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sogni e realtà

 

 

 

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Weekend a Wembley

bobby.jpgTre finali in due giorni. Pomeriggio, mattina, pomeriggio. FA Cup, FA Vase, FA Trophy. Se mai faranno un b&B dentro a Wembley la prossima volta prenoto una camera. Quasi inutile dirlo ma la partita peggiore, e non solo per il gioco, è stata quella di sabato, la più attesa e l’unica con il tutto esaurito. Non si tratta di posta in palio, di nerovosismo, di adrenalina, purtroppo. Quai si parla di noia pura che qualcuno maschererà dietro spiegazioni tattiche. Per quanto riguarda lo spettacolo sugli spalti appare tutto molto forzato. La bandiere le trovi sul seggiolino; alla coreografia in generale, anche quella molto apprezzata nelle due curve dedicata a Wilkins, ci pensa Wembley, la FA. I tifosi non fanno nulla. Vengono, pagano, tifano, se ne hanno la possibilità Perché la cosa assurda è che ormai si devono riempire tutti gli spazi e tutti i tempi. Una volta l’inno nazionale si cantava in coro, ora c’è una soprano. L’ingresso delle squadre in campo era salutato da un chiasso assordante, ora c’è la musica, assordante. Al fischio finale stesso scenario, stessa musica, o quasi. Fuochi d’artificio e fiamme al cielo non aiutano chi era abituato a considerare questo evento calcistico come un baluardo della tradizione. Intorno a me molta gente ha abbandonato il suo posto con largo anticipo. Al fischio finale la metà dello stadio, quella dove erano i tifosi dello United era vuota, neanche un applauso ai propri giocatori per essere arrivati in finale.

Il giorno dopo il totale degli spettatori ha raggiunto i 31mila spettatori, sommando le due partite, così divisi (più o meno): Stockton 5mila (popolazione 106mila), Thatcham 5mila (popolazione 26mila), Brackley 5mila (popolazione 13mila), Bromley 15mila (parte di Londra). Eppure c’era più atmosfera, più passione, più intensità. La finale del mattino, FA Vase, è stata la gara più bella forse: combattuta, con molte occasioni da gol, salvataggi sulla linea, recriminazioni, e con un pubblico, anche se scarso in uno stadio immenso, assolutamente coinvolto e rumoroso. La partita è sempre finita 1-0 su rigore ma la sensazione alla fine è stata completamente diversa rispetto a quella del giorno prima. Stessa cosa per la finale dell’FA Trophy dove il Brackley è riuscito, meritatamente, a pareggiare all’ultimo secondo e poi a vincere ai rigori contro una formazione di una categoria superiore. Complice il fatto di essere seduto nello spicchio dedicato ai tifosi del Brackley, anche questi 90 minuti sono stati vissuti con un entusiasmo contagioso, circondato da famiglie con bambini al seguito come se tutto il villaggio, perché di questo si tratta, si fosse trasferito nel nord di Londra.

E’ stata una bellissima giornata di calcio. All’inizio avevo storto il naso quando avevo letto delle due finali nello stesso giorno ma questo è stato il terzo anno di fila e ogni anno posso dire che sono stati soldi (pochi) spesi bene.

Guardando le due premiazioni della domenica e la gioia dei tifosi delle due squadre vittoriose (e gli applausi degli sconfitti) non ho potuto non pensare a quello che una volta era anche la FA Cup, qualcosa che oggi sembrano voler far diventare simile al Super Bowl. Ogni cambiamento fatto per attrarre un nuovo pubblico che si aspetta uno show più che una partita di calcio. Ne abbiamo veramente bisogno?

 

Il centravanti inglese

bullQualche tempo fa, nella solita chiacchiera da pub, con qualche amico si provava a indovinare i nomi delle punte che probabilmente saliranno sull’aereo per Mosca quest’estate. Kane, prima scelta. Rashford, seconda. Welbeck? Nah. Vardy? Maybe. Sterling? Non è proprio una punta. Lingard? Really?

