Tanto per cambiare

eireCome ormai accade ogni due anni, anche questo ultimo torneo di calcio per squadre nazionali si è concluso senza lasciare alcuna traccia nella memoria se non per i vincitori o per chi ha subito le delusioni più grandi. Nessun campione, nessuno squadrone, nessuna partita con delle emozioni vere da ricordare. Non solo Europei e Mondiali sono sopravvalutati, gonfiati nella loro importanza da sponsor e broadcaster ufficiali, ma offrono il peggio in termini di gioco e, spesso, anche di atmosfera. Per chi scrive, il calcio vero, il tifo vero, è quello in scena ogni settimana per 10 mesi l’anno, il resto fa volume. Non è stato sempre così ma lo è diventato e non si può non prenderne atto. Due parole sulle squadre britanniche, iniziamo da chi è tornato a casa in trionfo.

Il Galles ha superato senz’altro ogni aspettativa ma se Gareth Bale durante l’intervista di fine gara in semifinale ripeteva come un mantra “we have no regrets, you know” è perchè invece i regrets ce li avranno per tutta la vita visto che il Portogallo, anche se alla fine vittorioso in finale, era una squadra più che abbordabile. Gli uomini di Coleman sono scesi in campo sì privi di Ramsey ma anche privi di quella grinta che contro il Belgio aveva fatto la differenza. Sono scesi in campo consapevoli di aver superato ogni aspettativa e invece di provarci, si sono rilassati. Un’eventuale mancata qualificazione per i Mondiali russi del 2018 farebbe solo aumentare i loro regrets.

Le due Irlande hanno superato come terze la fase a gruppi, anche qui obiettivo raggiunto ma il format inventato dalla UEFA è ridicolo, visto che i verdi del Nord nell’ultima partita si sono ritrovati a difendere lo 0-1 contro la Germania come una vittoria e sono passati con due sconfitte su tre gare disputate. Ottima la gara dell’EIRE contro la Svezia, pareggio bugiardo, e buona per impegno quella contro gli azzurri. Difficile capire perchè in Italia nessuno ha parlato dell’abbraccio di Buffon al termine della gara con Martin O’Neill e Roy Keane, in Irlanda è stato un tormentone e forse uno dei pochi momenti da salvare.

E veniamo alle note dolenti, all’Inghilterra, ormai un caso disperato. Ricordo che dopo il rientro anticipato dal Brasile avevo pensato al lato positivo, ai giovani, alla speranza che intravedevo nell’immediato futuro vista la qualità delle giovani leve che si stavano affermando. Convinzione resa ancora più forte nel corso dell’ultima stagione con l’esplosione di altri talenti come Dele Alli, Dier, Kane, Vardy e compagnia. Gli inglesi avrebbero potuto essere tranquillamente la sorpresa del torneo e, in un certo senso lo sono stati. In negativo. Sfortuna contro la Russia più scarsa della storia, ok, ci può stare. L’emozione dei più giovani, le occasioni mancate, il gol preso in pieno recupero. Vittoria sofferta contro il Galles, brutta partita ma una specie di derby, diamo ancora fiducia a Hodgson e compagni. Partita oscena contro la Slovacchia e 0-0 inguardabile ma ecco che sembra che il destino li aiuti: invece del Portogallo, che in molti avevano pronosticato prossimo avversario, ecco l’Islanda. Cazzo, l’Islanda, c’è più gente che gioca a calcio nel parco dietro casa mia la domenica mattina che in tutto il paese dei ghiacci. Si allenano al coperto, la notte quasi sempre, avrebbero dovuto soffrire il caldo, avrebbero dovuto rappresentare un avversario onesto ma più che abbordabile. Invece da subito si capisce che i più felici per l’accoppiamento sono proprio loro visto che tra tutte le squadre rimaste sono proprio le britanniche a giocare un calcio simile e prevedibile. 442 classico, anche se mascherato, corsa, fisico. E per corsa e fisico gli islandesi possono vedersela con chiunque.

Negli ottavi non solo l’Inghiltera ha giocato la partita peggiore, non solo vinceva dopo quattro minuti e si è fatta riprendere, ma quando ha beccato il secondo gol non in molti hanno creduto alla rimonta (meno di tutti il sottoscritto), forse sperato ma non creduto tanta era la confusione che regnava in campo. Lallana fuori, stranamente visto che era stato uno dei migliori nelle altre partite, Rooney arretrato, Kane spaesato, Vardy sfiduciato, Hart impappinato, Rashford incatenato in panchina fino a 5′ dalla fine. 1-2 e di nuovo fuori, a casa, dimissioni in diretta dell’allenatore, stile Keegan 2000, anche lui forse non all’altezza, a conti fatti e nonostante l’esperienza internazionale, dell’Impossible job. Ora inizierà di nuovo il toto CT, pagine e pagine vere o virtuali di chiacchiere intorno ad una figura che conta sempre meno visto che sono i giocatori puntualmente a non rendere o a rendere al di sotto di ogni aspettativa. In molti si chiedono perché e per me la risposta è sempre la stessa. Non c’è più la voglia, la passione, il desiderio di giocare in nazionale. L’orgoglio non si dimostra cantando l’inno ma dando tutto in campo. Non è Britain got talent, chi se ne frega se uno canta o no, deve giocare, correre, lottare. Ora dopo due gironi di qualificazione vinti a mani basse in quattro anni con tanti complimenti, Hodgson sarà criticato e vituperato da tutti, giocatori compresi, fino alla scelta del prossimo capro espiatorio. Ma nessuno potrà fare nulla se non cambia l’atteggiamento di chi gioca. La qualità non manca ma senza testa e senza cuore non si va da nessuna parte. Non è un problema di tattica o di campioni, questo Euro 2016 lo ha dimostrato. Per fortuna è finito.

