Bocconi amari

La prima volta a vedere il Sunderland a Wembley fu per la finale di FA Cup del 1992 contro il Liverpool. Senza biglietto, giovane e inesperto, pensando che lo avrei trovato semplicemente girovagando intorno allo stadio dalle nove di mattina. Ovviamente non trovai nulla, decine di persone erano nelle mie stesse condizioni ma sicuramente più abili a condurre trattative con eventuali bagarini in agguato. Ritorno nel 1998, una delle partite più belle mai viste, una delle atmosfere più incredibili vissute dal vivo, un tifo e un rumore assordante, un’altalena di emozioni da infarto. 4-4 dopo i supplementari, il Charlton vince 7-6 con Michael Gray che sbaglia il secondo ad oltranza. Dura da digerire, soprattutto considerando la tripletta di Clive Mendonca, nato a Sunderland ma in forza ai londinesi. Tralasciando la semifinale di FA Cup persa ad Old Trafford contro il Millwall durante i lavori per il rifacimento di Wembley, eccoci approdare alla finale di Coppa di Lega del 2014 quando il Sunderland di Poyet passa in vantaggio dopo dieci minuti, sfiora il raddoppio ma poi si inchina ad un colpo di classe (o un cross sbagliato dicono i maligni) di Tourè e subito dopo al raddoppio di Nasri, finirà 1-3.

Dopo anni di bocconi amari si torna di nuovo sotto l’arco, le due torri ormai ricordo di un passato lontano ma testimoni dell’impresa più famosa del Sunderland, la vittoria contro il mighty Leeds del 1973. Questa volta però è diverso. Non perché il trofeo in palio non sia prestigioso, una finale a Wembley è pur sempre una finale a Wembley,  e i 42mila scesi dal Nord Est lo dimostrano, ma perché dopo tutto quello che il popolo mackem ha dovuto sopportare c’ è molto più in palio che una semplice coppa. Gli avversari del giorno non è che abbiano avuto sorte migliore, dal 2008 in poi hanno subito retrocessioni e fallimenti in serie. Anche loro si sono mossi in decine di migliaia e anche per loro in palio non c’ è solo un trofeo ma un appuntamento con il destino. È come se tutte le 85mila persone sugli spalti si siano presentate a riscuotere qualcosa, come se gli anni di merda passati abbiano dato loro il diritto a un posto al sole, solo per un giorno, solo per 90 o 120 minuti. Si avverte da subito, sia il rispetto nervoso, per quello che si è vissuto e quello che si insegue, sia la rivalità fondata non sul successo, sui trofei, sui campioni o sul benessere finanziario, che troppi tifosi di oggi sfoggiano come un merito, ma sulla passione, la lealtà, l’amore per i propri colori. Gli unici tifosi che ho visto discutere animatamente stavano litigando su chi fosse la tifoseria più fedele, numerosa, passionale e sinceramente la cosa mi ha fatto piacere. Mi è sembrato per un momento che le priorità fossero tornate ad essere quelle giuste.

1-1 alla fine dei 90 minuti, 2-2 al termine dei supplementari. Forse era giusto così, forse per questa volta si poteva decidere di non assegnare il trofeo o assegnarlo ad entrambi i club. Nessuno meritava di perdere perché quando ami il tuo club così tanto alla fine vinci comunque.

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Silver lining

Checkatrade Trophy. What? Exactly. Difficult to stay updated. The EFL Trophy, formerly Associate Members’ Cup and Football League Trophy, has been through its fair share of name changes since its inception in 1983. Formerly known as Sherpa Van, Autoglass, LDV Vans and Johnstone’s Paint just to name a few, it has never been that popular and with the current format limited to League One and Two clubs and 16 U23 sides from Premier league and Championship club Academies things have become even worse.

But, as it often happens, once clubs find themselves close to a trip to Wembley, all of a sudden their fans start taking note. You would not explain otherwise the 80,841 who flocked into the old Wembley in 1988 (Wolves v Burnley) or the recent 74,434 who attended the game between Coventry and Oxford United two years ago.

