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Invasione

30 aprile 2017 Lascia un commento

Quando ho deciso di andare all’ultima partita casalinga stagionale del Leyton Orient non ho visto neanche chi fosse l’avversario. Per me è stato solo un segno di rispetto per un club che dopo 112 anni nella Football League è stato distrutto in un paio di primavere da un clown malato di protagonismo con la fedina penale discutibile e passaporto italiano. Di fatto la retrocessione era stata già confermata a Crewe una settimana prima. Un verdetto scontato ma a cui nessuno voleva veramente rassegnarsi. In rete si parlava di una protesta organizzata dal LOFT (il Trust dei tifosi degli O’s) nel parchetto vicino al Brisbane Road e con un misto di curiosità e solidarietà mi sono presentato non sapendo bene cosa aspettarmi. Non avrei dovuto preoccuparmi. Al cento del parco, nel posto in cui dovrebbe solitamente sedere una banda musicale, qualche tifoso ha preso la parola, chi più seriamente, chi intonando coretti e canzoni preparate per l’occasione. Cartelli, striscioni e adesivi in giro non lasciavano adito a dubbi su chi fosse l’obiettivo della rabbia composta ma decisa di queste 150-200 persone. Ma nel complesso sembrava più una festa, visto che in contemporanea c’era un mercatino di street food con le varie bancarelle alle prese con un insolito numero di clienti.

Mi rassegno a farmi rapinare per un biglietto ospiti, visto che l’Orient ha deciso di non vendere tagliandi per i settori dei tifosi di casa il giorno della partita. 24 sterline nel fondo Becchetti mi sono pesate parecchio. Do un’occhiata e vedo che sto entrando con i sostenitori del Colchester, una squadra che non mi piace ma me ne faccio una ragione, non sono qui per la partita ma per la protesta.

Niente. Pochi cori (intonati contro Beccietti tra le altre cose), un mini striscione fatto con lo spray all’ora di colazione probabilmente. Anzi, con mio stupore i tifosi in trasferta sfottono e deridono i loro sfortunati avversari. Il Colchester passa in vantaggio, gli animi già surriscaldati esplodono. Una truppa di giovani e meno giovani dal settore adiacente cerca di entrare senza troppa convinzione in quello degli ospiti. Segue catena di poliziotti e steward che di fatto mi condannano ad assistere ad un’ora di persone che fanno gesti, si insultano e si danno appuntamento fuori sapendo che non andranno mai. Cresce l’antipatia per chi mi circonda e allo stesso tempo mi chiedo se davvero quelli dell’Orient sono pronti a giocare l’ultima partita casalinga in EFL per chissà quanto tempo dimostrando una compostezza che rasenta l’indifferenza. Poi finalmente succede. Oh yes…

Mancano sei minuti, il Colchester ha da poco segnato il terzo gol, da ogni settore dello stadio, escluso quello in cui siedo io, la gente comincia a riversarsi in campo. La concentrazione di pettorine gialle di ogni tipo dalle mie parti ha lasciato sguarnito il resto dell’impianto. In nessun modo si possono arginare le centinaia di persone che entrano sul terreno di gioco. Grandi, finalmente, penso, ora sì. Me ne stavo quasi per andare deluso, stufo di essere associato con i dementi che mi circondavano quando finalmente la protesta che stavo aspettando, che stavo auspicando, prende forma.

Invasione del tutto pacifica. Inutili i tentativi di invito ad uscire, a sgomberare il terreno di gioco. Non si vuole che la partita ricominci, si vuole lasciare un buco nel calendario, che risulti la gara sospesa. Alla fine più di un’ora dopo viene data la notizia. Nel frattempo anche i tifosi ospiti che prima avevano giocato a Green Street si rendono conto che per i fans degli O’s c’è molto di più in gioco dei loro tre punti e che, a tavolino o no, loro li avranno e potranno continuare a sperare di finire nei play off per un’altra settimana. Ci sono cori e applausi, finalmente solidarietà tra tifosi, non si sa a chi può toccare domani. La gente sfolla ma quasi due ore dopo l’interruzione del gioco, le due squadre rientrano in campo e sono costrette a giocare gli ultimi sei minuti davanti agli spalti vuoti per convalidare il risultato finale.

