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Rosso di sera…

22 aprile 2016 Lascia un commento

liv4_MGTHUMB-INTERNAC’è qualcosa di magico intorno al Liverpool quando gioca in Europa e magari di notte. L’ultima rimonta mozzafiato contro il Borussia Dortmund non può non riportare alla mente tante altre serate in cui l’eco di You’ll Never Walk Alone si è andato a spegnere ben piú lontano delle strade di Walton.

Già nella loro prima apparizione continentale soltanto un arbitraggio sfavorevole li fermò sulla strada della finale di Coppa Campioni. A Milano, contro l’Inter. In casa si erano disfatti di KR Reykjavik (6-1), Anderlecht (3-0) e Inter (3-1) mentre non erano andati oltre il pareggio contro il Colonia. Dalla autobiografia di Bill Shankly:

“Inter beat us 3-0 but not even their players enjoyed the game, and we didn’t think two of the goals were legal. They put an indirect free-kick straight into the net for the first, and the ball was kicked out of Tommy Lawrence’s hand for the second”.

L’anno dopo arrivarono in finale di Coppa delle Coppe. Questa volta davanti ai propri tifosi erano caduti Juventus (2-0), Standard Liegi (3-1), Honved (2-0) e il Celtic di Jock Stein (2-0). Ad Hampden Park, nella gara decisiva, beffardo fu l’autogol di Ron Yeats, il capitano, nei supplementari.

Seguirono anni di apprendistato, alla fine il Liverpool di Shankly era una giovane creatura che appena si affacciava su certi palcoscenici. L’Ajax di Cruyff era 4-0 in vantaggio alla fine del primo tempo nell’andata del secondo turno di Coppa Campioni 66/67. Poi fu il turno del Ferencvaros, Athletic Bilbao e Vitoria Setubal, tutti espugnarono Anfield, fino ad arrivare al 70/71 quando di nuovo si raggiunse una semifinale (di Coppa Uefa/delle Fiere). In casa i Reds ebbero la meglio su Ferencvaros, 1-0, Dinamo Bucharest, 3-0, Hibernian, 2-0, Bayern, 3-0, prima di perdere 0-1 contro il Leeds United di Don Revie. IL ritorno, in puro spirito Leeds dell’epoca, finì a reti inviolate e in finale andarono gli uomini capitanati da Billy Bremner.

L’anno seguente il Liverpool uscì al secondo turno di Coppa Coppe contro il Bayern ma nella cavalcata vincente di Coppa Uefa 72/73 furno addirittura quattro le formazioni tedesche sconfitte, due dell’Est e due dell’Ovest (oltre a AEK Atene e Spurs). Ad Anfield caddero Frankfurt (2-0), Dinamo Berlino (3-1), Dinamo Dresda (2-0), e, in finale, il Borussia Moenchengladbach (3-0).

Appena tre anni dopo e i Reds, ormai allenati da Bob Paisley, fecero il bis nella stessa competizione eliminando Hibs (3-1 in casa), Real Sociedad (6-0), Slask Wroclaw (3-0), Dinamo Dresda (2-1), Barcelona (1-1) e Bruges in finale (3-2).

Con Paisley inizia di fatto il periodo di dominio europeo del Liverpool che l’anno dopo il trionfo in Coppa Uefa finalmente porta a casa il trofeo piú ambito, la Coppa dei Campioni, dopo aver battuto a Roma di nuovo il Moenchengladbach (3-1). Ad Anfield è una cavalcata trionfante. 5-0 ai Crusaders, 3-0 al Trabzonospor, 3-1 al St Etienne (video), 3-0 allo Zurigo. Per ripetersi la squadra della Merseyside non deve aspettare molto, appena la stagione seguente, 77/78. Di nuovo due le formazioni tedesche mandate a casa, una dell’Ovest, ancora il Borussia M (3-0 ad Anfield) e una dell’est, Dinamo Dresda (5-1). Da aggiungere anche il 6-0 casalingo all’Amburgo nella finale di Super Coppa Europea. Ai quarti di finale la vittima è il Benfica (4-1) mentre nella finale di Wembley basta una rete di Dalglish per sollevare la coppa con le orecchie.

