanza di un amico qualche tempo fa. In attesa di poter tornare a scrivere sul blog in modo più regolare.

duncQuando più di dieci anni fa Carl Bishop decise di entrare a rubare in una villetta nella cittadina di Formby non aveva fatto bene i compiti a casa. Poteva aspettarsi di svegliare i padroni di casa e forse aveva anche pensato a come farli tacere. Quello che non aveva calcolato era vedersi comparire davanti in vestaglia Duncan Cowan Ferguson, 1.95 m di pura rabbia scozzese. Dopo l’arresto non fu certo una sorpresa per la polizia che il delinquente provasse a denunciare l’ex centravanti di Everton and Newcastle per maltrattamenti, era successo già due anni prima quando, in una situazione identica a Rufford, uno dei due ladri riuscì scappare mentre l’altro fu ricoverato per tre giorni in ospedale prima di finire in prigione.

Big Dunc, o anche Duncan Disorderly per dare meglio l’idea, era arrivato in Premier League già con una certa fama via Dundee United e Rangers. Walter Smith, che lo aveva visto crescere a Tannadice Park, lo aveva poi comprato una volta sulla panchina ad Ibrox per 4 milioni, un record nel lontano 1993. Un anno dopo Joe Royle lo volle a Goodison Park, sempre per la stessa cifra, ma dovette aspettare qualche mese però perchè nel frattempo Big Dunc era finito a sua volta dietro le sbarre. La testata rifilata in campo a John McStay del Raith Rovers, non vista da arbitro e guardalinee, fu considerata dopo la prova tv da codice penale e classificata come “assault”. Visto che era la terza volta che Ferguson veniva processato per lo stesso reato, dopo una rissa ad un fermata dei taxi e una in un pub, andò dritto in prigione. L’incidente, oltre ad essere il momento più difficile della sua carriera rappresentò anche la fine della sua storia in nazionale dopo solo sette presenze visto che il giocatore non perdonò mai la SFA per non averlo difeso.

Fu durante quel periodo che nacque invece un legame fortissimo con i suoi nuovi tifosi. L’appoggio dei fans dell’Everton quando il mondo gli aveva voltato le spalle fu una cosa che Ferguson non dimenticò mai. Loro si erano subito innamorati del suo stile battagliero e il fatto che nel suo primo Merseyside derby, quando ancora in prestito dai Rangers, aveva realizzato una rete aiutando i Blues ad aggiudicarsi la sfida 2-0 era stato il perfetto biglietto da visita. Quando l’allenatore Joe Royle decise di rendere il suo trasferimento permanente lo definì “the biggest thing since Dixie”, facendogli forse il complimento più generoso che si possa fare ad un giocatore dei Toffees. In un’intervista commovente quando anni dopo fu ceduto al Newcastle a sua insaputa, e dell’allenatore Walter Smith, per fare cassa, Big Dunc affermò:

 “I will never, ever forget the Everton fans and I mean that. They will be with me forever. When I was in jail it was a very difficult time in my career and my life and they stuck by me. All the letters I got then I appreciated so much; they made a hell of a difference. Everything they were saying to me I will remember. They were encouraging me and saying “keep your chin up”. It did help. The support I received from the people of Liverpool was special. Everton fans will be in part of my blood because of the way they stood by me. Their loyalty to me was one of the main reasons why I love Everton so much. I will always have fond memories of the club. Getting to captain the club and wearing the Number 9 shirt after so many other great names meant a lot to me. Maybe you don’t realise how much at the time, but I did genuinely love the fans and the club.”

L’avventura nel North East iniziò male e continuò peggio: una serie di infortuni non gli permisero mai di provare il proprio valore e dopo un paio d’anni era di ritorno all’Everton pagando la sua clausola rescissoria. I problemi fisici continuarono ma un altro gol al Liverpool con esibizione del suo tatuaggio con lo stemma dell’Everton non fece altro che aumentare il suo cult status nella parte blu della Scouse Nation.