È l’ultima menzogna del sistema, usata per far uscire le persone ma che, se possibile, fa ancora più danni. Già lega e federazione non sono viste di buon occhio in questo corner di east London, da ieri ancora meno. Avranno anche omologato la partita ma il motivo per cui sarà ricordata, e se ne è parlato in tutto il Regno Unito, è per l’invasione di campo.

Il 12 giugno si deciderà se l’Orient fallirà oppure no. I tifosi si stanno preparando, Becchetti, che ieri ha annunciato con sospetto tempismo di aver pagato stipendi e tasse arretrate (come se meritasse un premio per questo) dovrà decidere se fare la scelta decente di sparire o se continuare come sovrano di un regno in rivolta, che lo odia e che è pronto ad invadere il rettangolo verde ad ogni partita interna.

Il calcio è dei tifosi. Di usurpatori di titoli sportivi malati di protagonismo se ne sono visti tanti e non lasciano traccia. Possono durare più o meno a lungo ma il loro destino è un buco nero, un ricordo annebbiato durante una chiacchiera al pub, anni dopo, quando chi ama e resta cercherà di ricordare quel nome tanto odiato…Beccietti…Bekketti…whatever…

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The Shift

11 aprile 2017 Lascia un commento

Le imprese del Lincoln City in FA Cup non potevano passare inosservate. Il primo non league club a raggiungere i quarti della competizione dal 1914! Normale che in molti si siano cominciati a chiedere chi fosse il giovane manager alla guida degli Imps. Danny Cowley, aiutato da suo fratello Nicky come assistente, a 38 anni ha gia’ un CV di tutto rispetto, considerando anche i successi con Concord Rangers e Braintree Town. Eppure, per me, il volto di questo Lincoln, o meglio il profilo, non e’ quello dell’allenatore ma quello del centravanti leggermente sovrappeso Matt Rhead. Non che seguissi le sue gesta nel panorama dilettantistico inglese ma quando l’ho visto alle prese con l’intera difesa dell’Ipswich non ho avuto dubbi di chi fosse. Era lo stesso toro che quattro anni prima con la maglia del Mansfield Town aveva lottato contro la retroguardia del Liverpool negli ultimi minuti del terzo turno della stessa coppa. Non lo avevo piu’ visto ma mi era rimasto impresso. Pochi minuti ma intensi. Rhead a prima vista non sembra un fanatico del fitness o delle diete macrobiotiche. E’ un centravanti old style che usa il proprio peso a suo vantaggio, per imporsi sugli avversari (chiedere al “duro” Joey Barton messo KO da un suo avambraccio), che usa la sua apparenza per ingannare chi e’ troppo veloce a giudicarlo, dalla apparenza, un giocatore da pub team.

Andando avanti il Lincoln ho avuto occhi solo per lui, il mio eroe personale di questa FA Cup 2017. Prima il Brighton, poi il Burnley sempre in TV, poi l’Arsenal dal vivo. Rhead ha combattuto contro avversari piu’ allenati, piu’ titolati, piu’ tatuati e piu’ pagati. Non credo di averlo mai visto perdere un duello aereo. Nonostante la stazza e’ sempre arrivato prima sui palloni alti, forse il tempismo, forse l’elevazione, non lo so. In fase di protezione del pallone e’ stato come costruire un muretto di mattoni intorno alla sfera. Una gioia vederlo spalle alla porta andare incontro a campanili chilometrici o scrollarsi di dosso marcatori troppo timidi.

