Classicismi

stivesQualche anno fa mi trovavo in un pub  con degli amici per vedere il derby della Merseyside. Con noi c’erano due fratelli tifosissimi dell’Everton. Quando i toffees passarono in vantaggio, uno dei due scoprì un enorme tatuaggio sulla schiena raffigurante lo stemma della sua squadra. Io, divertito, mormorai la traduzione in inglese, il tizio si fermò, si girò e mi disse “perchè tu sai che significa?” Probabilmente eravamo ancora in un’era in cui non c’era unlimited internet access sul telefonino, quando ancora non si poteva consultare google in diretta, comunque mi sembrò una cosa da matti farsi scrivere qualcosa di indelebile sulla pelle senza avere idea di cosa significasse.

Ciò che è vero è che in ogni club di calcio che si rispetti, stemma, maglia e colori sono parte essenziale della storia, dettagli che definiscono una identità e un’appartenenza. Spesso si rifanno alle vicende della città che rappresentano, a volte ricordano avvenimenti specifici, altre elogiano doti auspicabili da trovare in chi quei colori li porta addosso, in chi quello stemma ha il dovere di onorarlo.

In Inghilterra quasi sempre il “badge” è accompagnato da un motto, una frase che in teoria racchiude la filosofia del club stesso, che possa servire da ispirazione per i propri giocatori e, al tempo stesso, da monito per gli avversari. La cosa curiosa è che, nella maggior parte dei casi, queste frasi sono in latino. Curiosa perchè in nessun altro paese esiste questa tradizione, meno di tutti in Italia, dove il latino sarebbe sicuramente più di casa. Non che i motti in inglese siano da meno, anzi, ma quelli nell’antica lingua dei romani hanno un carattere decisamente più solenne.

I più noti probabilmente sono in Premier League, Audere est Facere degli Spurs e Nil Satis Nisi Optimum dell’Everton. L’Arsenal, nella propria smania di rinnovamento, ha cambiato il vecchio Victoria Concordia Crescit con un banalissimo Forward che non ha impressionato nessuno dei propri tifosi. Il Sunderland ha recentemente optato per un Consectatio Excellantiae che di questi tempi sembra quasi una presa in giro mentre il City ha adottato un militaresco Superbia in Proelio più per darsi un tono che altro. Ma la ricerca si fa più affascinante man mano che si scende nelle categorie minori. Qui il viaggio nei motti e nelle frasi latine che trovano spazio sulle maglie di centinaia di ragazzi sparsi nel Regno Unito ogni weekend regala perle di saggezza, curiosità e lezioni di storia. Prima di tutto da notare che da buon working class sport, la caratteristica più richiamata è quella del lavoro duro. Dall’Arte et Labore del Blackburn Rovers al vecchio stemma del Wycombe Wanderers Industria ditat, passando per Vincit Omnia Industria (Bury), Honor et Industria (Bacup&Rossendale), Labor Omnia Vincit (Bradford PA, Curzon Ashton, Ashton Utd, WBA vecchio), Labor et Prudentia (Brighouse Town), Cum Arte et Studio (Saltdean United), Absque Labore Nihil (Stalybridge Celtic), Salubritas et Industria (vecchio dello Swindon Town), Vi et Industria Vincimus (Thackley FC), Fide et Diligentia (Woking), No Sine Pulvere Palma (Blaby&Whetstone Athletic), Palman Qui Meruit Ferat (Kingstonian) ed anche un fantastico Sudore non Sopore (St Ives Town). Dello stesso tipo anche Facta non verba (Aldermaston AFC) e Res non verba (Penrith FC). In altri casi si è deciso di ricordare che pur sempre si tratta di uno sport, esaltando gli aspetti del gioco e della forma fisica come in Salus Populi Primera Lex (Tornbridge Angels, Harrow Borough), Ludus est Omnis (Whitley Bay) o Amicitia per ludis (Wingate & Finchley). Non mancano i riferimenti a fede, Dio, Re, speranza e giustizia. Lo Sheffield Wednesday sfoggiava un tempo Consilio et Animis, sostituito nella FA Cup final del 1935 da Deo Adjuvante labor proficit, e poi Spectemur Agendo (Barnsley), Ardens Fide (Brentwood Town), Aestus Decus Effectus (Kentish Town), Justitia Omnibus Fiet (Dunstable), Spe Nemo Ruet (Spennymoore), Pro Rege et Lege (Leeds vecchio), Ubi Fides Ibi Lux et Robur (Tranmere Rovers vecchio), Deo Dedi Dante (Old Carthusians), Fortuna Virtutis Comes (Padiham FC), Quae Recta Tene (Romsey Town). Ma forse l’ispirazione maggiore si ricava dai motti che trattano la partita come una battaglia, quelli in cui la sconfitta è un’onta che non si può subire come Sine Metu ad Metam (Bishops Stortford), Vestigia Nulla Retrorsum (Basingstoke Town), Noli Cedere (Crawley Town), Hodie Mihi Cras Tibi (Crown Alexandra), Superbia et Impetus (Ash United), Victori spolia (Rugby United), Nulli Secundus (Ryton FC), Qui Audet Adipiscitur (Seven Acre&Sidcup), A Posse ad Esse (Wembley FC), Optima Tua Age (Witton Albion), Primus Inter Pares (Fleet Spurs FC), Calx Terminus Esto (More Green FC), Progredior (Orpington FC). In alcuni casi poi si è scelto di puntare sullo spirito di squadra Suit Stat Viribus (Norton & Stockton Ancients FC), Concordia Prorsum (Aylesbury FC), Pro Omnium Beneficio (Corinthian FC), Ubi Concordia Ibi Victoria (Ashton&Backwell FC), Unitas et Progressus (Aveley FC), Equitus Spiritus (Horden Colliery Welfare FC), Vis Unita Fortior (Marine FC). In altri sulla possibilità di ogni traguardo Possum Si Volo (Garforth Town), Contende at Caelum (Harchester Utd), Possunt Quia Posse Videntur (Hendon FC), Ad Astra (Taplow United).

