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Notizie dall’estero

17 febbraio 2017 Lascia un commento

artQualche giorno fa un titolo della Rosa più amata d’Italia ha colpito la mia attenzione. Watford pazza di Mazzarri. È curioso vedere come fatti e notizie di queste parti vengano riportati in Italia. Di solito, soprattutto se si tratta di club meno famosi, si usano frasi ad effetto, senza preoccuparsi troppo della veridicitá di quanto scritto. È accaduto con lo stadio del Millwall, con i dissidi interni dell’FCUM, con la gestione del Leyton Orient, ora con il Watford e Mazzarri. Tanto chi controlla. Ci provo io.

Mi siedo con Matt, tifoso trentenne e abbonato degli Hornets, e lo interrogo.

“Pazzi di Mazzarri? Non proprio, diciamo che con le due vittorie contro Arsenal, del tutto inaspettata, e Burnley, ha guadagnato del tempo ma in molti giá avevano cominciato a mugugnare e lo avrebbero volentieri salutato. La giuria è ancora divisa. A volte sembra troppo rigido nelle sue scelte tecniche, non cambia mai l’approccio di una gara, mai. Da una parte lo ammiri, pensi sia convinto delle proprie ide e voglia giocarsela con tutti, dall’altra pensi che sia matto come nella partita di Liverpool dove abbiamo preso sei gol ma potevano essere molti di più. Era chiaro da subito che le cose non stavano funzionando ma ha continuato per la sua strada, senza cambiare o cercare di coprirsi. Poi va all’Emirates e indovina la gara perfetta, azzecca ogni mossa tattica.

Peró i dubbi che lo riguardano non sono tanto relativi alle sue capacitá tecniche, quanto umane. Il suo rifiuto di parlare inglese o di interagire con i tifosi in qualsiasi modo stona con la immagine di family club che abbiamo. Mai una parola, un saluto, un gesto. Di certo non fa nulla per restare simpatico.

Poi vero, non è stato fortunato con gli infortune e con i rincalzi. Ma anche il mercato lascia perplessi, arrivano decine di giocatori mai sentiti e ripartono, spesso mediocri. Un continuo via-vai, difficile anche per noi affezionarci ad un giocatore, Deeney e Gomes a parte che fanno anche moltissime cose nel sociale. Mi rendo contro che è il modello Pozzo ma la nostra academy era il fiore all’occhiello del club ed ora praticamente non esiste. Si preferisce comprare piuttosto che far crescere. E mi dispiace per l’Udinese che è diventato una specie di feeder club. Noi dovremmo fare lo stesso, mandare giovani a maturare in Serie A ma non lo facciamo.

Poi certo, lo stadio è finito, il nuovo megastore fa la sua figura, è indubbio che abbiano investito nel club ma ti ripeto, un po’ più di attenzione nei confronti dei tifosi non sarebbe male.”

Allo stesso tempo vale la pena notare come tutti gli amici primaverili di Claudio Ranieri siano svaniti in questi ultimi mesi invernali. Non è la prima volta che l’allenatore romano ha problemi nella seconda stagione in carica ma l’anno scorso nessuno ha guardato oltre e nessuno si è guardato indietro. Il Leicester vero è, probabilmente, quello del 2014/15 e del 2016/17. In mezzo un’annata talmente pazza che sará difficile da raccontare. Troppa ghiotta però l’occasione di scrivere articoli e libri sull’imperatore Claudio, organizzare gruppi sui social media, infilarsi nella festa dei tifosi delle Foxes, premiarlo in tutti i modi in ogni dove. Un tecnico preparato e un’ottima persona dimenticato e a volte quasi deriso per aver vinto poco nella sua carriera all’improvviso oggetto di una attenzione mediatica globale con tanto di viaggi di pseudo giornalisti a Testaccio alla ricerca di amici o vicini di casa pronti a recitare le solite banalitá. Tutto finito, le luci del palcoscenico si sono spente, le news parlano di crisi inspiegabile, di fronde, di rapporto spezzato con la squadra. Nessuno ora gli è vicino, meno che mai in Italia dove si preparano titoli gonfi di finto stupore dovesse il Leicester scendere in Championship. A prescindere dalla permanenza del City in Premier e dal suo contratto di quattro anni, forse Ranieri non supererá l’estate alla guida della squadra che ha condotto al trionfo. Per quel che mi riguarda non cambia nulla, continuerá ad essere un’ottima persona e un tecnico preparato, solamente con un titolo in più nel suo CV.

