Giocare con il sorriso

L’ultima giornata di Premier League 2016/17 ha coinciso anche con il Non League Finals Day, la giornata in cui si giocano le finali di FA Vase e FA Trophy a Wembley, una alle 12.15 e una alle 16.15. Da questa giornata prendo due storie, due profili per chiudere la stagione.

La prima è quella di Julio Arca. Arrivato dall’Argentinos Juniors 19nne non tardò molto a diventare un beniamino dei tifosi del Sunderland segnando nella gara del suo debutto contro il West Ham. A lui è dedicato il coro Julio sulle note di Gold degli Spandau Ballet. Con i Black Cats rimase fino al 2006 quando, in seguito ad una della tante retrocessioni, passò al Middlesbrough. In Teesside rimase fino al 2013 quando decise di ritirarsi, al termine del suo contratto, causa un infortunio al piede che da anni lo martoriava e che non poteva più tenere sotto controllo grazie ai sedativi.

The end.

Niente affatto. Julio decide di non tornare in Argentina, alla fine il North East è ormai casa per lui e la sua famiglia. Non gioca ma il calcio gli manca. Sente che il piede fa meno male. Un giorno un amico gli chiede se vuole tirare due calci al pallone con la squadra del suo pub, il Willow Pond FC. Julio dice di sì, ama troppo questo sport, l’essere parte di una squadra, la palla, il pub dopo la partita, forse un po’ meno, a questo livello, gli spogliatoi, i campi e i tackle in cerca di facile fama. “I started playing for a Sunday League team, a pub in Sunderland, just for fun. I’ve lived here for a long time and it was a friend’s team. I didn’t think it was a big deal, but people were surprised. Why? I don’t know. If they were like me they would want to play on too. It was never about money for me, not even as a kid in Argentina, it was love. I have been so lucky to do something I love and I always said, I would have played for nothing.”

Non tarda molto che le sue prestazioni attirano l’attenzione di Graham Fenton, allenatore del South Shields, una società dilettantistica con piani ambiziosi. Julio non ci pensa su neanche un minuto, si butta in questa nuova avventura e nella sua prima stagione i Mariners vincono  la Northern League Division Two mentre nel 2016-17 arrivano Northern League, Durham Challenge Cup e Northern League Challenge Cup. Non solo. Il South Shields si qualifica per la finale dell’FA Vase a Wembley .Da un’intervista al Telegraph:  “When I came to England, it was the dream, to play at Wembley. Everyone in Argentina knows about Wembley and, yes, we do call it the home of football. I might have had a chance with Sunderland or Middlesbrough, I thought, one day, that I would get to a final or semi-final. But it never happened and I suppose it is one of those things, dreams do not always come true, but South Shields have made it come true. It will be very special. I will think of the boy who dreamed of this happening. Maybe I will have to pinch myself, it is an experience I cannot wait for. Now we have to win it.”

And they did win it, anche bene, un 4-0 che non ammette repliche davanti a 12mila fedelissimi scesi a Londra per l’occasione di una vita. Nel programma c’erano delle interviste a dei volontari dei quattro club impegnati nelle due finali. Alla domanda su chi fosse il loro giocatore preferito quello del South Shields ha risposto: “It has to be Julio. A lot of players drop down the leagues and it’s like they are just here for a game of football. Julio is completely different, he has inspired a lot of the guys in the dressing room and he has put 500 on the gate overnight too.”

Il contratto per l’anno prossimo dovrebbe essere assicurato, che la favola continui.

Il secondo giocatore su cui volevo soffermarmi è Peter Crouch. Per molti un lungagnone buono solo per prenderla di testa quando si è alla disperata ricerca di un gol e si buttano le palle in avanti alla cieca. Eppure è solo il 26mo giocatore ad aver superato quota 100 in Premier League (ed il primo a farne 50 di testa) e con la nazionale i centri sono 22 in 42 partite. Crouchy non si è mai preso troppo sul serio, nonostante la carriera, i successi e la moglie che in molti gli invidiano. Io stesso quando lo vidi per la prima volta dal vivo, credo con il QPR, non pensai che potesse avere un gran futuro. E invece a 37 anni non pensa proprio ad appendere gli scarpini al chiodo (dal Mirror on line): “I know I can still play in the Premier League for a number of years. The first thing to go as a player is pace, but it is fair to say I never had a great deal of that so my game has never revolved around it. I have other attributes and I don’t think those other attributes are waning any time soon. I am not going to lose what I bring to the table. I know I can play at this level for a number of years. The thought of not doing it every day does worry me, to be honest. It is that fear that has made me so hungry this season. When you become older you appreciate it more, you appreciate just how good what we do for a living is.”

Anche i tifosi dell’Inghilterra dovettero cambiare atteggiamento. Dai fischi iniziali passarono a considerarlo uno di loro, complice la Robot Dance che fece il giro del mondo dopo uno dei suoi gol con i tre leoni sul petto. In tutti i club dov’è stato (una decina in tutto) non credo ci sia nessuno che ne parli male o che non si sia ricreduto sulla sua abilità, soprattutto con i piedi. Nell’ultima partita del campionato appena concluso, dove ha segnato l’unico gol dei 90 minuti, ha mantenuto la promessa fatta ad un tifoso dello Stoke che voleva la sua maglia. Il patto era che lo sventurato dovesse presentarsi vestito in costume (slip) e maschera da sub al St Mary.Promessa mantenuta. A fine partita Crouchy lo è andato a cercare sugli spalti e i due si sono fatti una sana risata insieme. Speriamo ce ne siano ancora molte altre.

Notizie dall’estero

artQualche giorno fa un titolo della Rosa più amata d’Italia ha colpito la mia attenzione. Watford pazza di Mazzarri. È curioso vedere come fatti e notizie di queste parti vengano riportati in Italia. Di solito, soprattutto se si tratta di club meno famosi, si usano frasi ad effetto, senza preoccuparsi troppo della veridicitá di quanto scritto. È accaduto con lo stadio del Millwall, con i dissidi interni dell’FCUM, con la gestione del Leyton Orient, ora con il Watford e Mazzarri. Tanto chi controlla. Ci provo io.