Early days

Uk_map_home_nationsOggi come oggi international football is dead. Con international football intendo le gare delle selezioni nazionali, che si tratti di partite di qualificazione, di fasi finali o di amichevoli. Queste ultime sono diventate una farsa con defezioni continue e sostituzioni illimitate, le prime hanno poco senso vista l’apertura della UEFA ad ogni territorio con una chiesa ed una fontana che voglia chiamarsi indipendente. Gli stessi Mondiali o Europei lasciano poco o niente nella memoria di chi li segue (7-1 in semifinale a parte). Pochi i campioni, troppi i coglioni. Francia 2016 però sarà in qualche modo un torneo storico. Se fino al 1992 erano otto le compagini nazionali a contendersi il trofeo continentale, poi 16 dal 1996, tra due anni saranno 24, di fatto dando una possibilità di qualificazione anche a potenze del calcio come Cipro e Armenia. Non solo, visto che la mente vulcanica del Presidente della UEFA Michel Platini è sempre in fermento, il 2016 dovrebbe anche essere l’ultima volta che la manifestazione continentale si terrà in un singolo paese, dal 2020 sarà itinerante. Ha senso? Nessuno, ma poco male. Sarebbe curioso però se, in occasione di una data così importante, si qualificassero, oltre all’Inghilterra, anche altre squadre delle Home Nations. Poche le speranze una volta visti i gironi di qualificazione,  dopo le prime tre partite invece ecco la situazione che non ti aspetti. Early days, certo, però non si può mai dire. In dettaglio:

L’Inghilterra non dovrebbe avare problemi a meno che Hodgson non decida di far giocare i suoi bendati o senza portiere. Lo scoglio più grande, in un gruppo contenente avversari del prestigio di Estonia, Slovenia, Lituania e San Marino, è la Svizzera, già battuta 2-0 fuori casa.

Lasciato alle spalle il referendum sulla scissione dalla Gran Bretagna, la Scozia sembra rinfrancata e determinata a farsi notare. Dopo la sconfitta di misura in casa dei freschi campioni del mondo di Germania, gli uomini di Strachan hanno superato la Georgia e pareggiato in Polonia. Certo, non è la Polonia degli anni 70 e 80 ma è comunque sempre una trasferta temibile, soprattutto per una squadra, come quelle che viene da oltre il Vallo di Adriano, che ha fatto delle figure meschine una scomoda abitudine. Come allenatore della nazionale Strachan sembra aver trovato la sue dimensione e, a meno di sue dimissioni, nessuno dovrebbe aver particolarmente fretta di vederlo andare via dopo che la SFA ha visto negli ultimi 10 anni l’avvicendarsi di sette nomi diversi. Probabilmente il secondo posto sarà una lotta tra Scozia e, beffardo destino, l’Irlanda. La sesta squadra, l’obbligatoria squadra materasso del girone, è la cenerentola Gibilterra, terza nazionale di lingua inglese, più o meno, del girone.

Il Galles dopo tre partite è primo. No, non è un errore di battitura. In un girone in cui figurano squadre che erano in Brasile qualche mese fa, come Belgio e Bosnia, non è male. Vero, i punti sono arrivati con vittorie di misura su Andorra, grazie a Gareth Bale, e Cipro, non esattamente due colossi del calcio internazionale, ma soprattutto l’ultima, ottenuta giocando in dieci praticamente tutto il secondo tempo, fa morale. Coleman non si illude, sa di poter contare su un gruppo di onesti pedatori e su un fuoriclasse e le due prossime gare, entrambe in trasferta, in Belgio e Israele, gli diranno esattamente di che pasta sono fatti.

La sorpresa più grande è pero l’Irlanda del Nord. Era dai tempi del mondiale spagnolo del 1982 che non c’era tanta fiducia intorno alla squadra nazionale. Tre vittorie in tre partite, fuori casa contro Ungheria e Grecia, tra le mura amiche contro le Isole Faroe. Finlandia e Romania, le prossime date sul calendario, completano il girone. Considerando che l’esperienza da allenatorte di Michael O’Neill, prima di essere scelto per questo ruolo, era stata con Brechin City e Shamrock Rovers, i suoi progressi devono aver convinto anche i più diffidenti, soprattutto quelli che non sopportano l’idea di avere un cattolico sulla panchina dell’Irlanda sbagliata.

