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Invasione

30 aprile 2017 Lascia un commento

Quando ho deciso di andare all’ultima partita casalinga stagionale del Leyton Orient non ho visto neanche chi fosse l’avversario. Per me è stato solo un segno di rispetto per un club che dopo 112 anni nella Football League è stato distrutto in un paio di primavere da un clown malato di protagonismo con la fedina penale discutibile e passaporto italiano. Di fatto la retrocessione era stata già confermata a Crewe una settimana prima. Un verdetto scontato ma a cui nessuno voleva veramente rassegnarsi. In rete si parlava di una protesta organizzata dal LOFT (il Trust dei tifosi degli O’s) nel parchetto vicino al Brisbane Road e con un misto di curiosità e solidarietà mi sono presentato non sapendo bene cosa aspettarmi. Non avrei dovuto preoccuparmi. Al cento del parco, nel posto in cui dovrebbe solitamente sedere una banda musicale, qualche tifoso ha preso la parola, chi più seriamente, chi intonando coretti e canzoni preparate per l’occasione. Cartelli, striscioni e adesivi in giro non lasciavano adito a dubbi su chi fosse l’obiettivo della rabbia composta ma decisa di queste 150-200 persone. Ma nel complesso sembrava più una festa, visto che in contemporanea c’era un mercatino di street food con le varie bancarelle alle prese con un insolito numero di clienti.

Mi rassegno a farmi rapinare per un biglietto ospiti, visto che l’Orient ha deciso di non vendere tagliandi per i settori dei tifosi di casa il giorno della partita. 24 sterline nel fondo Becchetti mi sono pesate parecchio. Do un’occhiata e vedo che sto entrando con i sostenitori del Colchester, una squadra che non mi piace ma me ne faccio una ragione, non sono qui per la partita ma per la protesta.

Niente. Pochi cori (intonati contro Beccietti tra le altre cose), un mini striscione fatto con lo spray all’ora di colazione probabilmente. Anzi, con mio stupore i tifosi in trasferta sfottono e deridono i loro sfortunati avversari. Il Colchester passa in vantaggio, gli animi già surriscaldati esplodono. Una truppa di giovani e meno giovani dal settore adiacente cerca di entrare senza troppa convinzione in quello degli ospiti. Segue catena di poliziotti e steward che di fatto mi condannano ad assistere ad un’ora di persone che fanno gesti, si insultano e si danno appuntamento fuori sapendo che non andranno mai. Cresce l’antipatia per chi mi circonda e allo stesso tempo mi chiedo se davvero quelli dell’Orient sono pronti a giocare l’ultima partita casalinga in EFL per chissà quanto tempo dimostrando una compostezza che rasenta l’indifferenza. Poi finalmente succede. Oh yes…

Mancano sei minuti, il Colchester ha da poco segnato il terzo gol, da ogni settore dello stadio, escluso quello in cui siedo io, la gente comincia a riversarsi in campo. La concentrazione di pettorine gialle di ogni tipo dalle mie parti ha lasciato sguarnito il resto dell’impianto. In nessun modo si possono arginare le centinaia di persone che entrano sul terreno di gioco. Grandi, finalmente, penso, ora sì. Me ne stavo quasi per andare deluso, stufo di essere associato con i dementi che mi circondavano quando finalmente la protesta che stavo aspettando, che stavo auspicando, prende forma.

Invasione del tutto pacifica. Inutili i tentativi di invito ad uscire, a sgomberare il terreno di gioco. Non si vuole che la partita ricominci, si vuole lasciare un buco nel calendario, che risulti la gara sospesa. Alla fine più di un’ora dopo viene data la notizia. Nel frattempo anche i tifosi ospiti che prima avevano giocato a Green Street si rendono conto che per i fans degli O’s c’è molto di più in gioco dei loro tre punti e che, a tavolino o no, loro li avranno e potranno continuare a sperare di finire nei play off per un’altra settimana. Ci sono cori e applausi, finalmente solidarietà tra tifosi, non si sa a chi può toccare domani. La gente sfolla ma quasi due ore dopo l’interruzione del gioco, le due squadre rientrano in campo e sono costrette a giocare gli ultimi sei minuti davanti agli spalti vuoti per convalidare il risultato finale.

È l’ultima menzogna del sistema, usata per far uscire le persone ma che, se possibile, fa ancora più danni. Già lega e federazione non sono viste di buon occhio in questo corner di east London, da ieri ancora meno. Avranno anche omologato la partita ma il motivo per cui sarà ricordata, e se ne è parlato in tutto il Regno Unito, è per l’invasione di campo.

Il 12 giugno si deciderà se l’Orient fallirà oppure no. I tifosi si stanno preparando, Becchetti, che ieri ha annunciato con sospetto tempismo di aver pagato stipendi e tasse arretrate (come se meritasse un premio per questo) dovrà decidere se fare la scelta decente di sparire o se continuare come sovrano di un regno in rivolta, che lo odia e che è pronto ad invadere il rettangolo verde ad ogni partita interna.