Mi e’ venuta in mente una chiacchierata fatta con dei tifosi del Leeds qualche tempo fa. Parlando dell’attuale attaccante del Millwall Steve Morison, per un paio d’anni in forza ai bianchi di Elland Road, e’ venuto fuori che il suo soprannome fosse The Shift, cioe’ un giocatore “who puts a shift in”, che lavora, si impegna, corre e sbuffa ma che non sempre traduce in gol tutta questa energia. La definizione si adatta perfettamente a Rhead. I suoi numeri non descrivono un fenomeno da area di rigore, un cannoniere, ma un giocatore al servizio della squadra. Alla fine il calcio e’ un sport dove si gioca, si perde, si vince e si lotta in 11. E Matt Rhead lotta, poco ma sicuro. Se ognuno contribuisse con il suo onesto shift di sicuro i tifosi non avrebbero mai nulla da ridire. La classe non si richiede, l’impegno si esige.

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More than a game

15 marzo 2017 Lascia un commento

Strana sensazione quella di vedere finalmente i tifosi del MK, è come vedere i marziani, ti dicono che esistono ma non ci credi. Eccoli, 300 o 400 (su 4112) stipati su mezzo lato del Kingsmeadow che si atteggiano a irriducibili, spintonando gli steward e gesticolando corraggiosi a distanza quando i cori dei sostenitori di casa diventano più forti e insistenti. Le misure di precauzione sono state degne di un derby di Roma, Glasgow o Buenos Aires. Serata stranamente calma, la passeggiata dalla stazione di Norbiton più tranquilla del solito. Dopo quanto avvenuto contro il Charlton  (striscioni e offese all’ex allenatore del Franchise) la societá di casa non può permettersi altri scivoloni mediatici. L’AFCW nasce come club giusto, inclusivo, pacifico, offese, insulti e violenza gratuita non sono condonati.

Ma questa non è una partita come tutte le altre. Inutile pretenderlo. Questa è  Good FC v Evil FC, difficile stemperare gli animi di chi ha vissuto in prima persona gli avvenimenti del 2002 e il rifiuto ottuso della societá di cartone di riconoscere la loro origine incerta. E non è una opinione dei tifosi del Wimbledon, è l’opinione dei tifosi di calcio di tutto il Regno Unito.

Il MK, di fatto, per le persone che riempiono gli stadi di League One, non esiste. Potrebbe cominciare ad essere accettato se cancellasse il Dons dalla propria ragione sociale. Ieri né il tabellone né il programma lo riportavano, la partita era semplicemente Wimbledon v MK. Non AFC, non MK Dons. Il messaggio era chiaro: Wimbledon, uno e solo, v MK, una squadra di un’altra cittá.  Non sono una costola del Wimbledon, non appartengono a questo mondo, sono un’entitá commerciale nata per sbaglio, sono la scusa per costruire uno stadio, il capriccio di un milardario, uno scherzo della natura e della FA.

Eppure, nonostante tutto, i cori sono meno offensivi del solito, non si respira la tensione che si preannunciava. Tutto fila incredibilmente liscio, un rispetto tacito e civile per quanto auspicato dal club, prendersi la rinvincita sul campo, provare il proprio punto ma senza cercare vendetta. “Questa non è una rivalitá – mi dice un tifoso del Wimbledon prima della gara – questo è odio”. Ed e’ comprensibile, non è bello da dire ma è vero. Le rivalitá sono cittadine, religiose, geografiche. Questa è stata creata a tavolino, come i confini dell’Iraq.

La partita: conta e non conta. Certo meglio vincere ma questa è la partita che non avrebbe dovuto esistere. Jake Reeves sblocca il risultato poco dopo la mezz’ora di un incontro equilibrato ma non ha senso neanche parlarne. Almeno il gol fa partire più cori, in più parti dello stadio, spontanei, la gente non si tiene, ognuno dice, urla, la sua. Il gol in casa contro gli impostori è una liberazione. Lyle Taylor raddoppia neanche 10 minuti più tardi e non c’ è più storia. I giocatori ospiti, forse i meno colpevoli di tutti in questa situazione, non hanno le energie mentali, per loro sono in palio tre punti e basta, per i giocatori di Neil Ardley molto di più, semplicemente questa gara non la possono perdere.