The bottom line is that whatever the trophy, a trip to Wembley is always an occasion to celebrate, especially for clubs who have not a fair chance in the other knock out competitions and, among these, even more for the ones who have been through very hard times. Take the above mentioned Coventry, humiliated with a season in exile in Northampton, still fighting for survival and to settle in a place they can call home. Or Southampton back in 2010 when they were in League One for the first time in 50 years. Talking to their fans, they all have fond memories of that day, at the end of a season they started with -10 points. That win represented the watershed, the turning point in their history and, incidentally, the first trophy since 1976.

Coming next Sunday two huge clubs, from the opposite sides of the country will meet at Wembley. Both Portsmouth and Sunderland boast quite a reputation to have some of the most vocal, loyal and passionate fans in the land. It looks like Wembley will register a sell-out, with more tickets sold for this final than the one played by Chelsea and Man City a few weeks ago.

Both clubs have been through tough times. In 10 years Pompey passed from lifting the FA Cup to administration (twice), three relegations, a string of charlatans playing with the assets and history of the club before being rescued by the Supporters Trust.

Sunderland was more simply (but tragically) badly managed and a lot of money spent unwisely leaving the club on the verge of collapse. Two relegations and a Netflix Series later the Black Cats found themselves with new owners and a brighter future to look forward to.

Considering all that, it’s fair to say that both sets of fans have had their share or bad luck, bad results and bad experiences to last for a while and a trip to Wembley is more than deserved. It will only be a short break though as both clubs are embroiled in the promotion struggle. With Luton now looking as good as promoted there’s only one automatic place left for grabs, plus one via the play off lottery. It looks like this final will be only the appetizer, a nice bonus, with the repeating of this match at the Stadium of Light on April 27 the real season, and possibly recent history,  definer.

Lungo weekend di FA Cup.

Premessa. Assistere ad una partita di FA Cup di lunedì o venerdì sera è un pugno nello stomaco della tradizione. Recarsi allo stadio in questi frangenti aiuta a superare la situazione di disagio perché, di fatto, una volta varcati i tornelli, ci si scorda di che giorno della settimana sia. L’idea di fare quattro partite in quattro giorni è più che allettante, il prospetto di vedere il trionfo di una o più formazioni di Non League qualcosa più di un sogno.

fac-112Si inizia il venerdì sera con Haringey Borough v AFC Wimbledon, due club che conosco bene e di cui ho parlato nel mio ultimo libro. Per il Borough, impegnato tantissimo nel sociale in una zona disagiata di Londra, il confronto con un club nato e cresciuto grazie all’aiuto dei tifosi non può che servire da ispirazione. Di sicuro sono ispirati i giocatori di casa. Veloci, grintosi, attenti. Le condizioni climatiche sono tremende, se la BBC voleva come prima partita del Primo Turno un’atmosfera da serata di coppa in cui tutto può accadere, è stata accontentata. Vento, pioggia, freddo. Non c’è riparo che tenga, l’acqua arriva a folate, portata dal vento. Passano i minuti, gli ospiti non mordono, i loro tifosi stranamente silenziosi, non è un gran periodo per i Dons (Neil Ardley verrà esonerato pochi giorni dopo). Il gol allo scadere arriva quando ormai nessuno se lo aspetta e già si pensa al replay. Un tiro deviato, un colpo di fortuna per piegare il portiere del Borough fino a quel momento uno dei migliori in campo. Sembra assurdo ma i sostenitori più contenti all’uscita sono quelli appena usciti sconfitti. Per quelli dei Wombles, oltre alla prestazione, è il ruolo di big, davanti a una formazione dilettante, che stona.