Il terzo trionfo nella competizione continentale piú prestigiosa arriva nel 1980/81. Dopo tre goleade casalinghe (Oulu Palloreura, 10-1, Aberdeen, 4-0, e CSKA, 5-1) arriva lo 0-0 in semifinale contro il Bayern che fa temere il peggio. Al ritorno in Germania serve un’impresa. Il primo gol arriva al minuto 83 ed è di Ray Kennedy. Il pareggio di Rumenigge quattro minuti dopo salva l’onore ma non la finale. A Parigi vola il Liverpool e come tre anni prima basta un solo gol, questa volta di Alan Kennedy, contro il Real Madrid, per aggiungere un altro trofeo in bacheca.

Cambia allenatore ma non il risultato. Con Joe Fagan in panchina, le nottate da brivido sono piú in trasferta che non in casa. Nel 1983/84 il Liverpool si impone 1-0 al San Mames dopo un pareggio a reti bianche in casa. 4-1 in Portogallo sul Benfica, dopo la vittoria in casa di misura per 1-0, e 2-1 a Bucarest dopo un altro 1-0 all’andata. A Roma, con uno stadio quasi interamente contro, i Reds si aggiudicano la loro quarta coppa dei campioni dal dischetto.

L’anno dopo è quello maledetto. Niente lascia presagire che nulla sará piú uguale a prima al termine di un’altra stagione in cui si arriva alla finale della European Cup travolgendo ad Anfield Lech Poznan (4-0), Benfica (3-1), Austria Vienna (4-1) e Panathinaikos (4-0). Ma l’Heysel cambia tutto. È il 1985.

Nessuno può e deve dimenticare.

Quando gli inglesi tornano in Europa non sono piú una potenza continentale. Il Liverpool meno di tutti. I Reds, che non vincono un titolo nazionale dal 1989/90, in Europa faticano a ritrovare il passo. Sono anni di umiliazioni: Genoa, Spartak Mosca, Broendby, Celta Vigo, tutte riescono ad espugnare Anfield.

È il calcio intero ad essere cambiato. Gli equilibri finanziari come quelli geo-demografici. Ora l’allenatore, dopo delusioni e screzi interni, è il francese Houllier; il gioco è cinico e noioso, le notti di Anfield raccontano di qualificazioni stentate e non di serate scintillanti ma la finale contro l’Alaves di Dortmud del 2001 è in tipico stile scouse. In vantaggio per 3-1 alla fine del primo tempo Gerrard e compagni si fanno raggiungere dagli spagnoli per poi andare sul 4-3 e farsi di nuoro rimontare all’ultimo minuto. Una punizione di McAllister deviata nella propria porta da un giocatore dell’Alaves darà la possibilità ai Reds di lasciarsi dietro fantasmi e tragedie. Almeno per una sera.

Se i tifosi dei Reds pensavano di aver vissuto una finale emozionante e al cardiopalma nel 2001, quella del 2005 di Champions Legaue è diventata un libro, un film, uno spettacolo teatrale, una leggenda. È ormai sinonimo dell’impossibile che diventa possibile. Tutti ricordano il Milan 3-0 in vantaggio alla fine del primo tempo. Il dominio, i gol mancati, i cinque minuti di follia rossonera che consentono al Liverpool di pareggiare e poi vincere ai rigori e a Benitez di essere trattato come un semidio in Scouseland per il resto della vita. OK, era Instanbul, non Anfield, ma ancora una volta una serata europea, ancora una volta la luce dei riflettori che brilla sulla coppa dalle grandi orecchie levata al cielo. Nel 2007 il Milan avrà la sua, parziale, rivincita.

Dopodiché tante, troppe, partite nei nuovi formati di Champions ed Europa League, tante serate senza gloria, anche vincenti ma mai indelebili nella memoria. Gli scontri velenosi con il Chelsea di Mourinho, le eccezioni contro Real Madrid (4-0), Arsenal (4-2) e Olympiacos (3-1), fino all’altra sera in cui una squadra senza un solo campione in campo ha ribaltato una partita che sembrava finita dopo 10 minuti al, quasi, termine di un’altra stagione deludente.