Mi siedo con Matt, tifoso trentenne e abbonato degli Hornets, e lo interrogo.

“Pazzi di Mazzarri? Non proprio, diciamo che con le due vittorie contro Arsenal, del tutto inaspettata, e Burnley, ha guadagnato del tempo ma in molti giá avevano cominciato a mugugnare e lo avrebbero volentieri salutato. La giuria è ancora divisa. A volte sembra troppo rigido nelle sue scelte tecniche, non cambia mai l’approccio di una gara, mai. Da una parte lo ammiri, pensi sia convinto delle proprie ide e voglia giocarsela con tutti, dall’altra pensi che sia matto come nella partita di Liverpool dove abbiamo preso sei gol ma potevano essere molti di più. Era chiaro da subito che le cose non stavano funzionando ma ha continuato per la sua strada, senza cambiare o cercare di coprirsi. Poi va all’Emirates e indovina la gara perfetta, azzecca ogni mossa tattica.

Peró i dubbi che lo riguardano non sono tanto relativi alle sue capacitá tecniche, quanto umane. Il suo rifiuto di parlare inglese o di interagire con i tifosi in qualsiasi modo stona con la immagine di family club che abbiamo. Mai una parola, un saluto, un gesto. Di certo non fa nulla per restare simpatico.

Poi vero, non è stato fortunato con gli infortune e con i rincalzi. Ma anche il mercato lascia perplessi, arrivano decine di giocatori mai sentiti e ripartono, spesso mediocri. Un continuo via-vai, difficile anche per noi affezionarci ad un giocatore, Deeney e Gomes a parte che fanno anche moltissime cose nel sociale. Mi rendo contro che è il modello Pozzo ma la nostra academy era il fiore all’occhiello del club ed ora praticamente non esiste. Si preferisce comprare piuttosto che far crescere. E mi dispiace per l’Udinese che è diventato una specie di feeder club. Noi dovremmo fare lo stesso, mandare giovani a maturare in Serie A ma non lo facciamo.

Poi certo, lo stadio è finito, il nuovo megastore fa la sua figura, è indubbio che abbiano investito nel club ma ti ripeto, un po’ più di attenzione nei confronti dei tifosi non sarebbe male.”

Allo stesso tempo vale la pena notare come tutti gli amici primaverili di Claudio Ranieri siano svaniti in questi ultimi mesi invernali. Non è la prima volta che l’allenatore romano ha problemi nella seconda stagione in carica ma l’anno scorso nessuno ha guardato oltre e nessuno si è guardato indietro. Il Leicester vero è, probabilmente, quello del 2014/15 e del 2016/17. In mezzo un’annata talmente pazza che sará difficile da raccontare. Troppa ghiotta però l’occasione di scrivere articoli e libri sull’imperatore Claudio, organizzare gruppi sui social media, infilarsi nella festa dei tifosi delle Foxes, premiarlo in tutti i modi in ogni dove. Un tecnico preparato e un’ottima persona dimenticato e a volte quasi deriso per aver vinto poco nella sua carriera all’improvviso oggetto di una attenzione mediatica globale con tanto di viaggi di pseudo giornalisti a Testaccio alla ricerca di amici o vicini di casa pronti a recitare le solite banalitá. Tutto finito, le luci del palcoscenico si sono spente, le news parlano di crisi inspiegabile, di fronde, di rapporto spezzato con la squadra. Nessuno ora gli è vicino, meno che mai in Italia dove si preparano titoli gonfi di finto stupore dovesse il Leicester scendere in Championship. A prescindere dalla permanenza del City in Premier e dal suo contratto di quattro anni, forse Ranieri non supererá l’estate alla guida della squadra che ha condotto al trionfo. Per quel che mi riguarda non cambia nulla, continuerá ad essere un’ottima persona e un tecnico preparato, solamente con un titolo in più nel suo CV.

Resistenza

js62348145I Russi, gli Arabi, gli Americani….i Cinesi. Non potevano mancare. Il calcio inglese va di moda, per tutte le ragioni più sbagliate. Orari cambiati per favorire le esigenze del mercato asiatico, colori sociali e nomi mutati per compiacere nuovi proprietari tanto arroganti quanto ignoranti, giocatori tesserati in base al loro valore sui social media in terre lontane piuttosto che al loro valore sul campo. La marea rossa si è già portata via WBA, Villa, parte del Man City, Birmingham City, Wolves. Sembrava inarrestabile fino a quando è arrivata sulle sponde del Tees.

Passo indietro. Prima giornata del campionato di Premier League 1996/97. Al Riverside, nuovo stadio del Middlesbrough FC, si affrontano la squadra di casa ed il Liverpool, il risultato finale è un avvincente 3-3. Nelle fila del Boro figurano nomi come quelli di Juninho e Fabrizio Ravanelli, professionisti che in epoca pre-Premier League non si sarebbero avvicinati in questa parte d’Inghilterra nemmeno in esilio forzato. Ma è un nuovo mondo. Le possibilità economiche sono cambiate, le rotte del calciomercato cominciano ad invertirsi. L’artefice della rinascita del Middlesbrough è un self-made millionaire, Steve Gibson.

Gibson era direttore del club a 26 anni e diventa presidente nel 1994 (a 36) ma è tifoso del Boro da sempre. Aveva salvato il club quando al vecchio Ayresome Park avevano già messo i lucchetti ai cancelli e stava per scomparire mentre languiva in Third Division. Nel 1995 il Boro invece lascia il vecchio, fatiscente, storico, impianto che occupava dal 1903 e si sposta nel nuovo Riverside, 30 mila posti a sedere. L’allenatore è Bryan Robson, l’ex Captain Marvel ha carisma e prestigio e il suo nome riesce ad attrarre attenzione e a chiudere contratti famosi. Il Boro comincia ad essere conosciuto in Europa e nel mondo. Negli  anni a seguire retrocede, si rialza,  arriva in finali di coppa, domestiche ed europee, quasi sempre perse, una vinta.