fac-17Sabato alle 3.00 (finalmente) secondo appuntamento del primo turno. La squadra della Metropolitan Police non è più quella del corpo di polizia ma il pubblico di casa rimane poco numeroso. Un buon rinforzo arriva dal Galles con qualche centinaio di sostenitori del Newport al seguito (alcuni a dire il vero rimangono nella club-house e non arriveranno mai sugli spalti, ubriachi fradici si ma fradici solo no). Sembra una bella giornata ma più o meno al fischio d’inizio viene giù il diluvio, ogni tanto rallenta ma quando riprende la pioggia è sempre più violenta. Vestiti zuppi ma non mi lamento, ci sono ragazzini tutto intorno al campo, alcuni in calzoncini e nessuno fa una piega. I padroni di casa giocano un calcio palla a terra da fare invidia, fraseggiano, manovrano, sono una piacevole sorpresa ma sono gli ospiti a trovare due gol fortunosi, uno a fine primo tempo e uno ad inizio ripresa, di fatto spegnendo ogni entusiasmo e possibilità di upset.

fac-15Domenica a ora di pranzo il cielo è blu, il tempo questa volta non inganna, reggerà tutto il giorno. Lo stadio è stracolmo, tutto esaurito. Per l’Hitchin Town, una sola vittoria fino a quel momento in campionato, arrivare al secondo turno sarebbe uguagliare il proprio record in questa competizione ma il Solihull Moors, allenato dall’ex portiere di Southampton e Blackburn Tim Flowers, è in un buon momento di forma nella National League. Anche in questo caso sembrano i padroni di casa ad essere più in vena, determinati, veloci, grintosi. Gli ospiti giocano con sufficienza e quando provano ad impensierire la retroguardia gialloverde trovano il portiere di casa in giornata di grazia. Anche questa volta però non è giornata per la formazione amatoriale e purtroppo non è una giocata fenomenale a dare un calcio ai sogni dei tifosi del Top Field ma un arbitro in vena di regali. Il rigore a favore della squadra allenata da Flowers è a dir poco generoso. Subito dopo arriva il raddoppio e nell’aria rimane la delusione dell’impresa sfiorata mista all’eco degli applausi.

fac-13Ultimo atto del lungo weekend del primo turno di FA Cup. Nel piccolo stadio dell’Hampton & Richmond Borough, stipato come non mai, arriva l’Oldham Athletic, onore ai 2-300 sostenitori ospiti presenti nonostante la gara sia in TV e di lunedí sera. La coppa è in bella mostra prima del fischio d’inizio, un manipolo di ragazzi cercano di fare rumore e dare la carica necessaria alla squadra di casa. Stesso copione delle altre gare, I Beavers partono a razzo, segnano (rigore e dire il vero dubbio) e rischiano di raddoppiare in svariate occasioni, complice la retroguardia ospite in giornata decisamente negativa. Primo tempo entusiasmante, nella ripresa l’Hampton cerca di controllare e sembra farlo anche agevolmente fino a quando, a pochi minuti dalla fine, si fa beccare a difesa sguarnita su contropiede iniziato in seguito ad un calcio d’angolo a favore tirato male. Il contraccolpo si fa sentire e a tempo scaduto arriva anche il vantaggio degli ospiti. Un sospiro di sollievo per la formazione di League Two, una delusione importante per la compagine amatoriale.

Alla fine, sembra che il particolare ricorrente, decisivo, sia una preparazione fisica differente, I professionisti si allenano tutti i giorni i dilettanti una o forse due volte a settimana. Non a caso i gol dei primi sono arrivati quasi sempre verso fine partita. Nessuna impresa, almeno nei risultati, ma tanto onore. La parte più bella della FA Cup sta quasi per finire, giornate o serate come queste saranno sempre meno. Ora di spostarsi sul FA Trophy?

La prima volta

100_0472Ultimamente, in seguito alla pubblicazione del libro “Sogni e realtà” sul calcio inglese e la FA Cup, mi sono trovato a rispondere a qualche domanda relativa a questa mia passione. Quando è iniziata, perché, a quante partite sono stato, quali squadre seguo. Le risposte non sono sempre agevoli come sembrano, un po’ perché non ho contato, un po’ perché le ignoro. Una cosa ricordo bene, la mia prima partita dal vivo. Era il dicembre 1989. Stavo passando un mese su questi lidi per imparare la lingua, visto che le poche ore di scuola non mi permettevano di arrivare al livello necessario per leggere Match e Shoot senza vocabolario accanto. Non ricordo bene come ma mi ritrovai in un paesino sulla costa, Lancing, non troppo lontano da Brighton. Fu all’arrivo lì, di notte, con l’ultimo treno, che feci conoscenza con l’apertuta esterna delle porte descritta anche nel libro pubblicato qualche mese fa. Tre weekend, tre partite. Chelsea, Spurs, Arsenal. Tre nomi da brivido. Biglietti comprati al botteghino, entusiasmo alle stelle, quello di quando pensi di sognare ad occhi aperti.

