Pompey pals

frattonPer il mio compleanno ho deciso di regalarmi una visita al Fratton Park. Non credo sia l’età ma tutto ad un tratto ho iniziato a temere che anche gli ultimi stadi inglesi con carattere possano essere sosituiti da contenitori di materiale umano grigi e senza fascino nel giro di pochissimo tempo. Entro pochi anni solo Londra dirà addio a Upton Park, Loftus Road e Griffin Park. Soprattutto in questo ultimo caso non saranno solo i tifosi del Brentford a versare lacrime amare ma anche tutti quelli ospiti che hanno avuto la possibilità negli anni di approfittare dei quattro pub ai quattro angoli dell’impianto (domanda classica in qualsiasi pub quiz).

Bella giornata, viaggio comodo e veloce, stazione vicina allo stadio. Già da lontano mi viene la pelle d’oca. Lo so, basta poco, ma la vista dei riflettori vecchio stile mi commuove sempre. Non i fari che vanno di moda oggi nei catini di cemento moderni. Alti, imperiosi, a rappresentare un punto di riferimento, i minareti  della tribú del calcio. Una volta nei paraggi scopri il piccolo stadio incastrato tra le case a due piani. Vie e viuzze che si snodano intorno ai quattro lati, un minuscolo ufficio del club, un pio di pub, segnalo The Shepherds Crook, una targa commemorativa dei Pompey Pals, i due battaglioni di uomini reclutati a Portsmouth in generale e Fratton Park in particolare, dei quali molti non fecero mai ritorno dalla prima Guerra Mondiale. Il club quest’anno ha onorato la loro memoria in occasione dei 100 anni dall’inizio del conflitto, stampando tutti i nomi dei caduti sulla prima maglia della squadra.

fratton 2Un gesto nobile e non é un caso che sia sia realizzato ora che il club è gestito dai tifosi, il Pompey Supporters Trust che ha finalmente posto fine alle comiche societarie andate in scena per anni e ricostruito una squadra dalle ceneri di quella lasciata a pezzi dalla gestione Redknapp (vedi post 22/04/2012). Il fatto che grazie a lui il Portsmouth abbia vinto una FA Cup e giocato in Europa regge fino ad un certo punto visto che se non fosse stato per chi ci mette la passione, oltre che i soldi, il club avrebbe cessato di esistere.

Una volta dentro, tutto è ancora com’era. I bar, ottima la pie, l’architettura, le tribune, i piloni che la sorreggono e ti costringono a spostare la testa di qua e di là per seguire la partita. Dispiace veramente non aver visto la Fratton End dal vivo quando era ancora tutta terrace, doveva essere uno spettacolo.

Ah già, la partita, un dettaglio in una giornata quasi perfetta. Eppure bella, veloce, combattuta e soprattutto con la colonna sonora dei quasi 17mila spettatori presenti di sottofondo continuo. I cori Blue Army e Pompey Play Up non sono proprio originali o particolarmente coinvolgenti ma quando è tutto lo stadio, con interi settori in piedi e mani in alto sopra la testa, a cantare le cose cambiano. Onesti i circa 500 tifosi in trasferta del Cambridge United, loro come la squadra che per qualche motivo sembrava difettare di comunicazione in attacco vanificando all’ultimo momento azioni degne di ben altre conclusioni.

Tanto di cappello però alla squadra di casa che, rimasta in 10 nel primo tempo, ha iniziato il primo tempo aggressiva e poi ha difeso con i denti il vantaggio. Un nome su tutti, quello del biondo numero tre Jack Whatmough, 18 anni, gambe, polmoni, corsa ma anche grinta e testa di un veterano.

So che molti Pompey fans hanno vissuto con disperazione tutte le traversie del loro club ma dovrebbero solo che essere fieri della loro situazione attuale: stadio, club, squadra, un tutt’uno ora piú che mai e ogni soddisfazione avrà un sapore diverso visto che bisognerà dire grazie alle persona che ti siede vicino piuttosto che a quelle sedute negli executive box.