20 anni dopo Steve Gibson è sempre un self-made millionaire, ma per la Premier di oggi serve cambiare una vocale, la prima, serve essere un billionaire se si vuole lottare per il vertice, Leicester docet. Con la sua fortuna stimata intorno ai 165m, Gibson e il Boro non possono competere con sceicchi e fondi di investimento. Si fa quel che si può avendo a cuore i tifosi, la città e il futuro del club. Un legame che non si rompe, a prova di speculazioni e ciniche offerte. La settimana scorsa, Chien Lee, che già possiede il Nizza in Ligue 1 e ha provato in passato a compare l’Hull City, ha visto la sua offerta di 50m per il 50% del club rispedita al mittente. Gibson si è detto interessato a potenziali accordi commerciali ma non alla cessione della squadra che tifa da quando è bambino.

Con lui al timone probabilmente il Middlesbrough non potrà tesserare campioni o vincere trofei come accaduto in passato ma conserverà qualcosa di più importante. Dignità e identità. Due cose che i Cinesi ancora non hanno imparato a imitare.

Allenatore e gentiluomo

3500C’è una cosa che forse è peggiore del dimenticare, il ricordare solo quello che fa comodo. La notizia della scomparsa di Graham Taylor ha generato due tipi di reazioni. Da una parte quella di coloro che non sono mai andati oltre la delusione della mancata qualificazione ai Mondiali del 1994. Dall’altra quella delle persone che hanno sempre pensato che Taylor fosse un gentiluomo ma che hanno aspettato la sua morte per ricordarlo al mondo del calcio inglese. Forse solo i tifosi del Watford si sono lasciati ad andare ad un tributo spontaneo di amore assoluto e stima incondizionata.

Graham Taylor è stato semplicemente un grande uomo di calcio, sarebbe ora di ricordarlo come tale. Figlio di un giornalista sportivo, cresce tifando Scunthorpe. Una breve e onesta carriera da giocatore di provincia  tra le fila di Grimsby e Lincoln prima che un infortunio gliela tagli corta. Nel 1972 siede sulla panchina degli Imps, a 28 anni. Nel 1976 vince il titolo dell’allora Fourth Division. Il successo gli vale un contratto con il Watford, all’epoca una proposta tutt’altro che irrinunciabile. Il club milita nella stessa divisione da cui ha appena tirato fuori il Lincoln ma è la curiosità e l’entusiasmo generati dal neo presidente del club a convincerlo. Sir Elton John nel 1976 infatti compra la società per cui ha sempre tifato e, seguendo il consiglio di un altro dimenticato del calcio, Don Revie, convince Taylor a rifiutare altre offerte e cominciare con lui l’avventura al Vicarage Road. Da un’intervista a Taylor al Guardian del 2006: “In 1976 I was manager of Lincoln City when Don Revie, the England coach, called saying he’d recommended me to a new chairman. I was thinking: ‘Blimey, which top club is this?’ When he told me it was Elton John at Watford my heart sank. They were in the bottom division. I thought: ‘Rock star in charge of a Fourth Division club. This is crazy!’ But Elton invited me to his house in Windsor and said he wanted to take the club into Europe. I said I didn’t think he’d see any change from a million pounds, which back then was a lot of money. He just said: ‘Right, we’ll give it a go.’ Six years later, when we got into Europe, he worked out that he’d spent £790,000.” In cinque anni the Hornets arrivano nella massima serie finendo secondi dietro al Liverpool di Bob Paisley nella stagione 1982-83. L’anno dopo giocano in Coppa Uefa e giungono alla finale di FA Cup persa contro l’altra formazione del Merseyside, l’Everton. Nel 1987 decide di cambiare aria e accetta la sfida dell’Aston Villa, un club campione d’Europa solo nel 1982, appena retrocesso. Promozione al primo tentativo e di nuovo secondo posto alla sua terza stagione. Il miracolo questa volta viene notato in alto. La FA decide di rimpiazzare Bobby Robson, altro gentiluomo maltrattato dai media prima della resurrezione italiana firmata Platt e Gascoigne, proprio con Graham Taylor. All’epoca si vedevano e giudicavano i risultati. Non c’era questa attenzione morbosa alle tattiche, allo stile di gioco. Non c’erano tutti questi puristi del bel gioco, questi strateghi da divano, questi amanti del possesso palla, del pressing, dei passaggi corti, del Barcellona e di Guardiola. Per molti Taylor pagherà il non essere stato all’altezza, come se dal 1966 in poi ci fosse l’imbarazzo della scelta per eleggere il CT più valido. Gli si rinfaccia un gioco diretto, troppo semplice, con palle lunghe e basato su velocità e prestanza fisica, come se fossero doti inutili. Sarà sbeffeggiato e ridicolizzato per colpa del documentario che lui stesso, ingenuamente, aveva autorizzato. Sull’onda dell’ottimismo generato da Italia 90 i produttori di An impossible job (meglio conosciuto come Do I not like that) avevano avuto accesso completo alla squadra durante le qualificazioni al mondiali del 1994. Il tragico (sportivamente parlando) epilogo non era stato preso in considerazione. Ma anche nella partita più sfortunata di tutte, con un arbitraggio a sfavore ridicolo, Taylor riuscì a mantenere la dignità dell’uomo per bene, suscitando quasi tenerezza. La campagna denigratoria dei tabloid che seguì quella partita e quel girone di qualificazione fu talmente forte, cattiva, ingiusta, che in pochi avrebbero avuto la forza di riprendersi. E non solo Taylor continuò ad allenare, Wolves e di nuovo Villa e Watford di cui divenne anche presidente, ma anche ad offrire, come pundit, semplici perle di saggezza da uomo di campo e di panchina a chiunque lo volesse ascoltare. Giù il cappello.

