Rimpianti

gazzaLo scorso 27 maggio Paul Gascoigne ha compiuto 50 anni, mezzo secolo. Potevo mancare il mese ma non l’anno, un pensiero, nonostante tutto, era di dovere.

La sua carriera si puo’ tranquillamente dividere in prima e dopo il 1991, prima e dopo l’infortunio cercato e rimediato nella finale di FA Cup contro il Nottingham Forest, una finale che il Tottenham aveva conquistato grazie al suo numero otto, sei gol e cinque prestazioni da vero leader. Quanto successo dopo quella partita disgraziata mi interessa poco. La sua avventura italiana, i suoi anni in Scozia, con l’Everton o col Boro. Perfino Euro 96 e il suo magnifico gol contro the Auld Enemy. Sprazzi di classe, di genio e di follia ma niente in confronto a quanto visto fino a Maggio 1991. Essendo cresciuto in Italia, quando la Serie A era il campionato più importante e seguito del mondo, ho avuto la fortuna (o sfortuna visto che spesso brillavano nelle squadre avversarie) di vedere dal vivo moltissimi campioni proveniente da ogni parte del pianeta. Pochi, forse nessuno, mi ha entusiasmato come il Gascoigne di fine anni 80.

Erano gli anni dei miei primi viaggi in Gran Bretagna, in cui cercavo con avidità ogni possibile ritaglio di giornale, rivista, notizia che riguardasse il campionato inglese. Si parlava di questo presunto fuoriclasse in erba, ancora acerbo, ruvido, sregolato, sovrappeso, in forza al Newcastle ma le immagini erano poche. Niente internet o youtube, qualche spezzone, passaparola di chi lo aveva visto dal vivo, tanti articoli. Una forza della natura, un matto o un genio a seconda di come si volesse vedere. Sembrava dovesse finire al Man Utd poi il cambio programma, si dice dopo l’acquisto di una casa per i suoi genitori da parte del Tottenham. Sir Alex non glielo perdonerà mai ma forse è lo stesso Gascoigne che non se lo perdonerà mai. Sotto la guida di un manager severo ed esigente come lo scozzese, e lontano da Londra, forse la sua carriera sarebbe andata diversamente.

Il giovane Paul arriva invece nella capitale nel 1988. Gli Spurs sono allenati da Terry Venables e giocano un bel calcio. Peccato vada via Waddle la stagione dopo ma in compenso arriva Lineker dal Barcellona. Nelle mie puntate a Londra le visite al White Hart Lane si fanno sempre più frequenti. Gascoigne, non ancora Gazza, incanta. Palla al piede è inarrestabile. È veloce, la sua stazza lo aiuta a rimanere in controllo anche quando cercano di buttarlo giù in tutti i modi, è aggressivo, vuole sempre la palla, non si nasconde mai. Ha un dribbling formidabile, un tiro da fare invidia. Sullo stretto è imprendibile. E ha grinta, non disdegna i contrasti, se c’è da farsi valere non si tira mai indietro. È un ragazzo con molti problemi, molti demoni scatenati da esperienze tragiche nella sua infanzia e giovinezza. Demoni che poi sfoceranno nell’alcolismo e la depressione di più recente memoria. Come da lui ammesso la sua salvezza è il rettangolo verde, sono i 90 minuti che lui vorrebbe allungare all’infinito perchè quando è in campo non pensa ad altro.

Per questo è iperattivo, per questo esistono infiniti aneddoti sugli scherzi che Gascoigne faceva ai suoi compagni di squadra o agli allenatori ovunque sia stato. I suoi colleghi in nazionale raccontano che non si fermava mai, di come fosse un incubo averlo come compagno di stanza. Leggendario è il ritiro in Sardegna durante i Mondiali del 1990 ma la storia più esilarante risale al giorno precedente la semifinale di Torino contro la Germania Ovest. È pomeriggio e fa un caldo bestiale, tutta la squadra è in hotel meno Gascoigne, non si trova. Alla fine lo scovano sui campi da tennis, sta giocando con un turista americano. Lo portano da Bobby Robson, l’allenatore, zuppo di sudore. “Cristo Paul, abbiamo una semifinale del mondiale domani”, “MI stavo annoiando boss”, “Ok vatti a riposare, quanto hai giocato? quanto stavate?”, “6-5 al quinto set boss”.

