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Uomini e numeri

21 giugno 2015 Lascia un commento

formulaQuando nel 2012 Bees United, il trust dei tifosi del Brentford, decise di cedere la quota di maggioranza e, di fatto, la proprietà del club ad un solo individuo, molto probabilmente non si rese conto di chi fosse esattamente Matthew Benham. Certo avevano la garanzia che si trattasse di uno di loro, visto che che il suo debutto al Griffin Park lo aveva fatto a 11 anni e che era poi rimasto fedele a stemma e colori, e che non avrebbe mai provato a imbrogliarli alla stregua di molti altri suoi colleghi che da anni ormai imperversano in lungo e in largo per tutto il Regno Unito. Anzi, da allora il Brentford, prima famoso soltanto per la classica domanda da pub quiz “qual’è l’unico stadio inglese con un pub ad ogni angolo dello stadio”, ha cominciato ad attirare attenzione per i giusti motivi. Prima l’approdo in League One, poi una stagione di vertice finita con una sconfitta beffa ai Play Off seguita da quella terminata con la promozione in Championship dopo 21 anni di assenza. Non solo, nella stagione appena conclusa, the Bees hanno lottato fino all’ultimo e hanno concluso il campionato di nuovo con una sconfitta nelle semifinali dei play off. In pratica sono stati a due partite dalla Premier. Per finire, nel frattempo, nonostante il dispiacere per amanti della tradizione, dei quiz e degli stadi vecchio stile, il Brentford ha anche ricevuto il via libera per i lavori nel nuovo stadio che dovrebbe essere pronto in un paio di anni. Un impianto ultra moderno da poco più di 20mila posti. Un periodo molto intenso visto anche che, a parte il mezzo milione versato in emergenza quando era ancora un misterioso benefattore, Benham ha investito circa 100m per portare la piccola realtà del sud est di Londra a questi risultati. E questo è stato fatto in modo diverso e intelligente, puntando sull’academy, sul settore giovanile, sulla ricerca, sulla tecnologia, non andando a scommettere su questo o su quel presunto talento o ex giocatori di livello a fine carriera. Perchè di scommesse Benham se ne intende. I suoi miliardi sono frutto del suo successo con la compagnia Smartodds, nata nel 2004 e la cui definizione (fonte il sito web della compagnia) è a privately owned company providing statistical research and sports modelling services to customers, including professional gamblers. Our employees are based in North London with a number of consultants based globally ed è divisa in Analysis, IT, Quantitative, Software Development, Bet Placement Team, Watchers. Non la solita impresa, non il solito imprenditore. Nell’estate 2014 Benham decise di acquistare la squadra danese del Midtjylland. A fine stagione, per la prima volta, il Midtjylland si è laureato campione di Danimarca. Certo più facile questo che portare the Bees in Premier League ma l’obiettivo è chiaramente questo. Il problema per i fan del Brentford, per così dire, è che Benham abbia ben chiaro come raggiungerlo ma la sua tecnica e i suoi metodi non hanno precedenti nel mondo del calcio, soprattutto in quello inglese. Nonostante quanto ottenuto da quando al timone del club, il suo equilibrio mentale è stato da molti messo in dubbio in seguito alla sua decisione di non rinnovare il contratto, a fine stagione, all’allenatore artefice della promozione in Championship e dell’attacco alla Premier League, Mark Warburton. Non solo. La notizia aveva fatto ancora più scalpore perchè quest’ultimo era diventato un nome caro ai lettori delle back pages di ogni quotidiano nazionale. La sua storia aveva fatto sognare ogni uomo con un passato anche di scarso livello nel calcio ma con una passione infinita per questo sport. Avendo raggiunto una stabilità finanziaria grazie al suo lavoro giornaliero nel mercato azionario, nella City di Londra, Warburton anni fa decise di provare a investire tutti i suoi risparmi nel diventare allenatore e fare carriera. Autofinanziandosi è andato in club di mezza Europa a documentarsi e fare esperienza, ha studiato, preso patentini, è tornato, ha allenato a livello semiprofessionistico fino ad arrivare al settore giovanile e all’Academy del Watford. Da lì l’offerta di First Team Coach del Brentford, poi Sporting Director e infine allenatore. Ad un passo dalla massima seria. Con un budget ridicolo, un piccolo stadio, un presidente tifoso. Una favola. Ma senza lieto fine.