United ma non troppo

scarfPer Jose Mourinho l’Old Trafford è veramente il Teatro dei Sogni. Peggiori. Era dal 1990 che lo United non chiudeva quattro partite consecutive in casa senza vittorie e dopo 13 giornate il tecnico portoghese si ritrova con due punti in meno di David Moyes allo stesso punto della stagione. Che lo scozzese non fosse all’altezza del ManU post Ferguson è una possibilitá ma che sia stato trattato in modo fin troppo severo da media, tifosi e societá stessa è una certezza.

Con la classe del 92 ormai interessata più alle sorti del Salford City che del Manchester United, si è spenta definitivamente quella luce, quel faro, che per anni aveva guidato la squadra dall’interno. Non che il club non produca o recluti più giovani talenti ma di sicuro nessuno del livello di quel gruppo che per anni si è imposto sui campi di mezza Europa. Anche le campagne acquisti degli ultimi anni hanno lasciato molto a desiderare, pur tenendo conto della assenza quasi totale di giocatori di qualitá nel panorama domestico ed internazionale, e i motivi possono essere diversi: primo, la timidezza del nuovo tecnico, arrivato con il suo staff, grave errore di valutazione, e non pronto a fare delle scelte radicali. La societá dal canto suo non aveva interpretato per bene i segnali di Sir Alex, che aveva deciso di lasciare dopo aver spremuto le ultime gocce di sangue e sudore a un gruppo di persone che semplicemente non potevano farlo andare in pensione con il City campione in carica. Se Aguero non avesse segnato quel famoso gol contro il QPR forse Ferguson avrebbe lasciato prima e non avrebbe esaurito le ultime risorse di energia rimaste nel serbatoio della squadra. Secondo, l’arroganza di LVG, profeta del calcio totale sulla via del tramonto, un uomo chiamato genio per aver cambiato un portiere prima dei calci di rigore di una gara dei quarti di finale dei mondiali. Con lui la famiglia Glazer ha avuto l’approccio contrario rispetto a Moyes a cui era stato concesso l’acquisto di Fellaini e poco altro. Davanti a un mostro sacro come Van Gaal e all’ipotesi di fallire ancora, non sono stati lesinati fondi per portare all’OT una manciata di giocatori sopravvalutati, il cui unico criterio di scelta è stato il panico. Herrera (£29M), Shaw (30), Rojo (20), Blind (14), Di Maria (59.7!) più la conferma del prestito di Falcao (6). Al termine della prima stagione si sono aggiunti Depay, Darmian, Romero, Schneiderlin, Schweinsteiger e Martial: risultato? Eliminati in Champions nella fase a gironi e quinto posto. La FA Cup, portata a sua difesa dal tecnico olandese, purtroppo per lui, non è un trofeo riconosciuto dai padroni americani e di conseguenza non è bastata a salvargli il posto di lavoro.

Arrivati quindi all’estate 2016, le condizioni erano perfette per l’arrivo di un salvatore, di un tecnico dal tocco magico, vincente, di uno tra i più intelligenti, esperti, preparati e pieni di sé della storia del calcio. Era il lavoro perfetto, un’occasione di carriera più unica che rara. Rivitalizzare un  grande club, uno dei più grandi al mondo, con una rosa comunque decente,  con fondi a disposizione, dopo tre anni di delusioni (che da quelle parti sono come 30 anni per altri comuni mortali).

Mourinho arrivava con il suo orgoglio ferito. Il secondo esonero targato Abramovich bruciava, le polemiche con la squadra, lo staff, i media lo avevano indispettito. Anche al Real Madrid, nonostante i suoi tentativi di mascherare la sua esperienza da successo, in molti gli rimproveravano l’aver costruito una situazione di tensione perenne non gradevole, un ambiente avvelenato e soprattutto di non aver vinto la Champions, cosa riuscita piuttosto agevolmente poi ai suoi due successori. Il suo essere aggressivo, il suo cercare il confronto e le polemiche con tutti, il suo creare questo clima di “noi contro tutti” aveva funzionato poco e stancato molto anche perché i suoi continui attacchi contro federazioni, leghe e loro relativi presunti complotti, arrivavano mentre alla guida di club di primissima fascia.

Eppure, nonostante, le condizioni ideali per imporre la sua personalitá e il suo stile, Mourinho ha finora confermato alcuni segnali che giá si erano colti e che in molti associano al principio di un possibile declino. La forza che tutti hanno sempre riconosciuto al tecnico portoghese è la capacitá di creare uno spirito di squadra incredibile. Porto, Chelsea parte 1, Inter: il giorno del suo addio si sono visti giocatori grandi e grossi in lacrime, persi. Una figura quasi paterna che aveva fatto da scudo, da parafulmine, contro tutto e tutti aveva deciso di andare via. Ogni polemica o critica diretta alla squadra si era infranta contro la diga che Josè aveva creato tra i suoi ragazzi ed il mondo interno.

Ma al Bernabeu non è stato così, c’ è chi parla di tappi di champagne che sono saltati dopo la sua ultima partita (non è un segreto che con alcuni giocatori, anche portoghesi, non andasse troppo d’accordo) , come non lo è stato nella sua seconda esperienza a Stamford Bridge, dove, in una rosa orfana della vecchia guardia, Terry a parte, si erano create delle barriere talmente grandi che alla fine il suo addio è stato inevitabile. Che la squadra non giocasse più per il suo allenatore è stato uno shock, soprattutto considerando chi fosse l’allenatore. Ma l’approccio con lo United adesso sembra essere lo stesso. Mourinho ha smesso di essere scudo, ha smesso di difendere a spada tratta tutti i suoi giocatori. Se ora pensa che un giocatore ha sbagliato lo dice e non nello spogliatoio ma durante le interviste del dopopartita. Sembra quasi che voglia proteggere il proprio prestigio e il proprio CV. Finiti i tempi in cui era il solo responsabile, nel bene e nel male. Forse sono i giocatori che non lo meritano più, una nuova generazione di ingrati, egoisti, accattoni di facili consensi sui vari social media.

Si mormora che non sia più quello di una volta ma, forse, è semplicemente cambiato. Più maturo, più saggio, più cinico. Meno special, più selfish.