Esistono richiami ad ogni tipo di qualità come Comfort et Liesse (Doncaster Rovers), Consilio et Prudentia (Atherton Laburnum Rovers), Semper Qualitas (Redbridge FC), Fortis est Veritas (Oxford City), Absit Invidio (Hallen FC), Vires ex Fides (Hanworth Villa FC) ed infine i riferimenti alle città, regioni o territori di appartenenza: Terra Marique (Newport vecchio), In Loco Delicioso (Cricklade Town), Dulce est Desipere in Loco (Hengrove Athletic), Ad Pontes Prospicimus (Staines Town), Defendamus (Taunton Town), Corda Quercus (Uckfield Town), Ramosa Cornua Cervi (Old Woodstock Town), Oppido Serbire (Thrapston Town), Secundum Tamesin Quovis Gentium (Thurrock FC), Semper Wodnesfelde (Wednesfield FC), Sigillum Oppidi de Tyverton (Tiverton Town), Hoc Fonte Derivata Copia (Wells City), Sal Terrae (Winsford Utd), Pro bonuf of Urbs (Aylesbury FC, sembra solo in parte latino), Floreat Dartford (Dartford FC) e Respice, Aspice, Prospice (Bootle FC).

Ma uno dei più significativi rimane uno dei più recenti: quando nel 2004 il Telford United scomparve a causa dei debiti accumulati dalla malagestione dei proprietari i tifosi ricrearono l’AFC Telforfd sul cui stemma campeggia ora la scritta Numquam obliviscere, mai dimenticare.

Non solo il calcio è cultura ma è cultura classica.

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Primi passi

shanksAlla domanda su chi possa essere considerato il piú grande allenatore di tutti i tempi in UK, le risposte non variano mai piú di tanto. I nomi sono sempre quelli: Matt Busby, Bob Paisley, Jock Stein, Bill Shankly, Brian Clough. Qualcuno, più concentrato sul presente, aggiunge Alex Ferguson, altri nostalgici Herbert Champan o, in casi molto partigiani, Don Revie. Impossibile elencare i nomi di tutti coloro che sono stati alla guida di una certa squadra durante un periodo felice, qualunque esso sia stato, e che si meritano un posto d’onore nella storia di ogni singolo club. A seconda dell’ambiente, delle risorse a disposizione e delle aspettative il successo può essere stato rappresentato da una promozione, un salvataggio all’ultima giornata, una coppa domestica, europea o una serie di titoli nazionali. Ma se ci concentriamo non solo sull’aspetto tecnico, innovatore, di gioco, sul numero di trofei vinti, ma guardiamo anche alla personalità, al carisma, all’impatto che tali personaggi hanno avuto su giocatori e tifosi allora i nomi che entrano di diritto sul podio sono sempre gli stessi, non necessariamente in ordine di merito: Shankly (1913-1981), Clough (1935-2004), Stein (1922-1985).

La cosa che li accomuna è che tutti e tre non iniziarono subito in un grande club, come Busby o Paisley, ma dovettero prima farsi un nome nelle categorie inferiori. Tutti provenienti da famiglie umili, i due scozzesi devono al calcio l’essersi salvati da una vita in miniera, i tre ebbero scarsa fortuna come calciatori. Jock Stein, dei tre il meno dotato, ruvido difensore dal grande cuore e dai piedi quadrati, fu miracolosamente ripescato da un Celtic in disarmo mentre giocava in Galles con lo Llanelli. Arrivato al Parkhead già 29enne, dovette abbandonare per infortunio sei anni più tardi. Le sue qualità di trascinatore, osservatore e conoscitoredi calcio non erano comunque passate inosservate tanto che, nonostante la sua fede protestante, fu nominato responsabile della squadra riserve dei Bhoys una volta attaccati gli scarpini al chiodo. Di ben altro tenore l’infortunio che tagliò gambe e carriera a Brian Clough. Se possibile ancora più spavaldo, irritante e arrogante da giocatore che da allenatore, il figlio più famoso di Middlesbrough era una vera e propria macchina da gol. Per il Boro segnò 204 reti in 222 partite di campionato, 63 in 74 per il Sunderland. Fu proprio a Roker Park nella partita del Boxing Day 1962 contro il Bury che, colpa il terreno ghiacciato, in uno scontro con il portiere avversario gli partirono i legamenti del ginocchio ponendo fine prematuramente, 29 anni, ad una brillante carriera. Non se ne andò bene dal Wearside, con la società che faticava a tenere testa ad una personalità tanto ingombrante. A Shankly invece la carriera non fu accorciata da problemi fisici ma dalla Seconda Guerra Mondiale. Attentissimo alla forma fisica, proveniva da una faliglia sportivamente dotata visto che lui e i suoi quattro fratelli arrivarono a giocare a calcio come professionisti. Shankly ebbe una carriera più che dignitosa con Carlisle e, soprattutto, Preston NE con cui vinse la FA Cup nel 1938.