Ultimo pensiero personale. Portsmouth era la destinazione che avevo scelto insieme al mio amico Riccardo Boz per passare insieme una sana giornata di calcio una volta che si fosse rimesso. Non è stato così. So che manca a tutti coloro fortunati abbastanza da averlo conosciuto ma dentro uno stadio ho avuto la sensazione di averlo veramente vicino e mi ha fatto piacere pensarlo in quel frangente. Lo so, dovrebbe essere in chiesa ma è stato l’amore per calcio e tifo che ha fatto da collante alla nostra amicizia. Era la sua passione, era parte della sua vita, come della mia. Alla prossima.

Away

100_0391Non sono neanche le 7 di mattina. Sul divano guardo mia figlia di un anno che ancora non sa che il padre sta per sparire anche oggi, sabato, giorno in cui non deve andare in ufficio e potrebbe passare a giocare con lei. Con un bagaglio di sensi di colpa pesante come un macigno mi preparo ad uscire nella pioggia incessante di una Londra di fine finto agosto. Mia moglie non mi dice niente, non più, sa che vado a vedere una partita, cosa che avevo fissato da tempo. Un mese prima sembrava una decisione innocua, oggi è una concessione enorme. Non mi chiede dove vado, sa che è fuori Londra, meglio che non segua il calcio altrimenti avrei dovuto spiegarle perchè, tra andata e ritorno, mi farò sei ore di treno per andare a vadere Farsley AFC (ex Celtic) v Darlington 1883, nato dalle ceneri del DFC grazie, ancora una volta, alla passione dei propri tifosi.

Arrivo a St Pancras e come al solito, nonostante la luce cupa e le nuvole basse, mi stupisco della sua bellezza. Salgo sul treno, mi metto comodo, apro il libro e inizio a leggere. La carrozza è tranquilla, due minuti dopo uso l’imperfetto. Il Millwall gioca a Sheffield, qualche decina di tifosi decide di partire incredibilmente presto con una discreta fornitura di alcol e di buonumore. Fa piacere vedere che ci sono parecchi ragazzi giovani, anche un paio di ragazze. Si mischiano con quelli più maturi, dalle loro chiacchiere vengo a sapere che sono solo 350 i biglietti venduti oggi per il settore ospiti. Pochi, nonostante l’inizio incerto della squadra, nonostante il Bank Holiday weekend. A Derby scendo per cambiare. Appena il mio nuovo treno ferma a Sheffield le carrozze sono talmente invase di persone che quasi rimpiango la metro di Londra all’ora di punta: sono solo quattro vagoni che fermeranno a Leeds ma a parte un festival e non so che corse di cavalli in quella stazione devono transitare tifosi del Barnsley, dello Sheffield United e del Bradford. Anche qui noto con piacere il numero e l’età dei sostenitri al seguito della propria squadra. Mi riempie di ottimismo vedere club non di Premier seguiti in gran numero dalle giovani leve. A Leeds mi viene a prendere l’amico che mi ha invitato a vedere il suo local club alle prese con una delle favorite della Evo Stik Division One North, il Darlington. La storia di entrambe le squadre riporta un fallimento recente, una rinascita, una forte voglia di esistere ,nonostante persone incapaci o disoneste avessero fatto di tutto per porre fine all’esistenza di due realtà sportive centenarie. Il fatto stesso che questa partita si giochi è da celebrare.