Con gli anni molti giocatori si calmano ma il suo temperamento non cambiò mai, anzi: nel 2002 fu espuslso per aver colpito con un pugno Bo Hansen del Bolton e più tardi fu sospeso due mesi dal club per una lite con il manager David Moyes. Nel 2005/06 un altro pugno colpì Paul Scharner del Wigan e Pascal Chimbonda gli fu tolto da sotto le mani prima che lo potesse smontare. Oltre a segnare contro il Liverpool non è facile dimenticare quando scaraventò a terra Paul Ince come se fosse uno straccio o quando prese per la gola Jason McAteer quasi alzandolo da  terra (tutto su youtube).  In tutto fu espulso otto volte in Premier League (più una in SPL), un record che divide ancora con Patrick Vieira. Il suo record disciplinare oscura comunque il fatto che nessun giocatore scozzese ha segnato più reti in EPL (85).

Come ricordarlo? ll suo semplice desiderio, espresso con molta umiltà e rivolto di nuovo ai suoi adorati tifosi del Toffees fu “Hopefully they will see me as someone who put his heart into the club and did his best for them.”

They certainly did.

Weekend a Wembley

bobby.jpgTre finali in due giorni. Pomeriggio, mattina, pomeriggio. FA Cup, FA Vase, FA Trophy. Se mai faranno un b&B dentro a Wembley la prossima volta prenoto una camera. Quasi inutile dirlo ma la partita peggiore, e non solo per il gioco, è stata quella di sabato, la più attesa e l’unica con il tutto esaurito. Non si tratta di posta in palio, di nerovosismo, di adrenalina, purtroppo. Quai si parla di noia pura che qualcuno maschererà dietro spiegazioni tattiche. Per quanto riguarda lo spettacolo sugli spalti appare tutto molto forzato. La bandiere le trovi sul seggiolino; alla coreografia in generale, anche quella molto apprezzata nelle due curve dedicata a Wilkins, ci pensa Wembley, la FA. I tifosi non fanno nulla. Vengono, pagano, tifano, se ne hanno la possibilità Perché la cosa assurda è che ormai si devono riempire tutti gli spazi e tutti i tempi. Una volta l’inno nazionale si cantava in coro, ora c’è una soprano. L’ingresso delle squadre in campo era salutato da un chiasso assordante, ora c’è la musica, assordante. Al fischio finale stesso scenario, stessa musica, o quasi. Fuochi d’artificio e fiamme al cielo non aiutano chi era abituato a considerare questo evento calcistico come un baluardo della tradizione. Intorno a me molta gente ha abbandonato il suo posto con largo anticipo. Al fischio finale la metà dello stadio, quella dove erano i tifosi dello United era vuota, neanche un applauso ai propri giocatori per essere arrivati in finale.

Il giorno dopo il totale degli spettatori ha raggiunto i 31mila spettatori, sommando le due partite, così divisi (più o meno): Stockton 5mila (popolazione 106mila), Thatcham 5mila (popolazione 26mila), Brackley 5mila (popolazione 13mila), Bromley 15mila (parte di Londra). Eppure c’era più atmosfera, più passione, più intensità. La finale del mattino, FA Vase, è stata la gara più bella forse: combattuta, con molte occasioni da gol, salvataggi sulla linea, recriminazioni, e con un pubblico, anche se scarso in uno stadio immenso, assolutamente coinvolto e rumoroso. La partita è sempre finita 1-0 su rigore ma la sensazione alla fine è stata completamente diversa rispetto a quella del giorno prima. Stessa cosa per la finale dell’FA Trophy dove il Brackley è riuscito, meritatamente, a pareggiare all’ultimo secondo e poi a vincere ai rigori contro una formazione di una categoria superiore. Complice il fatto di essere seduto nello spicchio dedicato ai tifosi del Brackley, anche questi 90 minuti sono stati vissuti con un entusiasmo contagioso, circondato da famiglie con bambini al seguito come se tutto il villaggio, perché di questo si tratta, si fosse trasferito nel nord di Londra.