Irland aper Irlanda, O’Neill per O’Neill, merita una citazione la nazionale della Repubblica finalmente Trapattonifree. La coppia di discepoli di Brian Clough, diverse generazioni ma stessa scuola Forest per Martin O’Neill e Roy Keane, sembra avere la grinta giusta. Dopo la vittoria in Georgia e la passeggiata contro Gibilterra è arrivato infatti il pareggio in casa della Germania. Certo il talento a disposizione non è all’altezza di quello sprecato da Jack Charlton per anni ma O’Neill non è Big Jack. Da non perdera la prossima sfida del Celtic Park tra Scozia e Irlanda, quasi una guerra in famiglia.

Watershed

ungheriaIl 25 Novembre 1953 a Wembley, esattamente 60 anni fa, l’Inghilterra subì una sconfitta destinata a cambiare per sempre il calcio d’oltremanica .L’amichevole di lusso vedeva arrivare sotto le Twin Towers i campioni olimpici dell’Ungheria (oro a Helsinki 1952), mentre i padroni di casa, alla loro 282ma partita ufficiale, ancora non avevano mai perso in casa contro avversari non British. Gli inglesi, guidati da Walter Winterbottom, dopo la cocente delusione dei Mondiali del 1950, i primi cui si abbassarono a prendere parte, avevano iniziato le qualificazioni al torneo di Svizzera 1954 con due vittorie su Galles e Irlanda del Nord.Nelle precedenti 14 sfide casalinghe contro overseas opponents, i maestri avevano raccolti 11 vittorie e tre pareggi.  Quel 25 novembre Wembley era pieno, 100mila spettatori sicuri di vedere estendere quella striscia di imbattibilità. Agli ordini dell’arbitro olandese Horn queste le formazioni che scesero in campo.

England: Merrick (Birmingham), Ramsey (Tottenham), Eckersly (Blackburn), Wright (Wolves – c), Johnston (Blackpool), Dickinson (Portsmouth), Matthews (Blackpool), Taylor (Blackpool), Mortensen (Blackpool), Sewell (Sheffield W), Robb (Spurs).

Hungary: Grosics (Honved), Buzansky (Dorogi), Lantos (Voros Lobogo), Boszik (Honved), Lorant (Honved), Zakarias (Voros), Budai (Honved), Kocsis (Honved), Hidegkuti (Voros), Puskas (Honved – c), Czibor (Honved).

L’inghilterra presentava due giocatori al debutto, Taylor e Robb, aveva giocatori di otto squadre diverse contro l’approccio ungherese che vedeva sette giocatori dell’Honved. In avanti il duo che aveva incantato in finale di FA Cup pochi mesi prima, Matthews-Mortensen, dietro il primo giocatore al mondo a sorpassare le 100 presenze in nazionale, il capitano dei Wolves Billy Wright, aiutato sulla fascia da Alf Ramsey, qualcuno che di questa lezione fece tesoro nella successiva carriera di allenatore. Perchè di lezione si trattò, l’Ungheria era già in gol dopo neanche un minuto e dopo 56 erano sul 6-2. Gli inglesi were chasing shadows e più che Puskas, da qualcuno preso ingenuamente in giro per il suo fisico poco da atleta, fu Hidegkuti a creare il panico, giocando da falso attaccante e creando spazi per i suoi compagni, una cosa mai vista in una terra dove i numeri dall’uno all’undici avevano tutti dei ruoli ben precisi. Rivedere oggi quella partita, a parte pochi minuti andati persi nel secondo tempo, è una lezione di storia.

Per il commento sul 6-3 finale, lascio la parola a esperti e protagonisti. Tra questi ultimi, il capitano, che semplicemente loda gli avversari, e la stella, che invece punta l’indice in modo chiaro su alcuni compagni di squadra e sull’allenatore.

From: One hundred caps and all that (Billy Wright)

(talking about Walter Winterbottom)..I am quite sure that if the managers and players of this country had allowed themselves to be influenced by Walter seven or eight years ago much of the heart searching now taking place at League level would have not been necessary…The writing was on the wall when the Hungarians stripped us of our pride in 1953. Walter knew, and told me so at the time, that we would have to remould our whole attitude. “And that’s going to be quite a job, I don’t think we realise yet just how big…” The Hungarians beat us 6-3 at Wembley on November 25 1953, the first time the full might of England had been humbled on English soil since the birth of International football. But such was the brilliance of this Hungarian side, one of the finest teams of all time, that my main feeling now is one of supreme gratefulness for having played against them before they were ripped apart during the year of tragedy, 1956. The reputation of the Hungarians preceded their arrival in this country by many weeks. Their testimonials were about as impressive as they could be: reigning Olympic champions, undefeated in their own country since 1945 and unbeaten anywhere through 25 international played in every quarter of Europe in the four previous seasons…The press, with more sense of the dramatic than real proportion, built up the game as yet another “Match of the Century”, although, possibly on the strength of their draw with Sweden (in the previous game), were inclined to underestimate the Hungarians’ chances at Wembley. No one, after all, had ever beaten England on her own turf…We decided to place our faith in the retreating defence, which simply meant we held off the man in possession until exactly the right moment to challenge, covered tightly and kept a tight rein on opponents who were searching for space…Alas, even the best laid plans of mere mortals can go astray. In just ninety seconds Hungary were one ahead…the Hungarians proceeded to produce some of the finest, most brilliantly applied football it has ever been my privilege to see. The ball did precisely what they wanted. They mixed long passes with the sort with unbelievable accuracy and imagination. They were relentless, they were superb…