Italia 90 è il suo palcoscenico mondiale. Arriva con la sfrontatezza e l’arroganza del giovane campione che sa di esserlo, cosciente delle sue doti eccezionali, del suo momento di forma magica. Quando Robson gli dice di marcare Matthaus lui gli chiede chi è e nel tunner se lo fa indicare (non c’erano i nomi sulle maglie) da un compagno. Quando il tecnico gli dice che quella sera giocherà contro il centrocampista più forte del mondo lui risponde “non io, lui”. Sembra spavalderia ma è solo la realtà. Al mondiale gioca tutte le partite fino alla semifinale, offre tre assist vincenti, tutti decisivi. In semifinale commuove il mondo, sicuramente l’Inghilterra, con le sue lacrime dopo il cartellino giallo che gli costerebbe la possibile finale.

La Gazzamania esplode al rientro in patria. Il calcio inglese cambia per sempre dopo quel torneo. Gascoigne è la prima vera star del nuovo calcio inglese. È ovunque. Lo vogliono tutti, le TV, gli sponsor, le squadre. La sua stella sembra non potersi offuscare. Arriva l’offerta dall’ Italia, il campionato dove tutti vogliono giocare, il più ricco e prestigioso dell’epoca. Il suo destino è il successo. Fino a quella maledetta finale, a quel maledetto contrasto.

Gascoigne, per gli amanti del nuovo calcio Gazza, si ritira come giocatore nel 2004. Il genio aveva smesso 13 anni prima. Auguri in ritardo.

Pensieri e finali

wemÈ buffo ma queste righe sono frutto dei miei pensieri nel doportatita di domenica scorsa, sopra un vagone stipato all’inverosimile della Metropolitan Line tratto Wembley Park-King’s Cross. Il Sunderland aveva appena giocato una delle migliori partite degli ultimi 15 anni, penso che era dai tempi di Peter Reid, Quinn & Phillips che non avevo visto una prestazione tanto convincente. Ma il “giantkilling” non c’era stato. Niente headlines, niente parate su bus scoperti, niente ritorno in Europa. Un tiro beffardo, che avrebbe potuto beccare qualsiasi spettatore seduto dalla fila Q in su dietro la porta, si era invece insaccato perfettamente all’incrocio dei pali riequilibrando una gara che fino a quel momento il Manchester City non aveva fatto nulla per cercare di vincere. Si può argomentare quanto si vuole sulla classe del marcatore, Yaya Toure, o sul fatto che si trattasse solo di un problema di tempo vista la differenza di classe tra le due formazioni. Quel tiro, scoccato quasi con un atteggiamento indispettito da parte di qualcuno che fino a quel momento non aveva potuto imprimere la propria impronta sulla gara, non ha cambiato solo una partita, ha ucciso un sogno. Non solo il mio o quello di altri 31mila Mackems assiepati dentro Wembley ma quello di ogni cittadino della Repubblica del Wearside. La Coppa di Lega oggi come oggi per il City è una coppetta, anche se potrebbe rappresentare l’unico trofeo in questa prima stagione post Mancini, mentre per Sunderland avrebbe voluto dire prosciugare qualsiasi pub nel raggio di 10 miglia dallo Stadium of Light.

Per qualche motivo oscuro la metropolitana su cui sono salito senza muovere i piedi, come in una scena di un film di Spike Lee, ha cominciato a fermarsi ogni poche centinaia di metri allungando un tragitto che per stanchezza, alcol e stato d’animo era già di per sè estenuante. La mente ha cominciato ad andare indietro, alle finali, alle coppe, alle partite giocate dal SAFC a Wembley, alle sconfitte.