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Resistenza

29 gennaio 2017 2 commenti

js62348145I Russi, gli Arabi, gli Americani….i Cinesi. Non potevano mancare. Il calcio inglese va di moda, per tutte le ragioni più sbagliate. Orari cambiati per favorire le esigenze del mercato asiatico, colori sociali e nomi mutati per compiacere nuovi proprietari tanto arroganti quanto ignoranti, giocatori tesserati in base al loro valore sui social media in terre lontane piuttosto che al loro valore sul campo. La marea rossa si è già portata via WBA, Villa, parte del Man City, Birmingham City, Wolves. Sembrava inarrestabile fino a quando è arrivata sulle sponde del Tees.

Passo indietro. Prima giornata del campionato di Premier League 1996/97. Al Riverside, nuovo stadio del Middlesbrough FC, si affrontano la squadra di casa ed il Liverpool, il risultato finale è un avvincente 3-3. Nelle fila del Boro figurano nomi come quelli di Juninho e Fabrizio Ravanelli, professionisti che in epoca pre-Premier League non si sarebbero avvicinati in questa parte d’Inghilterra nemmeno in esilio forzato. Ma è un nuovo mondo. Le possibilità economiche sono cambiate, le rotte del calciomercato cominciano ad invertirsi. L’artefice della rinascita del Middlesbrough è un self-made millionaire, Steve Gibson.

Gibson era direttore del club a 26 anni e diventa presidente nel 1994 (a 36) ma è tifoso del Boro da sempre. Aveva salvato il club quando al vecchio Ayresome Park avevano già messo i lucchetti ai cancelli e stava per scomparire mentre languiva in Third Division. Nel 1995 il Boro invece lascia il vecchio, fatiscente, storico, impianto che occupava dal 1903 e si sposta nel nuovo Riverside, 30 mila posti a sedere. L’allenatore è Bryan Robson, l’ex Captain Marvel ha carisma e prestigio e il suo nome riesce ad attrarre attenzione e a chiudere contratti famosi. Il Boro comincia ad essere conosciuto in Europa e nel mondo. Negli  anni a seguire retrocede, si rialza,  arriva in finali di coppa, domestiche ed europee, quasi sempre perse, una vinta.

20 anni dopo Steve Gibson è sempre un self-made millionaire, ma per la Premier di oggi serve cambiare una vocale, la prima, serve essere un billionaire se si vuole lottare per il vertice, Leicester docet. Con la sua fortuna stimata intorno ai 165m, Gibson e il Boro non possono competere con sceicchi e fondi di investimento. Si fa quel che si può avendo a cuore i tifosi, la città e il futuro del club. Un legame che non si rompe, a prova di speculazioni e ciniche offerte. La settimana scorsa, Chien Lee, che già possiede il Nizza in Ligue 1 e ha provato in passato a compare l’Hull City, ha visto la sua offerta di 50m per il 50% del club rispedita al mittente. Gibson si è detto interessato a potenziali accordi commerciali ma non alla cessione della squadra che tifa da quando è bambino.

Con lui al timone probabilmente il Middlesbrough non potrà tesserare campioni o vincere trofei come accaduto in passato ma conserverà qualcosa di più importante. Dignità e identità. Due cose che i Cinesi ancora non hanno imparato a imitare.

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Allenatore e gentiluomo

14 gennaio 2017 Lascia un commento

3500C’è una cosa che forse è peggiore del dimenticare, il ricordare solo quello che fa comodo. La notizia della scomparsa di Graham Taylor ha generato due tipi di reazioni. Da una parte quella di coloro che non sono mai andati oltre la delusione della mancata qualificazione ai Mondiali del 1994. Dall’altra quella delle persone che hanno sempre pensato che Taylor fosse un gentiluomo ma che hanno aspettato la sua morte per ricordarlo al mondo del calcio inglese. Forse solo i tifosi del Watford si sono lasciati ad andare ad un tributo spontaneo di amore assoluto e stima incondizionata.