From: The way it was, my autobiography (Stanley Matthews)

…On a misty grey afternoon at Wembley, England were clinically and effectively put to the sword. It was our first ever defeat on home turf against Continental opposition but, more importantly, the game served as watershed in British football. How we approached and played the game and how we perceived ourselves, would never be the same again. Far from being the masters, on this day we were shown to be the pupils as the Hungarian team, who the press dubbed “The Magical Magyars” won a thrilling encounter by six goals to three. To my mind the result did not truly reflect their overall superiority on the day. Hungary were unfamiliar opposition but not an unknown quantity…I had seen in our 4-4 draw with the Rest of Europe that they possessed players of bewildering class. Yet we took Wembley that day with four changes to the forward line from our previous international and little in the way of a gameplan other than the selection of four Blackpool players which, we were told, “would provide some adhesion and co-ordination in our play”. In the dressing room there was no mention of how to counteract Hungary’s deep-lying centre-forward Nadnor Hidegkuti. Even at half time, after this sublimely gifted player had ravaged us, still nothing was said about him and no one was given the specific job of picking him up, a bad mistake in my opinion. The result gives an insight into our performance, we scored three but conceded six. We played well enough in attack, but we were woefully weak in defence and midfield. Our defensive shortcomings were exposed to the full and a few players who were favouries with selectors, I believe primarly because they said the right things before games and at the post match banquets, were seen no to possess sufficient quality to play at this level…England quite rightly could be proud of its past but what the Hungarians had shown us in no uncertain terms was that we should enjoy the past but look to the future. However lessons were not immediately learned from this game. In the return in Budapest in May England were butchered by seven goals to one…

Uno spettatore d’eccezione fu Bill Shankly. From: My Story

…The first time I saw two centre backs in play was when the Hungarians beat England 6-3 at Wembley. The Hungarians had a great side but, no disrespect to them, I don’t think they were up against a top class England team. The system beat England, those two centre-backs giving the full-backs the chance to go wide on the wing and mark men, and Hidegkuti, the deep lying centre forward. He could sway and twist and turn and beat men and, some people may laugh at this, was possibly a better centre-forward than Di Stefano…

Arthur Hopcraft, nel suo memorabile “The Football Man” fu molto meno tenero di Shanlky:

…The fifties relentlessly exposed the lie we had been cherishing as noble truth for so long. We could not play football better than any other country, after all. Far from knowing all there was to be known about the game we found that we had been left years behind by it…The dull training routines, aimed at deep chests and stamina and dogged ness, had done exactly what they were intended to do. Hungary, with a marvelous constellation of players grouped around Puskas and Hidegkuti, crushed us 6-3 on a November afternoon at Wembley in 1953 and in the following year stamped us into the ground with a 7-1 win in Budapest…

L’importanza di quella gara è stata sottolineata da moltissimi autori che nel tempo, parlando dell’evoluzione del calcio inglese, hanno trovato il tempo di analizzarla in ogni aspetto offrendo chiavi di lettura storiche e tecnico-tattiche. Nessuno meglio di Jonathan Wilson che ha dedicato un capitolo all’Ungheria di quegli anni in “Inverting the pyramid” e uno a quella partita in “Anatomy of England”. E l’enormità di quella sconfitta non solo è testimoniata dal fatto che chiunque sia stato in campo quel giorno, e abbia scritto un libro, ne abbia parlato diffusamente ma anche dal fatto che dopo 60 anni l’interesse e il fascino dell’Aranycsapat non accenna a diminuire. Peccato che un anno dopo, nella finale dei Mondiali, in circostanze sfortunate, lo squadrone magiaro si fece rimontare due gol dalla Germania Ovest in finale e perse 3-2. L’appuntamento con la storia non fu rimandato ma fu perso per sempre. Con la Rivoluzione Ungherese del 1956 e la diaspora dei giocatori la nazionale si sfaldò, non tornò mai più a certi livelli. Gli inglesi impararono la lezione e una dozzina di anni dopo, alla guida di uno dei terzini tormentato da Puskas e compagni in quella partita, alzarono la Coppa Rimet.

Brazil

mike bassettOra che tutto il paese ha tirato un sospiro di sollievo collettivo è bene riflettere su questa campagna di qualificazione a Brasile 2014. L’Inghilterra ha chiuso, come svariate altre squadre tra cui l’Italia, il girone imbattuta. Più che alla forza di queste nazionali, tale dato dipende molto dalla debolezza delle rappresentative dei mille statarelli, ultimo Gibilterra, che con la popolazione della provincia di Sondrio, sono ammessi alle selezioni mondiali o continentali. Con la scusa di voler far migliorare il livello del loro calcio, la UEFA incassa semplicemente qualche decina di milioni di euro in più grazie alla vendita dei diritti televisivi di partite che altrimenti susciterebbero scarso o nullo interesse.