È facile ricordare gli anni delle due vittorie in FA Cup, 1937 e 73, basta invertire gli ultimi due numeri. Ma mentre la prima fu vinta quando il Sunderland era una squadra di vertice, campione d’Inghilterra nel 1935/36, la seconda fece molto piú scalpore visto che nel 1973 militava in Second Division (arrivò sesta) e giocava contro il Leeds, detentore del trofeo e campione nazionale l’anno dopo. Le due finali di FA Cup perse invece sono datate 1913, da notare la vittoria ai quarti contro il Newcastle dopo due replay, e 1992, edizione in cui John Byrne segnò in ogni turno eccetto la finale. Nel 1992 il Sunderland di nuovo si presentò a Wembley mentre disputava un campionato nella serie cadetta (terminó al 18mo posto). In quell’occasione chi scrive si presentò alle 9 di mattina sotto le allora esistenti Twin Towers convinto di poter trovare un biglietto. Sette ore dopo e zuppo fino al midollo mi ero rassegnato a vedere il secondo tempo nel B&B dove alloggiavo. Michael Thomas non mi concesse neanche il tempo di coltivare qualche speranza giustificata da un buon primo tempo e regalò a Souness, insieme a Rush piú tardi, il suo unico trofeo da allenatore dei Reds. Per lo meno nel 1992 il Sunderland in semifinale eliminò il Norwich, vendicando in parte l’altra sconfitta in una finale di Wembley, quella della Milk Cup 1985, la prima (di Coppa di Lega) che riuscii a vedere da ragazzo in diretta su TMC. Fu una gara noiosa, decisa da un autogol e giocata male da due squadre che al termine di quella stagione retrocedettero dalla First Division.

E sempre un’autorete decise a favore dello Swindon la finale dei play off 1990 per un posto in First Division. Il Sunderland fu poi comunque promosso a causa della squalifica comminata ai Robins per irregolarità finanziarie ma nel dopopartita i tifosi dei Black Cats non lo potevano ancora sapere e probabilmente affrontarono il mio stesso viaggio verso King’s Cross con il medesimo stato d’animo. Per non parlare dell’altra finale dei Play off, quella del 25 maggio 1998. Io c’ero. Lo posso dire a testa alta perchè quel giorno non solo ebbi la fortuna di vedere una delle partite piú belle che mi è capitato in 35 anni che vado allo stadio, ma anche di sentire forse il tifo piú assordante della mia vita da tifoso. 4-4 alla fine dei supplementari e 7-6 per il Charlton dal dischetto. Stesso viaggio, stessi pensieri anche in quell’occasione. Sarà anche vero che le sconfitte formano e lasciano piú ricordi delle vittorie ma provare qualcosa di nuovo non sarebbe male, sono passati 41 anni dal 1973!

Scrivo queste poche righe in attesa che si disputi Hull City v Sunderland di FA Cup domani, un posto in semifinale e un altro viaggio, anticipato e senza senso, a Wembley in palio. Dopo due partite di campionato giocate contro gli uomini di Bruce in 9 v 11 e 10 v 11 speriamo di poter fare un altro paio di viaggi sulla Metropolitan Line con qualche pensiero in meno e qualche sorriso in piú.

Legend

bertVenerdì 19 luglio, il leggendario portiere tedesco del Manchester City Bert Trautmann è morto all’età di 89 anni. È un lutto per tutto il mondo del calcio. Pubblico di seguito un articolo da me scritto anni fa per una rivista. RIP.

“Quella dei prigionieri tedeschi nei territori alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale è un’altra brutta, bruttissima pagina della storia moderna. Come tutte le vicende legate ad un conflitto così atroce è difficile risalire ad una verità univoca: le notizie, i numeri e le responsabilità variano a seconda della fonte. Ciò che è sicuro è che negli ex territori occupati la sete di vendetta fu più forte di ogni convenzione umanitaria. Alla fine delle ostilità centinaia di migliaia, in Russia milioni, di prigionieri di guerra dell’Asse non furono rilasciati ma costretti a rimanere in condizioni di quasi schiavitù per aiutare a ricostruire quei paesi che la follia di Hitler aveva parzialmente distrutto.

Nonostante la guerra e i contrasti del “dopo” però molte persone decisero di rimanere dove erano, in territorio nemico, sperando che il tempo potesse lenire le ferite impresse per sempre nella memoria di vinti e vincitori. Tra queste c’era Bernhard (Bernd) Carl Trautmann, uno dei più grandi portieri  di sempre la cui storia, a molti ignota, merita di essere raccontata.