Graham Taylor è stato semplicemente un grande uomo di calcio, sarebbe ora di ricordarlo come tale. Figlio di un giornalista sportivo, cresce tifando Scunthorpe. Una breve e onesta carriera da giocatore di provincia  tra le fila di Grimsby e Lincoln prima che un infortunio gliela tagli corta. Nel 1972 siede sulla panchina degli Imps, a 28 anni. Nel 1976 vince il titolo dell’allora Fourth Division. Il successo gli vale un contratto con il Watford, all’epoca una proposta tutt’altro che irrinunciabile. Il club milita nella stessa divisione da cui ha appena tirato fuori il Lincoln ma è la curiosità e l’entusiasmo generati dal neo presidente del club a convincerlo. Sir Elton John nel 1976 infatti compra la società per cui ha sempre tifato e, seguendo il consiglio di un altro dimenticato del calcio, Don Revie, convince Taylor a rifiutare altre offerte e cominciare con lui l’avventura al Vicarage Road. Da un’intervista a Taylor al Guardian del 2006: “In 1976 I was manager of Lincoln City when Don Revie, the England coach, called saying he’d recommended me to a new chairman. I was thinking: ‘Blimey, which top club is this?’ When he told me it was Elton John at Watford my heart sank. They were in the bottom division. I thought: ‘Rock star in charge of a Fourth Division club. This is crazy!’ But Elton invited me to his house in Windsor and said he wanted to take the club into Europe. I said I didn’t think he’d see any change from a million pounds, which back then was a lot of money. He just said: ‘Right, we’ll give it a go.’ Six years later, when we got into Europe, he worked out that he’d spent £790,000.” In cinque anni the Hornets arrivano nella massima serie finendo secondi dietro al Liverpool di Bob Paisley nella stagione 1982-83. L’anno dopo giocano in Coppa Uefa e giungono alla finale di FA Cup persa contro l’altra formazione del Merseyside, l’Everton. Nel 1987 decide di cambiare aria e accetta la sfida dell’Aston Villa, un club campione d’Europa solo nel 1982, appena retrocesso. Promozione al primo tentativo e di nuovo secondo posto alla sua terza stagione. Il miracolo questa volta viene notato in alto. La FA decide di rimpiazzare Bobby Robson, altro gentiluomo maltrattato dai media prima della resurrezione italiana firmata Platt e Gascoigne, proprio con Graham Taylor. All’epoca si vedevano e giudicavano i risultati. Non c’era questa attenzione morbosa alle tattiche, allo stile di gioco. Non c’erano tutti questi puristi del bel gioco, questi strateghi da divano, questi amanti del possesso palla, del pressing, dei passaggi corti, del Barcellona e di Guardiola. Per molti Taylor pagherà il non essere stato all’altezza, come se dal 1966 in poi ci fosse l’imbarazzo della scelta per eleggere il CT più valido. Gli si rinfaccia un gioco diretto, troppo semplice, con palle lunghe e basato su velocità e prestanza fisica, come se fossero doti inutili. Sarà sbeffeggiato e ridicolizzato per colpa del documentario che lui stesso, ingenuamente, aveva autorizzato. Sull’onda dell’ottimismo generato da Italia 90 i produttori di An impossible job (meglio conosciuto come Do I not like that) avevano avuto accesso completo alla squadra durante le qualificazioni al mondiali del 1994. Il tragico (sportivamente parlando) epilogo non era stato preso in considerazione. Ma anche nella partita più sfortunata di tutte, con un arbitraggio a sfavore ridicolo, Taylor riuscì a mantenere la dignità dell’uomo per bene, suscitando quasi tenerezza. La campagna denigratoria dei tabloid che seguì quella partita e quel girone di qualificazione fu talmente forte, cattiva, ingiusta, che in pochi avrebbero avuto la forza di riprendersi. E non solo Taylor continuò ad allenare, Wolves e di nuovo Villa e Watford di cui divenne anche presidente, ma anche ad offrire, come pundit, semplici perle di saggezza da uomo di campo e di panchina a chiunque lo volesse ascoltare. Giù il cappello.