E’ stata una bellissima giornata di calcio. All’inizio avevo storto il naso quando avevo letto delle due finali nello stesso giorno ma questo è stato il terzo anno di fila e ogni anno posso dire che sono stati soldi (pochi) spesi bene.

Guardando le due premiazioni della domenica e la gioia dei tifosi delle due squadre vittoriose (e gli applausi degli sconfitti) non ho potuto non pensare a quello che una volta era anche la FA Cup, qualcosa che oggi sembrano voler far diventare simile al Super Bowl. Ogni cambiamento fatto per attrarre un nuovo pubblico che si aspetta uno show più che una partita di calcio. Ne abbiamo veramente bisogno?

 

Il centravanti inglese

bullQualche tempo fa, nella solita chiacchiera da pub, con qualche amico si provava a indovinare i nomi delle punte che probabilmente saliranno sull’aereo per Mosca quest’estate. Kane, prima scelta. Rashford, seconda. Welbeck? Nah. Vardy? Maybe. Sterling? Non è proprio una punta. Lingard? Really?

Per farla corta, abbiamo faticato a trovare un numero discreto di puri centravanti inglesi, una “razza” che una volta produceva senza sosta giocatori di qualitá almeno tanto quanto in Italia si producevano difensori centrali. Per pura curiositá ho voluto fare un paragone. A volte la memoria gioca brutti scherzi, soprattutto quando si invecchia si tende a sopravvalutare il passato, a ricordarlo sempre piú roseo di quanto non fosse stato in realtà. Ho preso quindi una stagione a caso, 1989/90, alla fine della quale Bobby Robson dovette scegliere i 22 da portare in Italia, l’ultimo mondiale che l’Inghilterra ha rischiato di vincere. Sono andato a vedere quali attaccanti avrebbero potuto ricevere una telefonata del CT per andare in Sardegna.

In ordine di classifica, e non mettendo tutti i papabili, ho appuntato i seguenti nomi: John Barnes, Peter Beardsley (Liverpool), David Platt (Villa), Gary Lineker, Paul Walsh (Spurs), Paul Merson, Alan Smith, Kevin Campbell (Arsenal), Kerry Dixon (Chelsea), Tony Cottee, Mike Newell (Everton), Matthew Le Tissier, Alan Shearer, Paul Rideout, Rodney Wallace (Saints), John Fashanu, Terry Gibson (Wimbledon), Franz Carr, Nigel Jemson (Forest), Ruel Fox (Norwich), Les Ferdinand, Mark Falco (QPR), Cyrille Regis, Gary Bannister (Coventry), Danny Wallace, Mark Robins (ManU), David White, Clive  Allen (Man City), Mark Bright, Ian Wright (Palace), Paul Goddard (Derby), Mick Harford (Luton), David Hirst, Trevor Francis (Wednesday), Garth Crooks, Paul Williams (Charlton), Teddy Sheringham (Millwall).

Il numero di giocatori da cui poter scegliere è imbarazzante e da notare che un Wallace di una volta (che non giocava causa presenza di Hughes, gallese, e McClair, scozzese) vale, a mio parere, il Rashford di oggi. Ma a parte i giovani (Robins, Williams, Cole, Shearer..), i vecchi (Francis, Walsh, Rideout, Crooks..) o chi non era prima scelta (come Wallace appunto) ciò che rimane è comunque una quantitá di talento disarmante, soprattutto se esaminata con gli occhi di oggi, e distribuita tra tutte le squadre, non solo le prime in classifica.

Fa sorridere anche vedere come il resto degli attaccanti in First Division fosse formato principalmente da calciatori provenienti dal resto del Regno Unito e dall’Irlanda e non da qualche paese esotico dall’altra parte del mondo. A parte i giá menzionati Hughes e McClair vale la pena di citare Cascarino, Saunders, Dowie, Speedie, Quinn, Sharpe, Fleck, Durie, Wilson, Rush, Aldridge.