Promesse mantenute

austinUno dei migliori attaccanti della Premier League solo pochi anni fa lavorava in cantiere, finiva il turno e correva ad allenarsi o a disputare partite nelle serie dilettantistiche inglesi. Non sognava una carriera da calciatore, pur sapendo di essere decente, visto il numero di gol che segnava, ma il lavoro con l’impresa del padre, uno stipendio sicuro, il venerdì sera al pub e il sabato passato bucando le reti avversarie in campetti di periferia era un bel vivere. Una prima delusione, non confermato dopo un provino da un club di Championship, e una seconda, tesseramento da parte di un club ora di Premier non valido perché avvenuto durante un embargo imposto a questo per irregolarità finanziarie,  aveva frantumato ogni speranza o aspirazione residua. No, non si tratta di James Vardy, la sua storia ormai anche troppo nota a tutti grazie alla eccezionale stagione del Leicester, bensì di Charlie Austin, attualmente in forza al Southampton.

Il debutto nel professionismo per Austin arriva tardi, a 22 anni, con lo Swindon Town dopo che il suo talento in mostra al Poole Town (64 reti in 57 partite) era stato notato per caso da un osservatore di Danny Wilson, all’epoca manager dei Robins. L’approdo nel calcio che conta non sembra cambiare le sue abitudini in area di rigore, 20 gol in 38 presenze. Nella finale dei play off contro il Millwall in molti gli rimproverano di non aver sfruttato la migliore palla gol della sua squadra nei 90 minuti e al triplice fischio sono i londinesi a salire di categoria. Charlie non si perde d’animo ed inizia la stagione successiva come aveva finito la precedente (17 in 27 nonostante un infortunio). In molti lo cominciano a notare, pare fatta per il suo passaggio all’Hull City ma Austin non passa le visite mediche e alla fine è il Burnley che si aggiudica i suoi servizi. In Championship realizza 41 reti in 69 presenze per i Clarets che gli fruttano il passaggio al QPR. Nella capitale il nuovo proprietario Tony Fernandes vuole tornare nel calcio che conta e si affida a Harry Redknapp che avrà anche tanti difetti ma sa giudicare se uno è capace o meno di buttarla dentro.  L’ex attaccante dello Swindon realizza 19 reti (play off compresi) e il QPR approda in Premier passando per Wembley.

Finalmente la massima serie. Austin ci arriva a 25 anni. Purtroppo, nonostante la sua media di un gol ogni due partite, i Rangers finiscono la stagione ultimi in classifica. 18 dei 42 gol realizzati da tutta la squadra portano la sua firma. È chiaro che il ritorno nella serie cadetta per lui non può durare e infatti per miseri quattro milioni passa al Southampton nel gennaio di quest’anno (dopo comunque aver realizzato altre 10 marcature con il club del Loftus Road nella prima parte del campionato scorso). In nazionale vanta solo una convocazione e viene da pensare che cosa facciano nei weekend i vari selezionatori della nazionale inglese che si sono succeduti negli ultimi anni.

Austin ha sempre segnato, ad ogni livello, compreso il più alto nonostante militasse con una squadra, per usare un eufemismo, non di prima fascia. Il suo senso del gol, il suo anticipare il difensore avversario di quella frazione di secondo decisiva, è una qualità rara ma tremendamente efficace. Dopo un avvio difficile con i Saints sembra che il nuovo allenatore Claude Puel lo stia scoprendo e gli stia dando più fiducia, per altro ripagata a suon di gol (sette in tutte le competizioni). È un altro giocatore arrivato al vertice grazie alla sua passione e all’entusiasmo di giocare al calcio. Una storia fatta di sacrifici, gavetta, lunghe giornate e sveglie all’alba. Sarebbe bello che qualcuno se ne ricordasse senza aspettare che il Southampton vinca qualcosa di importante.

Business as usual

258B5BAE00000578-2949131-Graphic_charts_the_significant_rise_of_domestic_Premier_League_T-a-56_1423662009120È caduto un altro bastione. Il WBA da un paio di mesi non appartiene più a Jeremy Peace, born and bred in West Bromwich, ma all’ennesimo cinese desideroso di investire qualche miliardo di yuan. Sembra che in estremo Oriente ormai vadano di moda le Midlands visto che, anche per i loro standard, Londra è troppo cara. Perchè svenarsi per un Crystal Palace o un West Ham, se mai fossero disponibili, se a neanche un paio d’ore fuori la M40 i club sono in svendita? L’Albion segue infatti Aston Villa, Birmingham e Wolves (senza contare il 13% del Man City di proprietà del governo di Pechino) già finiti in mano ad investitori cinesi (o di Hong Kong nel caso del Birmingham) a cui si potrebbe aggiungere presto anche l’Hull City. Alla luce di queste ultime notizie credo abbia sempre meno senso chiedersi il perchè gli orari delle partite vengano cambiati per accontentare il mercato asiatico. Se questo ha deciso di pompare denaro nel sistema, qualche orario sballato è il minimo che si può aspettare in contropartita. Già perchè ai cinesi vanno aggiunti i club thailandesi come Reading, Sheffield Wednesday, Leicester, indiani, Blackburn, malesi, QPR e Cardiff, sauditi, Sheffield United, giordani, Bristol Rovers, kuwaitiani, Forest, emirati arabi, Man City. Senza contare partecipazioni significative come quella di maggioranza di Farhad Moshiri (Iran) nell’Everton, e quella del fondo GFH (Bahrain) nel Leeds di Cellino. I Russi sono ormai un ricordo visto che gli unici a rimanere coinvolti nel calcio d’oltremanica sono Abramovich a Stamford Bridge e, senza comparire, Maxi Denim al Bournemouth (più un terzo dell’Arsenal in mano a Usmanov). Di più gli italiani allora con Cellino appunto, al Leeds, Pozzo al Watford e Becchetti, per qualche misteriosa ragione, al Leyton Orient. Ma l’altro mercato di massimo interesse per la Premier League sono gli Stati Uniti e anche qui la lista dei club dove è stata piantata la bandiera a stelle e strisce racchiude nomi importanti come Arsenal, Liverpool, Manchester United, Sunderland, Swansea, Fulham, Millwall. Non c’è da stupirsi che la NBC si sia assicurata i diritti fino alla stagione 2021-22. Come Londra è spesso considerata la capitale del mondo più che la capitale inglese, così la EPL è ormai vista come il campionato cosmopolita per eccellenza, un prodotto da esportazione, uno show da godere ovunque, in poltrona o nei bar, nel quale quasi tutti i nomi più conosciuti, e sopravvalutati, del mondo del calcio hanno deciso di trascorrere almeno parte della propria carriera.