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United ma non troppo

30 novembre 2016 Lascia un commento

scarfPer Jose Mourinho l’Old Trafford è veramente il Teatro dei Sogni. Peggiori. Era dal 1990 che lo United non chiudeva quattro partite consecutive in casa senza vittorie e dopo 13 giornate il tecnico portoghese si ritrova con due punti in meno di David Moyes allo stesso punto della stagione. Che lo scozzese non fosse all’altezza del ManU post Ferguson è una possibilitá ma che sia stato trattato in modo fin troppo severo da media, tifosi e societá stessa è una certezza.

Con la classe del 92 ormai interessata più alle sorti del Salford City che del Manchester United, si è spenta definitivamente quella luce, quel faro, che per anni aveva guidato la squadra dall’interno. Non che il club non produca o recluti più giovani talenti ma di sicuro nessuno del livello di quel gruppo che per anni si è imposto sui campi di mezza Europa. Anche le campagne acquisti degli ultimi anni hanno lasciato molto a desiderare, pur tenendo conto della assenza quasi totale di giocatori di qualitá nel panorama domestico ed internazionale, e i motivi possono essere diversi: primo, la timidezza del nuovo tecnico, arrivato con il suo staff, grave errore di valutazione, e non pronto a fare delle scelte radicali. La societá dal canto suo non aveva interpretato per bene i segnali di Sir Alex, che aveva deciso di lasciare dopo aver spremuto le ultime gocce di sangue e sudore a un gruppo di persone che semplicemente non potevano farlo andare in pensione con il City campione in carica. Se Aguero non avesse segnato quel famoso gol contro il QPR forse Ferguson avrebbe lasciato prima e non avrebbe esaurito le ultime risorse di energia rimaste nel serbatoio della squadra. Secondo, l’arroganza di LVG, profeta del calcio totale sulla via del tramonto, un uomo chiamato genio per aver cambiato un portiere prima dei calci di rigore di una gara dei quarti di finale dei mondiali. Con lui la famiglia Glazer ha avuto l’approccio contrario rispetto a Moyes a cui era stato concesso l’acquisto di Fellaini e poco altro. Davanti a un mostro sacro come Van Gaal e all’ipotesi di fallire ancora, non sono stati lesinati fondi per portare all’OT una manciata di giocatori sopravvalutati, il cui unico criterio di scelta è stato il panico. Herrera (£29M), Shaw (30), Rojo (20), Blind (14), Di Maria (59.7!) più la conferma del prestito di Falcao (6). Al termine della prima stagione si sono aggiunti Depay, Darmian, Romero, Schneiderlin, Schweinsteiger e Martial: risultato? Eliminati in Champions nella fase a gironi e quinto posto. La FA Cup, portata a sua difesa dal tecnico olandese, purtroppo per lui, non è un trofeo riconosciuto dai padroni americani e di conseguenza non è bastata a salvargli il posto di lavoro.

Arrivati quindi all’estate 2016, le condizioni erano perfette per l’arrivo di un salvatore, di un tecnico dal tocco magico, vincente, di uno tra i più intelligenti, esperti, preparati e pieni di sé della storia del calcio. Era il lavoro perfetto, un’occasione di carriera più unica che rara. Rivitalizzare un  grande club, uno dei più grandi al mondo, con una rosa comunque decente,  con fondi a disposizione, dopo tre anni di delusioni (che da quelle parti sono come 30 anni per altri comuni mortali).

Mourinho arrivava con il suo orgoglio ferito. Il secondo esonero targato Abramovich bruciava, le polemiche con la squadra, lo staff, i media lo avevano indispettito. Anche al Real Madrid, nonostante i suoi tentativi di mascherare la sua esperienza da successo, in molti gli rimproveravano l’aver costruito una situazione di tensione perenne non gradevole, un ambiente avvelenato e soprattutto di non aver vinto la Champions, cosa riuscita piuttosto agevolmente poi ai suoi due successori. Il suo essere aggressivo, il suo cercare il confronto e le polemiche con tutti, il suo creare questo clima di “noi contro tutti” aveva funzionato poco e stancato molto anche perché i suoi continui attacchi contro federazioni, leghe e loro relativi presunti complotti, arrivavano mentre alla guida di club di primissima fascia.