La prima partita è a Stamford Bridge. Arrivo la mattina presto. Da Victoria Station me la faccio a piedi, sono quasi cinque Km ma voglio vedere tutto, in metro non vedrei nulla. Camminando in un negozio di libri usati vedo un Rothmans dell’anno prima in vendita per un paio di sterline. La reazione è quella da primo premio nella lotteria di capodanno. Passerò mesi a studiare nomi, soprannomi e record di ogni club delle prime quattro serie del calcio inglese. Fa un freddo cane, sono bardato come si deve ma nei pressi dello stadio vedo gente con la maglia a maniche corte del club e basta. Rimango affascinato. Il programma lo accarezzo come fosse la Sacra Sindone. L’odore degli hot dog cucinati con cipolle talmente grandi che pensavo fossero patate fritte mi riempie le narici e tutt’oggi, ogni volta che lo sento appropinquandomi nei pressi di uno stadio, vengo ricatapultato 30 indietro a quel pomeriggio.

Del Wimbledon non era molto che si parlava ma avevano vinto la FA Cup ai danni del Liverpool un anno prima. Nonostante questo tutti, ogni anno, si aspettavano, e si auguravano, che sparissero dalla First Division. Erano sempre guardati e giudicati con sufficienza. Io feci lo stesso sbaglio quel due dicembre 89, soprattutto quando Kerry Dixon portò in vantaggio i padroni di casa dopo neanche un minuto. Il Chelsea aveva in squadra, oltre ad uno dei centravanti più in forma del momento, gente come Tony Dorigo, Micky Hazard, Graham Roberts e Ken Monkou. In porta avevano Dave Beasant, il grande ex della partita. Un minuto dopo Terry Gibson aveva ristabilito la parità. A fine primo tempo il risultato era 2-3 ma nella seconda parte non furono i giocatori di casa a farsi onore quanto piuttosto quelli in trasferta a divertirsi. Il punteggio finale fu di 2-5 con una doppietta ciascuno per Gibson eDennis Wise, anche lui di lì a poco eroe dei Blues, più ciliegina dell’eterno vecchio Alan Cork.

Osservavo tutto, il settore ospiti composto da semplici gradoni scoperti, la famosa Shed, piena, dalla parte opposta. Il resto scarsamente popolato, non si arrivava a 20mila persone, ma mi sembrava il posto più bello del mondo, nonostante le macchine parcheggiate dentro lo stadio, dietro una delle due porte. Cercavo di afferrare i canti, di parlare con chi mi stava a portata di orecchio disperato di non fare la figura di un semplice curioso, magari non ero tifoso del Chelsea ma di sicuro già mi sentivo quasi un esperto di calcio inglese. Dopo 90 minuti.

Difficile descrivere il sentimento di silenziosa euforia, di appagamento, di soddisfazione in quel viaggio di ritorno verso Lancing, consapevole che in una settimana sarei tornato a vedere un’altra partita e che il mistero della maniglia esterna non mi avrebbe fatto più paura.

Big Dunc

Ripubblico qui sotto un pezzo scritto per la fanza di un amico qualche tempo fa. In attesa di poter tornare a scrivere sul blog in modo più regolare.

duncQuando più di dieci anni fa Carl Bishop decise di entrare a rubare in una villetta nella cittadina di Formby non aveva fatto bene i compiti a casa. Poteva aspettarsi di svegliare i padroni di casa e forse aveva anche pensato a come farli tacere. Quello che non aveva calcolato era vedersi comparire davanti in vestaglia Duncan Cowan Ferguson, 1.95 m di pura rabbia scozzese. Dopo l’arresto non fu certo una sorpresa per la polizia che il delinquente provasse a denunciare l’ex centravanti di Everton and Newcastle per maltrattamenti, era successo già due anni prima quando, in una situazione identica a Rufford, uno dei due ladri riuscì scappare mentre l’altro fu ricoverato per tre giorni in ospedale prima di finire in prigione.