Sulla via dello stadio, nel tranquillo centro città (paese) di Farsley, mi divoro un sausage fritto nella pastella con patatine. Non mi sazia. Arrivati al campo, più che allo stadio, e acquistati di rigore programma e sciarpa, ci dirigiamo verso la club house. La scelta delle birre è ampia. Bicchiere di vetro bevi dentro, di plastica fuori, ma almeno puoi vederti la partita sorseggiandoti una birra. Scappo fuori prima che la fila diventi troppo lunga e dal chiosco all’entrata ordino una steak pie with peas che è da gourmet. Me la porto dentro dove continuiamo con le pinte. Continuano ad arrivare tifosi del Darlo, alcuni si siedono con noi. Alla fine su 502 persone ufficialmente presenti, fose 350 sono tifosi ospiti. Lo scorso anno hanno vinto agevolemente il loro campionato, quest’anno devono capire quanto il nuovo livello sia alla loro portata. Iniziano bene, veloci, aggressivi, anche se in una inguardabile maglia rosa scuro,  ma tutto ad un tratto, alla prima azione offensiva dei padroni di casa, concedono un rigore. 1-0. Smettono di giocare, vanno in confusione, in 30 minuti il Farsley prende tre legni e fa altri due gol. Gli ospiti accorciano le distanze prima dell’intervallo, una buona dose di speranza da prendere insieme al tè. Ma chiunque sperava di vedere un’altra partita nel secondo tempo è rimasto deluso. Dopo poco il Farsley segna il 4-1. Sembra tutto sotto controllo poi il solito n.10 del Darlo segna il 4-2. Mi dicono si tratti di Thompson, una volta sui books del Port Vale. Baricentro basso, veloce con la palla, ottimo dribbling, troppo isolato. A 10 minuti dalla fine ha lui la palla per riaprire l’ioncontro, dagli 11 metri. Invece di piazzare sceglie la conclusione di forza: la palla probabilmente è ancora in viaggio per Leeds.

La partita finisce 4-2 per i padroni di casa: il tempo per farsi un’altra pinta di Ale in centro e poi inizia il lungo viaggio di ritorno in treno. Sul convoglio e nelle stazioni si vedono parecchie maglie, squadre diverse, pugni di colore su sfondo grigio, tifosi che tornano a casa stanchi ma felici di aver celebrato ancora un sabato pomeriggio nel proprio ambiente, con i propri amici. Il calcio è vita.

Rigori

Sará stata la partita poco spettacolare e l’ennesima saga dei rigori ma questa volta ho lasciato Wembley un po’ perplesso. I 52mila spettatori non erano pochi ma lo sembravano dentro un impianto così grande. I prezzi di programma, sei sterle, birra, all’interno solo bottigliette di plastica Carlsberg a 4.65, e cibo, neanche avvicinato, ti fanno sentire letteralmente un pollo da spennare, per non parlare del  sempre piú esoso costo del biglietto di entrata. E poi i cappelli da giullare, le facce colorate, le sciarpe legate in fronte, la musica a tutto volume fino al calcio d’inizio e durante l’intervallo. Diciamo che tutta la cornice, purtroppo vista e rivista nella “venue of legends” con colori diversi, si ripete e non è sempre un bel vedere. Normale che un appassionato sia tentato e ceda, probabilmente il prossimo anno avrò dimenticato questa fastidiosa sensazione, ma ciò non toglie che sulla Metropolitan Line al ritorno mi sia chiesto, per la prima volta, se ne fosse valsa la pena.

Per la cronaca su 90 minuti di tempi regolamentari, 70 sono stati piatti al limite della noia mortale. Le squadre di Danny Wilson, ormai si è capito, favorite o no, nelle finali dei play-off cadono in letargo. Per l’ex centrocampista dello Wednesday questa è stata la terza sconfitta sotto l’arco. L’Huddersfield dal canto suo ha giocato leggermente meglio e ha creato decisamente piú occasioni anche se l’uomo piú atteso, Jordan Rhodes, ha inseguito la sua ombra per tutto il pomeriggio, senza curarsi della porta avversaria.

Dopo 120 minuti a reti bianche, ai punti avrebbero vinto gli uomini di Grayson, i rigori che non ti aspetti: dopo i primi tre calci dal dischetto per parte solo lo United ne aveva realizzato uno. Da lì in poi hanno segnato tutti tanto che anche io ho cominciato a fare stretching sugli spalti nel caso fosse toccato anche a tifosi e spettatori neutri. Alla fine erano rimasti i due portieri con il risultato fisso sul 7-7. Uno segna, l’altro lo calcia come un rinvio da fondo campo, il pallone sará finito nel back garden di qualche casa a Chesham.

Dispiace per Simonesen, forse dei suoi quello piú decisivo e in forma, ma ad un portiere non si può rimproverare di non saper battere i rigori, non è una qualitá che di solito si considera quando si ricerca un estremo difensore sul mercato.

Alla fine, se si considerano le ultime stagioni, l’Huddersfield ha decisamente meritato la promozione ma  concentradoci solo sull’ultima il fatto che lo United non sia salito sa di beffa per i suoi tifosi.