Nato a Brema il 22/10/1923, Trautmann iniziò da giovane a giocare nel TURA Bremen e a tifare per il Werder. Scoppiata la guerra, nel 1941 si arruolò in aviazione ma finì a fare il radio operatore nei paracadutisti e fu inviato in Russia. Catturato dalle forze Sovietiche riuscì a scappare dal campo di prigionia. Spedito sul fronte occidentale fu preso dai Francesi. Ancora una volta fuggì ma nel Marzo del 1945, quando ormai il conflitto mondiale si avviava verso la fine, fu di nuovo fermato dalle Forze Alleate, questa volta dagli Americani, e trasportato nel campo di prigionia di Ashton, non lontano da Manchester.

In un’intervista rilasciata al The Guardian nel 2000 dichiarò: “A 17 anni ero già un soldato ed ho dovuto assistere all’orrore e alla bestialità della guerra. Ma la mia formazione come persona è iniziata a 22 anni, quando, come prigioniero, sono arrivato in Inghilterra. La gente fu gentile, non vedevano un soldato nemico in me ma soltanto un altro essere umano…Dopo la fine delle ostilità decisi di andare a visitare la mia famiglia che non vedevo da sei anni. Alcuni degli abitanti della zona mi diedero un cesto con tutta roba che allora era razionata, come burro, zucchero, pancetta, e una busta con 50 sterline. Mi fecero commuovere.”

Tra gli svaghi principali nella vita del campo c’era ovviamente il calcio. Si organizzavano partite con quelli vicini e il giovane Trautmann si disimpegnava piuttosto bene come mezzala destra. Un giorno però nella sua squadra venne a mancare il portiere. Si offrì volontario per andare in mezzo ai pali. Non ne uscì più.

Una volta liberato, dopo la guerra decise di rimanere dov’era. La gente lo aveva preso a ben volere, ribattezzandolo per facilità di pronuncia Bert, e chi lo aveva visto in azione come portiere era ben determinato a non lasciarselo sfuggire. Per qualche tempo difese la porta della formazione amatoriale del St Helens Town FC dove il pubblico da poche centinaia diventò di qualche migliaio, in parte attirati dalla novità dello straniero ma in molti impressionati semplicemente dalla sua abilità. Durante un’amichevole contro il Manchester City impressionò talmente gli osservatori che decisero di offrirgli subito un contratto. Era il 1949.

I dirigenti del City però non avevano preso in considerazione due cose. Una era il fatto che Trautmann avrebbe dovuto rimpiazzare Frank Swift, praticamente una leggenda da quelle parti. Swift aveva vinto la FA Cup nel 1934 ed il campionato nel 1937 e se non fosse stato per la guerra la sua carriera, soprattutto a livello internazionale, avrebbe presentato tutti altri numeri. Ma il problema principale era la sua provenienza. Bert, per quanto inserito in Inghilterra, era tedesco. Aveva combattuto contro i figli della patria che lo ospitava, aveva servito un regime infame. Più di 20mila persone scesero in piazza a protestare e molti degli abbonati minacciarono di non mettere piú piede allo stadio fin tanto che il portiere della squadra fosse stato l’ex prigioniero di guerra di Ashton. Considerando che tuttora i supporter tedeschi vengono accolti al di là della Manica da frasi quali “Una Coppa del Mondo e due guerre mondiali” e da tifosi inglesi che mimano gli aerei della RAF protagonisti decisivi della Battaglia d’Inghilterra, non è difficile immaginare quale fosse il clima che si respirava intorno allo stadio di Maine Road in quei tempi.

Soprattutto la popolazione di origine ebraica di Manchester non ne voleva sapere. Dovette intervenire il rabbino capo riconoscendo in Bert Trautmann una brava persona, totalmente estranea alle atrocità della guerra. Le parole del rabbino fecero calmare un po’ le acque, il resto lo fece lui stesso. Nella prima trasferta a Londra, contro il Fulham, nel 1950, il pubblico di entrambe le fazioni iniziò a fischiarlo. I padroni di casa fecero una gran prestazione ma, grazie alle prodezze del loro estremo difensore, il City perse solamente 1-0. I giocatori di entrambe le squadre, e il pubblico, applaudirono Trautmann fuori dal campo a fine partita.