Big Dunc, o anche Duncan Disorderly per dare meglio l’idea, era arrivato in Premier League già con una certa fama via Dundee United e Rangers. Walter Smith, che lo aveva visto crescere a Tannadice Park, lo aveva poi comprato una volta sulla panchina ad Ibrox per 4 milioni, un record nel lontano 1993. Un anno dopo Joe Royle lo volle a Goodison Park, sempre per la stessa cifra, ma dovette aspettare qualche mese però perchè nel frattempo Big Dunc era finito a sua volta dietro le sbarre. La testata rifilata in campo a John McStay del Raith Rovers, non vista da arbitro e guardalinee, fu considerata dopo la prova tv da codice penale e classificata come “assault”. Visto che era la terza volta che Ferguson veniva processato per lo stesso reato, dopo una rissa ad un fermata dei taxi e una in un pub, andò dritto in prigione. L’incidente, oltre ad essere il momento più difficile della sua carriera rappresentò anche la fine della sua storia in nazionale dopo solo sette presenze visto che il giocatore non perdonò mai la SFA per non averlo difeso.

Fu durante quel periodo che nacque invece un legame fortissimo con i suoi nuovi tifosi. L’appoggio dei fans dell’Everton quando il mondo gli aveva voltato le spalle fu una cosa che Ferguson non dimenticò mai. Loro si erano subito innamorati del suo stile battagliero e il fatto che nel suo primo Merseyside derby, quando ancora in prestito dai Rangers, aveva realizzato una rete aiutando i Blues ad aggiudicarsi la sfida 2-0 era stato il perfetto biglietto da visita. Quando l’allenatore Joe Royle decise di rendere il suo trasferimento permanente lo definì “the biggest thing since Dixie”, facendogli forse il complimento più generoso che si possa fare ad un giocatore dei Toffees. In un’intervista commovente quando anni dopo fu ceduto al Newcastle a sua insaputa, e dell’allenatore Walter Smith, per fare cassa, Big Dunc affermò:

 “I will never, ever forget the Everton fans and I mean that. They will be with me forever. When I was in jail it was a very difficult time in my career and my life and they stuck by me. All the letters I got then I appreciated so much; they made a hell of a difference. Everything they were saying to me I will remember. They were encouraging me and saying “keep your chin up”. It did help. The support I received from the people of Liverpool was special. Everton fans will be in part of my blood because of the way they stood by me. Their loyalty to me was one of the main reasons why I love Everton so much. I will always have fond memories of the club. Getting to captain the club and wearing the Number 9 shirt after so many other great names meant a lot to me. Maybe you don’t realise how much at the time, but I did genuinely love the fans and the club.”

L’avventura nel North East iniziò male e continuò peggio: una serie di infortuni non gli permisero mai di provare il proprio valore e dopo un paio d’anni era di ritorno all’Everton pagando la sua clausola rescissoria. I problemi fisici continuarono ma un altro gol al Liverpool con esibizione del suo tatuaggio con lo stemma dell’Everton non fece altro che aumentare il suo cult status nella parte blu della Scouse Nation.

Con gli anni molti giocatori si calmano ma il suo temperamento non cambiò mai, anzi: nel 2002 fu espuslso per aver colpito con un pugno Bo Hansen del Bolton e più tardi fu sospeso due mesi dal club per una lite con il manager David Moyes. Nel 2005/06 un altro pugno colpì Paul Scharner del Wigan e Pascal Chimbonda gli fu tolto da sotto le mani prima che lo potesse smontare. Oltre a segnare contro il Liverpool non è facile dimenticare quando scaraventò a terra Paul Ince come se fosse uno straccio o quando prese per la gola Jason McAteer quasi alzandolo da  terra (tutto su youtube).  In tutto fu espulso otto volte in Premier League (più una in SPL), un record che divide ancora con Patrick Vieira. Il suo record disciplinare oscura comunque il fatto che nessun giocatore scozzese ha segnato più reti in EPL (85).