Proprio con il Carlisle iniziò la sua avventura come tecnico nelle parti basse dell’allora Third Division North. Soldi da spendere pochi, possibilità di attrarre giocatori in Cumbria, lontana anni luce da ogni altra città degna di nota, nulle. Shankly si rimboccò le maniche e cominciò a plasmare quello che negli anni a venire fu il suo tratto più caratteristico, la psicologia. Non solo riusciva a motivare i suoi giocatori ma li faceva sentire invincibili mentre gli avversari erano sempre liquidati come dei disperati senza arte né parte. A Carlisle parlava ai tifosi attraverso la megafonia dello stadio e dovendo fare affidamento con il poco a disposizione fece in modo che quel poco rendesse tanto. In meno di tre stagioni la squadra era passata dagli ultimi posti al terzo. Il suo addio fu dovuto per una questione principio relativa a un bonus accordato ma non pagato ai suoi giocatori. Anche la sua seconda avventura, in teoria, finì prematuramente, nonostante gli ottimi risultati raggiunti dal Grimsby Town che, nella stagione del suo arrivo, si piazzò subito alle spalle della squadra campione. Dopo il nono posto della stagione seguente, citò la mancanza di fondi e di ambizione come causa delle sue dimissioni. Prima di arrivare al Liverpool Shankly allenò per la terza volta in Third Division North, questa volta il Workington, che portò a risultati più che soddisfacenti sobbarcandosi ogni tipo di lavoro che una giornata di 24 ore gli potesse consentire per mandare avanti la baracca. Quando si presentò l’occasione come assistant manager in Second Division, con l’appena retrocesso Huddersfield, Shankly non se la fece scappare e poco tempo dopo, in seguito all’esonero del primo responsabile tecnico si trovò alla guida della squadra. Anche qui, i risultati migliorarono ma non c’era il feeling giusto con i proprietari da lui accusati di vendere talenti senza pensare a rimpiazzarli. Quando bussò il Liverpool l’ex minatore di Glenbuck non esitò neanche un istante fiutando il potenziale del gigante addormentato del Merseyside allora in Second Division.

steinNon era la prima volta che Shankly e il Liverpool si erano incrociati. Pochi anni prima, prima di andare a Grimsby, i Reds non avevano ritenuto all’altezza la sua candidatura. Un po’ quello che successe a Jock Stein, lasciato libero di lasciare Celtic Park per poi essere inseguito e corteggiato per lo stesso lavoro. Stein rifiutò sempre la teoria che fu lasciato andare consapevolmente per permettergli di fare esperienza accusando anzi alcuni dirigenti di averlo boicottato a causa della sua religione. Con idee ben chiare e grinta da vendere, Stein accettò il posto di allenatore del Dunfermline nel marzo del 1960, con la squadra penultima. Sei vittorie consecutive dopo era già riuscito a galvanizzare tutto l’ambiente. La più grande rivincita fu , l’anno dopo, la vittoria della Coppa di Scozia in finale contro il “suo” Celtic per 2-0, successo che gli permise di assaporare la stagione successiva per la prima volta quelle gare europee che divennero la sua ossessione, sia per il prestigio che per la voglia di confrontarsi sempre contro i migliori. Ormai era pronto per lasciare la piccola realtà del Fife e quando l’Hibernian gli offrì la posizione di manager a Easter Road, Jock Stein si ritrovò ad Edimburgo in un baleno. Peccato che il biancoverde degli Hibs non era quello che gli interessava davvero e appena un anno dopo, appena approcciato dai suoi ex datori di lavoro, decise di tornare a Glasgow a scrivere la storia.

Mentre Shankly e Stein si identificano con un club ciascuno, Clough è diviso e conteso tra Derby e Nottingham. Ma prima di questi successi Old Big Head dovette iniziare da Hartlepool, in quegli anni constantemene classificato all’ultimo posto della Football League (non c’era retrocessione ma si chiedeva la possibilità di essere rieletti in concorrenza con altri club che magari stavano andando bene a livello amatoriale). Quando a Clough fu offerto questo lavoro non ebbe esitazioni. L’infortunio e il trattamento tutt’altro che nobile riservatogli dal suo club di allora, lo avevano lasciato anche in una posizione finanziaria piuttosto precaria. Quel posto fu una salvezza per lui quanto per il club visto che l’arrivo di Clough, accompagnato dal fido (finchè le cose durarono) Peter Taylor significò scalare la classifica e dimenticarsi l’ansia del ripescaggio. Nella sua autobiografia Clough racconta come le sue giornate iniziassero al mattino prima di tutti, magari dipingendo parte delle tribune, proseguivano in città per la raccolta fondi secchio in mano nei pub, per poi presenziare gli allenementi e finire con altre task amministrative in ufficio.

cloughTutti e tre ebbero in comune un entusiasmo fuori dal comune, una capacità di muovere le masse degna di un capo di stato, di attrarre una devozione assoluta dei propri tifosi al limite del fanatismo. Tre persone che amavano il calcio forse più di ogni altra cosa. Stein morì in campo, Shankly iniziò a morire il giorno che smise di allenare. Clough trovò rifugio nell’alcol. Il loro mito, aiutato da frasi immortali lasciate ai posteri per l’eternità, continua immutato e intaccato.

Shankly: “Pressure is working down the pit. Pressure is having no work at all. Pressure is trying to escape relegation on 50 shillings a week. Pressure is not the European Cup or the Championship or the Cup Final. That’s the reward.”

Stein: “Celtic jerseys are not for second best, they don’t shrink to fit inferior players.”

Clough: “I wouldn’t say I was the best manager in the business. But I was in the top one.”

Cups & Crisps

Gary Lineker, England.
Gary Lineker, England.