Per questo, l’annuncio di separazione, dato per altro in un momento topico della stagione, ha attratto molto più interesse di quello che avrebbe avuto qualsiasi altra news proveniente dalla Championship. Ed il motivo alla base di questa decisione, presa, da sottolineare, di comune accordo, ancora non ha smesso di far discutere. Benham, a differenza di molte altre persone che affermano di seguire il modello Billy Beane, reso celebre dal fim con Brad Pitt protagonista, ha costruito un impero su modelli matematici e statistici. Per lui l’analisi dei dati sui giocatori non è differente. Come ammesso candidamente l’ingaggio dei giocatori è alla base di tutto ed è sbagliato alla radice “It is a phenomenon I see again and again in football. If I want to know how good a player is I want to speak to a person who has seen that player play one hundred times in all conditions. What tends to happen is so many people in football will see that player for forty minutes and decide they are the oracle.” Quello che Benham, laureato a Oxford e giocatore d’azzardo professionista prima di diventare imprenditore,  non è disposto a fare è seguire la stessa strada, spesso suicida, di molte altre piccole realtà che, inseguendo un sogno, senza preparazione e facendosi prendere dall’entusiasmo, dimenticano le proprie origini e le proprie potenzialità finendo in bancarotta e spesso senza neanche più uno stadio di proprietà. Affidarsi a metodi vecchi, superati e, soprattutto, troppo soggettivi non può essere la via maestra. Quando, sedendosi intorno ad un tavolino con il suo staff tecnico in preparazione della prossima stagione, Benham ha comunicato che ogni decisione di mercato sarebbe stata presa non da uno scout o da un amico ma dai complessi modelli di analisi matematica e statistica creati dai suoi dipendenti, Warburton ha deciso che non avrebbe continuato e avrebbe cercato fortuna da un’altra parte, sfruttando, tra l’altro, anche il suo momento di notorietà. Dal Daily Mail del 18/02/2015: ‘It’s different philosophies absolutely. There is no doubt about that and that was really clear in the statement but we are good friends and we have known each other for four or five years or more. It’s good to have honest opinions and it’s a shame we couldn’t reconcile one or two but the club is a very strong club and I’m sure it will go forward from here. He (Benham) wants recruitment to be based more on mathematical modelling and statistics allied to normal scouting methods. Matthew’s a very smart individual. His company is based on football analysis and data and we’ve used that over recent months. There will be more emphasis on that area. It’s been very amicable but it’s two different philosophies. He’s the owner and that’s the direction he wants to take the club in.’

In uno sport in cui ogni innovazione è vista come opera del demonio, quanto sta succedendo in questo angolo di Londra ha creato non poche polemiche. I puristi parlano di un calcio rovinato, di scienza che rimpiazza la passione, di efficienza che mette in fuorigioco la fantasia. Chi vede oltre, parla di un calcio che ha già perso quell’anima, la stessa che in molti si ostinano a voler preservare o ritrovare, soprattutto ad alti livelli.  In un calcio che è sempre più business, che è sempre più proiettato nel futuro e schiavo dei risultati, c’è chi decide di dilapidare patrimoni propri o prestiti bancari, chi decide di imbrogliare e riciclarsi e chi decide di essere un pioniere avendo comunque a cuore il futuro della squadra che ha sempre tifato. Tra i tre i non ho dubbi chi preferirei. Funzionerà? In Danimarca l’esperimento è stato positivo, in Championship, visto il livello, sarà più difficile ma ovviamente, per lo stesso motivo, anche più interessante. Dati e statistiche non sono un male, sono un aiuto. Se poi è il solo su cui Benham vuole contare, lo farà a suo rischio e pericolo.

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