Per circostanza fortuite che non sto a spiegare (grazie Luca!) ho assistito a questa partita dal settore riservato alla stampa. Mi era capitato in passato, poche volte e non solo in UK. La differenza è che qui all’intervallo il te’ me lo ha offerto una singora ultrasettantenne con piumino del Wimbledon, cappello di lana e stampella che per fare pochi scalini ha fatto una fatica notevole. Sono queste le cose che apprezzi di più all’interno di un community club, non sentirsi cliente e avere le hostess in tacco 12 che ti accompagnano al posto in minigonna. Un family football club vuol dire inclusione, attenzione ai tifosi, condivisione, senso di appartenenza anche se “solo” intorno ad un rettangolo verde. Cosa che il Milton f.ing Keynes non avrá mai.

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Ospiti e buone maniere

wall2Dopo la vittoria negli ottavi di finale di FA Cup contro i Campioni d’Inghilterra in carica, alla domanda su eventuali preferenze per i prossimi avversari, Neil Harris, manager del Millwall ha risposto “Chiunque basta che sia in casa”. Non c’è da stupirsi, visto che finora il sorteggio ha sempre regalato ai Lions incontri al The Den e che tutti si sono chiusi con una vittoria.

A novembre, nel primo turno, un gol di Romeo a due minuti dalla fine fu sufficiente a superare il Southend United (League One). Phil Brown, allenatore degli ospiti, non la prese bene: “…We were the best side on the park and should be walking away in the draw.” Un mese dopo ecco arrivare il Braintree Town (National League). Nonostante un primo tempo tutto sommato equilibrato, 3-2 il parziale all’intervallo, gli uomini di Harris si aggiudicarono l’incontro con un netto 5-2.

Terzo turno. Gennaio. Quella che una volta era la data piú attesa del calendario calcistico britannico. Pagine storiche, partite indimenticabili, imprese eterne. Dall’urna esce il Bournemouth. Ostacolo vero, una squadra che sta giocando bene e che ad inizio anno ha poco da compromettere. Non lotta per salvarsi nè per arrivare in Europa e potrebbe puntare alla coppa. Invece si presenta con una squadra zeppa di riserve. Non solo, chi gioca sembra che non ne abbia voglia e se non te la senti, forse il The Den è l’ultimo posto dove vuoi passare il sabato pomeriggio.

Il Millwall vince 3-0.  Eddie Howe, giovane e promettente tecnico degli ospiti ammette a fine gara: “I thought they worked extremely hard. It was a big physical test for us – we know what they are like from goal-kicks and corners. I think Neil has done a great job and the crowd played their part. They’ll be very pleased with their afternoon. Whenever you come here you expect that atmosphere and expect the fans to get behind their team. From our perspective we have got to better at dealing with that – it’s only noise. I’ve got no complaints. In terms of the result, Millwall deserved it.”

Sul treno di ritorno da South Bermondsey, parlando con alcuni tifosi, abbastanza allegri, dei Lions, chiedo chi avrebbero voluto pescare nel prossimo turno. “Tottenham” mi dicono senza esitazione scendendo dal treno. “Away!” mi urlano girandosi mentre procedono barcollando verso l’uscita della stazione di London Bridge. Parole profetiche.

Due giorni dopo, le palline pescate dal sacchetto di velluto dicono invece Millwall v Watford. Di nuovo una formazione di Premier che pensa di cavarsela facendo giocare le seconde linee. Un’altra sorpresa. Un altro allenatore, meno signore del precedente, che se la prende con le tattiche della squadra di casa, come se fosse proibito puntare sulla fisicitá invece che sulla tecnica: Mazzarri, dopo la sconfitta per 0-1 con gol incassato (da Morison) al minuto 85, afferma:“Here at Millwall it is not easy. It was almost a war and a very aggressive game. It almost seemed like a wrestling match at certain moments. I think if someone deserved to win, especially in the second half, it was Watford also because of the penalty and a lot of the fouls which were not conceded in our favour…Millwall were very aggressive and tried to do some fouls on the limit of regulation. We were the only team that tried to play football aside from the penalty we deserved. I’m still convinced of my thoughts.”