Eppure una volta sedutosi al tavolino per fare la sua lista finale, Sir Bobby scelse sí il capocannoniere della First Division Gary Lineker (24 centri) insieme alla sua spalla preferita Peter Beardsley, visto che in Messico quattro anni prima avevano dato vita quasi per caso a una delle coppie d’attacco meglio assortite di sempre, ma poi oltre ai centrocampisti offensivi Platt, Waddle, Barnes e Gascoigne scelse solo un’altra punta pura decidendo di ignorare tutto il ben di Dio sopra elencato. Negli annali il terzo giocatore con accanto FW nella colonna ad indicare il ruolo, fu Steve Bull, in forza all’epoca, come per quasi tutta la sua carriera professioinistica, al suo Wolverhampton che era appena finito decimo nell’allora Second Division.

Cosa da pazzi, ma fantastiche. Sará anche l’etá ma la nostalgia è tanta.

 

The Fall of the House of FIFA

fifaWhen I learnt that David Conn, one of the greatest football writers of all time, was about to publish a book about FIFA and their fall from grace, I was not particularly enthused. This is not a subject I’ve ever been fond of. I’m not sure why. Maybe because nowadays I think international football is overrated, I think it’s for fans who like football every two or, worse, four years. Maybe because I’ve never been a big fan of my national team, not understanding how it was possible to cheer those same players you loathed just weeks or days before only because they were wearing a different shirt. Or maybe because I found the whole saga very boring. Being Italian you grow up listening to corruption scandals in every part of public life and even when the latest big match fixing shame rocked Italian football, those who were accused did not try to deny, they just defended themselves by saying “it was common practice”. The concept that if everyone is involved in a illegal activity does not make it automatically legal was shocking news to someone. Or because, finally, the books I had read so far around this same topic did not say much. They promised to deliver truths but they stopped at suspicions or half truths. Most of the questions they asked were left hanging in the air by the time you reached the index and acknowledgments at the end of their pages.

Various journalists and reporters spent their lives accusing every member of FIFA, UEFA, CONMEBOL, CONCACAF etc but ultimately could not prove anything serious until recently.

What David Conn has done, once again, is telling the story as it is. He made it clear for everyone. He starts and finishes telling the reader exactly what happened with all the documents to back up whatever he is writing. Despite the subject, I sped through the pages quite quickly and I could feel the same anger he was feeling. Or more than anger probably the astonishment, the disappointment and ultimately the sadness when realizing the people who should look after this beautiful sport were actually taking advantage of it.

And once again, I closed the book asking how it was possible that Mr Conn once again struck all the right chords and I suddenly realize why. Before a journalist and a writer, David is a true football fan.

Only those who love football so much can communicate this well.

Five stars.

La scelta che non ti aspetti

moyesCerte scelte sono difficili da spiegare. Che Slaven Bilic avesse i giorni contati si era capito da un pezzo. Che esonerarlo fosse la cosa giusta da fare è opinabile. Nella sua prima stagione guidò il WHU al settimo posto e in Europa. Purtroppo per lui, e per tutti i tifosi degli Hammers, il 2015/16 fu anche l’ultima ad Upton Park e le difficoltá di adattamento nel nuovo stadio che seguirono sicuramente hanno pesato sul giudizio finale di qualche giorno fa. Gli Hammers lo scorso anno hanno stentato, giocando solo a sprazzi, mostrando spesso una difesa imbarazzante, poche idee e giocatori non proprio concentrati e determinati. Poco è cambiato in questi primi tre mesi della nuova campagna e, come sempre, i proprietari hanno optato per prendere la decisione più comoda e facile, allontanare l’allenatore nonostante la sua passione e il suo attaccamento ai colori che, di questi tempi, non sono poco. Le prestazioni ultimamente erano state talmente deludenti che in molti si erano rassegnati, più che convinti, che un cambiamento, qualsiasi, fosse necessario e che probabilmente un nuovo tecnico avrebbe dato una scossa a tutto l’ambiente.