Per i piú giovani è semplicemente il presentatore di Match of the Day. Per altri ancora forse una comparsa che interpreta gli spot pubblicitari piú o meno spiritosi delle patatine Walkers. Eppure quel signore di mezza età che siede su un divano della BBC e di altri canali commentando le partite del giorno, che ripete battute e statistiche per lui scritte dalla regia abbozzando sorrisi e azzardando espressioni curiose è un pezzo di storia del calcio inglese. Non è detto che per assurgere al “grado” di leggenda uno debba per forza aver avuto una vita fuori dal campo sregolata e fatta di eccessi, essersi presentato ubriaco alle partite, aver scommesso anche i soldi della pensione della madre o aver venduto le proprie medaglie per pagare il mutuo. Gary Winston Lineker era un idolo della mia adolescenza, pur non avendo mai tifato Leicester, Everton o, tantomeno, Barcelona. Avevo simpatia per il suo Tottenham, quello di Venables, Gascoigne (pre Serie A), Mabbutt e Paul Stewart per intenderci, ma era quando indossava la maglia dei Tre Leoni che Lineker mi faceva sognare. Con lui in squadra un gol era sempre possibile, una partita non era mai persa fino all’ultimo secondo. Non era solo un giustiziere delle palle perse, un opportunista, un attaccante che viveva sulla linea del fuorigioco. Non era solo il giocatore che è nel posto giusto al momento giusto o uno che la butta dentro. Era un fuoriclasse dell’area di rigore. Intelligente, furbo, estremamente coraggioso nonostante non rispecchiasse lo stereotipo del centravanti britannico tutto fisico e potenza. E corretto, mai un cartellino nella sua carriera nonostante i calci ricevuti in epoche in cui gli arbitri ritenevano leciti i tackle sul ginocchio, a piedi uniti e le gomitate in faccia.

Con le mie poche informazioni basate su “il Campionato degli altri” del Guerino, ritagli di giornali d’oltremanica e qualche numero di Match e Shoot che riuscivo a rimediare, sapevo del talento del Leicester City, delle sue origini umili tra i banchi della frutta del mercato della sua città, e non mi stupii piu’ di tanto quando, dopo aver vinto la classifica dei cannonieri insieme a Kerry Dixon al termine della stagione 1984/85, l’Everton, all’epoca una delle squadre piú forti e in forma, decise di spendere 800mila sterline per accaparrarselo. Non deluse, 30 gol in campionato, ancora miglior realizzatore della First Division, e 38 in totale in 52 gare che incredibilmente però non valsero nessun trofeo. La squadra di Kendall si arrese ai concittadini del Liverpool sia in campionato che in FA Cup quando ad un certo punto della stagione sembrava essere la candidata piú seria alla conquista del double. Ma il suo talento era stato notato, non solo in patria. Quando pochi mesi piú tardi vinse la scarpa d’oro ai Mondiali di Messico 1986, unico inglese ad esserci riuscito, mezzo mondo era interessato a tesserarlo. La First Division non era la Premier League e la potenza economica dei soliti colossi calcistici europei si fece sentire quando il Barcellona lo convinse a lasciare il Merseyside per la Catalogna subito dopo la fine del torneo. Ironicamente l’Everton, nella stagione successiva, vinse, ad oggi, il suo ultimo campionato.

Sotto il sole cocente di quell’estate messicana Lineker mostrò, in condizioni ambientali proibitive, doti da attaccante nato. Imperdibile sul campo causa una fasciatura al braccio, incantò per la sua rapidità in area e la sua tripletta contro la Polonia, solo la seconda nella storia segnata nella fase finale di una coppa del mondo da un calciatore inglese oltre quella un tantino piú famosa del 1966, consentì alla nazionale di proseguire il cammino e a Bobby Robson di conservare il lavoro. Due reti negli ottavi contro il Paraguay qualificarono l’Inghilterra ai quarti contro l’Argentina. Se calcisticamente questi due paesi non si amavano dai tempi della sceneggiata di Antonio Rattin nel 1966, dopo la Guerra delle Falklands del 1982 l’antipatia era diventata quasi odio. Tutti ricordano cosa successe, una “furbata” e un colpo di genio di Maradona dettero la vittoria ai sudamericani. Lineker, mai domo, accorciò le distanze prima di vedersi negare un gol che sembrava già fatto da una prodezza di un difensore argentine che dovrebbe essere osannata tanto quanto quella del loro numero 10 ( minuto 9.56 di questo video )

Voluto al Barcellona da Terry Venables, che poi lo riportò in patria quando era ormai allenatore del Tottenham, diventò subito un beniamino della tifoseria locale grazie alla sua professionalità, al suo coraggio e ai 20 gol nella sua prima stagione nella Liga inclusa una tripletta al Bernabeu, stadio in cui poi segnò ben quattro reti in un’amichevole contro la Spagna nel febbraio 1987 (alcune reti con la maglia dei catalani). Con i blaugrana, già senza El Tel, vinse una Copa del Rey e una Coppa delle Coppe prima di decidere di tornare in patria da un allenatore che lo adorava piuttosto che giocare da ala destra sotto il nuovo, geniale ma controverso, tecnico Johan Cruyff.

Con gli Spurs Linker non smise di segnare vincendo ancora un titolo di capopcannoniere nel 1990 e una FA Cup nel 1991. Nella sua ultima stagione nella compagine londinese realizzò 35 reti in 50 presenze prima dell’avventura in Giappone quando la J-League era il posto dove andare a fine carriera e dove il suo stile, fair play ed educazione furono apprezzate tanto quanto le sue doti tecniche.