Il calcio è dei tifosi. Di usurpatori di titoli sportivi malati di protagonismo se ne sono visti tanti e non lasciano traccia. Possono durare più o meno a lungo ma il loro destino è un buco nero, un ricordo annebbiato durante una chiacchiera al pub, anni dopo, quando chi ama e resta cercherà di ricordare quel nome tanto odiato…Beccietti…Bekketti…whatever…

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More than a game

15 marzo 2017 Lascia un commento

Strana sensazione quella di vedere finalmente i tifosi del MK, è come vedere i marziani, ti dicono che esistono ma non ci credi. Eccoli, 300 o 400 (su 4112) stipati su mezzo lato del Kingsmeadow che si atteggiano a irriducibili, spintonando gli steward e gesticolando corraggiosi a distanza quando i cori dei sostenitori di casa diventano più forti e insistenti. Le misure di precauzione sono state degne di un derby di Roma, Glasgow o Buenos Aires. Serata stranamente calma, la passeggiata dalla stazione di Norbiton più tranquilla del solito. Dopo quanto avvenuto contro il Charlton  (striscioni e offese all’ex allenatore del Franchise) la societá di casa non può permettersi altri scivoloni mediatici. L’AFCW nasce come club giusto, inclusivo, pacifico, offese, insulti e violenza gratuita non sono condonati.

Ma questa non è una partita come tutte le altre. Inutile pretenderlo. Questa è  Good FC v Evil FC, difficile stemperare gli animi di chi ha vissuto in prima persona gli avvenimenti del 2002 e il rifiuto ottuso della societá di cartone di riconoscere la loro origine incerta. E non è una opinione dei tifosi del Wimbledon, è l’opinione dei tifosi di calcio di tutto il Regno Unito.

Il MK, di fatto, per le persone che riempiono gli stadi di League One, non esiste. Potrebbe cominciare ad essere accettato se cancellasse il Dons dalla propria ragione sociale. Ieri né il tabellone né il programma lo riportavano, la partita era semplicemente Wimbledon v MK. Non AFC, non MK Dons. Il messaggio era chiaro: Wimbledon, uno e solo, v MK, una squadra di un’altra cittá.  Non sono una costola del Wimbledon, non appartengono a questo mondo, sono un’entitá commerciale nata per sbaglio, sono la scusa per costruire uno stadio, il capriccio di un milardario, uno scherzo della natura e della FA.

Eppure, nonostante tutto, i cori sono meno offensivi del solito, non si respira la tensione che si preannunciava. Tutto fila incredibilmente liscio, un rispetto tacito e civile per quanto auspicato dal club, prendersi la rinvincita sul campo, provare il proprio punto ma senza cercare vendetta. “Questa non è una rivalitá – mi dice un tifoso del Wimbledon prima della gara – questo è odio”. Ed e’ comprensibile, non è bello da dire ma è vero. Le rivalitá sono cittadine, religiose, geografiche. Questa è stata creata a tavolino, come i confini dell’Iraq.

La partita: conta e non conta. Certo meglio vincere ma questa è la partita che non avrebbe dovuto esistere. Jake Reeves sblocca il risultato poco dopo la mezz’ora di un incontro equilibrato ma non ha senso neanche parlarne. Almeno il gol fa partire più cori, in più parti dello stadio, spontanei, la gente non si tiene, ognuno dice, urla, la sua. Il gol in casa contro gli impostori è una liberazione. Lyle Taylor raddoppia neanche 10 minuti più tardi e non c’ è più storia. I giocatori ospiti, forse i meno colpevoli di tutti in questa situazione, non hanno le energie mentali, per loro sono in palio tre punti e basta, per i giocatori di Neil Ardley molto di più, semplicemente questa gara non la possono perdere.

Per circostanza fortuite che non sto a spiegare (grazie Luca!) ho assistito a questa partita dal settore riservato alla stampa. Mi era capitato in passato, poche volte e non solo in UK. La differenza è che qui all’intervallo il te’ me lo ha offerto una singora ultrasettantenne con piumino del Wimbledon, cappello di lana e stampella che per fare pochi scalini ha fatto una fatica notevole. Sono queste le cose che apprezzi di più all’interno di un community club, non sentirsi cliente e avere le hostess in tacco 12 che ti accompagnano al posto in minigonna. Un family football club vuol dire inclusione, attenzione ai tifosi, condivisione, senso di appartenenza anche se “solo” intorno ad un rettangolo verde. Cosa che il Milton f.ing Keynes non avrá mai.