Eppure, nonostante, le condizioni ideali per imporre la sua personalitá e il suo stile, Mourinho ha finora confermato alcuni segnali che giá si erano colti e che in molti associano al principio di un possibile declino. La forza che tutti hanno sempre riconosciuto al tecnico portoghese è la capacitá di creare uno spirito di squadra incredibile. Porto, Chelsea parte 1, Inter: il giorno del suo addio si sono visti giocatori grandi e grossi in lacrime, persi. Una figura quasi paterna che aveva fatto da scudo, da parafulmine, contro tutto e tutti aveva deciso di andare via. Ogni polemica o critica diretta alla squadra si era infranta contro la diga che Josè aveva creato tra i suoi ragazzi ed il mondo interno.

Ma al Bernabeu non è stato così, c’ è chi parla di tappi di champagne che sono saltati dopo la sua ultima partita (non è un segreto che con alcuni giocatori, anche portoghesi, non andasse troppo d’accordo) , come non lo è stato nella sua seconda esperienza a Stamford Bridge, dove, in una rosa orfana della vecchia guardia, Terry a parte, si erano create delle barriere talmente grandi che alla fine il suo addio è stato inevitabile. Che la squadra non giocasse più per il suo allenatore è stato uno shock, soprattutto considerando chi fosse l’allenatore. Ma l’approccio con lo United adesso sembra essere lo stesso. Mourinho ha smesso di essere scudo, ha smesso di difendere a spada tratta tutti i suoi giocatori. Se ora pensa che un giocatore ha sbagliato lo dice e non nello spogliatoio ma durante le interviste del dopopartita. Sembra quasi che voglia proteggere il proprio prestigio e il proprio CV. Finiti i tempi in cui era il solo responsabile, nel bene e nel male. Forse sono i giocatori che non lo meritano più, una nuova generazione di ingrati, egoisti, accattoni di facili consensi sui vari social media.

Si mormora che non sia più quello di una volta ma, forse, è semplicemente cambiato. Più maturo, più saggio, più cinico. Meno special, più selfish.

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Promesse mantenute

1 novembre 2016 Lascia un commento

austinUno dei migliori attaccanti della Premier League solo pochi anni fa lavorava in cantiere, finiva il turno e correva ad allenarsi o a disputare partite nelle serie dilettantistiche inglesi. Non sognava una carriera da calciatore, pur sapendo di essere decente, visto il numero di gol che segnava, ma il lavoro con l’impresa del padre, uno stipendio sicuro, il venerdì sera al pub e il sabato passato bucando le reti avversarie in campetti di periferia era un bel vivere. Una prima delusione, non confermato dopo un provino da un club di Championship, e una seconda, tesseramento da parte di un club ora di Premier non valido perché avvenuto durante un embargo imposto a questo per irregolarità finanziarie,  aveva frantumato ogni speranza o aspirazione residua. No, non si tratta di James Vardy, la sua storia ormai anche troppo nota a tutti grazie alla eccezionale stagione del Leicester, bensì di Charlie Austin, attualmente in forza al Southampton.

Il debutto nel professionismo per Austin arriva tardi, a 22 anni, con lo Swindon Town dopo che il suo talento in mostra al Poole Town (64 reti in 57 partite) era stato notato per caso da un osservatore di Danny Wilson, all’epoca manager dei Robins. L’approdo nel calcio che conta non sembra cambiare le sue abitudini in area di rigore, 20 gol in 38 presenze. Nella finale dei play off contro il Millwall in molti gli rimproverano di non aver sfruttato la migliore palla gol della sua squadra nei 90 minuti e al triplice fischio sono i londinesi a salire di categoria. Charlie non si perde d’animo ed inizia la stagione successiva come aveva finito la precedente (17 in 27 nonostante un infortunio). In molti lo cominciano a notare, pare fatta per il suo passaggio all’Hull City ma Austin non passa le visite mediche e alla fine è il Burnley che si aggiudica i suoi servizi. In Championship realizza 41 reti in 69 presenze per i Clarets che gli fruttano il passaggio al QPR. Nella capitale il nuovo proprietario Tony Fernandes vuole tornare nel calcio che conta e si affida a Harry Redknapp che avrà anche tanti difetti ma sa giudicare se uno è capace o meno di buttarla dentro.  L’ex attaccante dello Swindon realizza 19 reti (play off compresi) e il QPR approda in Premier passando per Wembley.