Presto i tifosi si resero conto di aver appena perso una leggenda tra i pali ma di averne trovata una ancora più grande.“Quando iniziai la mia carriera qui – ha affermato in una intervista sul sito del City – la gente non mi voleva accettare, mi boicottava ma poi cambiarono idea ed io sarò per sempre grato a tutti loro per questo, chissà cosa sarebbe stato della mia vita se non fosse accaduto. Per me questo rimane il successo più grande. E lo devo ai tifosi, ai compagni di squadra, agli altri calciatori, a tutti quanti.”

Nel 1952 la Schalke cercò di riportarlo in patria facendo un’offerta sostanziosa ma i responsabili tecnici del Manchester City ebbero la forza di resistere. E non solo loro. Lo stesso Trautmann, decidendo di rimanere nel Lancashire di fatto diede addio alla nazionale. In quei tempi infatti i giocatori che militavano all’estero non venivano neanche presi in considerazione, le opportunità di vederli all’opera infatti erano assai rare. Quindi, sebbene all’epoca non vi fossero dubbi su chi fosse il miglior portiere tedesco in circolazione, la nazionale ne fece a meno e nel 1954 riuscì a compiere il “miracolo di Berna”, da 0-2 a 3-2 in finale contro la favoritissima Aranycsapat, la squadra d’oro,  l’ Ungheria di Puskas e compagni, portando la prima Coppa del Mondo in Germania.

“Non ho mai sofferto per non aver fatto parte della nazionale campione del mondo del 1954. Ascoltai la partita alla radio eccitato e felice. Ero cosciente che per i giocatori che militavano all’estero era quasi impossibile poter essere notati dai selezionatori.”

La riconoscenza e l’amore per la sua patria adottiva e per il suo club erano stati più forti di tutto e nella finale di FA Cup del 1955, contro Newcastle United, ebbe la prima possibilità di vincere qualcosa di importante con loro. Purtroppo dopo un minuto Trautmann, il primo tedesco a partecipare ad una finale di questa competizione, già raccoglieva la palla in fondo alla rete. Nonostante il momentaneo pareggio, a lui e ai suoi compagni toccò il primo turno sui 39 gradini di Wembley, quello dei perdenti (1-3).

L’anno dopo, il cinque maggio, il City ebbe l’occasione di rifarsi. Ancora in finale di FA Cup a Wembley, questa volta contro il Birmingham. Situazione invertita rispetto all’anno precedente. Vantaggio dopo tre minuti, pareggio degli avversari e due gol segnati verso metà della ripresa. Bisognava resistere agli attacchi dei Blues per i restanti 22 minuti.

A 17’ dalla fine un cross corto arrivò nell’area del Manchester, Trautmann si precipitò fuori dalla porta per agguantare il pallone mentre l’attaccante del Birmingham Peter Murphy arrivava a tutta velocità. I due si scontrarono violentemente ed il portiere tedesco rimase a terra privo di sensi. Il massaggiatore entrò con spugna e secchio, all’epoca non si aveva altro come non si avevano rimpiazzi in panchina. 17 minuti al trionfo, bisognava stringere i denti. Bert si ritirò su ma non poteva spostare la testa. Per tre volte si accasciò al suolo perché il dolore era insopportabile. Intorno vedeva sagome nella nebbia. Riuscì a fare un altro paio di interventi. Reggendosi il collo con una mano arrivò a fine partita e questa volta oltre ad una medaglia ritirò anche la Coppa.

Il giorno dopo il dolore era ancora forte e decise di andare in ospedale. Dissero che non era niente, solo una botta, un po’ di riposo e tutto sarebbe passato. Altri tre giorni se ne andarono senza nessun miglioramento. Tornato a Manchester decise di sottoporsi ad un’altra visita. Questa volta il dottore gli fece una lastra. La diagnosi lo fece impallidire “Dovresti essere morto o, almeno, paralizzato” gli disse il medico. Una vertebra cervicale era spezzata in due ma la violenza dell’urto aveva fatto sì che quella sotto, spostandosi a sua volta, la avesse mantenuta al suo posto.