Di tutto il Liverpool di oggi, per assurdo, chi sembra incarnarne di piú lo spirito sembra proprio Jurgen Klopp. In molti gli chiederanno di tornare a vincere il titolo nazionale ma le emozioni delle coppe europee appartengono alla storia di questo club, e finchè ci sarà da cantare YNWA alla fine di qualche finale nessuno si lamenterà piú di tanto.

 

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Watt a game

9 novembre 2012 Lascia un commento

Di solito non mi piace scrivere della Champions League. Non è una competizione che seguo con particolare attenzione, soprattutto nella fase a gironi, tanto inutile quanto ridicola. Eppure proprio durante questo tanto vituperato primo turno si sono consumati 90 minuti che rimarranno nella storia, almeno del club che li ha vissuti da protagonista. Sembrava una data studiata a tavolino. In occasione del proprio 125mo compleanno, il Celtic ospitava il Barcellona, al momento riconosciuta e acclamata come la miglior squadra del pianeta. Fosse stata un’esibizione al termine di una visita di cortesia forse il risultato sarebbe stato in dubbio ma con i tre punti in palio sembrava anche inutile fare i pronostici. Seguendo la partita in un pub in Italia mi sono divertito a sentire le previsioni delle persone presenti e anche degli esperti opinionisti in TV. Si passava dal 3-1 al 4-0 al 5-1 con estrema facilità, ovviamente a favore degli ospiti. Nessuno dava una speranza in paradiso alla formazione scozzese. Eppure due settimane prima i catalani erano riusciti a vincere solo al 94mo, non è che avessero passeggiato sull’avversario al Camp Nou. Ma, si sa, quando tutti dicono che quella è la squadra più forte del mondo, bisogna ripeterlo o si rischia di rimanere fuori dal coro.

Messi & C. hanno iniziato come sempre: tanti passaggi, tanto possesso, tanti tocchi di prima e il Celtic a inseguire e a difendersi. La partita è continuata in questo modo anche dopo il gol di Wanyama, centrocampista kenyota arrivato per meno di un milione dal campionato belga. Pure nella ripresa si respirava aria da “è solo una questione di minuti” nonostante la truppa di Lennon si stesse difendendo molto bene, con un pressing energico ed evitando di concedere falli troppo vicini alla propria area. Di fatto Messi dopo la traversa colpita all’inizio non aveva trovato spazio, così come Sanchez e Pedro, mentre il duo Iniesta Xavi sembrava contento di tenere palla senza affondare. Il sottoscritto avrebbe anche da ridire sul concetto di spettacolo legato al mero concetto di possesso palla ma non è questa la sede. Fatto sta che se il primo gol del Celtic era arrivato da un comunissimo calcio d’angolo, il secondo è giunto inaspettato attraverso lo schema più vecchio del mondo. Rinvio lungo del portiere, spizzata di testa, liscio macroscopico di Xavi, palla al 18enne Tony Watt (uno dei tre scozzesi in campo in quel momento) costato 80mila sterline, mezza giornata di Messi, dall’Airdrie, e 2-0.

In quel momento anche i telecronisti hanno cambiato tono, visto che mancavano sette minuti più recupero. Il 2-1 ha reso gli ultimi secondi palpitanti ma non ha cambiato il risultato anzi, lo ha reso ancora più epico. Alla fine mi sento di dire che il Celtic non ha demeritato. Vero Forster dei due portieri è stato quello più busy ma non c’è stata quella supremazia che tutti si aspettavano. Chi attendeva una lezione e un’umiliazione della squadra di casa è rimasto deluso. E meno male, perchè mercoledì sera ha vinto il calcio non solo il Celtic. Ad un paese con un campionato barzelletta, con la squadra più titolata in Third Division, con una nazionale che se la gioca con Isole Faroe e Liechteinstein, questa vittoria ( eancora di più il passaggio del turno) serve come il pane.

Che il gol della vittoria lo abbia segnato un ragazzino scoperto dopo che l’Airdrie aveva messo un’inserzione su un giornale locale per un provino destinato ai più giovani regala all’impresa anche un alone da favola. Certo non come quello che è rimasto intorno alla squadra che vinse la Coppa Campioni nel 1967 quando tutti i giocatori biancoverdi, eccetto uno, erano nati nel raggio di 15 km dal Celtic Park, ma dubito che ci sia un solo tifoso dei Bhoys che al momento se ne faccia un cruccio.