Per farla corta, abbiamo faticato a trovare un numero discreto di puri centravanti inglesi, una “razza” che una volta produceva senza sosta giocatori di qualitá almeno tanto quanto in Italia si producevano difensori centrali. Per pura curiositá ho voluto fare un paragone. A volte la memoria gioca brutti scherzi, soprattutto quando si invecchia si tende a sopravvalutare il passato, a ricordarlo sempre piú roseo di quanto non fosse stato in realtà. Ho preso quindi una stagione a caso, 1989/90, alla fine della quale Bobby Robson dovette scegliere i 22 da portare in Italia, l’ultimo mondiale che l’Inghilterra ha rischiato di vincere. Sono andato a vedere quali attaccanti avrebbero potuto ricevere una telefonata del CT per andare in Sardegna.

In ordine di classifica, e non mettendo tutti i papabili, ho appuntato i seguenti nomi: John Barnes, Peter Beardsley (Liverpool), David Platt (Villa), Gary Lineker, Paul Walsh (Spurs), Paul Merson, Alan Smith, Kevin Campbell (Arsenal), Kerry Dixon (Chelsea), Tony Cottee, Mike Newell (Everton), Matthew Le Tissier, Alan Shearer, Paul Rideout, Rodney Wallace (Saints), John Fashanu, Terry Gibson (Wimbledon), Franz Carr, Nigel Jemson (Forest), Ruel Fox (Norwich), Les Ferdinand, Mark Falco (QPR), Cyrille Regis, Gary Bannister (Coventry), Danny Wallace, Mark Robins (ManU), David White, Clive  Allen (Man City), Mark Bright, Ian Wright (Palace), Paul Goddard (Derby), Mick Harford (Luton), David Hirst, Trevor Francis (Wednesday), Garth Crooks, Paul Williams (Charlton), Teddy Sheringham (Millwall).

Il numero di giocatori da cui poter scegliere è imbarazzante e da notare che un Wallace di una volta (che non giocava causa presenza di Hughes, gallese, e McClair, scozzese) vale, a mio parere, il Rashford di oggi. Ma a parte i giovani (Robins, Williams, Cole, Shearer..), i vecchi (Francis, Walsh, Rideout, Crooks..) o chi non era prima scelta (come Wallace appunto) ciò che rimane è comunque una quantitá di talento disarmante, soprattutto se esaminata con gli occhi di oggi, e distribuita tra tutte le squadre, non solo le prime in classifica.

Fa sorridere anche vedere come il resto degli attaccanti in First Division fosse formato principalmente da calciatori provenienti dal resto del Regno Unito e dall’Irlanda e non da qualche paese esotico dall’altra parte del mondo. A parte i giá menzionati Hughes e McClair vale la pena di citare Cascarino, Saunders, Dowie, Speedie, Quinn, Sharpe, Fleck, Durie, Wilson, Rush, Aldridge.

Eppure una volta sedutosi al tavolino per fare la sua lista finale, Sir Bobby scelse sí il capocannoniere della First Division Gary Lineker (24 centri) insieme alla sua spalla preferita Peter Beardsley, visto che in Messico quattro anni prima avevano dato vita quasi per caso a una delle coppie d’attacco meglio assortite di sempre, ma poi oltre ai centrocampisti offensivi Platt, Waddle, Barnes e Gascoigne scelse solo un’altra punta pura decidendo di ignorare tutto il ben di Dio sopra elencato. Negli annali il terzo giocatore con accanto FW nella colonna ad indicare il ruolo, fu Steve Bull, in forza all’epoca, come per quasi tutta la sua carriera professioinistica, al suo Wolverhampton che era appena finito decimo nell’allora Second Division.

Cosa da pazzi, ma fantastiche. Sará anche l’etá ma la nostalgia è tanta.