Lo stesso girone dell’Inghilterra non presentava grosse insidie visto che per buona parte di questi due ultimi anni la minaccia più grande era considerata essere il Montenegro, la cui popolazione probabilmente è inferiore a quella di Hackney. Però, secondo il principio secondo il quale si può battere solo chi si ha davanti, direi che Roy Hodgson ha fatto un lavoro più che discreto. Dopo gli anni di wags e gossip bruciati da Eriksson, l’incomptenza di McLaren e l’approccio troppo rigido di Capello, la serietà e sobrietà dell’ex allenatore dell’Inter è una boccata di aria fresca. Hodgson non avrà vinto nulla nella sua terra natìa ma ha un bagaglio di esperienza internazionale che ben pochi dei suoi connazionali possonon vantare.

Ad oggi, la nazionale inglese ancora non perde una gara ufficiale con Hodgson in panchina, l’unica eliminazione rimediata ai rigori contro gli Azzurri. In quel caso, come anche recentemente dopo lo 0-0 decisivo conquistato in Ucraina, moltissimi giornalisti, opinionisti, pundit e chiunque sia dotato del tempo necessario per ingolfare Twitter, hanno bocciato la prestazione dei Leoni come cinica, noiosa, senza anima, contro ogni tradizione esistente del calcio inglese che vuole squadre andare all’attacco all’arma bianca per poi prendere gol in contropiede e stare a casa mentre le solite note disputano le fasi finali dei tornei più prestigiosi. Ascoltare Gary Lineker criticare le tattiche adottate da Hodgson ed auspicare un centrocampo più fluido e costruttivo, non è stato altro che renderlo portavoce di milioni di persone che non si rendono conto di quanto questa nazionale inglese sia “average”. Scomparsa la sopravvalutata golden generation, il CT si ritrova con qualche giocatore di valore mondiale, Ashley Cole e Steven Gerrard, qualche buon giocatore, Michael Carrick, il nuovo Wayne Rooney, Danny Wellbeck, e un pugno di onesti pedatori. Hodgson questo lo ha capito come ha capito che quando bisogna giocare per lo 0-0 si fa senza vergogna. Le vittorie e le squadre si costruiscono anche sulla difesa, non c’è niente di cui vergognarsi.

Il primo tempo con la Polonia è stato godibilissimo, Townsend sembra essere più di una promessa, Baines più che il vice Cole e Gerrard un vero capitano che finalmente può svariare a centrocampo e dietro le punte senza l’incubo di pestare i piedi a Frank Lampard.

L’Inghilterra non è di sicuro tra le favorite per vincere il mondiale ma per una volta ne sono tutti coscienti, potrebbe essere l’arma in più. Tra tutti gli allenatori a cui Hodgson dovrebbe ispirarsi io scelgo Mike Bassett.

100

14coleIn occasione della sua centesima presenza in nazionale nell’amichevole contro il Brasile, solo il settimo giocatore nella storia del calcio inglese a raggiungere questo prestigioso traguardo, mi sono ritrovato a fare la solita domanda su Ashley Cole È un grande professionista o no? E, soprattutto, come si giudica un grande professionista? Basta avere talento o oltre alle doti tecniche dovrebbero essere richieste anche capacità mentali soddisfacenti o un minimo di stile? Smarchiamo subito il luogo comune secondo il quale i calciatori sono dei modelli per i più giovani. Il fatto che molti ragazzi sognino una carriera su un campo da calcio piuttosto che in fabbrica, non credo li renda automaticamente ciechi nei confronti delle azioni più stupide commesse da atleti più o meno famosi. Vero anche che certi atteggiamenti esibiti centinaia di volte sui campi di tutto il mondo entrano a far parte automaticamente dei comportamenti dei bambini (esultanze idiote per esempio) quindi un minimo di senso di reponsabilità i calciatori, come qualsiasi altro personaggio con un profilo pubblico, dovrebbero dimostrarlo.

Ashley Cole, secondo un’opinione piuttosto diffusa, incarna tutto ciò che di sbagliato esiste nel calciatore moderno. Perchè se è vero che ci sono tifosi moderni e un calcio moderno, è altrettanto vero che ci sono calciatori moderni. Il libro sulla sua vita, My Defence, pubblicato quando aveva ben 25 anni, deve essere uno dei meno venduti di sempre nel panorama delle biografie sportive, di sicuro il meno letto. Il passaggio in cui racconta il suo quasi incidente stradale causato dalla notizia, arrivata mentre era al volante, che l’Arsenal, la squadra in cui era cresicuto e aveva debuttato in Premier nel 2000, gli offriva, per rinnovare il contratto, solo 55mila sterline a settimana fu definito, e lo è ancora, uno schiaffo in faccia a tutte le persone che lavorano e fanno sacrifici per arrivare a fine mese. Una volta passato al Chelsea nel 2006 (90mila a settimana poi diventate 120 tre anni dopo), e consacrato come uno dei migliori esterni sinistri di sempre, Cole decise di sfruttare il momento per diventare una celebrity. Nell’estate del suo passaggio dal nord al sud-ovest di Londra, fu celebrato il matrimonio con la bella Cheryl  Tweedy del gruppo Girls Aloud, da queste parti piuttosto famose. Quattro anni dopo e dopo innumerevoli storie di corna da lui messe alla povera Cheryl finite sui tabloid con tanto di foto e sms, i due decisero di separarsi, god knows perchè lei ha deciso di mantenere il cognome del suo ex marito. L’ultimo exploit non sportivo in ordine di tempo del terzino dei Blues  è stato sparare ad un ragazzo con un fucile ad aria compressa al campo di allenamento del Chelsea.