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Tapas amare

25 marzo 2012 Lascia un commento

Tornato per qualche giorno a Londra dal temporaneo esilio nel nord Italia che sto vivendo, nel mio local (pub) ho incontrato un paio di amici dello Stoke che  si godevano qualche pinta prima di raggiungere il White Hart Lane. Mi hanno raccontato la loro trasferta di Valencia. Ovvio che dopo un gruppo di Europa League che li aveva portati in Ucraina, Israele e Turchia, un viaggio in Spagna sembrava troppo bello per essere perso. Pare circa 5000 tifosi dei Potters siano arrivati al Mestalla, come non lo so, sarebbe curioso chiederlo a tutti. Ho aggiunto questo commento perche’ quanto raccontatomi, se da una parte ha dell’incredibile dall’altra non mi ha stupito piu’ di tanto. Per chi, come me, in Spagna e’ andato spesso come tifoso in trasferta, esiste infatti la consapevolezza che le forze dell’ordine iberiche possano farci sentire la mancanza della nostra celere e i loro pregiudizi tuttora esistenti nei confronti dei sostenitori inglesi non si sono mossi di un mm negli ultimi 30 anni.

Il viaggio era stato organizzato in modo da arrivare nel pomeriggio del giorno precedente la partita  via Madrid. Una volta arrivati a Barajas invece una solerte rappresentante della Iberia li informa che il primo volo disponibile sarebbe stato alle 21. Con calma fermezza viene fatto notare, prenotazione alla mano, che il loro era previsto per le 15. Niente da fare, tutti pieni, o quello o niente. I ragazzi capiscono l’antifona e decidono di ingannare il tempo al centro di Madrid piuttosto che in aeorporto. Tornati la sera scoprono che il volo prima era stato spostato alle 22 e poi alle 23. Nel frattempo un gruppetto di una sessantina di tifosi dello Stoke comincia a dare segni di impazienza. Ormai a notte fonda vengono fatti accomodare sull’aereo. 45 minuti cinture allacciate fermi sulla pista. Qualcuno alza la voce. Il comandante annuncia che c’e’ un guasto e non si parte. I passeggeri scendono e vengono fatti accomodare su due bus circondati dalla polizia, uno per gli inglesi, uno per gli spagnoli/resto del mondo, un po’ quello che succedeva nel Sud Africa pre Mandela. Visto che un bus e’ strapieno e l’altro semivuoto, alcun tifosi dello Stoke provano a spostarsi. Vengono bloccati neanche fossero membri di al Qaeda pronti a farsi esplodere. A tutti vengono chiesti i documenti con il solito tono minaccioso mentre l’altro pullman parte con gli altri passeggeri che poi vengono imbarcati su un altro volo. Qualcuno pensa di rispondere ai soprusi reagendo con le cattive, fortunatamente viene dissuaso, i robocob di Juan Carlos non aspettano che la scusa piu’ piccola per sgretolarti le ossa a manganellate. Senza parlare una parola di inglese giocano con i cognomi facendo l’appello per restituire i passaporti. Alla fine vengono spediti tutti fuori l’aeroporto, se vogliono possono aspettare il giorno dopo, il volo che avevano acquistato e’ perso e basta. Non un’alternativa, non una scusa. I miei due amici optano per il taxi (!) e si fanno portare a Valencia di notte, spendendo qualcosa come 250 euro e rischiando la vita in autostrada visto che la persona al volante lotta contro il sonno praticamente da subito.

La spiegazione delle autorita’ e’ il comportamento aggressivo e violento dimostrato dai fan dello Stoke. C.zzate, grandi, enormi c.zzate. In quasi tutti i paesi europei ogni tifoso inglese arriva e non solo si deve aspettare ostilita’ (eufemismo) da parte dei sostenitori di casa, ma anche una discriminazione di trattamento da parte di chi dovrebbe invece accoglierli a braccia aperte in quanto ospiti che all’estero non badano troppo a spese.

Sarebbe ora di smetterla.

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