Per gli ottavi di finale arriva in South London un altro allenatore italiano sotto pressione, Claudio Ranieri. Come dicono da queste parti, l’attaccante giapponese Okazaki si scorda gli scarpini a casa e il Leicester non riesce a passare. Ci pensa Cummings all’ultimo minuto a qualificare la truppa allenata da Neil Harris rimasta in 10 ad inizio ripresa. Anche qui, strette di mano a fine partita a parte, l’umore non è dei migliori:

A Leicester City spokesman said: “We have personally congratulated Millwall on a merited victory and wish them every success in the sixth round. However, following receipt of numerous complaints relating to the constant abuse, provocation and intimidation of our players, staff and supporters from our arrival at the stadium, throughout the match and its immediate aftermath, we have registered our dissatisfaction with the FA. We are awaiting the FA’s response. The club accepts the defeat, but we simply will not accept the safety of our supporters, players and staff being compromised.”

Risponde il Millwall: “We have been made aware of these allegations today and are extremely disappointed that Leicester City, as is the professional protocol in such instances, did not raise them on the day of the game itself.This morning we received an email from Leicester thanking Millwall Football Club for the hospitality extended to them so are surprised that these serious allegations, which should have been discussed on the day, have come to our attention in the manner they have.”

Per i quarti di finale il problema dell’ambiente intimidatorio del The Den non si porrá. Come auspicato dai tifosi incontrati dopo la vittoria contro il Bournemouth, il Millwall se la vedrá con gli Spurs a WHL (Domenica 12 alle 14), una partita che in molti, soprattutto la Metropolitan Police, avrebbe voluto evitare. Di fronte all’enorme richiesta di biglietti per il settore ospiti il Tottenham ha cercato di limitarne l’affluenza richiedendo alla FA di ridurre la quota prevista per le squadre in trasferta.

Dal sito della BBC: Millwall fans were on Wednesday able to buy tickets for their team’s FA Cup quarter-final at Tottenham later this month after a disagreement over allocation for the League One club was resolved. Millwall were originally offered only 2,800 tickets for the tie at White Hart Lane on March 12, even though they would have been entitled to about 4,000. But after discussions between both clubs, as well as talks with the local Safety Advisory Group comprising representatives from the emergency services and the council, Millwall’s allocation was set at 3,681. It is lower than the offer made to both Aston Villa and Wycombe, who visited White Hart Lane in the third and fourth rounds respectively, but substantially higher than the original proposal.

wallLa tensione è alta e la bravata fatta da alcuni sconosciuti (vedere foto) ha scatenato i teppisti da tastiera facendola alzare ancora di piú. Ai graffiti lasciati fuori al The Den sono seguiti altri, senza minacce, fuori a White Hart Lane. La rivalitá tra queste due tifoserie negli anni è cresciuta a dismisura e ora la possibilitá di incrociarsi in coppa la potrebbe far esplodere. “Colpa” di Neil Harris e dei suoi giocatori, era dal 1936/37 che il Millwall non eliminava tre squadre della massima divisione in un cammino di FA Cup.

Categorie:FA Cup

Notizie dall’estero

17 febbraio 2017 Lascia un commento

artQualche giorno fa un titolo della Rosa più amata d’Italia ha colpito la mia attenzione. Watford pazza di Mazzarri. È curioso vedere come fatti e notizie di queste parti vengano riportati in Italia. Di solito, soprattutto se si tratta di club meno famosi, si usano frasi ad effetto, senza preoccuparsi troppo della veridicitá di quanto scritto. È accaduto con lo stadio del Millwall, con i dissidi interni dell’FCUM, con la gestione del Leyton Orient, ora con il Watford e Mazzarri. Tanto chi controlla. Ci provo io.