Come ricordarlo? ll suo semplice desiderio, espresso con molta umiltà e rivolto di nuovo ai suoi adorati tifosi del Toffees fu “Hopefully they will see me as someone who put his heart into the club and did his best for them.”

They certainly did.

Weekend a Wembley

bobby.jpgTre finali in due giorni. Pomeriggio, mattina, pomeriggio. FA Cup, FA Vase, FA Trophy. Se mai faranno un b&B dentro a Wembley la prossima volta prenoto una camera. Quasi inutile dirlo ma la partita peggiore, e non solo per il gioco, è stata quella di sabato, la più attesa e l’unica con il tutto esaurito. Non si tratta di posta in palio, di nerovosismo, di adrenalina, purtroppo. Quai si parla di noia pura che qualcuno maschererà dietro spiegazioni tattiche. Per quanto riguarda lo spettacolo sugli spalti appare tutto molto forzato. La bandiere le trovi sul seggiolino; alla coreografia in generale, anche quella molto apprezzata nelle due curve dedicata a Wilkins, ci pensa Wembley, la FA. I tifosi non fanno nulla. Vengono, pagano, tifano, se ne hanno la possibilità Perché la cosa assurda è che ormai si devono riempire tutti gli spazi e tutti i tempi. Una volta l’inno nazionale si cantava in coro, ora c’è una soprano. L’ingresso delle squadre in campo era salutato da un chiasso assordante, ora c’è la musica, assordante. Al fischio finale stesso scenario, stessa musica, o quasi. Fuochi d’artificio e fiamme al cielo non aiutano chi era abituato a considerare questo evento calcistico come un baluardo della tradizione. Intorno a me molta gente ha abbandonato il suo posto con largo anticipo. Al fischio finale la metà dello stadio, quella dove erano i tifosi dello United era vuota, neanche un applauso ai propri giocatori per essere arrivati in finale.

Il giorno dopo il totale degli spettatori ha raggiunto i 31mila spettatori, sommando le due partite, così divisi (più o meno): Stockton 5mila (popolazione 106mila), Thatcham 5mila (popolazione 26mila), Brackley 5mila (popolazione 13mila), Bromley 15mila (parte di Londra). Eppure c’era più atmosfera, più passione, più intensità. La finale del mattino, FA Vase, è stata la gara più bella forse: combattuta, con molte occasioni da gol, salvataggi sulla linea, recriminazioni, e con un pubblico, anche se scarso in uno stadio immenso, assolutamente coinvolto e rumoroso. La partita è sempre finita 1-0 su rigore ma la sensazione alla fine è stata completamente diversa rispetto a quella del giorno prima. Stessa cosa per la finale dell’FA Trophy dove il Brackley è riuscito, meritatamente, a pareggiare all’ultimo secondo e poi a vincere ai rigori contro una formazione di una categoria superiore. Complice il fatto di essere seduto nello spicchio dedicato ai tifosi del Brackley, anche questi 90 minuti sono stati vissuti con un entusiasmo contagioso, circondato da famiglie con bambini al seguito come se tutto il villaggio, perché di questo si tratta, si fosse trasferito nel nord di Londra.

E’ stata una bellissima giornata di calcio. All’inizio avevo storto il naso quando avevo letto delle due finali nello stesso giorno ma questo è stato il terzo anno di fila e ogni anno posso dire che sono stati soldi (pochi) spesi bene.

Guardando le due premiazioni della domenica e la gioia dei tifosi delle due squadre vittoriose (e gli applausi degli sconfitti) non ho potuto non pensare a quello che una volta era anche la FA Cup, qualcosa che oggi sembrano voler far diventare simile al Super Bowl. Ogni cambiamento fatto per attrarre un nuovo pubblico che si aspetta uno show più che una partita di calcio. Ne abbiamo veramente bisogno?