Queste e altre cose non lo rendono simpatico ma per chi segue il calcio inglese e sa che la zona sinistra del campo è stata da sempre quella più problematica per ogni allenatore della nazionale, peccato che Giggs e Bale abbiano in un certo senso deciso di essere gallesi, Cole negli anni è diventato forse l’unica garanzia di rendimento costante. Mentre negli anni critici e giornalisti si sono concentrati sui problemi tattici, tra Gerrard e Lampard, sui cross di Beckham o sulla ricerca di un degno erede di Banks e Shilton tra i pali, in pochi hanno sottolineato quanto anno dopo anno, le prestazioni del 32nne di Stepney siano rimaste di altissimo livello.

Lo stesso Stuart Pearce, spesso considerato come uno dei migliori terzini sinistri nella storia dei Leoni, qualche giorno fa ha detto: “Ashley’s pace is a real big strength, his ability on the ball and the way in which he deals with the ball for a full-back is outstanding. Ashley is the best left-back England’s ever had, 100 percent. It is hard to find a weakness in his game. At the highest level, his performances for England have been fantastic. There is no doubt in my mind he is the best left-back ever to play for England.”

Ottimo il prodotto, peccato per la confezione.

Memoria corta

Fine. La truppa di Roy Hodgson torna a casa. Aspettative eccessive o no, allenatore inglese o no, il risultato non cambia. E poco conta l’essere imbattuti. Era successo anche nel 1982, nel 1996, nel 2006, e se si esclude la finalina di Bari anche nel 1990, ma sempre a casa in anticipo si è tornati. Non giova neanche maledire i rigori, alla fine si sa che se si cerca solo di non prenderle, quello è il massimo cui si può aspirare.

Ieri l’Inghilterra ha meritato di uscire. Verdetto unanime, stampa italiana, inglese, internazionale. E allora? Da quando chi merita vince per forza? Con poca preparazione e una squadra in rodaggio Hodgson ha puntato su schemi familiari e tattiche di facile applicazione. E si è beccato una dose ridicola di critiche. La Grecia ha vinto in questo modo la stessa competizione otto anni fa. Mourinho che difende con 10 giocatori è considerato un genio. La storia azzurra è piena di eroiche imprese difensive con i vari Baresi, Nesta, Maldini, e pure Iuliano, definiti sontuosi e imbattibili. John Terry a Kiev lo è stato altrettanto ma in pochi lo hanno notato. Sì, è vero, ieri l’Inghilterra si è difesa, czzo bisogna ammetterlo come una colpa. Per decenni vittima di squadre più ciniche ha fatto lo stesso gioco e nessuno sembra volergliela perdonare salvo poi sogghignare con sufficienza al solito calcio britannico che non impara mai nel caso si giochi tutti in avanti e si prenda gol in contropiede.

La verità è che ieri, tentativo dopo tentativo fallito dall’Italia, ad un certo punto sembrava che si dovesse ripetere per la nazionale la stessa sorte del Chelsea in Champions, squadra aiutata da una certa dose di fortuna dal momento in cui un nuovo manager ne ha sostituito uno non troppo amato. Non è andata così, amen ma almeno il risultato è stato incerto fino alla fine. Cioè, se vogliamo, ieri ha rischiato solo la formazione di Prandelli, favorita in partenza e sfavorita ora nelle semifinali. Non solo per la stanchezza ma per i pochi gol segnati che hanno generato il magro bottino di tre pareggi e una vittoria contro la formazione più scarsa di questo europeo. Se basta il rigore di Pirlo per mandare in visibilio una nazione, vuol dire che i tempi sono più magri di quello che pensavo.

Da parte mia un grande in bocca al lupo a Roy Hodgson per le qualificazioni ai mondiali del 2014, e che faccia giocare la squadra come reputa più opportuno, tanto qualche cecchino pronto ad impallinarlo a parole lo troverà sempre e comunque.