Quando la notizia fu di dominio pubblico Trautmann assunse il ruolo di leggenda avendo aiutato, anche se a sua insaputa, la propria squadra a vincere un trofeo a rischio della sua stessa vita. “Tutti mi cominciarono a chiamare eroe ma la verità è che se io all’epoca avessi saputo di avere un osso del collo rotto mi sarei precipitato fuori dal campo e in ospedale”.

A fine stagione, nel 1956, fu il primo straniero ad essere eletto Giocatore dell’Anno nel campionato inglese.

Dopo l’operazione dovette indossare un collare con dei sostegni per parecchio tempo. Fu in questo periodo che il nuovo beniamino della tifoseria del City dovette affrontare l’episodio più triste della sua vita. Il suo bambino di cinque anni fu investito ed ucciso da una macchina fuori la porta di casa. La tragedia segnò anche il rapporto con sua moglie che non riuscì più a riprendersi dalla tragedia. Dopo una serie intensa di allenamenti nel 1957 riprese il suo posto tra i pali ma le prime partite furono costellate da errori. Il tempismo delle uscite, la visione, la concentrazione ancora non erano tornate quelle degli anni pre-infortunio. Offrì al club di andarsene ma gli fu ovviamente risposto che non se ne parlava. Spronato ancora una volta dalla prova di fiducia nei suoi confronti si ributtò con ancora più determinazione negli allenamenti fino a tornare lentamente il portiere che tutti conoscevano.

Nel 1960 la Football League per la prima volta decise di includere un giocatore straniero nella propria rappresentativa che avrebbe dovuto affrontare l’equivalente formazione irlandese e più tardi quella italiana.

La Coppa d’Inghilterra del 1956, quella che tutti ricorderanno per sempre a causa del suo incidente, rimarrà il solo trofeo vinto con la maglia del Manchester City, l’unica della sua carriera. Tra coppe e campionato la indossò 545 volte.

In una notte piovosa dell’Aprile del 1964 “Bert” Trautmann giocò il suo “testimonial”, la sua partita di addio, di fronte una selezione Manchester XI e la nazionale inglese . Bobby Charlton, Tom Finney, Stanley Matthews, tanto per citarne alcuni, lo definirono uno dei più grandi portieri di tutti i tempi. Gordon Banks, da molti indicato come il miglior portiere inglese di sempre, aggiunse ai soliti complimenti sulla sua bravura tra i pali, la sua calma e la sua precisione nella distribuzione del gioco: “…Per me la cosa piú importante è che era un incredibile uomo di sport e giocava ogni partita come se ci dovesse qualcosa, se dovesse qualcosa a tutti perchè era stato un prigioniero di guerra tedesco ed era stato comunque accettato. Per me era piú vero il contrario, noi avremmo dovuto essere grati a lui per essere rimasto e averci mostrato che gran portiere era. Io di sicuro ho imparato molto da lui.”

In 60mila vollero andare a salutarlo. Non a sorpresa, considerando la freddezza con la quale all’inizio era stato accolto, quella partita rimane ancora oggi il suo ricordo più bello.

Per molti calciatori i tempi difficili arrivano a fine carriera e questo caso non fa eccezione. Appena attaccati i guanti al chiodo Trautmann diventò manager dello Stockport County. La squadra venne promossa ma dopo alcuni dissapori con il presidente decise di lasciare. Nel 1966 fece da accompagnatore alla nazionale tedesca nei campionati mondiali in Inghilterra fino alla finale persa contro i padroni di casa. Ricevette nel 1967 il patentino per allenare in Germania dove tornò dopo aver divorziato dalla moglie. Le cose non andarono bene e presto, in tempi in cui gli stipendi dei calciatori non erano neanche lontanamente paragonabili a quelli assurdi di oggi, si ritrovò in difficoltà finanziare e nella poco simpatica situazione di affrontare alcuni giornali che gli ronzavano intorno per avere lo scoop dell’ex portiere famoso caduto in rovina.

Gli venne incontro il Ministero degli Esteri Tedesco che, sotto la spinta della Federazione, lo inviò in paesi come Burma, Tanzania, Yemen, Liberia, Pakistan con il compito di aiutare a sviluppare un calcio ancora in erba.