Dispiace che non sia stato lui a romprere il record di reti (49) con la nazionale inglese detenuto da Bobby Charlton, lo avrebbe meritato. Fermatosi a 48 e ora appaiato da Rooney che ha già giocato 25 partite in piú, sembra destinato a scendere un gradino del podio dei migliori realizzatori per far spazio a qualcuno che gioca le qualificazioni a Europei e Mondiali contro squadre del calibro di Macedonia e Slovenia piuttosto che Spagna e Italia. Come dispiace che la sua freddezza dal dischetto nei quarti di finale di Italia 90, due rigori realizzati, e la sua rapidità di pensiero ed esecuzione nella rete contro la Germania in semifinale non siano valse almeno un posto in finale. D’altronde come lui stesso disse una volta: “Football is a simple game where 22 men chase a ball for 90 minutes and at the end, the Germans win” dimostrando un discreto sense of humor. Forse non è vero che le battute durante MotD non siano sue.

Rocky

rocky

Non sono molti i giocatori scomparsi prematuramente il cui nome riesce a generare istantaneamente commozione. Alcuni  non vengono mai gridati ma quasi sussurrati, con una forma di rispetto che è testimonianza della loro classe e della loro grandezza. David Rocastle è uno di questi. Provate a menzionarlo a qualsiasi tifoso dei Gunners maturo abbastanza per ricordarlo in campo e vedrete che gli occhi per qualche attimo saranno fissi nel nulla, inchioderanno l’attimo esatto in cui loro c’erano, uno qualsiasi in cui Rocky li ha incantati. “That’s easy – ricorda Rob, tifoso e abbonato di lunga data –  the goal that never was  Vs Liverpool. We were 1-0 up but under the cosh. Ball had been kicked upfield by Bruce Grobbelaar and there had been a slight tussle just inside the Arse half when suddenly ball dropped to Rocky – we saw him look up and chipped Brucie a la Beckham. From inside his own half! Only thing was whistle got blown for a foul on a scouser just as he was hitting it. Still pretty awesome as the whole stand just went F ME ! as the ball sailed into the top corner. He got a round of applause and bowed  to us.”  Ancora, Mike: “Easy one, 1987 League Cup Semi Final at White Hart Lane.90th minute winner to put us through to Wembley in a 2-1 win. Unforgettable night and celebrations.Walked on air to school the next day!”

Il 31 marzo saranno 13 anni dalla sua scomparsa. Era il giorno di Arsenal v Tottenham nell’ormai lontano 2001. Prima della partita si temeva che i 3mila sostenitori degli Spurs in trasferta potessero interrompere il minuto di silenzio, sfregiare il ricordo di uno dei beniamini della tifoseria avversaria, cosa oggi comune in ogni stadio dove la voglia di farsi notare è piú forte della propria dignità. Il silenzio fu totale, interrotto soltanto dai singhiozzi di chi, sugli spalti e in campo, non poteva credere che a 33 anni David Rocastle non avrebbe piú corso non solo dietro a un pallone ma neanche più dietro a suo figlio.

Rocastle indossò anche le maglie di Leeds, Manchester City e Chelsea ma sarà sempre identificato con la maglia che era diventata la sua seconda pelle. “The Arsenal” così si riferiva al club che dal 1982 lo aveva di fatto adottato.  Aveva 15 anni, aveva perso il padre quando ne aveva solo cinque. Fece parte di una gruppo che dalle giovanili passò piano piano in prima squadra rendendo la vita, e la carriera, di George Graham, tra gli altri, più facile: parlo di gente come  Michael Thomas, Tony Adams, Niall Quinn, Martin Hayes, Paul Merson. Insieme a Thomas e Paul Davis formò un trio di giocatori di colore che, in anni in cui il razzismo negli stadi inglesi era vivo e violento , distrusse ogni pregiudizio a colpi di classe. Il giorno in cui il suo allenatore decise, guardando solo il bollettino medico e mettendo da parte le ragioni del cuore, di venderlo al Leeds fu il più triste della sua vita, come confermato dalle parole del suo amico e compagno di squadra Paul Davis:  “He cried. We spoke about it quite often. He couldn’t understand why they ever wanted him to go. The club’s line was that he was injured, he was struggling with his weight, he’d had a knee operation. I don’t think he ever recovered from the fact of leaving Arsenal, in his own mind…he was a bubbly character, lovely spirit, fantastic spirit. Really, he was an Arsenal person but I always remember when he left the club: it was one of the saddest moments for him.”

Rocastle, da adolescente, non aveva trovato soltanto una squadra in cui giocare, era entrato a far parte di un’istituzione, si sentiva in qualche modo un eletto, un ragazzo che un giorno avrebbe potuto dire di aver contribuito, tanto o poco, alla storia di uno dei club più gloriosi del mondo. Aveva abbracciato la tradizione, lo stile che arrivava dai tempi di Herbert Champman, che si respirava entrando ad Highbury, nelle famose marble halls. Con il 7 che fino apochi anni prima era stato di

un’ altra leggenda come Liam Brady sulle spalle, Rocky scendeva in campo con la consapevolezza di un tifoso che sa di essere stato benedetto, trattando compagni e tifosi con lo stesso rispetto con cui trattava la maglia. Era il suo mantra, a chi gli chiedeva di riassumere il suo rapporto con i Gunners, semplicemente rispondeva  “There is something really special about Arsenal Football Club… I was always told ‘Remember who you are, what you are, and who you represent: The Arsenal”.