Mi siedo con Matt, tifoso trentenne e abbonato degli Hornets, e lo interrogo.

“Pazzi di Mazzarri? Non proprio, diciamo che con le due vittorie contro Arsenal, del tutto inaspettata, e Burnley, ha guadagnato del tempo ma in molti giá avevano cominciato a mugugnare e lo avrebbero volentieri salutato. La giuria è ancora divisa. A volte sembra troppo rigido nelle sue scelte tecniche, non cambia mai l’approccio di una gara, mai. Da una parte lo ammiri, pensi sia convinto delle proprie ide e voglia giocarsela con tutti, dall’altra pensi che sia matto come nella partita di Liverpool dove abbiamo preso sei gol ma potevano essere molti di più. Era chiaro da subito che le cose non stavano funzionando ma ha continuato per la sua strada, senza cambiare o cercare di coprirsi. Poi va all’Emirates e indovina la gara perfetta, azzecca ogni mossa tattica.

Peró i dubbi che lo riguardano non sono tanto relativi alle sue capacitá tecniche, quanto umane. Il suo rifiuto di parlare inglese o di interagire con i tifosi in qualsiasi modo stona con la immagine di family club che abbiamo. Mai una parola, un saluto, un gesto. Di certo non fa nulla per restare simpatico.

Poi vero, non è stato fortunato con gli infortune e con i rincalzi. Ma anche il mercato lascia perplessi, arrivano decine di giocatori mai sentiti e ripartono, spesso mediocri. Un continuo via-vai, difficile anche per noi affezionarci ad un giocatore, Deeney e Gomes a parte che fanno anche moltissime cose nel sociale. Mi rendo contro che è il modello Pozzo ma la nostra academy era il fiore all’occhiello del club ed ora praticamente non esiste. Si preferisce comprare piuttosto che far crescere. E mi dispiace per l’Udinese che è diventato una specie di feeder club. Noi dovremmo fare lo stesso, mandare giovani a maturare in Serie A ma non lo facciamo.

Poi certo, lo stadio è finito, il nuovo megastore fa la sua figura, è indubbio che abbiano investito nel club ma ti ripeto, un po’ più di attenzione nei confronti dei tifosi non sarebbe male.”

Allo stesso tempo vale la pena notare come tutti gli amici primaverili di Claudio Ranieri siano svaniti in questi ultimi mesi invernali. Non è la prima volta che l’allenatore romano ha problemi nella seconda stagione in carica ma l’anno scorso nessuno ha guardato oltre e nessuno si è guardato indietro. Il Leicester vero è, probabilmente, quello del 2014/15 e del 2016/17. In mezzo un’annata talmente pazza che sará difficile da raccontare. Troppa ghiotta però l’occasione di scrivere articoli e libri sull’imperatore Claudio, organizzare gruppi sui social media, infilarsi nella festa dei tifosi delle Foxes, premiarlo in tutti i modi in ogni dove. Un tecnico preparato e un’ottima persona dimenticato e a volte quasi deriso per aver vinto poco nella sua carriera all’improvviso oggetto di una attenzione mediatica globale con tanto di viaggi di pseudo giornalisti a Testaccio alla ricerca di amici o vicini di casa pronti a recitare le solite banalitá. Tutto finito, le luci del palcoscenico si sono spente, le news parlano di crisi inspiegabile, di fronde, di rapporto spezzato con la squadra. Nessuno ora gli è vicino, meno che mai in Italia dove si preparano titoli gonfi di finto stupore dovesse il Leicester scendere in Championship. A prescindere dalla permanenza del City in Premier e dal suo contratto di quattro anni, forse Ranieri non supererá l’estate alla guida della squadra che ha condotto al trionfo. Per quel che mi riguarda non cambia nulla, continuerá ad essere un’ottima persona e un tecnico preparato, solamente con un titolo in più nel suo CV.