Sarebbe stato bello filmare la reazione dei giocatori claret&blue all’annuncio del nome del successore di Bilic, David Moyes, dubito che in molti si siano lasciati andare a scene di entusiasmo. Chi scrive sinceramente pensava che mai e poi mai Moyes potesse aspirare ad una panchina di Premier League dopo l’esperienza tragica con il Sunderland.

Certo, non che la colpa del disastro nel Wearside sia solo dell’ex allenatore di Everton e ManU, come si può intuire guardando l’attuale posizione in classifica dei black cats in Championship, ma che in un anno abbia tagliato del tutto le gambe ad un club che si era appena rialzato sulle ginocchia grazie all’approccio no-nonsense di Big Sam è fuori di dubbio. Nelle prime 10 gare della stagione il Sunderland aveva messo insieme appena due punti e a fine stagione le sconfitte erano state 26 su 38 partite, sei le vittorie, 29 i gol segnati. La critica maggiore rivoltagli non è stata sul gioco, che non c’era, o sulle tattiche, primitive, ma sull’approccio completamente negativo, pessimista, piatto, esasperante. Per molti uno dei motivi di una stagione così disastrosa è stato il suo non averci mai creduto. Giá dal suo arrivo aveva spiazzato tutti dicendo che sarebbe stata dura rimanere in EPL e da lì in poi le cose sono andate solo peggio. Incapace di ispirare fiducia, grinta o qualsiasi reazione di carattere, Moyes ha assistito immobile e impassibile al declino della sua squadra per poi dare le dimissioni appena confermata la retrocessione.

Eppure il Sunderland era stato il club che gli aveva ridato la possibilitá di rilanciarsi dopo una parentesi tutt’altro che fortunata in Spagna con la Real Sociedad. Anche lì si erano cercate giustificazioni, l’adattamento, il calcio differente, per capire il perché di un gioco così remissivo, negativo, triste. Dopo tutto a San Sebastian era arrivato dopo essere stato scelto personalmentre da Alex Ferguson alla guida del Manchester United e aver perso il posto solo perché annientato dalla aspettative impossibili di un ambiente che non avrebbe accettato nessuno veramente dopo l’addio dello scozzese. Sunderland, Real Sociedad, ManU, tre fallimenti. Andando a ritroso, resta l’Everton, la panchina su cui Moyes ha costruito la sua reputazione in 11 stagioni.

La più positiva si concluse con il quarto posto del 2004/05, purtroppo per i tifosi dei toffeemen la stessa che terminò con il miracolo di Istanbul sponda Reds. Dopo, solo degli onesti piazzamenti, tra quinto e ottavo posto, senza mai minacciare veramente le top four, senza mai diventare la prima squadra della cittá. Nonostante questo, molti furono pronti a  lodare la sua serietá, il suo calcio senza fronzoli,  il suo fare “miracoli” senza avere grande risorse a disposizione. Lo United doveva essere la sua consacrazione, è stata la sua croce.

Una croce che è passata per i Paesi Baschi, il Nord-Est dell’Inghilterra e che ora è piantata nell’est di Londra. Da un’indagine fatta sul sito della BBC sembra che più del 55% dei tifosi del West Ham pensi che la scelta di Moyes sia quella sbagliata. Non vedo come dar loro torto. Lo scozzese non sembra una figura capace di generare reazioni d’orgoglio nel breve termine, di dare entusiasmo, di caricare un ambiente alla disperata ricerca di un condottiero, di un leader, che faccia uscire giocatori e pubblico da questo momento di grigiore generale per guidarli verso la luce. Sembra un film giávisto, per i sostenitori degli Hammers spero che non si tratti di quello girato la scorsa stagione