Il presente contratto per i diritti domestici è salito di circa il 70% rispetto a quello precedente, arrivando a £5.13bn per tre anni, una cifra che di fatto rende anche l’ultima classificata nel campionato inglese più ricca, e di conseguenza più appetibile, di ogni formazione della Serie A italiana, per esempio. L’incremento registrato non è stato frutto di un gioco al rialzo tra varie emittenti concorrenti ma una decisione commerciale ben precisa da parte dei broadcaster ufficiali (Sky soprattutto) che continuano a finanziare i 20 top club inglesi in modo da garantire loro le possibilità economiche per tesserare i migliori calciatori in circolazione. Solo avendo i nomi più famosi si riescono poi a vendere a caro prezzo i diritti in tutto il mondo. È un business e al momento sembra che l’interesse non si fermi alla Premier ma, come visto, invada anche le categorie inferiori, basta che ci sia di mezzo un club dal nome famoso, un quartiere di Londra o una piazza potenzialmente importante. Tutti con il sogno un giorno di approdare nell’eldorado calcistico, di avere un brand da esportare e dei nuovi clienti da conquistare.

keep-calm-it-s-business-as-usual-2Il prezzo da pagare è l’annacquamento della passione. Nel momento in cui il calcio inglese viene de-inglesizzato, ci troviamo di fronte a competizioni che rischiano di apparire come tante altre, solo vendute a prezzo più alto e in tutto il mondo grazie a un marketing migliore. Chi sa e ricorda che il calcio da queste parti non è nato con la Premier League ma che prima esisteva una First Division, sa benissmo che questo è un processo di non ritorno. Vivere una partita con un’atmosfera vera, sentita, è ormai l’eccezione. Chi paga il biglietto è ormai discriminato perchè il tifoso di riferimento è quello che vede la partita in TV e la cornice di pubblico dal vivo è sempre più simile alla platea di uno studio televisivo a cui si dice quando sorridere, quando cantare e quando applaudire.

Un giorno però chi siederà davanti al televisore si renderà conto che il “prodotto” acquistato non sarà quello pubblicizzato. Perchè tutte le immagini del pubblico e dei tifosi, delle sciarpate, delle coreografie, tutti i loro cori e le loro canzoni saranno tutte immagini di repertorio. Il calcio sarà stato svuotato di tutto questo e senza anima resterà per davvero uno sport praticato da 22 ridicole persone in calzoncini corti.

Ricordi di stagione

2820Premier League

Si è detto molto, anche troppo, del miracolo Leicester ma ciò non toglie che di miracolo si è trattato. La solita attenzione morbosa e a scoppio ritardato nei confronti di Ranieri & C. ha in qualche modo offuscato l’immagine di simpatia che i protagonisti di questa incredibile impresa si erano guadagnati ma, alla fine, non è neanche colpa loro. Il Leicester è stata la squadra di tutti, in Inghilterra e nel mondo, tanto sembrava impossibile che potesse riuscire a portare a termine quanto all’inizio molti avevano definito il solito fuoco di paglia. Anche chi scrive aveva pronosticato per le Foxes una mezza classifica verso Natale e una lotta per non retrocedere in aprile. Questo prova ancora una volta che “I know f..k all about football…”.

La seconda, piacevole, sorpresa è stata il Tottenham. In un anno normale si sarebbe parlato molto del loro gioco, del loro potenziale, del loro tecnico ma purtroppo il Leicester ha di fatto, e di diritto, attirato tutta l’attenzione degli addetti ai lavori. Ancora una volta passati inosservati e in classifica dall’Arsenal, all’ultima giornata. Per i Gunners però si tratta della sola, magra, consolazione targata 2015/16. Un’altra uscita prematura da tutte le coppe, un’altra campagna a chiedersi se sia o non sia ora per Wenger di farsi da parte. E veniamo alle due squadre di Manchester. Delusione a tutto tondo. Se lo United era ancora un cantiere in costruzione, il City avrebbe dovuto solo confermare la propria forza. Van Gaal ha speso troppo per poco (talento) e alla fine ha pagato anche per un gioco noioso, nonostante la vittoria in FA Cup, mentre Pellegrini, minata o no la sua autorità dall’annuncio dell’arrivo di Guardiola, non ha saputo inspirare una squadra zeppa di professionisti iper-pagati ma non troppo interessati (le semifinali di Champions contro il Madrid sono state inguardabili). Per il resto sarà curioso seguire le sorti del Liverpool di Klopp il prossimo anno, come anche del Villa, senza Lerner, di Di Matteo (anche lui alle prese con gente interessata solo a ritirare lo stipendio) e del Newcastle di Benitez, questi due ultimi grandi club in Championship. Strana l’accoppiata dello spagnolo con Mike Ashley, a parte la somiglianza di profilo. Il Sunderland si è salvato ancora all’ultimo respiro grazie ad un tecnico senza fronzoli ma che piú o meno arriva sempre all’obiettivo prefissatosi (e a Defoe). Ottima l’ultima stagione ad Upton Park del West Ham.