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Resistenza

29 gennaio 2017 2 commenti

js62348145I Russi, gli Arabi, gli Americani….i Cinesi. Non potevano mancare. Il calcio inglese va di moda, per tutte le ragioni più sbagliate. Orari cambiati per favorire le esigenze del mercato asiatico, colori sociali e nomi mutati per compiacere nuovi proprietari tanto arroganti quanto ignoranti, giocatori tesserati in base al loro valore sui social media in terre lontane piuttosto che al loro valore sul campo. La marea rossa si è già portata via WBA, Villa, parte del Man City, Birmingham City, Wolves. Sembrava inarrestabile fino a quando è arrivata sulle sponde del Tees.

Passo indietro. Prima giornata del campionato di Premier League 1996/97. Al Riverside, nuovo stadio del Middlesbrough FC, si affrontano la squadra di casa ed il Liverpool, il risultato finale è un avvincente 3-3. Nelle fila del Boro figurano nomi come quelli di Juninho e Fabrizio Ravanelli, professionisti che in epoca pre-Premier League non si sarebbero avvicinati in questa parte d’Inghilterra nemmeno in esilio forzato. Ma è un nuovo mondo. Le possibilità economiche sono cambiate, le rotte del calciomercato cominciano ad invertirsi. L’artefice della rinascita del Middlesbrough è un self-made millionaire, Steve Gibson.

Gibson era direttore del club a 26 anni e diventa presidente nel 1994 (a 36) ma è tifoso del Boro da sempre. Aveva salvato il club quando al vecchio Ayresome Park avevano già messo i lucchetti ai cancelli e stava per scomparire mentre languiva in Third Division. Nel 1995 il Boro invece lascia il vecchio, fatiscente, storico, impianto che occupava dal 1903 e si sposta nel nuovo Riverside, 30 mila posti a sedere. L’allenatore è Bryan Robson, l’ex Captain Marvel ha carisma e prestigio e il suo nome riesce ad attrarre attenzione e a chiudere contratti famosi. Il Boro comincia ad essere conosciuto in Europa e nel mondo. Negli  anni a seguire retrocede, si rialza,  arriva in finali di coppa, domestiche ed europee, quasi sempre perse, una vinta.

20 anni dopo Steve Gibson è sempre un self-made millionaire, ma per la Premier di oggi serve cambiare una vocale, la prima, serve essere un billionaire se si vuole lottare per il vertice, Leicester docet. Con la sua fortuna stimata intorno ai 165m, Gibson e il Boro non possono competere con sceicchi e fondi di investimento. Si fa quel che si può avendo a cuore i tifosi, la città e il futuro del club. Un legame che non si rompe, a prova di speculazioni e ciniche offerte. La settimana scorsa, Chien Lee, che già possiede il Nizza in Ligue 1 e ha provato in passato a compare l’Hull City, ha visto la sua offerta di 50m per il 50% del club rispedita al mittente. Gibson si è detto interessato a potenziali accordi commerciali ma non alla cessione della squadra che tifa da quando è bambino.

Con lui al timone probabilmente il Middlesbrough non potrà tesserare campioni o vincere trofei come accaduto in passato ma conserverà qualcosa di più importante. Dignità e identità. Due cose che i Cinesi ancora non hanno imparato a imitare.

Categorie:Attualitá

Allenatore e gentiluomo

14 gennaio 2017 Lascia un commento

3500C’è una cosa che forse è peggiore del dimenticare, il ricordare solo quello che fa comodo. La notizia della scomparsa di Graham Taylor ha generato due tipi di reazioni. Da una parte quella di coloro che non sono mai andati oltre la delusione della mancata qualificazione ai Mondiali del 1994. Dall’altra quella delle persone che hanno sempre pensato che Taylor fosse un gentiluomo ma che hanno aspettato la sua morte per ricordarlo al mondo del calcio inglese. Forse solo i tifosi del Watford si sono lasciati ad andare ad un tributo spontaneo di amore assoluto e stima incondizionata.