Prova di maturità

L’Inghilterra che non ti aspetti. Fuori Carroll e dentro Rooney, il resto rimane uguale. Schemi, determinazione, approccio un po’ piú cauto, quasi continentale direi, merito di Hodgson che di esperienza in giro ne ha fatta parecchia. A chi dice che gioca male risponderei che per una volta gli inglesi hanno disputato una partita matura. Hanno corso pochi rischi, gol fantasma a parte l’Ucraina ha provato per lo piú da lontano, e hanno vinto con il minimo sforzo anche se serviva un solo punto. Primi nel girone, non ci avrebbe scommesso nessuno. Benzema, Ibrahimovic, persino Shevchenko, tutti erano dati come possibili mattatori nello scontro diretto contro Gerrard e compagni. E invece il capitano sembra godere di ottima forma, e di spazio che prima gli era tolto in modo sistematico da Lampard, Terry, ancorato al limite dell’area, pare beneficiare dell’assenza di Ferdinand, Parker sbuffa e ringhia come può. Niente di entusiasmante certo, ma già oltre le attese. Bello giocare senza dover soddisfare aspettative impossibili e ingiustificate. Bello partire con un allenatore che neanche conosci ma che rispetti. Niente polemiche, niente annunci trionfali, niente wags ma neanche sergenti di ferro dalla mascella quadrata che ti trattano da bambino in gita scolastica. Per una volta l’Inghilterra sembra una squadra, normale, unita, in terra straniera per giocare e non per far aumentare la tiratura dei tabloid. Se poi ci riusciranno per meriti sportivi tanto meglio. L’Italia è data favorita, alla truppa di Roy va bene così. Anche il Chelsea è arrivato fino in fono in CL contro ogni pronostico. Vediamo che succede domenica.

Le scelte di Roy

Ok, la Svezia non e’ la Spagna. Ok, Ibrahimovic non e’ un giocatore. Pero’, secondo il principio secondo cui puoi battere solo l’avversario che hai di fronte, l’Inghilterra ha offerto una bella prestazione contro gli scandinavi, contro cui, tra l’altro storicamente i risultati non sono mai stati eccezionali. I 90 minuti sono stati piacevoli, intensi e anche emozionanti. La maglietta da trasferta in blu mi piace. Vero, la tradizione la vorrebbe rossa ma e’ anche vero che il blu e’ scomparso totalmente dalla prima maglia e che lo stemma con i tre leoni e’ ora totalmente rosso. Dopo una leggera flessione con la precedente divisa da gioco, la Umbro e’ tornata  a colpire nel segno.

La cosa che mi fa piu’ piacere sono i complimenti ad Hodgson, che reputo persona seria e allenatore spesso sottovalutato. In molti avranno fatto delle smorfie nel vedere Carroll in avvio. Solita Inghilterra pronta a giocare le palle lunghe sulla torre la’ davanti. Lo stacco di testa dell’attaccente del Liverpool e’ stato magistrale e dovrebbe aver fatto chiudere il becco a piu’ di una persona. Meno impressionante e’ stato lo stacco di Mellberg in occasione del vantaggio svedese, dormita colossale della difesa. A quel punto, in molti avrebbero scommesso sulla sconfitta. Invece seconda scelta azzeccata del neo manager. Walcott. Sebbene il pubblico sempre meno competente ma piu’ esigente, per qualche misteriosa ragione, dell’Emirates, stia perdendo la pazienza nei confronti dell’ex ragazzino prodigio, il sottoscritto lo reputa ancora giocatore che, in giornata, e’ in grado di cambiare una partita, soprattutto se usato a gara iniziata. E cosi’ e’ stato. A parte il gol, da fare una foto al portiere svedese per ricattarlo in anni futuri, l’azione e l’assist per il gol di Wellbeck, bellissimo, sono stati da cineteca.

Durera’ questo ottimismo, questa fiducia in Hodgson? Le centinaia di tifosi che questa volta hanno deciso di non viaggiare, se ne pentiranno?

Come detto, non c’e’ nulla da perdere e l’Ucraina non e’ avversario imbattibile. Avanti.

Comfort zone

Una cosa mi ha sorpreso piú di altre in occasione del debutto inglese agli Europei. No, non la tattica, il gioco, la formazione o la noia. Niente di tutto questo. Non mi aspettavo di vedere tanti posti vuoti e una presenza meno massiccia del solito di Union Jack e croci di San Giorgio in tribuna. I prezzi esorbitanti degli alberghi ucraini? Dubito, i tifosi britannici sono famosi per adattarsi a qualsiasi tipo di difficoltá logistica e  non solo. La mancanza di fiducia nelle truppe allenate da Roy Hodgson? Non credo, le presenze non sono mai diminuite neanche in periodi molto piú deprimenti dell’attuale. Come da escludere che siano stati gli appelli a non andare per via dei tifosi di casa xenofobi e razzisti, i sudditi di Sua Maestá hanno dato dimostrazione per decenni di  non temere confronti del genere. Non so sinceramente a cosa imputare il calo, forse è stato un insieme di cose, forse a un disinnamoramento, dovuto, per il calcio internazionale.