Rocastle lo fece con orgoglio in 260 partite ufficiali, segnando 34 reti, vicendo due campionati ed una coppa di Lega. Fu un esempio e un modello per tifosi e compagni di squadra. Il pianto incontrollabile di Ian Wright nel recente documentario su ITV mentre lo ricordava dice più di ogni articolo o intervista. Dio solo sa, insieme a Wenger, quanto servirebbe una figura del genere oggi in una squadra zeppa di mercenari pronti a sbattere la porta per fuggire dal miglior offerente gettando a terra quella maglia che per qualcun altro prima di loro rappresentava una ragione di vita.

Fischio finale

aprile 21 070Arrivare all’Underhill e trovarlo completamente esaurito in ogni ordine di posto è stata una esperienza strana, unica, nel senso che non era mai successo prima nè a me, nè, credo, a nessun altro. Sembrava tutto un altro stadio e, a dirla tutta, non era affatto male. Ciò ovviamente non fa altro che aumentare i rimpianti di tutti coloro che per anni si sono recati in EN5 per assaporare un’atmosfera di intimità calcistica con le poche centinaia di tifosi del Barnet presenti. Le Bees hanno un fascino particolare, difficile da spiegare e ancora più difficile da capire. Un piccolo stadio, 6000 posti di cui 2300 a sedere situato al capolinea nord della Nothern Line, il campo in dislivello visibile ad occhio nudo, una squadra che lotta spesso per non retrocedere tra i dilettanti, una media spettatori che raramente passa i 2500, partite che raramente regalano neanche spettacolo ma qualcosa da ricordare. Non è stato il caso del match di ieri, un gol che vuol dire, quasi, salvezza, a nove minuti dalla fine e un rigore parato in pieno recupero. Per una volta i tifosi di casa si sono lasciati andare ai festeggiamenti. I ripetuti appelli a non invadere il campo al termine della gara per fortuna sono stati ignorati e gli unici a non entrare sono stati i compostissimi sostenitori del Wycombe a cui è toccato il ruolo di comparse in questo giorno speciale per il club al momento allenato da Edgar Davids. Godendomi la splendida giornata di sole nel settore ospiti, ho sentito più di qualcuno che, per non rovinare la giornata speciale del Barnet, sperava che il rigore a favore non portasse a nulla e così è stato. La squadra di casa si giocava la permanenza nel calcio professionistico, quella in trasferta poco o niente, a parte i tre punti che ogni calciatore che si rispetti vuole sempre portare a casa. E così, dopo poco più di un’ora e mezza di onesto pedalare e poco altro, i tre fischi finali per l’ultima volta hanno tagliato l’aria dell’Underhill, 106 anni di vita di un impianto che andrà a morire perchè club e council non sono riusciti a trovare un punto in comune per una proficua collaborazione comune. The Bees giocheranno le partite in casa a The Hive dalla prossima stagione, il complesso dove al momento si allenano, che di sicuro sarà comodo e moderno ma non attrarrà più lo stesso numero di carbonari del pallone, felici di stare in piedi al freddo e al gelo sugli spalti mai gremiti dello stadio al capolinea della linea nera con il campo in discesa (o salita).

Buone Feste

Football%20christmasA Natale sono tutti più buoni, o almeno così si dice. Il Brentford FC ha messo in pratica questo detto alla vigilia della gara casalinga contro lo Stevenage (poi rimandata causa campo allegato). Non è la prima volta che si sente parlare di iniziative del genere ma di solito sono società non professionistiche a proporle. L’FCUM aveva lanciato abbonamenti “pay what you can” l’anno scorso ma non si era mai verificato nelle quattro categorie di vertice. La squadra del sud ovest di Londra invece ha chiesto ai propri tifosi di riempire gli spalti del Griffin Park per dare un’ulteriore spinta alla squadra che quest’anno, sotto la guida di Uwe Rosler, cerca di salire in Championship. Visto il periodo festivo, e le spese di fine anno che le famiglie devono sostenere, il club ha deciso di andare incontro ai propri fans piuttosto che rischiare spazi vuoti imbarazzanti. I biglietti sono stati messi in vendita per un prezzo minimo di una sterlina e per tutti coloro che decidevano di pagarli più di cinque, la metà della somma sarebbe andata in beneficienza. I tagliandi rimasti sarebbero stati messi in vendita ai soliti prezzi ai botteghini, sabato mattina erano appena 500. Viene da chiedersi perchè iniziative del genere non attecchiscano in paesi come l’Italia in cui i seggiolini di plastica ormai la fanno da padrone sullo sfondo di quasi ogni telecamera. Non solo in Serie B o più giù ma anche in A. Lo so che l’incasso ai botteghini ora è quasi disprezzato, visti gli introiti derivanti dai diritti tv, ma parte dell’importanza e del fascino di ogni spettacolo calcistico è la sua cornice. Senza quella, perde di valore anche tutto il resto. Complimenti quindi al Brentford. Altri auguri speciali mi sento di farli ai Wycombe Wanderers. Anche se nessuno ne parla sono tornati ad essere un club amministrato e gestito dai tifosi e dopo un inizio difficile sembrano aver trovato il passo sotto la guida del player-manager Gareth Ainsworth, ancora sulla cresta nonostante i suoi 39 anni. E tanti auguri a tutte le squadre in cui chi fa parte di quella cornice che tanti vorrebbero escludere ha di fatto dato un futuro al proprio club. Penso al Wrexham, ovviamente al Wimbledon, all’Exeter, al Chester e a tutti i sostenitori del Portsmouth che a metà gennaio sapranno cosa succederà alla loro proposta di rilevamento del club. In generale faccio i miei migliori auguri a tutti i tifosi con il calcio nel cuore, a chi lo vuole migliore, a chi non pensa che tre punti siano l’inizio e la fine di tutto. A chi va ancora in trasferta, a chi viaggia e prende freddo per guardare partite di cui non parlerà mai nessuno. A chi crede nelle rivalità sane e ad al campanilismo, che nell’era della globalizzazione vogliono far passare come peccato mortale. Auguri a quelli che sempre più delusi dal calcio moderno si rifugiano nei ricordi. A chi arriva presto per farsi qualche birra prima e non lascia il posto in anticipo per battere il traffico. A chi beve Bovril per scaldarsi, a chi preferisce sempre lo standing piuttosto che stare seduto. A chi non usa ombrelli, a chi canta, ride e pensa che andare ad una partita è ancora la cosa migliore che si possa fare insieme agli amici durante il weekend. Auguri a tutti quelli che hanno pensato che se i Maya avessero avuto ragione, il posto ideale dove aspettare il famoso asteroide sarebbe stato  l’interno di uno stadio. Qualunque. Ovunque.