 

The Fall of the House of FIFA

fifaWhen I learnt that David Conn, one of the greatest football writers of all time, was about to publish a book about FIFA and their fall from grace, I was not particularly enthused. This is not a subject I’ve ever been fond of. I’m not sure why. Maybe because nowadays I think international football is overrated, I think it’s for fans who like football every two or, worse, four years. Maybe because I’ve never been a big fan of my national team, not understanding how it was possible to cheer those same players you loathed just weeks or days before only because they were wearing a different shirt. Or maybe because I found the whole saga very boring. Being Italian you grow up listening to corruption scandals in every part of public life and even when the latest big match fixing shame rocked Italian football, those who were accused did not try to deny, they just defended themselves by saying “it was common practice”. The concept that if everyone is involved in a illegal activity does not make it automatically legal was shocking news to someone. Or because, finally, the books I had read so far around this same topic did not say much. They promised to deliver truths but they stopped at suspicions or half truths. Most of the questions they asked were left hanging in the air by the time you reached the index and acknowledgments at the end of their pages.

Various journalists and reporters spent their lives accusing every member of FIFA, UEFA, CONMEBOL, CONCACAF etc but ultimately could not prove anything serious until recently.

What David Conn has done, once again, is telling the story as it is. He made it clear for everyone. He starts and finishes telling the reader exactly what happened with all the documents to back up whatever he is writing. Despite the subject, I sped through the pages quite quickly and I could feel the same anger he was feeling. Or more than anger probably the astonishment, the disappointment and ultimately the sadness when realizing the people who should look after this beautiful sport were actually taking advantage of it.

And once again, I closed the book asking how it was possible that Mr Conn once again struck all the right chords and I suddenly realize why. Before a journalist and a writer, David is a true football fan.

Only those who love football so much can communicate this well.

Five stars.

La scelta che non ti aspetti

moyesCerte scelte sono difficili da spiegare. Che Slaven Bilic avesse i giorni contati si era capito da un pezzo. Che esonerarlo fosse la cosa giusta da fare è opinabile. Nella sua prima stagione guidò il WHU al settimo posto e in Europa. Purtroppo per lui, e per tutti i tifosi degli Hammers, il 2015/16 fu anche l’ultima ad Upton Park e le difficoltá di adattamento nel nuovo stadio che seguirono sicuramente hanno pesato sul giudizio finale di qualche giorno fa. Gli Hammers lo scorso anno hanno stentato, giocando solo a sprazzi, mostrando spesso una difesa imbarazzante, poche idee e giocatori non proprio concentrati e determinati. Poco è cambiato in questi primi tre mesi della nuova campagna e, come sempre, i proprietari hanno optato per prendere la decisione più comoda e facile, allontanare l’allenatore nonostante la sua passione e il suo attaccamento ai colori che, di questi tempi, non sono poco. Le prestazioni ultimamente erano state talmente deludenti che in molti si erano rassegnati, più che convinti, che un cambiamento, qualsiasi, fosse necessario e che probabilmente un nuovo tecnico avrebbe dato una scossa a tutto l’ambiente.

Sarebbe stato bello filmare la reazione dei giocatori claret&blue all’annuncio del nome del successore di Bilic, David Moyes, dubito che in molti si siano lasciati andare a scene di entusiasmo. Chi scrive sinceramente pensava che mai e poi mai Moyes potesse aspirare ad una panchina di Premier League dopo l’esperienza tragica con il Sunderland.

Certo, non che la colpa del disastro nel Wearside sia solo dell’ex allenatore di Everton e ManU, come si può intuire guardando l’attuale posizione in classifica dei black cats in Championship, ma che in un anno abbia tagliato del tutto le gambe ad un club che si era appena rialzato sulle ginocchia grazie all’approccio no-nonsense di Big Sam è fuori di dubbio. Nelle prime 10 gare della stagione il Sunderland aveva messo insieme appena due punti e a fine stagione le sconfitte erano state 26 su 38 partite, sei le vittorie, 29 i gol segnati. La critica maggiore rivoltagli non è stata sul gioco, che non c’era, o sulle tattiche, primitive, ma sull’approccio completamente negativo, pessimista, piatto, esasperante. Per molti uno dei motivi di una stagione così disastrosa è stato il suo non averci mai creduto. Giá dal suo arrivo aveva spiazzato tutti dicendo che sarebbe stata dura rimanere in EPL e da lì in poi le cose sono andate solo peggio. Incapace di ispirare fiducia, grinta o qualsiasi reazione di carattere, Moyes ha assistito immobile e impassibile al declino della sua squadra per poi dare le dimissioni appena confermata la retrocessione.