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Casa dolce casa

23 settembre 2016 Lascia un commento

_91171791_westhamstadium_gettySe l’addio ad Upton Park ha strappato qualche lacrima, l’arrivo al London Stadium ha strappato qualche schiaffo. Le polemiche hanno accompagnato questo spostamento fin dall’annuncio e sembrano aumentare dopo ogni gara casalinga. Per capirci qualcosa ho chiacchierato con Mark, un tifoso quarantaduenne degli Hammers che ha comprato l’abbonamento per sé e per suo figlio in quello che è stato brevemente lo Stadio Olimpico di Londra.

“La mia prima partita del West Ham? è stata l’ultima della stagione 85/86 in cui arrivammo terzi ma non cominciai ad andare regolarmente fino ad un paio di anni piú tardi. In tutto sar ò stato abbonato ad Upton Park per una quindicina d’anni visto che al principio semplicemente pagavo due sterline ai cancelli ed entravo e che durante l’universitá vivevo fuori.

Quando fu annunciato che ci saremmo trasferiti in un nuovo stadio la reazione è stata mista: era una decisione che era nell’aria, le ragioni per uno spostamento erano sotto gli occhi di tutti. Upton Park era vecchio, scomodo e soprattutto era in una brutta zona. Difficile da raggiungere, un incubo per ritornare a casa il giorno della partita con pericolo di brutti incontri al buio lungo Green Street. Insomma, anche se casa, quando ci fu presentata la prospettiva di traslocare in un impianto nuovo di zecca la maggior parte fu a favore e nel momento in cui il Tottenham cercò di accaparrarsi lo Stadio Olimpico anche chi era indeciso si schierò a favore. Se quello stadio toccava a qualcuno non era certo agli Spurs ma a noi.

Il Boleyn Ground non si poteva espandere e, anche se qualche piano fu considerato, nel momento in cui ci fu questa alternativa nessuna altra opzione sembrò più contare. Non era solo lo stadio da ristrutturare ad Upton Park ma tutta l’area, stazione metro compresa. Se il giocare in uno stadio più grande aumenta le aspettative? Nessuno si è illuso che con questo trasferimento diventeremo un club più grande o più importante. Semplicemente si sono guardati i fatti credo. Il West Ham ha tantissimi tifosi e il vecchio stadio ne poteva accontentare una piccola parte, la capienza non era sufficiente. Con una politica di prezzi intelligente si sarebbero potuti attrarre molti più tifosi. E infatti ha funzionato: 52mila abbonamenti e piani per incrementare la capacitá a 67mila. Ma nessuno pensa che stia iniziando un periodo di successi. Il tifoso del WHU sa di non essere il Man U o l’Arsenal.

Com’ è il nuovo stadio? La mia prima esperienza  è stata molto positiva. In uno dei preliminari di Europa League, una bella serata estiva, stadio pieno, senza ansia da risultato e tutti sembravano di ottimo umore. Ma poi sono cominciati i problemi con le persone che vogliono seguire la partita in piedi, con i posti con visibilitá limitata e con l’assenza di separazione tra tifosi delle due squadre, questione non affrontata fino alla prima gara di campionato. Si poteva prevedere? Certo che si poteva prevedere. Anche nell’epoca degli stadi tutti a sedere, ad Upton park c’erano delle sezioni dello stadio in cui la gente stava in piedi durante la partita, si sapeva e si tollerava. Il Bobby Moore Stand e l’angolo tra il Main Stand e il Bobby Moore Stand, conosciuto come Chav Corner, e la parte sotto del Sir Trevor Brooking Stand, erano di fatto dei settori in cui i tifosi stavano in piedi. Quando la campagna abbonamenti nel nuovo stadio fu annunciata la societá varò questa iniziativa in cui ogni abbonato ad Upton Park poteva rinnovare e poteva portare due amici, o figli o chi voleva. Il risultato è stato che molte di queste persone non sono tifosi appassionati o storici e si sono ritrovati in settori dove magari la maggioranza vuole continuare a seguire la gara in piedi come ha sempre fatto e quindi protestano. So anche di persone che sono state convinte a cambiare posto dal dipartimento commerciale del club che deve vendere abbonamenti e ha offerto dei pacchetti più cari in posti migliori che la gente ha accettato senza considerare che poi però non avr á più la possibilitá di stare con i popri amici e non potrá più vedere la partita in piedi. Quindi ora, tutte quelle persone che guardavano la gara insieme e in piedi invece di essere concentrate nello stesso settore sono disseminate nello stadio. Non te la puoi prendere neanche troppo con il club perché non possono ammettere di avere una standing area in quanto sarebbe illegale.