Magari tutto tornerá alla normalitá giá contro la Svezia e allora qualche migliaio di sostenitori si sará perso soltanto 90 minuti di noia mortale contro la Francia. Era caldo. Umido. L’erba era alta. Scuse sentite e risentite. Se in molti criticano gli inglesi da non sottovalutare il ruolo dei favoriti francesi, accumulare calci d’angolo non ha mai dato spettacolo. A Hodgson si può rimproverare poco. Il tempo di due amichevoli, entrambe vinte per 1-0, e poi il debutto. Non una situazione oggettivamente facile, se si va oltre la teoria del “non ha nulla da perdere” vista la fretta con cui ha dovuto fare tutto. Il solito 4-4-2 tanto criticato penso sia stata una scelta forzata. Impossibile varare rivoluzioni tattiche e imbastire improbabili schemi. L’ex allenatore dell’Inter ha dovuto concentrarsi su giocatori, ruoli e tattiche familiari, non c’era nè spazio nè tantomeno tempo per lasciarsi andare ad esperimenti.

Un altro 1-1 dopo quello del debutto mondiale di due anni fa contro gli USA. Un’altra incertezza del portiere, in Sud Africa si trattò di vera e propria papera, per il gol subito. Se l’ultimo gol in una fase finale di una competizione era stato firmato da un centrale, Upson contro la Germania, adesso si è ripartiti da Lescott, sempre di testa.

Eppure questo immobilismo tattico come lo chiamano gli espertoni della RAI che non vedono di bollare gli ex maestri con il loro personale timbro di qualitá, rappresenta una continuitá che dá quasi conforto. Questo calcio sempre rivolto al futuro, le lodi smielate per il fraseggio estenuante degli spagnoli, l’atleticismo di una giovane Germania piena di turchi, arabi, polacchi e dal centravanti dal nome teutonico come Mario Gomez, il calcio totale sulla carta degli olandesi, sono tutte cose che stancano.

Vuoi mettere? Un buon portiere, due centrali da trincea, due terzini buoni in fase di attacco, meno in quella difensiva, una giovane ala, un centrocampista di altri tempi a fianco di un capitano sul viale del tramonto, un inesperto attaccante che rimpiazza il giocatore piú forte squalificato per un inutile fallo di stizza, un altro esterno che spesso non è stato neanche titolare della sua squadra di club piú un altro attaccante forte ma meno di quello che pensa . Aggiungete una bella maglia, un inno nazionale da cantare a petto in fuori e un allenatore finalmente con il passaporto giusto. Che si può volere di piú? Arrembaggi all’arma bianca stile anni 70/80 nelle coppe europee? Non c’è fiato. Per una volta non ci si aspetta proprio nulla, questo potrebbe essere l’aspetto piu’ positivo. Se si riuscisse a stupire con Roy e il piu’ classico degli schemi, parecchia gente si dovra’ mangiare il cappello come Rockerduck. Se si dovesse tornare a casa tra due gare, sara’ stato rispettato il pronostico e bunanotte.

Questione di principio o di paura.

Non ho fatto in tempo ad inserire il post su Capello qui sotto che “il mascellone” ha deciso di andarsene. Il sottoscritto però non crederá mai alle ragioni da lui date per questo tempestivo addio. Si può dire qualsiasi cosa del tecnico friulano ma una cosa non si può negare, che sia una persona furba ed esperta. Conosce il calcio ed i calciatori che poi il suo approccio non sia gradito spesso dai secondi e che i tifosi non sempre abbraccino il suo stile di gioco è un’altra questione.

Che lui non sapesse come sarebbe finita questa storia è impossibile. Il suo comportamento è stato dall’inizio volto a provocare l’inevitabile scontro con la FA che lo avrebbe poi lasciato con la sola scelta delle dimissioni per salvare il suo onore e riparare al danno di “lesa maestá”. Il suo capitano questa volta era indifendibile, avrebbe douto parlargli da uomo spiegandogli, se ce ne fosse stato bisogno, il motivo della sua scelta. Con la sua difesa ad oltranza, di una persona che in passato gli aveva anche remato contro, in una questione così delicata era normale che si finisse con la rottura. Capello giá da tempo aveva dimostrato segni di insofferenza, sempre per la storia della fascia da capitano, una volta realizzato che la figuraccia del mondiale aveva azzerato il suo credito nei confronti di pubblico e media. Il “Terrygate” è stato abilmente manovrato per fornirgli un alibi, l’idea di un altro fallimento agli Europei era impossibile da sopportare per un allenatore che ha fatto dell’aggettivo “vincente” il suo attributo personalizzato.

Vittorie col Milan seguite da Real Madrid e Roma poi la calata; la Juventus della Triade, gli scudetti revocati, la tifoseria del Madrid che non lo vuole, il mondiale 2010 terminato con un’umiliazione. Il suo CV macchiato, la sua dichiarazione, la panchina dell’Inghilterra come ultimo incarico, da cancellare. Non può dare l’addio ora. Il suo orgoglio lo spingerá verso un altro lavoro ben remunerato in grado di dargli tutte le garanzie di successo che il suo ego possa esigere.

A Londra lascia il miglior record statistico registrato da un allenatore della nazionale inglese e un posto nei FIFA Rankings decisamente piú alto di quello che l’Inghilterra aveva quando è arrivato. Peccato che, come tutti, Ramsey a parte, non abbia portato a termine l’unica missione per cui era stato assunto, vincere.