Tornato in Germania si risposò nel 1987 e dal 1990 vive in Spagna dove si mantiene con una pensione del governo tedesco. “Con tutti i tuffi che uno fa quando è portiere è normale che sia pieno di dolori. Il sole da queste parti li rende più sopportabili – dice oggi l’83enne ex numero uno del City–  e anche il dolore al collo è ancora lì. Se mi volto di scatto ho ancora delle fitte che mi fanno venire le lacrime agli occhi.”

La sua storia è più conosciuta in Inghilterra che non in Germania e spesso viene invitato a presenziare partite o eventi importanti. “L’Inghilterra mi manca molto – dice – ma ho la fortuna di andare abbastanza spesso anche perché i miei figli e nipoti vivono lì. Molti mi dicono che in fondo sono inglese più che tedesco ma non è così. Quando vivevo in Germania e sentivo la gente attaccare l’Inghilterra cercavo sempre di difendere la mia patria adottiva. Ma il contrario avveniva quando ero a Manchester. Non tutti mi hanno capito ma è normale.”

I suoi sforzi non sono comunque passati inosservati. Nel 1997 è stato insignito con la Croce di Ferro, Ordine al Merito, da parte della Repubblica Federale di Germania mentre nel 2004 è arrivato anche l’OBE, Order of British Empire, due importanti riconoscimenti al suo straordinario impegno nel tentativo di avvicinare queste due nazioni, per aver usato il calcio come strumento per rafforzare il dialogo tra due paesi simili sotto alcuni aspetti ma lontani sotto molti altri.

“Ho sempre tentato di ridurre le distanze tra Germania e Inghilterra. Ma oggi mi sento dire che gli scambi tra questi due grandi paesi erano migliori qualche decennio fa piuttosto che ora. Soprattutto tra i giovani.”

Nel 2004 c’è stato il lancio della Trautmann Foundation, un’organizzazione che cerca di promuovere il coraggio e i veri valori dello sport nel calcio, soprattutto tra i ragazzi.

“Penso sia importante – continua “Bert” – educare le nuove generazioni, far capire loro i veri valori, quelli della sportività, della dedizione, della lealtà, del coraggio e questo, semplicemente, è lo scopo della Fondazione. Purtroppo non è che si possa cambiare il modo di giocare che c’è oggi ma attraverso le nostre iniziative cerchiamo di far riflettere i più giovani, sperando che da soli arrivino alle conclusioni più positive.”

Tre sono quelle fondamentali: l’assegnazione del “Trautmann Award”, stabilita da una giuria di tre giornalisti che considerano casi di impegno importante nella promozione della sportività e della lealtà nel calcio. La competizione “Courage Counts” aperta ai ragazzi che attraverso foto, disegni, racconti, esprimono quello che per loro rappresenta l’ideale del coraggio nello sport (l’anno scorso, tra Inghilterra e Germania, hanno partecipato circa in 500). Infine l’incontro annuale “Kick & Think Academy”, dove giovani di varie nazionalità si ritrovano per discutere i valori veri dello sport.

Bernd Trautmann in questo è stato un esempio. Peccato che non in molti, al di fuori dei due paesi che sono rimasti nel suo cuore per tutta la vita, lo abbiano sentito nominare. Ma non è fondamentale ricordare il suo nome piuttosto chi è stato e cosa ha rappresentato, dentro e fuori dal campo. Anche quando chiesero al grande Lev Yashin chi fossero stati i migliori portieri della storia, l’estremo difensore sovietico rispose:

“Ci sono stati soltanto due portieri di classe mondiale. Uno è stato Lev Yashin e l’altro è stato quel ragazzo tedesco che giocava nel Manchester City.”