Dopo la gara conil Watford è scoppiata una polemica perchè ora ci sono un sacco di ragazzini che sono seduti in queste parti dello stadio dove ci sono problemi con la gente che sta in piedi e quando è scoppiata la rissa alcuni sono stati fotografati mentre piangevano. Il club ha detto che erano in una Family Area ma non è vero perchè quando io ho telefonato chiedendo un abbonamento per mio figlio in una zona tranquilla, non era mai stato allo stadio, ho chiesto se ci fosse una Family Area e mi hanno detto di no ma che però c’era una zona dove cercavano di vendere biglietti alle famiglie ma non è la stessa cosa. Poi hanno cercato di inserirla per forza perchè il regolamento in Premier League lo prevede e perche comunque il West Ham ha venduto 10mila abbonamenti under 16, 10mila! 99 sterline l’uno, anche se in teoria li può comprare anche un adulto e poi fare l’upgrade partita per partita. La veritá è che qui come in tutto il resto degli stadi si dovrebbero inserire delle standing area. È molto più pericoloso stare in piedi sui seggiolini, come avviene oggi, che nelle standing area. Saranno 20 anni che non mi siedo ad una partita in trasferta perchè tutti la seguono in piedi. Non capisco perchè non si accetti l’evidenza.

Il ruolo della polizia nei recenti incidenti e nel futuro? Situazione delicata, i proprietari del club e quelli dello stadio si rimbalzano le responsabilitá, come accaduto dopo gli incidenti con il Watford. Ci saranno state sette persone a separare le due tifoserie, troppo poche. Qui non si sa bene che è successo perchè il West Ham deve comunque garantire la sicurezza dei tifosi. Quindi o i proprietari dell’impianto hanno comunicato le misure di sicurezza previste e il club, colpevolemente, le ha accettate, anche se inadeguate, o il West Ham non ha proprio fatto la domanda dando per scontato che le misure in essere sarebbero state sufficienti e sono stati quindi negligenti.  Quindi, mentre le due parti si accusano a vicenda, è intervenuta la polizia che nel secondo tempo contro il Watford è entrata (perchè prima era stato detto che non era desiderata) e ora probabilmente ci sará sempre.

Il problema principale è che c’ è bisogno di steward esperti: alla fine dello scorso campionato agli steward che avevano lavorato ad Upton Park per 30 anni fu detto di presentare domanda di lavoro alla nuova compagnia che avrebbe curato la sicurezza nel nuovo impianto. Alcuni lo hanno fatto ma molti hanno deciso di lasciare, ovviamente. Il problema è che questa nuova compagnia è abitutata a sorvegliare concerti o altri sport, le Olimpiadi, tutti eventi molto diversi da una partita di calcio con tifosi molto diversi dai tifosi di calcio.  E alcuni di questi che hanno accettato di continuare a lavorare nel London Stadium dicono che spesso sono assegnati su in cima in posizioni ridicole a controllare l’accesso alle scale mentre invece sarebbero molto più utili vicino a tifosi che conoscono personalmente e che hanno controllato per 30 anni.

Nella prima partita contro il Bournemouth non c’era nessun tipo di divisione, come nelle partite non league, alla fine della gara ti potevi fare il giro dello stadio all’interno e addirittura mischiarti con i tifosi ospiti mentre con il Watford la presenza di steward era ridicola. Non so se siamo stati fortunati con il calendario o la cosa è stata voluta in qualche modo ma pensa se invece di Bournemouth e Watford ci fossero stati Chelsea  e Tottenham. Anche fuori le cose stanno cambiando. Mentre all’inizio si poteva passare dentro il centro commerciale di Stratford, ora l’accesso è chiuso. A chi va alla partita non è consentito mischiarsi con chi va a fare shopping. Comunque al momento incidenti fuori non ce ne sono stati ma capisco che vogliano bloccare Westfield, pensa un sabato pomeriggio con migliaia di persone che vanno in uno dei centri commerciali piu’ grandi del mondo e magari il West Ham gioca in casa contro il Chelsea. Il panico.

Se la gente è stufa di tutto questo London Stadium, London club ecc? Si un po’. Sono le persone dietro il marketing della societá che spingono per questa specia di nuova identitá. Per il nome dello stadio in effetti potevamo fare poco perch è cosi si chiama e non è nostro. L’aver inserito il nome London sullo stemma invece per me ci umilia un po’, è come se si volesse dire che non siamo grandi o famosi abbastanza e quindi dobbiamo aggiungere Londra quando invece qualsiasi tifoso di calcio al mondo sa chi siamo e di dove siamo, conosce la nostra storia.

Mi manca Upton Park? Il dentro si, l’atmosfera, ma fuori era un incubo mentre da Stratford sono tornato a casa in mezz’ora l’altro giorno. Upton Park era scomodoo e non era una bella area, negli anni è cambiata molto ed è diventata una zona prevelantemente Asiatica che però ogni due settimane era invasa da queste 40mila persone, eastenders o essex boys, che dopo poche ore se ne riandavano.