Eppure il Sunderland era stato il club che gli aveva ridato la possibilitá di rilanciarsi dopo una parentesi tutt’altro che fortunata in Spagna con la Real Sociedad. Anche lì si erano cercate giustificazioni, l’adattamento, il calcio differente, per capire il perché di un gioco così remissivo, negativo, triste. Dopo tutto a San Sebastian era arrivato dopo essere stato scelto personalmentre da Alex Ferguson alla guida del Manchester United e aver perso il posto solo perché annientato dalla aspettative impossibili di un ambiente che non avrebbe accettato nessuno veramente dopo l’addio dello scozzese. Sunderland, Real Sociedad, ManU, tre fallimenti. Andando a ritroso, resta l’Everton, la panchina su cui Moyes ha costruito la sua reputazione in 11 stagioni.

La più positiva si concluse con il quarto posto del 2004/05, purtroppo per i tifosi dei toffeemen la stessa che terminò con il miracolo di Istanbul sponda Reds. Dopo, solo degli onesti piazzamenti, tra quinto e ottavo posto, senza mai minacciare veramente le top four, senza mai diventare la prima squadra della cittá. Nonostante questo, molti furono pronti a  lodare la sua serietá, il suo calcio senza fronzoli,  il suo fare “miracoli” senza avere grande risorse a disposizione. Lo United doveva essere la sua consacrazione, è stata la sua croce.

Una croce che è passata per i Paesi Baschi, il Nord-Est dell’Inghilterra e che ora è piantata nell’est di Londra. Da un’indagine fatta sul sito della BBC sembra che più del 55% dei tifosi del West Ham pensi che la scelta di Moyes sia quella sbagliata. Non vedo come dar loro torto. Lo scozzese non sembra una figura capace di generare reazioni d’orgoglio nel breve termine, di dare entusiasmo, di caricare un ambiente alla disperata ricerca di un condottiero, di un leader, che faccia uscire giocatori e pubblico da questo momento di grigiore generale per guidarli verso la luce. Sembra un film giávisto, per i sostenitori degli Hammers spero che non si tratti di quello girato la scorsa stagione