A life of two halves

Di biografie di calciatori, gli scaffali delle librerie inglesi post Sport Pages sono pieni. Chi ha da dire veramente qualcosa, chi vuole arrotondare, chi sfrutta i suoi cinque minuti di fama, chi si lascia convincere dall’agente o dalla moglie, chi è talmente innamorato di sè stesso che non si rende conto di aver riempito pagine e pagine di niente.

“I’m not really here – a life of two halves” l’autobiografia di Paul Lake, giocatore multiruolo del Manchester City quando il Manchester City era simpatico quasi a tutti, è una delle migliori che abbia mai letto. Divertente, quando descrive un calcio che neanche da lontanto pensava che nutrizionisti  e psicologi potessero far parte un giorno dello staff di una squadra di calcio, triste, quando parla dei continui infortuni, sottovalutati, e delle inutili operazioni che li hanno seguiti, disperato, quando confessa la depressione arrivata con la consapevolezza che la sua brillante carriera era finita ancora prima di iniziare, e coraggioso, quando descrive la sua rinascita.

È uno di quei libri che, una volta posato per l’ultima volta,ti  danno la sensazione di conoscere un po’ l’autore, vorresti averlo lì per pagargli una birra. Ci sono tanti aneddoti divertenti, che mi hanno fatto ridere di gusto in treno o in aereo. Ne ho scelto e tradotto uno:

“…la partita contro l’Hull City del 21 gennaio 1989 rappresentò un’esperienza memorabile per me, grazie alla presenza in campo di uno dei piú famosi “hard men” del mondo del calcio. Billy Whitehurst, il centravanti delle Tigers, era una montagna d’uomo di oltre un metro e ottanta che sembrava poter far esplodere il pallone con un pungo figuriamoci con un calcio. Era una di quelle persone con cui è meglio non avere niente a che fare.

La partita era iniziata da soli cinque minuti quando vinsi un contrasto aereo. Nel farlo però allungai i gomiti all’indietro per mantenere l’equilibrio e li sentii urtare, nel modo piú violento umanamente possibile, contro il setto nasale di un giocatore che mi stava dietro. Quando mi voltai, mi accorsi con orrore che la vittima non era altri che il signor William Whitehurst. Cristo, pensai, tutti meno che quel c.zzo di mostro. Nervosamente rivolsi lo sguardo al mio compagno di difesa centrale, Brian Gayle, che mi sorrise, si fece il segno della croce e se ne andò.

Billy crollò sulle sue ginocchia, reggendosi il viso tra le mani per quella che sembrò un’eternitá, cercando di arginare il fiume di sangue che gli usciva dal naso. Alla fine si rimise in piedi e la partita riprese. Alla prima rimessa laterale però, sentii una presenza  alle mie spalle, sulla sinistra, qualcuno mi stava letteralmente alitando sul collo. Mi voltai e mi ritrovai Billy che mi sorrideva in modo minaccioso, sfoggiando un fila di denti ancora sporchi di sangue.

“Ben fatto ragazzo, ringhiò, mi piace il gioco duro.”  E non scherzava. Prima della fine della partita la mia nemesi aveva cercato vendetta in ogni maniera possibile, strappandomi i calzoncini, con una ginocchiata nell’inguine, lasciando l’impronta dei suoi tacchetti sul mio stinco, sulla mia coscia e sulle mie tempie e, per non farsi mancare niente, affondando i suoi denti nella mia spalla, cosa che generò dei rivoletti di sangue che mi scesero lungo le braccia. A fine partita, che vincemmo 4-1, Billy trotterellò verso di me per stringermi la mano. “ Sei piú duro di quello che sembri” disse, poi, guardando l’enorme macchia di sangue che inzuppava la mia maglia aggiunse “Ah, e scusa per il morsetto ragazzo.”

Sono passati 23 anni, sembrano 250. Pensate una scena del genere oggi e pensatela allo “Etihad Stadium”, non piú al Maine Road. Rifugiamoci nel passato, era piú divertente.

Se questo è fair play

Fair Play. In tanti, troppi, si riempiono la bocca con queste parole. Giocatori, allenatori, tifosi, arbitri, UEFA, FIFA. Che cos’è però veramente? Rispetto dell’avversario? Comportarsi secondo le regole e in modo onesto? Accettare la sconfitta riconoscendo il valore dell’avversario? Avere un codice etico-sportivo? Forse un insieme di tutte queste cose ma decisamente non i comportamenti forzati per la platea di pseudo giornalisti e neo appassionati. L’andarci piano contro una squadra che è alle corde non è fair play, vuol dire ingannare i tifosi paganti e umiliare l’avversario non concedendogli neanche la possibilitá di una sconfitta dignitosa, la pietá non regala mai onore.