Le polemiche sullo stadio che in teoria ci è stato regalato e che è stato costruito con il denaro dei contribuenti per me non hanno senso: a mio avviso c’erano tre opzioni

  1. Darlo al Tottenham; gli Spurs lo avrebbero buttato giù e avrebbero ricostruito un impianto solo per il calcio (e dato probabilmente fondi per ricostruire il Crystal Palace Athletic Stadium) ma la cosa non era vista bene perchè non si voleva distruggere il simbolo di Londra 2012 che è stato un successo nazionale.
  2. Ridurre la capacitá a 25 mila posti e destinarlo alll’atletica ma sarebbe stato usato poche volte l’anno e avrebbero fatto fatica a mantenerlo
  3. Darlo al Leyton Orient che quando va bene arriva a 5mila tifosi

Alla fine non eravamo la sola soluzione possibile, ci dovrebbero ringraziare non criticare. E non è il nostro stadio. Chi lo ha costruito odiava il calcio e lo hanno fatto in modo tale che sarebbe stato molto difficile riadattarlo, non come quello del Man City. Quindi quando fu offerto al West Ham il club ha risposto ok ma bisognava fare molto per renderlo adatto al calcio. Noi provammo a comprarlo ma ci bloccarono, si dice in seguito alle proteste del Tottenham, e quindi alla fine finimmo per contribuire in minima parte a queste spese di ristrutturazione. L’accordo finale, molto buono per noi, ci vede pagare una cifra intorno ai due milioni  per affittarlo di fatto una trentina di giorni l’anno per i prossimi 99 anni. Quindi chi lo possiede, nel resto dei giorni ci puó fare quello che vuole, non è il nostro impianto anche se è brandizzato, bene, con i nostri colori.”

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Legacy

29 novembre 2015 Lascia un commento

Brian-Lomax1Lo scorso 2 Novembre si è spento, all’età di 67 anni, Brian Lomax. La triste notizia non ha trovato nessuno spazio, che sia anche una sola riga, oltre i confini del Regno Unito. Eppure, tutte le persone che si riempiono la bocca con parole come “modello inglese” o “partecipazione popolare” avrebbero dovuto prendere nota. Se ad oggi Supporters Direct esiste ed è stata al centro della formazione di 203 trust solo in Gran Bretagna e chissà quanti nel resto d’Europa, se la stessa UEFA incoraggia l’apertura ai tifosi nella gestione dei club, se centinaia di migliaia di persone hanno ancora una squadra da tifare ogni fine settimana, lo si deve a Brian Lomax.

Fu lui che nel lontano 1992 ebbe l’idea, l’ispirazione ed il coraggio di mettersi in gioco, di abbandonare il tradizionale ruolo del tifoso inteso come semplice spettatore contribuente e di iniziare una sorta di attivismo che avrebbe di fatto rivoluzionato il modo di vivere il calcio. Lomax, ricco della sua esperienza prima come addetto alla sorveglianza di persone in libertà vigilata e poi come fondatore della associazione benefica Mayday, che forniva abitazioni temporanee per ex galeotti e famiglie in gravi difficoltà economiche, non fece altro che applicare i principi in cui aveva sempre creduto anche alla sua squadra di calcio, il Northampton Town, che quell’anno rischiava di scomparire (o meglio, a quella di sua figlia, visto che Brian era cresciuto come tifoso dell’Altrincham). Parliamo di principi base, cristiani quasi, di fiducia nel prossimo, di responsabilizzazione consapevole, di approccio disinteressato, di condivisione, di unione di intenti per un bene comune. Da un’intervista a David Conn:

“I believe there are certain very important values in life and that football support embodies them. There is a sense of pilgrimage, of going to a sacred place; there is loyalty, sticking with something through good and bad times. It’s about emotion, about sharing and comradeship, about the whole being greater than the sum of its parts. These are very deeply rooted human needs and I believe that is at the root of people’s love for football and loyalty for their clubs.”

Nel 1992 il “suo” primo trust di tifosi comprò l’8% delle quote della società ed ebbe diritto ad eleggere un direttore nel board (lui stesso). Non più tifosi invitati a partecipare ma presenti di diritto nelle riunioni che contavano. Quando nel 1999 la Football Task Force decise di formare SD non si ebbero dubbi su chi contattare per far partire il progetto. Rimase come presidente fino al 2003 e, dopo essersi ripreso da un infarto, ancora dal 2005 al 2009. Oltre ad essere una ispirazione per chiunque lo avesse incontrato, Brian Lomax era una persona estremamente alla mano, umile, gentile, giusta.  La sua passione era contagiosa, la sua visione del calcio, o meglio del tifo, vedeva un solo modello possibile, quello in cui il ruolo di un club di football dovesse essere sociale e non commerciale. Ciò che rappresenta parte della vita di milioni di persone non può essere liquidato come industria di intrattentimento, dovrebbe essere trattato con molto più rispetto. E Brian Lomax, questo, lo aveva sempre dimostrato. RIP.