Championship

Poche le sorprese nella parte alta. Salgono Burnley, Boro e Hull. Lo Sheffield Wednesday a sorpresa arriva fino a Wembley, il Leeds di Cellino è una barzelletta, il Fulham post Al Fayed in caduta libera ma mai come il Charlton dove il proprietario belga Roland Duchatelet è riuscito nell’impresa di far incazzare oltre la ragione una delle tifoserie piú tranquille di Londra, e a far retrocedere la squadra con la sua politica di gestione congiunta (possiede cinque club calcistici in tutto). Ciliegina sulla torta, la retrocessione del Franchise FC, un club che, semplicemente, non dovrebbe esistere.

League One

Risale il Wigan, ormai guidato, come club non come squadra, da David Sharpe, nipote 25enne di Dave Whelan. Segue il Burton di Nigel Clough, tornato all’ovile dopo la partenza di Jimmy Floyd Hasselbaink per il QPR. Non ce la fa il Millwall, caduto in finale play off dopo una stagione sopra le righe agli ordini della leggenda locale Neil Harris. Tra le retrocesse spicca il nome del Blackpool, ormai in caduta libera e in rottura totale con i propri tifosi.

League Two

Quella che mi dà piú soddisfazioni. Sale il Wimbledon e tutti prendono nota. Ma dell’esistenza del Wimbledon AFC bisognerebbe prendere nota anche quando non sale, per il semplice fatto che sia lì a lottare, a giocare, a formare ragazzi, a dare l’esempio. Perchè se è vero che la favola per continuare a esistere ha bisogno di successo, è anche vero che la parte piú bella è già passata. La reazione dei tifosi allo scippo della loro identità, la creazione del club, gli anni nei campetti di periferia. Questi sono stati e saranno per sempre ricordi indelebili, l’arrivo a Wembley per la seconda volta (anche l’approdo in League Two fu sancito sotto l’arco) è solo un altro bel capitolo di una storia sensazionale.

Altra bellissima storia sarebbe stata quella dell’Accrington Stanley se avesse segnato un gol in piú, se avesse vinto contro lo Stevenage all’ultima giornata. Purtroppo, per così dire visto che ha perso contro il Wimbledon, è caduto nelle semifinali dei play off. Sarebbe stato un altro miracolo per il club di una cittadina di 50mila abitanti, circondato da grandi squadre, con un numero medio di spettatori in casa che non arriva alle duemila unità. Queste sono le storie di cui si dovrebbe parlare.

Da notare la media spettatori a Fratton Park, 16.400, il doppio della seconda in graduatoria, il Plymouth che comunque a Wembley, per la finale play off, ne ha portati 35mila. Il Portsmouth, altro club in mano ai tifosi, come Wycombe e Exeter, ha terminato la stagione con un egregio quinto posto e cercherà la promozione l’anno prossimo. Miracoloso il rendimento del Northampton, alle prese con mille problemi societari dopo la scomparsa dei fondi pubblici per i lavori di ristrutturazione dello stadio.

Non-league

Dalla National Conference salgono Cheltenham, con 101 punti, e Grimsby, attraverso i play off. Il Forest Green Rovers continua a far notizia piú per il menu vegano che per i risultati in campo. Scende, tra le altre, l’Halifax che si consola con l’FA Trophy mentre vanno registrati, tristemente, i primi dissapori all’interno dell’FC United, finora esempio massimo di ribellione al calcio moderno.

Party crashers

LeicesterHands up if you are bit tired of Leicester City by now. And it’s not their fault! They did amazingly well, they defied all the odds, they proved thousands of people wrong by simply playing the game with no fear, with a nothing to lose attitude which has been refreshing and an example for the other teams who live and die for the sake of a point. Great story, nothing to say, I don’t even want to start talking about their Thai billionaires owners who, in my opinion, make the comparison with Nottingham Forest in late 70s impossible. They achieved the impossible, when everyone was waiting for the next game to see them tumble, when City, United, Chelsea, Arsenal, Spurs, Liverpool, were in theory much better equipped to win the title than a team who lost its manager in difficult circumstances after leading virtually the same players to a great escape last season. A team who had been in League One only a few years back (2008/09).

But then, as it happens every time the media decide to focus on something, the coverage spun out of control. All of sudden Leicester existed. One of the oldest cities in England and a football club founded in 1884. A club who has been an answer on every pub quiz as the one with most appearances in FA Cup finals without winning it. Who won three league cups and featured famous players such as Frank Worthington, Peter Shilton, Gordon Banks, Gary Lineker, Frank McLintock etc.

All of a sudden Leicester City FC was discovered but while I can understand the media, they go where they think they can get viewers, users and public in general, I don’t get all the people who decided to crash the Foxes’ real, genuine fans party. They surely deserved to celebrate a title they had never won and never expected to win? Why do people from other clubs and other countries feel entitled to take part? Because of their sporting achievement? There are plenty even more astonishing if you decide to look beyond the Premier League, lots of clubs who punch above their weight, lots of fans who keep alive their football clubs without a line on a newspaper, a minute on television or a few characters on social media. Why are they crashing the Leicester party then? I guess to be part of it, to be part of the trending topic on twitter, the news of the day, and, in the case of the people who traveled from Italy, to crown King Claudio. And this is the most annoying part of it all.

Claudio Ranieri has been a very good manager, maybe not the best but really good, all his life and, above all, he has been and he is a gentleman. He is more than just a decent man, he is a great man. He has always conducted himself with composure, always tried not to be too loud in a world where shouting seems normal and expected. He has always showed respect and dignity, winning or losing, with smaller and bigger clubs. Because Ranieri has been manager at Fiorentina, Napoli, Juventus, Inter, Roma, Valencia, Atletico Madrid, Monaco, Chelsea, among others. A 30 year long career where he decided to travel the world, or Europe, managing in five different countries, how many Italian football managers can boast that? Not many.

But because he did not win any major league he has been constantly overlooked by media and football fans. Until now. Now everyone wants to meet him, talk to him, everyone thinks he is a funny guy and a great manager. They want to talk to his mum, his teacher at school, his friends in Rome.

But Ranieri knows all too well next season will be different. Next season he could go back to be the Ranieri in charge at Cagliari, at Parma or with the Greek National team. He will be in the news if suddenly Leicester don’t cope with the unavoidable expectations they established after this miraculous season. People will wait for his fall and point the finger at him as he got lucky, a freak who did well in a season for a number of reasons, who will be, sooner or later, caught out of his depth.