E non è decisamente fair play, ad esempio, la finta amicizia messa in scena alla cd Scala del Calcio qualche sera fa tra Milan e Barcellona. Questo fermarsi appena un giocatore era toccato, buttare il pallone fuori quando nessuno lo aveva chiesto, questo rispetto del Dio Messi ormai quasi intoccabile ed inavvicinabile, pena una valanga di cartellini di ogni colore. È stato uno spettacolo stucchevole, oltre tutto di contorno ad una partita tanto pompata quanto deludente. E poi a fine gara che succede? I presunti amici accusano arbitro, tattiche e condizioni del campo. Volano esposti alla UEFA, difese imbarazzate, polemiche e parole di stizza, almeno fino a martedì quando tutti torneranno ad essere amici, per qualche manciata di minuti. Ridicoli.

Sarò anche datato e fuori dal tempo, ma cosa c’è di male con il sano agonismo? Con il  voler vincere nelle regole ma a tutti i costi? Con l’approccio “ti stringo la mano prima e dopo ma nei 90 minuti di gioco non ti conosco”? Meglio allora la mega rissa alla fine di Bradford City v Crawley Town in League Two con 22 giocatori che prima se le danno apertamente e di santa ragione e poi chiedono scusa spinti dalle rispettive societá. Se a qualcuno queste cose danno fastidio può comunque concentrarsi sulla partita, di sicuro molto piú viva e sentita di quella giocata tra rossoneri e catalani. Per me fanno parte del calcio e, visto a cosa si sta riducendo, dello spettacolo.

Tackles

La settimana scorsa il derby del Nord-Est ha offerto tutto quello che si può chiedere ad una partita del genere: agonismo, occasioni, rigori, segnati e sbagliati, espulsioni, adrenalina, odio palpabile sugli spalti e, soprattutto, tackles come non se ne vedevano da anni.

I contrasti decisi, onesti e anche duri ma mai cattivi, per me fanno spettacolo come un gol da cineteca o una parata da leggenda. Sono un po’ il segno di quel calcio che non c’è piú, prima vittima sacrificale di un sport ormai quasi privo di contatto fisico volto a proteggere campioni come Messi, a cui non ci si può neanche avvicinare o tirare la maglia.

Voglio celebrare l’arte del tackle con un podio particolare:

1 – Non era passato neanche un minuto al St James’ Park, il nome imposto dal proprietario obeso neanche lo considero, quando Lee Cattermole, quattro rossi e 28 gialli in 67 presenze di campionato con il Sunderland, si è lanciato in un tackle a forbice su Cheik Tiote che avrebbe visto un rosso diretto fosse avvenuto qualche minuto dopo. Sono anni che in Premier giocatori vanno a fare la doccia per molto meno. L’entrata di Cattermole aveva un sottotitolo palese, diceva “vi odio”. Questo è stato un tackle nato dalla tensione pre-partita, dalla frustrazione della sconfitta dell’andata, dalla rivalitá esistente tra le tifoserie. Il fatto che sia stato solo ammonito ha, tra le altre cose, “settato” lo spirito dei rimanenti 89 intensissimi minuti. Link

2 – Primi minuti di gioco della finale di FA Cup tra Liverpool, squadrone dominante in patria e, prima di essere squalificato per i fatti dell’Heysel, anche in Europa, e Wimbledon, la Crazy Gang, gli undici matti del sud di Londra che non rispettano niente e nessuno. Considerati da molti indegni di calpestare lo stesso campo degli uomini di Kenny Dalglish, in teoria non hanno una speranza in paradiso contro i Reds. L’hard man del Liverpool all’epoca è Steve McMahon che riceve palla a centrocampo dopo pochi minuti. Vinnie Jones lo punta (Link) e prima che il nazionale inglese riesca a disfarsi del pallone gli sega le gambe.  Non solo il finto gallese dei Dons non riceve neanche un’ammonizione ma McMahon si rialza e se ne va come se quello fosse stato un tackle normale.Tanto di cappello. Il sottotitolo di quell’intervento è “non ti temo, oggi sono c.zzi tuoi”. Il Wimbledon conquistò la coppa in una delle sorprese piú grandi nella storia della competizione.

3 – Quarti di finale di Coppa Campioni 1987-88, erano anni in cui anche le squadre scozzesi riuscivano a dire la loro. Si affrontano Rangers e Steaua. La squadra di Glasgow, ora sull’orlo del fallimento ma all’epoca in grado di tesserare campioni inglesi dell’era pre-Premier, deve recuperare lo  0-2 dell’andata. Le cose si mettono male. A centrocampo Graeme Souness, a detta di avversari e compagni uno che non faceva prigionieri, si allunga troppo la palla. Un giocatore dello Steaua ha l’audacia di cercare di fermarlo. Lo scozzese si disinteressa completamente del pallone e gli entra a gamba tesa sul ginocchio. Link. Da brividi. La cosa buffa è vedere Souness a terra gridare “Look!” all’arbitro indicando un punto imprecisato della sua caviglia per cercare di confondere la veritá dell’assassino. Il sottotitolo di quelo tackle era “io esco dalla coppa, tu esci dal campo in barella”.

Ora, in nessun modo si vuole celebrare la violenza nel calcio e infatti in tutti e tre i casi citati nessuno si è fatto male. È capitato e capita che giocatori subiscano infortuni seri a causa di contrasti duri ma quello che vediamo oggi è una copia del calcio che abbiamo imparato ad amare, quello in cui darsele era parte dello spettacolo. Come ai tifosi viene negato di fare colore sugli spalti ai calciatori si vieta di farlo sul campo. È il trionfo dell ‘Health&Safety. Ma si è esagerato.