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Fighting for the good of the game

1 agosto 2015 Lascia un commento

sdI met Kevin Rye when I was writing my book on AFC Wimbledon. Not only he did help me enormously but he gave me a lot of his time and passed me all the right contacts in order to have the most accurate information. He also introduced me to SD, an organization I’d only heard of until then. Through the years I came familiar with some of the people and the battles they fought in the name of the fans. I admired the spirit of many, the never say never attitude, the respect they treated every fan of every sport from everywhere. There were never Premier League Club fans or Ryman League Fans, football fans or rugby league fans. It was just fans, all of us fighting, one way or another, for what we think it’s right, defending ideals and passion against speculators and soulless merchants. I was somehow shocked to learn Kevin and SD have parted company and even more when I heard the same old problem, funding, was the reason behind it. I thought that after so many years saving clubs and helping other to fight for (part of) their lives it was about time to give the organization and all the people working for it a proper, public, material recognition without leaving them every year worrying too much about their future. Unfortunately this has not been the case. I’ve decided to interview Kevin a few months after his farewell, with his mind relaxed and probably happy to look behind. I know he has done a tremendous job, with enthusiasm, passion and determination. I know there are many people who are grateful to have met him. I’m one of them.

 You started with SD more than 10 years ago. It was something you were looking for or something you found yourself involved in due to your activity around the formation of AFCW?

 I did have an interview for a post at Supporters Direct in late 2001, during the time I was helping to run the campaign to stop Wimbledon being franchised, but didn’t get the job. I wouldn’t necessarily say that after that I was seeking a job with SD, but when I was offered one (a three-month contract, because of funding uncertainties) I grasped it with both hands, leaving the Samaritans as a researcher. Technically I worked on a temporary contract, until well over a year later, when I was confirmed in post. Around this time (early-to-mid-2004) certain elements within The Premier League were dragging their feet on SD’s funding, which it turned out wouldn’t be the first time. On this occasion it resulted in our funding being moved by the Labour government to Sport England instead. I believe that was thanks to good people like Phil French, Andy Burnham and ultimately, Tessa Jowell, Secretary of State for Culture, Media and Sport, at the time.

 You have a vast experience with a number of clubs in England, Britain and abroad. If someone asked you just a name where everything you fought for has been achieved, would it be Wimbledon?

 No. But that doesn’t mean it wasn’t amazing. It was. And I do think it was a vital act of rebellion; an act of refusal from a group of determined fans to comply with the tide of consumerism in football. It’s amazing that it had got so bad that the franchising argument could even be legitimately put forwards and given a hearing – and it was franchising, regardless of the inadequate arguments put forward still today by a small section of misguided people in the south midlands.Wimbledon was unique in as much as it stood as an example of what happens when the wrong people run football. Sam Hammam was himself a uniquely awful individual to own a football club. He’s the kind of person whose sincerity was entirely based on his own self-interest. He’s never received the kind of proper scrutiny of his actions at both Wimbledon and then at Cardiff. Even today he gets too easy a ride in my view. In terms of my professional view, I actually still struggle to look past Merthyr Tydfil (now Merthyr Town). This is a group of people rebuilding a club for its community. An example of what collective action can achieve and going beyond it. It’s magnificent. I don’t think, in that way that I’ve found the Welsh often very modestly act, that they quite realise what they’ve achieved. Yes, I had a role in that, and I have immense pride that I did. But it was them and their willingness to see past the sheer hopelessness that the previous owner had engendered. The not just saving, not just rebuilding, but going way beyond that. It’s truly the club that refused to die. It’s club that has no right to exist. Not really. But they did it. There are also people like Chester, Wrexham and others who fought long, long campaigns often of attrition to win. And then there’s FC United, who we all need to show just what’s possible. Not in that horrible, mythical ‘American dream’ way, but that wonderful way that proves that we can be greater than the simple sum of our parts. There are so many stories, all of which write a chapter in a book that anyone’s yet to write. I suppose I should have a crack but I’m a bit busy at the moment.

How important was the Northampton experience and Brian Lomax?

 In terms of SD? Pivotal; it provided the model. I don’t think that we spent enough time talking about that if I’m honest, because we got preoccupied with (full) ownership and dealing with the mess left by the people ‘running’ football and clubs. I did try to change that towards the end of my time at SD. That’s not because of anything anyone could have done, not really. SD had and still has ridiculously limited resources. It does huge, huge amounts of good work, yet doesn’t actually get the money to do it properly. The people who could change that, other than the Premier League and FA themselves, are the politicians of all stripes who have had the chance to do something about it and have hesitated, maybe they’ve been pressured, or have decided that it’s not a priority.