Finalmente la massima serie. Austin ci arriva a 25 anni. Purtroppo, nonostante la sua media di un gol ogni due partite, i Rangers finiscono la stagione ultimi in classifica. 18 dei 42 gol realizzati da tutta la squadra portano la sua firma. È chiaro che il ritorno nella serie cadetta per lui non può durare e infatti per miseri quattro milioni passa al Southampton nel gennaio di quest’anno (dopo comunque aver realizzato altre 10 marcature con il club del Loftus Road nella prima parte del campionato scorso). In nazionale vanta solo una convocazione e viene da pensare che cosa facciano nei weekend i vari selezionatori della nazionale inglese che si sono succeduti negli ultimi anni.

Austin ha sempre segnato, ad ogni livello, compreso il più alto nonostante militasse con una squadra, per usare un eufemismo, non di prima fascia. Il suo senso del gol, il suo anticipare il difensore avversario di quella frazione di secondo decisiva, è una qualità rara ma tremendamente efficace. Dopo un avvio difficile con i Saints sembra che il nuovo allenatore Claude Puel lo stia scoprendo e gli stia dando più fiducia, per altro ripagata a suon di gol (sette in tutte le competizioni). È un altro giocatore arrivato al vertice grazie alla sua passione e all’entusiasmo di giocare al calcio. Una storia fatta di sacrifici, gavetta, lunghe giornate e sveglie all’alba. Sarebbe bello che qualcuno se ne ricordasse senza aspettare che il Southampton vinca qualcosa di importante.

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Business as usual

29 agosto 2016 Lascia un commento

258B5BAE00000578-2949131-Graphic_charts_the_significant_rise_of_domestic_Premier_League_T-a-56_1423662009120È caduto un altro bastione. Il WBA da un paio di mesi non appartiene più a Jeremy Peace, born and bred in West Bromwich, ma all’ennesimo cinese desideroso di investire qualche miliardo di yuan. Sembra che in estremo Oriente ormai vadano di moda le Midlands visto che, anche per i loro standard, Londra è troppo cara. Perchè svenarsi per un Crystal Palace o un West Ham, se mai fossero disponibili, se a neanche un paio d’ore fuori la M40 i club sono in svendita? L’Albion segue infatti Aston Villa, Birmingham e Wolves (senza contare il 13% del Man City di proprietà del governo di Pechino) già finiti in mano ad investitori cinesi (o di Hong Kong nel caso del Birmingham) a cui si potrebbe aggiungere presto anche l’Hull City. Alla luce di queste ultime notizie credo abbia sempre meno senso chiedersi il perchè gli orari delle partite vengano cambiati per accontentare il mercato asiatico. Se questo ha deciso di pompare denaro nel sistema, qualche orario sballato è il minimo che si può aspettare in contropartita. Già perchè ai cinesi vanno aggiunti i club thailandesi come Reading, Sheffield Wednesday, Leicester, indiani, Blackburn, malesi, QPR e Cardiff, sauditi, Sheffield United, giordani, Bristol Rovers, kuwaitiani, Forest, emirati arabi, Man City. Senza contare partecipazioni significative come quella di maggioranza di Farhad Moshiri (Iran) nell’Everton, e quella del fondo GFH (Bahrain) nel Leeds di Cellino. I Russi sono ormai un ricordo visto che gli unici a rimanere coinvolti nel calcio d’oltremanica sono Abramovich a Stamford Bridge e, senza comparire, Maxi Denim al Bournemouth (più un terzo dell’Arsenal in mano a Usmanov). Di più gli italiani allora con Cellino appunto, al Leeds, Pozzo al Watford e Becchetti, per qualche misteriosa ragione, al Leyton Orient. Ma l’altro mercato di massimo interesse per la Premier League sono gli Stati Uniti e anche qui la lista dei club dove è stata piantata la bandiera a stelle e strisce racchiude nomi importanti come Arsenal, Liverpool, Manchester United, Sunderland, Swansea, Fulham, Millwall. Non c’è da stupirsi che la NBC si sia assicurata i diritti fino alla stagione 2021-22. Come Londra è spesso considerata la capitale del mondo più che la capitale inglese, così la EPL è ormai vista come il campionato cosmopolita per eccellenza, un prodotto da esportazione, uno show da godere ovunque, in poltrona o nei bar, nel quale quasi tutti i nomi più conosciuti, e sopravvalutati, del mondo del calcio hanno deciso di trascorrere almeno parte della propria carriera.