Tanto per cantare

fansIn questa continua sterilizzazione di tutto ciò che una volta era divertimento negli stadi, questa volta a farne le spese sono un paio di cori. In una sola settimana media, organizzazioni varie, club e, di conseguenza, giocatori si sono pronunciati, o dovuti pronunciare, sulle ultime trovate canore dei fan di Chelsea e Man Utd. Per quanto riguarda i Blues, sotto accusa è finito “Alvaro oh oh, he comes from Real Madrid, he hates the f.ing Yids, Alvaro oh oh…”. Vedere Antonio Conte che in conferenza stampa si impappina per chiedere lo stop del coro è sinceramente eccessivo (Morata probabilmente neanche lo ha capito lì per lì). Ora, se è vero che Yid può essere usato in senso dispregiativo per riferirsi a persone di origini ebraica, è anche vero che i tifosi del Tottenham, a cui quelli del Chelsea si riferiscono con queste parole, avevano usato questo nomignolo come marchio di fabbrica, identificandosi da tempo immemore come Yid Army. Io credo che alla maggior parte dei sostenitori degli Spurs quel coro non abbia fatto nè caldo nè freddo, se mai lo avessero notato è stato solo in quanto una novità nel repertorio dei “nemici” e per la rima quasi baciata servita su un piatto d’argento dalla provenienza del loro ultimo acquisto. Qualcuno ci ha voluto vedere l’intento razzista, antisemita, che per me è a dir poco forzato. Per non parlare dello scalpore destato dall’altro coro, questa volta opera dei tifosi del Manchester Utd, che per fortuna Mourinho ha detto di non aver sentito o capito per non apparire ridicolo. In questo caso i pochi versi messi insieme non sono mirati ad offendere un avversario (l’aggiunta di f.ing nell’altro caso non lascia dubbi) ma ad incitare uno dei propri beniamini, quel Lukaku che ha iniziato la stagione come meglio non avrebbe potuto. In questo clima di euforia che a OT mancava da qualche anno, questi “bricconi” dei sostenitori dello United si sono lasciati prendere la mano magari in un pub prima della partita e pensando di sdrammatizzare e inventare una canzone divertente (e lo è a giudicare dalle risate che si sentono dai video caricati su youtube) hanno avuto la temerarietà di usare uno degli stereotipi più vecchi del pianeta riferito alle persone di colore, quello relativo alla loro presunta, esagerata, virilità. Le terribili parole incriminate: “Oh Romalu Lukaku, he is our Belgian scoring genius, with a 24 inch penis, scoring all our goals, bellend by his toes, oh Romalu Lukaku..” Anche qui, levata di scudi di associazioni per la lotta al razzismo e richiesta ufficiale di fermare queste intollerabili parole. Lukaku ha dovuto chiedere ai suoi fan di piantarla ma sicuro qualche seria risata se l’è fatta e magari ne andava anche fiero, bisognerebbe chiederglielo in privato. E così si continua, niente cori, niente bandiere (la Union Jack più di una volta è stata dichiarata offensiva perché irrispettosa delle minoranze), niente fumo, niente alcol, niente standing. Uno allo stadio andava anche per lasciarsi un po’ andare, per urlare, per sfogarsi e per divertirsi. Potevano uscire insulti e accidenti di ogni tipo mai veramente pensati e voluti ma era tutto parte di una atmosfera vera, spontanea, difficilmente cattiva. Non è rimasto nulla, almeno nelle divisioni di vertice. Prezzi assurdi, regole assurde, divieti assurdi, musica assurda. Mi vengono in mente le parole di John Boynton Priestley, ma forse all’epoca la working class che riempiva gli stadi era diversa e si scandalizzava di meno.

“(Watching football) It turned you into a member of a new community, all brothers together for an hour and a half, for not only had you escaped from the clanking machinery of this lesser life, from work, wages, rent, doles, sick pay, insurance cards, nagging wives, ailing children, bad bosses, idle workmen, but you had escaped with most of your neighbours, with half the town, and there you were cheering together, thumping one another on the shoulders, swapping judgments like lords of the earth, having pushed away through a turnstile into another and altogether more splendid kind of life”

Rimpianti

gazzaLo scorso 27 maggio Paul Gascoigne ha compiuto 50 anni, mezzo secolo. Potevo mancare il mese ma non l’anno, un pensiero, nonostante tutto, era di dovere.

La sua carriera si puo’ tranquillamente dividere in prima e dopo il 1991, prima e dopo l’infortunio cercato e rimediato nella finale di FA Cup contro il Nottingham Forest, una finale che il Tottenham aveva conquistato grazie al suo numero otto, sei gol e cinque prestazioni da vero leader. Quanto successo dopo quella partita disgraziata mi interessa poco. La sua avventura italiana, i suoi anni in Scozia, con l’Everton o col Boro. Perfino Euro 96 e il suo magnifico gol contro the Auld Enemy. Sprazzi di classe, di genio e di follia ma niente in confronto a quanto visto fino a Maggio 1991. Essendo cresciuto in Italia, quando la Serie A era il campionato più importante e seguito del mondo, ho avuto la fortuna (o sfortuna visto che spesso brillavano nelle squadre avversarie) di vedere dal vivo moltissimi campioni proveniente da ogni parte del pianeta. Pochi, forse nessuno, mi ha entusiasmato come il Gascoigne di fine anni 80.