SD was a result of the Football Task Force setup by the Labour government. Do you think football would have been on the agenda whatever the government or Labour were closer to fans’ needs at the time?

 I don’t think anyone could have seen the Tories setting up the taskforce at that time, and that’s not a party-political point – even though the well-worn David Mellor (former Tory sports minister as I recall) was part of the investigatory group. Although I wasn’t really aware of football activism at the time, I certainly now don’t get the impression that it would have been at the centre of their thinking on sports policy.

How much did SD change during your stay?

 It depends what you mean by ‘change’. It certainly was at times a roller coaster ride! I worked under every Chief Executive, permanent and temporary, bar Brian Lomax, and a number of them had qualities that I valued. Phil French was little short of career defining for me, and equally defining to SD I think. When he came (from The Premier League, having worked with Andy Burnham and others to set SD and the Football Foundation up) it was very clear that we needed discipline, clarity, purpose, professionalism. I loved working for him. He was like a manager who changes a club’s outlook and direction: he turned the ship around almost completely. We were a bit unsettled and feeling very bruised, but he really did lift us. Phil also helped to get us into our vital work in Europe. I suspect that his political intelligence meant that he knew we needed alternative centres of support, and that Europe and UEFA could be that; it could balance against the often quite waring and ultimately destructive forces of the Premier League, who seem to operate an approach to funding that is more reminiscent of a form of slow torture like waterboarding. Dave Boyle, coming from the grassroots as he did, brought a real confidence, a chutzpah, a belief in ourselves. Dave was very popular, very quotable, very driven politically. It’s a shame that he was undone in the way he was, in a way that was in my view avoidable. I’ve always tried to be respectful to those overseeing the organisation at board level as they have a tough job to do, but I’m afraid that anyone in a position of leadership or real influence on the board at the time badly let the staff down. They were like rabbits in the headlights. I was on paternity leave following a bit of a difficult time after my son’s birth and so most of it happened from a distance; it was immensely frustrating. The staff carried the organisation through that time in the end, as we/they often did. I think it’s tremendously sad that Robin Osterley left recently, even though I was made redundant under him. He promoted me, entrusted me with a lot of responsibility for our strategy, campaigning and political work, and I liked working with him. Europe obviously changed things as well, and Antonia Hagemann has been one of the most bloody minded and committed individuals that I have ever worked with. It has been this bloody-mindedness that has meant SD has a future in Europe. I hope it contributes to SD having a future full stop. Over time we became more politically astute, we engaged more and more with other political parties, achieved notable successes like the CMS Committee reports, a great deal of which came from our work and pressure. SD’s move into Club Development, a move piloted by Tom Hall and run now by James Mathie, was smart; it’s entrenched the ownership agenda into a formal part of the organisation that hopefully can affect the club grassroots, and building the case more broadly for supporters owning their clubs. What hasn’t changed is the funding, and the biggest problem is still the money that funds the English side of the work, which is the lions share. Things do need to be resolved. SD needs some proper funding from football itself, for all the good it does the game, however and wherever that comes from. It also needs to decide what it is. Is it European? Is it pursuing a principle of supporter involvement and so isn’t attached to geography? Should it split into English, Scottish, Welsh, European parts with only principles connecting them? I know that there is a small coterie of people currently pushing distracting talk of a merger with the English/Welsh football supporters organisation, the FSF. Merging a fundamentally diverse organisation like SD with an English football organisation seems to be apples and oranges to me; they don’t go together. It’s also a little patronising to the Scots, Welsh, Rugby League activists and other Europeans who are part of the trust movement/SD. I hope that the membership get engaged in the debate.

Do you feel the organization lost some of the freedom and independence of the first years? I mean, with the funding ultimately coming from the Premier League, do you think you had to be “milder”?

 I think there is a tendency to think that you have to be ‘subtle’ in circumstances like the ones SD is almost perpetually in. It can if left unchecked lead to a view that ‘not upsetting’ people has to be a fundamental plank of a strategy. I don’t agree. Disagreement is something of a fact of life as a campaigning movement. It’s my view that here’s an immaturity about some of those running our game when it comes to disagreeing; some have a habit of being a bit spiky when you don’t tow their line. Whereas I think you can be robust, you can push hard, you can stand up for your members, for clubs and fans, for the game, without actually being rude or obnoxious. Others manage it. As an example, we worked with James Cave, founder of the Against League Three campaign, and other activists, and opposed The FA’s ‘B-Teams’ proposals last summer. We told Greg Dyke what we thought, and we collectively harnessed opposition and fought very hard because we knew people backed us. But you can do both: I ended up dealing directly with Peter Beverley, who led the commission for Greg Dyke, and got a formal hearing for us – and the FSF – as a result. Our views, representing thousands – millions I suspect – were officially part of the process, because we used two approaches; one inside the tent and one outside, harnessing different people and strengths. That’s the essence of SD and the trust movement, and its effect on football activism; don’t be scared of effective protest, get angry, be organised, but don’t let that be the end in itself. Be strategic; have a strategy beyond ‘getting rid’ of someone or something; what do you want instead? What’s your vision?