That won’t change a thing. He will maintain his class and probably move to his next job knowing he is a man in a world of clowns.

Wengeriadi

arsenalChiunque sia stato all’Emirates sa che, al momento di dare il numero di spettatori ufficiale della partita, l’Arsenal FC include il  totale degli abbonati. D’altronde, si pensa, se uno paga quelle cifre per un posto allo stadio, di sicuro poi non resta a casa (articolo).

Eppure in occasione della gara contro il WBA, non si è potuto non notare la grande quantità di seggiolini vuoti. E non era gente arrivata tardi o che era al bar, non era proprio venuta allo stadio. Ok, era un giovedì sera, ma qui parliamo della squadra piú tifata della capitale d’Europa, con una lista di attesa per gli abbonamenti infinita, che ha tifosi in ogni continente e un richiamo molto forte anche nei confronti dei turisti del calcio, dei sostenitori occasionali, con uno stadio nuovo, comodo da raggiungere e al, piú o meno, centro di Londra. Arsene Wenger si è meravigliato. Quando un giornalista ha chiesto di dire qualcosa ai fans dei Gunners, l’allenatore ha lanciato un appello “Come and support the team. If you love football, you go out there and I think you see quality football “, dichiarazione piú da venditore che da tecnico.

Per tutta risposta i fedelissimi hanno organizzato una maxi protesta in occasione della partita contro il Norwich di domani (link) e oggi, stizzito, il Professore ha replicato per le rime (articolo) affermando che è l’atmosfera in casa che ha creato problemi ai suoi ragazzi frenandoli nella corsa al titolo. Dubito che questa ultima esternazione verrà accettata senza polemiche.

Sono anni che molti tifosi dell’Arsenal sentono bisogno di un cambiamento e se prima c’era solo gratitudine nei confronti di un allenatore che aveva rivoluzionato il club portandolo ad essere uno dei piú moderni, conosciuti, ambiti e potenti d’Europa, ora si è aggiunto risentimento, nel migliore dei casi, e rabbia, nel peggiore.

La critica è sempre la stessa: Wenger è il perfetto dipendente, un company man. Non spreca soldi, non rischia ciò che non è suo, è accentratore, non delega, gestisce tutto in prima persona, non si lascia ricattare dai suoi giocatori in cerca di aumento e sempre arriva tra le prime quattro in classifica, garantendo, anno dopo anno, gli introiti milionari della Champions League e calcio di qualità, contro compagini di prestigio europee, almeno fino a febbraio.Uno così, il board non lo licenzierà mai. Gli argomenti a difesa dello status quo sono di solito il nuovo stadio, che ha assorbito la quasi totalità delle entrate generate, versosimile, il non voler cedere a richieste di avari mercenari, ingrati e senza dignità, presa di posizione nobile, e mancanza di un possibile valido sostituto in panchina, opinabile.

In molti, a dire il vero, non sanno neanche se il responsabile di ogni scelta tecnica sia solo il tecnico alsaziano o se Wenger agisca come parafulmine della società, ma ormai conta poco. Il problema, almeno in buona parte, nasce da quanto detto all’inizio di questo articolo. L’ Arsenal è la squadra piú cara da andare a vedere dal vivo. Ogni partita in casa genera entrate  (studio) che altri si possono solo sognare e, dopo aver visto partire tanti campioni, sono sempre di piú coloro che credono che una buona parte di questi ricavi dovrebbe essere investita per tesserari ottimi giocatori. Non onesti, non promesse, ma campioni affermati. Ok non cedere ai ricatti dei vari Van Persie, Nasri, Sagna, Adebayor, per dirne solo alcuni, ma gente come Vieira, che sarebbe anche rimasta qualche anno in piú, andava sositutita in modo adeguato da subito. Se è vero che al Liverpool fu offerta appena una sterlina in piú della clausola rescissoria di Suarez, quando ancora si sta cercando l’erede di Henry, si capisce perchè la frustrazione cresca. La stessa valorizzazione dei giovani sembra aver subito un ridimensionamento, visto che chi arriva in prima squadra ora non sembra al livello di chi si affacciava sul palcoscenico della Premier League qualche anno fa.

Dalla finale persa, immeritatamente, contro il Barcellona nel 2006, l’Arsenal in UCL sette volte su 10 è uscito agli ottavi. L’ultimo titolo nazionale è del 2003/04 e, purtroppo, le nuove generazioni non danno troppo valore al record di vittorie in FA Cup raggiunto grazie ai successi conseguiti nelle due ultime stagioni.

La gente è stanca. Il quarto posto non è nulla. È un traguardo inventato dai creatori del calcio moderno che però in London N5 hanno sempre avuto un loro avamposto. L’Arsenal è stato uno dei club che ha subito in maniera piú importante il cambio della base del tifo, che ha attratto piú “clienti”, che ha investito di piú in corporate boxes. Sarà anche un luogo comune ma si sapeva che nel momento di difficoltà, sempre relativa, molta di questa gente recentemente acquisita si sarebbe stancata. Chi paga e investe non si accontenta di partecipare, vuole vincere.

Quest’anno poi le cose sono precipitate: la crisi del Chelsea, i balbettii delle due squadre di Manchester, il ritardo cronico del Liverpool, sembrava la stagione ideale per tornare a vincere in patria e invece la beffa. Non solo il miracolo Leicester, ma addirittura gli odiati vicini del Tottenham hanno avuto un’annata migliore e rischiano di dominare il prossimo futuro. Sicuramente questo timore ha fatto precipitare ancora di piú le cose.

Wenger non ha piú scuse, quella, ultima, dell’atmosfera all’Emirates sa di disperazione. Sono passati 20 anni dal suo arrivo dal Giappone. All’epoca rivoluzionò un mondo che si reggeva sulla dieta lager and fish&chips ma i tempi ormai sono cambiati. Forse anche per lui.