Il presente contratto per i diritti domestici è salito di circa il 70% rispetto a quello precedente, arrivando a £5.13bn per tre anni, una cifra che di fatto rende anche l’ultima classificata nel campionato inglese più ricca, e di conseguenza più appetibile, di ogni formazione della Serie A italiana, per esempio. L’incremento registrato non è stato frutto di un gioco al rialzo tra varie emittenti concorrenti ma una decisione commerciale ben precisa da parte dei broadcaster ufficiali (Sky soprattutto) che continuano a finanziare i 20 top club inglesi in modo da garantire loro le possibilità economiche per tesserare i migliori calciatori in circolazione. Solo avendo i nomi più famosi si riescono poi a vendere a caro prezzo i diritti in tutto il mondo. È un business e al momento sembra che l’interesse non si fermi alla Premier ma, come visto, invada anche le categorie inferiori, basta che ci sia di mezzo un club dal nome famoso, un quartiere di Londra o una piazza potenzialmente importante. Tutti con il sogno un giorno di approdare nell’eldorado calcistico, di avere un brand da esportare e dei nuovi clienti da conquistare.

keep-calm-it-s-business-as-usual-2Il prezzo da pagare è l’annacquamento della passione. Nel momento in cui il calcio inglese viene de-inglesizzato, ci troviamo di fronte a competizioni che rischiano di apparire come tante altre, solo vendute a prezzo più alto e in tutto il mondo grazie a un marketing migliore. Chi sa e ricorda che il calcio da queste parti non è nato con la Premier League ma che prima esisteva una First Division, sa benissmo che questo è un processo di non ritorno. Vivere una partita con un’atmosfera vera, sentita, è ormai l’eccezione. Chi paga il biglietto è ormai discriminato perchè il tifoso di riferimento è quello che vede la partita in TV e la cornice di pubblico dal vivo è sempre più simile alla platea di uno studio televisivo a cui si dice quando sorridere, quando cantare e quando applaudire.

Un giorno però chi siederà davanti al televisore si renderà conto che il “prodotto” acquistato non sarà quello pubblicizzato. Perchè tutte le immagini del pubblico e dei tifosi, delle sciarpate, delle coreografie, tutti i loro cori e le loro canzoni saranno tutte immagini di repertorio. Il calcio sarà stato svuotato di tutto questo e senza anima resterà per davvero uno sport praticato da 22 ridicole persone in calzoncini corti.

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Ricordi di stagione

14 giugno 2016 Lascia un commento

2820Premier League

Si è detto molto, anche troppo, del miracolo Leicester ma ciò non toglie che di miracolo si è trattato. La solita attenzione morbosa e a scoppio ritardato nei confronti di Ranieri & C. ha in qualche modo offuscato l’immagine di simpatia che i protagonisti di questa incredibile impresa si erano guadagnati ma, alla fine, non è neanche colpa loro. Il Leicester è stata la squadra di tutti, in Inghilterra e nel mondo, tanto sembrava impossibile che potesse riuscire a portare a termine quanto all’inizio molti avevano definito il solito fuoco di paglia. Anche chi scrive aveva pronosticato per le Foxes una mezza classifica verso Natale e una lotta per non retrocedere in aprile. Questo prova ancora una volta che “I know f..k all about football…”.

La seconda, piacevole, sorpresa è stata il Tottenham. In un anno normale si sarebbe parlato molto del loro gioco, del loro potenziale, del loro tecnico ma purtroppo il Leicester ha di fatto, e di diritto, attirato tutta l’attenzione degli addetti ai lavori. Ancora una volta passati inosservati e in classifica dall’Arsenal, all’ultima giornata. Per i Gunners però si tratta della sola, magra, consolazione targata 2015/16. Un’altra uscita prematura da tutte le coppe, un’altra campagna a chiedersi se sia o non sia ora per Wenger di farsi da parte. E veniamo alle due squadre di Manchester. Delusione a tutto tondo. Se lo United era ancora un cantiere in costruzione, il City avrebbe dovuto solo confermare la propria forza. Van Gaal ha speso troppo per poco (talento) e alla fine ha pagato anche per un gioco noioso, nonostante la vittoria in FA Cup, mentre Pellegrini, minata o no la sua autorità dall’annuncio dell’arrivo di Guardiola, non ha saputo inspirare una squadra zeppa di professionisti iper-pagati ma non troppo interessati (le semifinali di Champions contro il Madrid sono state inguardabili). Per il resto sarà curioso seguire le sorti del Liverpool di Klopp il prossimo anno, come anche del Villa, senza Lerner, di Di Matteo (anche lui alle prese con gente interessata solo a ritirare lo stipendio) e del Newcastle di Benitez, questi due ultimi grandi club in Championship. Strana l’accoppiata dello spagnolo con Mike Ashley, a parte la somiglianza di profilo. Il Sunderland si è salvato ancora all’ultimo respiro grazie ad un tecnico senza fronzoli ma che piú o meno arriva sempre all’obiettivo prefissatosi (e a Defoe). Ottima l’ultima stagione ad Upton Park del West Ham.