What do you rank as your greatest success, a day you look back to telling yourself you were proud to be part of ?

 For the reasons I’ve already given, Merthyr Town. The club that in my opinion had no business surviving. But it did, and I can say that I played a bit-part.

Europe: still behind or catching up with the British movement?

 The roots are often different. In England the trust movement was about reform of the game as much as of reform of clubs – or at least quickly became that when we pulled back the curtain and peered inside! Of course that’s true to some extent across the continent, but it is acutely so in England. What the impatient parts of the rest of Europe need to do is to realise just how long it took for the trust movement to take hold in England. Years and years. It took the fanzine movement, independent supporters associations, then trusts. It was a long journey over a long period of time. It’s normal though: The English look to the Germans in a similar way. The Italians & Spanish in my experience were particularly impatient – probably down to the awful state of football there – but it does take patience, and a lot of hard work! There are some results being seen in both countries, as I always thought there would be.

FSE, FSF, do you think fan movement should be more spontaneous or any form of organized group federation is good for the future of fandom?

 I don’t know about anyone else, but SD can represent a very modern form of activism, in my opinion. Spontaneity is useful, but again, you have to have an alternative, something else. Not just “we don’t want ‘x’”. It can and should harbour pretensions to change the game, run clubs, do the important formal stuff because that is the answer; the change. But it needs to still be something of a radical. Its greatest strength is in being one foot in and one foot outside. It needs to represent a radicalism that can appeal to football reform minded Tory MPs like Jesse Norman and Damian Collins as much as it can be led by people like Andy Walsh, Jay McKenna (Spirit of Shankly) or the local hero . It does not need to choose one or the other. It can be both.

Do you think fans today are more aware of what’s going on at boardroom level or the majority still think of winning as the priority whatever the means?

 I commissioned an opinion poll last year with ICM Research which said that fans really do care about more than the 90 mins on the pitch in all sorts of ways [it’s on the SD website]. Brian Lomax said something similar years ago, and it’s true. I think the problem is that the information isn’t always there, or often comes through the prism of some bias (the clubs, owners and officials, PL, FL, etc), or it’s not available at all because companies are still, scandalously, allowed to hide information in all sorts of ways. SD & supporters’ trusts are so important, and can be the people who tell people the truth; that keep telling it like it is.

Do you think fans involvement is the future?

 One day years ago I decided that I’d stop answering that question, and I would instead begin demanding to hear why the people messed it up were any better! I’m still waiting, and they haven’t. Whilst I wait for an answer they’re adopting most of SD’s ideas anyway! Since 2004, they’ve adopted the language, a lot of community engagement ideas, financial management (not always properly, but with some good outcomes), ideas on engaging with fans. In truth being at the coalface is not all that useful for assessing whether you’re winning the battle though. However now I have distance, I’m sometimes quite stunned and very proud about what we’ve collectively achieved, even with all the difficulties we’ve faced.

What’s the risk for fans to be used by governing bodies?

 My view is that robustness, independence and transparency are your best bet against being ‘used’. That it’s not a position that can simply be negotiated away, and that you’re going to ensure that you’re open and honest to the people who’ve put you in that position about what you’re doing and why. It’s accepted that SD’s role is partly to provoke transparency (ensuring people know more about how and why things work the way they do) in the authorities in much the same way that supporters’ trusts need to be doing that at clubs. Football desperately needs that. It’s a basic rule that people who have power don’t like giving it away. That’s true in every walk of life. There are definitely some parallels with the ‘establishment’ more generally and its dislike of giving power away – certainly in the UK. I’ve heard it from some of those who have met top football representatives that they’re often taken aback at how good ‘our’ people are in those circumstances, at their robustness and professionalism. It’s still quite shocking that they underrate them quite so much after so many years. I know so many people in the trust movement who just refuse to play the ‘game’ and I genuinely think that the authorities struggle with people who won’t play it, who genuinely want the best for their members, for fans and who are organised. There are some really smart people in charge of the authorities, not least Bill Bush – the PL’s Director of Public Policy (and a former strategist for Tony Blair), but the trust movement is very fortunate because there are some fiercely intelligent, incredibly committed people who will command genuine respect. You’ve got to get respect, even if they don’t like you.

Nowadays, there could be another Wimbledon in British football?

 I hope not. I hope that Wimbledon stands as an example of how not treat people, and how people won’t always take what you’re feeding them. If SD ever adopts a motto, it should be something like ‘making sure the good people win’….sometimes! Isn’t that what we all want to see? Good people winning?

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