Niente biscotti, siamo inglesi.

cswissramble_blogspot_com_Jack-WalkerUltima giornata campionato di Premier League 1994-95. Il Manchester United ha inaugurato da un paio d’anni la sfilza di successi che caratterizzeranno l’era Ferguson. Titolo nel 1992-93 e double nel 1993-94. Sono la squadra da battere, sono la squadra che, grazie ad uno scarto di Trevor Francis, allora allenatore dello Sheffield Wednesday, e di Howard Wilkinson, Leeds, di nome Eric Cantona, incanta gli appassionati dell’Old Trafford. Era dagli anni di Matt Busby che la parte rossa di Manchester non era così orgogliosa dei suoi ragazzi. Si racconta che la finale di FA Cup vinta al replay nel 1990 contro il Palace sia stata di importanza storica per i Red Devils, non tanto per il trofeo finito in bacheca quanto per far riacquistare la fiducia in un allenatore che, chiamato nel 1986, ancora non aveva rispettato le aspettative (o le speranze) della dirigenza. Ma piano, piano Ferguson stava plasmando un paio di generazioni di giocatori e venti anni di vittorie. Dopo la FA Cup, erano arrivate la Coppa delle Coppe, la Super Coppa Europea e la Coppa di Lega. Per il primo titolo nazionale si dovette attendere invece  il 1992-93, il primo anno della neonata Premier League, 10 punti di vantaggio sul Villa e 12 sul Norwich. La stagione successiva il double, in campionato otto i punti dai secondi, questa volta il Blackburn. Guidati da Kenny Dalglish in panchina, dopo l’addio per stress al Liverpool, e dall’ambizione del loro tifoso presidente milionario Jack Walker, i Rovers avevano messo su a colpi di assegno una squadra con i fiocchi, candidata di diritto al ruolo di principale antagonista dello United.

Ed infatti nel 1994-95, nonostante gli uomini di Ferguson avessero avuto la meglio due volte in campionato e anche nella Charity Shield di inizio stagione, l’ultima giornata vede il Blackburn a 89 punti e lo United a 87. I primi sono in visita al Liverpool, i secondi ospiti del West Ham. In teoria non ci sarebbe storia. Data la rivalità tra Liverpool e Manchester sembra quasi scontato, per chi è alieno alla mentalità britannica, prevedere una prova sottotono dei Reds, un successo del Blackburn e addio speranze di terzo titolo consecutivo per la squadra orfana del genio francese che a gennaio di quell’anno aveva deciso di fare pratica di arti marziali sui tifosi del Selhurst Park.

20 minuti dall’inizio delle gare e tutto sembra andare come da copione, Alan Shearer  a segno e Blackburn irraggiungibile. Prima della fine del primo tempo Michael Hughes porta anche in vantaggio gli Hammers. Lo United ha veramente speranze zero, gli Scousers balleranno di gioia anche se sconfitti in casa. Ma se il calcio è imprevedibile quello inglese è quasi impossibile. Prima il pareggio di McClair poi quello di John Barnes, riportano tutto alla situazione di partenza.  Gli uomini di Ferguson, come sempre, ci credono. Attacco dopo attacco vedono i corpi claret&blue spuntare all’ultimo minuto e un super Mikolsko in una difesa disperata di un pareggio che per loro non vuol dire niente se non avere la coscienza a posto di aver fatto il proprio dovere fino alla fine e di non aver deluso i propri tifosi. Al 90mo succede l’imponderabile: una punizione di Jamie Reknapp si infila nel sette. Il figlio d’arte non ha neanche la forza di esultare: sa che il suo gol, che in classifica è ininfluente, spezzerà il cuore dei tifosi dei Rovers che apettano un titolo dal 1914 e forse ai suoi stessi tifosi che dovranno assistere in televisione ad un’altra parata sul bus scoperto dei loro acerrimi nemici. Ma allo United restano solo pochi minuti, quelli di recupero, per trovare un gol che significa vittoria, tre punti, sorpasso e titolo. La diga eretta davanti a Mikolsko regge, lo United non va oltre il pareggio nonostante i perfidi Scouser abbiano fatto invece la loro parte in nome dello sport e del proprio orgoglio. Ad Anfield la gioia della Kop esplode doppiamente al fischio finale: vittoria in casa e titolo alla squadra sconfitta allenata dall’ex beniamino Kenny Dalglish. Jack Walker in lacrime abbraccia i suoi giocatori in campo, i tifosi del Manchester dentro Upton Park si guardano increduli, per non aver segnato due reti agli Hammers e per non aver sfruttato il più improbabile dei regali.