Championship

Poche le sorprese nella parte alta. Salgono Burnley, Boro e Hull. Lo Sheffield Wednesday a sorpresa arriva fino a Wembley, il Leeds di Cellino è una barzelletta, il Fulham post Al Fayed in caduta libera ma mai come il Charlton dove il proprietario belga Roland Duchatelet è riuscito nell’impresa di far incazzare oltre la ragione una delle tifoserie piú tranquille di Londra, e a far retrocedere la squadra con la sua politica di gestione congiunta (possiede cinque club calcistici in tutto). Ciliegina sulla torta, la retrocessione del Franchise FC, un club che, semplicemente, non dovrebbe esistere.

League One

Risale il Wigan, ormai guidato, come club non come squadra, da David Sharpe, nipote 25enne di Dave Whelan. Segue il Burton di Nigel Clough, tornato all’ovile dopo la partenza di Jimmy Floyd Hasselbaink per il QPR. Non ce la fa il Millwall, caduto in finale play off dopo una stagione sopra le righe agli ordini della leggenda locale Neil Harris. Tra le retrocesse spicca il nome del Blackpool, ormai in caduta libera e in rottura totale con i propri tifosi.

League Two

Quella che mi dà piú soddisfazioni. Sale il Wimbledon e tutti prendono nota. Ma dell’esistenza del Wimbledon AFC bisognerebbe prendere nota anche quando non sale, per il semplice fatto che sia lì a lottare, a giocare, a formare ragazzi, a dare l’esempio. Perchè se è vero che la favola per continuare a esistere ha bisogno di successo, è anche vero che la parte piú bella è già passata. La reazione dei tifosi allo scippo della loro identità, la creazione del club, gli anni nei campetti di periferia. Questi sono stati e saranno per sempre ricordi indelebili, l’arrivo a Wembley per la seconda volta (anche l’approdo in League Two fu sancito sotto l’arco) è solo un altro bel capitolo di una storia sensazionale.

Altra bellissima storia sarebbe stata quella dell’Accrington Stanley se avesse segnato un gol in piú, se avesse vinto contro lo Stevenage all’ultima giornata. Purtroppo, per così dire visto che ha perso contro il Wimbledon, è caduto nelle semifinali dei play off. Sarebbe stato un altro miracolo per il club di una cittadina di 50mila abitanti, circondato da grandi squadre, con un numero medio di spettatori in casa che non arriva alle duemila unità. Queste sono le storie di cui si dovrebbe parlare.

Da notare la media spettatori a Fratton Park, 16.400, il doppio della seconda in graduatoria, il Plymouth che comunque a Wembley, per la finale play off, ne ha portati 35mila. Il Portsmouth, altro club in mano ai tifosi, come Wycombe e Exeter, ha terminato la stagione con un egregio quinto posto e cercherà la promozione l’anno prossimo. Miracoloso il rendimento del Northampton, alle prese con mille problemi societari dopo la scomparsa dei fondi pubblici per i lavori di ristrutturazione dello stadio.

Non-league

Dalla National Conference salgono Cheltenham, con 101 punti, e Grimsby, attraverso i play off. Il Forest Green Rovers continua a far notizia piú per il menu vegano che per i risultati in campo. Scende, tra le altre, l’Halifax che si consola con l’FA Trophy mentre vanno registrati, tristemente, i primi dissapori all’interno dell’FC United, finora esempio massimo di ribellione al calcio moderno.

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