Graham Taylor è stato semplicemente un grande uomo di calcio, sarebbe ora di ricordarlo come tale. Figlio di un giornalista sportivo, cresce tifando Scunthorpe. Una breve e onesta carriera da giocatore di provincia  tra le fila di Grimsby e Lincoln prima che un infortunio gliela tagli corta. Nel 1972 siede sulla panchina degli Imps, a 28 anni. Nel 1976 vince il titolo dell’allora Fourth Division. Il successo gli vale un contratto con il Watford, all’epoca una proposta tutt’altro che irrinunciabile. Il club milita nella stessa divisione da cui ha appena tirato fuori il Lincoln ma è la curiosità e l’entusiasmo generati dal neo presidente del club a convincerlo. Sir Elton John nel 1976 infatti compra la società per cui ha sempre tifato e, seguendo il consiglio di un altro dimenticato del calcio, Don Revie, convince Taylor a rifiutare altre offerte e cominciare con lui l’avventura al Vicarage Road. Da un’intervista a Taylor al Guardian del 2006: “In 1976 I was manager of Lincoln City when Don Revie, the England coach, called saying he’d recommended me to a new chairman. I was thinking: ‘Blimey, which top club is this?’ When he told me it was Elton John at Watford my heart sank. They were in the bottom division. I thought: ‘Rock star in charge of a Fourth Division club. This is crazy!’ But Elton invited me to his house in Windsor and said he wanted to take the club into Europe. I said I didn’t think he’d see any change from a million pounds, which back then was a lot of money. He just said: ‘Right, we’ll give it a go.’ Six years later, when we got into Europe, he worked out that he’d spent £790,000.” In cinque anni the Hornets arrivano nella massima serie finendo secondi dietro al Liverpool di Bob Paisley nella stagione 1982-83. L’anno dopo giocano in Coppa Uefa e giungono alla finale di FA Cup persa contro l’altra formazione del Merseyside, l’Everton. Nel 1987 decide di cambiare aria e accetta la sfida dell’Aston Villa, un club campione d’Europa solo nel 1982, appena retrocesso. Promozione al primo tentativo e di nuovo secondo posto alla sua terza stagione. Il miracolo questa volta viene notato in alto. La FA decide di rimpiazzare Bobby Robson, altro gentiluomo maltrattato dai media prima della resurrezione italiana firmata Platt e Gascoigne, proprio con Graham Taylor. All’epoca si vedevano e giudicavano i risultati. Non c’era questa attenzione morbosa alle tattiche, allo stile di gioco. Non c’erano tutti questi puristi del bel gioco, questi strateghi da divano, questi amanti del possesso palla, del pressing, dei passaggi corti, del Barcellona e di Guardiola. Per molti Taylor pagherà il non essere stato all’altezza, come se dal 1966 in poi ci fosse l’imbarazzo della scelta per eleggere il CT più valido. Gli si rinfaccia un gioco diretto, troppo semplice, con palle lunghe e basato su velocità e prestanza fisica, come se fossero doti inutili. Sarà sbeffeggiato e ridicolizzato per colpa del documentario che lui stesso, ingenuamente, aveva autorizzato. Sull’onda dell’ottimismo generato da Italia 90 i produttori di An impossible job (meglio conosciuto come Do I not like that) avevano avuto accesso completo alla squadra durante le qualificazioni al mondiali del 1994. Il tragico (sportivamente parlando) epilogo non era stato preso in considerazione. Ma anche nella partita più sfortunata di tutte, con un arbitraggio a sfavore ridicolo, Taylor riuscì a mantenere la dignità dell’uomo per bene, suscitando quasi tenerezza. La campagna denigratoria dei tabloid che seguì quella partita e quel girone di qualificazione fu talmente forte, cattiva, ingiusta, che in pochi avrebbero avuto la forza di riprendersi. E non solo Taylor continuò ad allenare, Wolves e di nuovo Villa e Watford di cui divenne anche presidente, ma anche ad offrire, come pundit, semplici perle di saggezza da uomo di campo e di panchina a chiunque lo volesse ascoltare. Giù il cappello.

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