Erano gli anni dei miei primi viaggi in Gran Bretagna, in cui cercavo con avidità ogni possibile ritaglio di giornale, rivista, notizia che riguardasse il campionato inglese. Si parlava di questo presunto fuoriclasse in erba, ancora acerbo, ruvido, sregolato, sovrappeso, in forza al Newcastle ma le immagini erano poche. Niente internet o youtube, qualche spezzone, passaparola di chi lo aveva visto dal vivo, tanti articoli. Una forza della natura, un matto o un genio a seconda di come si volesse vedere. Sembrava dovesse finire al Man Utd poi il cambio programma, si dice dopo l’acquisto di una casa per i suoi genitori da parte del Tottenham. Sir Alex non glielo perdonerà mai ma forse è lo stesso Gascoigne che non se lo perdonerà mai. Sotto la guida di un manager severo ed esigente come lo scozzese, e lontano da Londra, forse la sua carriera sarebbe andata diversamente.

Il giovane Paul arriva invece nella capitale nel 1988. Gli Spurs sono allenati da Terry Venables e giocano un bel calcio. Peccato vada via Waddle la stagione dopo ma in compenso arriva Lineker dal Barcellona. Nelle mie puntate a Londra le visite al White Hart Lane si fanno sempre più frequenti. Gascoigne, non ancora Gazza, incanta. Palla al piede è inarrestabile. È veloce, la sua stazza lo aiuta a rimanere in controllo anche quando cercano di buttarlo giù in tutti i modi, è aggressivo, vuole sempre la palla, non si nasconde mai. Ha un dribbling formidabile, un tiro da fare invidia. Sullo stretto è imprendibile. E ha grinta, non disdegna i contrasti, se c’è da farsi valere non si tira mai indietro. È un ragazzo con molti problemi, molti demoni scatenati da esperienze tragiche nella sua infanzia e giovinezza. Demoni che poi sfoceranno nell’alcolismo e la depressione di più recente memoria. Come da lui ammesso la sua salvezza è il rettangolo verde, sono i 90 minuti che lui vorrebbe allungare all’infinito perchè quando è in campo non pensa ad altro.

Per questo è iperattivo, per questo esistono infiniti aneddoti sugli scherzi che Gascoigne faceva ai suoi compagni di squadra o agli allenatori ovunque sia stato. I suoi colleghi in nazionale raccontano che non si fermava mai, di come fosse un incubo averlo come compagno di stanza. Leggendario è il ritiro in Sardegna durante i Mondiali del 1990 ma la storia più esilarante risale al giorno precedente la semifinale di Torino contro la Germania Ovest. È pomeriggio e fa un caldo bestiale, tutta la squadra è in hotel meno Gascoigne, non si trova. Alla fine lo scovano sui campi da tennis, sta giocando con un turista americano. Lo portano da Bobby Robson, l’allenatore, zuppo di sudore. “Cristo Paul, abbiamo una semifinale del mondiale domani”, “MI stavo annoiando boss”, “Ok vatti a riposare, quanto hai giocato? quanto stavate?”, “6-5 al quinto set boss”.

Italia 90 è il suo palcoscenico mondiale. Arriva con la sfrontatezza e l’arroganza del giovane campione che sa di esserlo, cosciente delle sue doti eccezionali, del suo momento di forma magica. Quando Robson gli dice di marcare Matthaus lui gli chiede chi è e nel tunner se lo fa indicare (non c’erano i nomi sulle maglie) da un compagno. Quando il tecnico gli dice che quella sera giocherà contro il centrocampista più forte del mondo lui risponde “non io, lui”. Sembra spavalderia ma è solo la realtà. Al mondiale gioca tutte le partite fino alla semifinale, offre tre assist vincenti, tutti decisivi. In semifinale commuove il mondo, sicuramente l’Inghilterra, con le sue lacrime dopo il cartellino giallo che gli costerebbe la possibile finale.

La Gazzamania esplode al rientro in patria. Il calcio inglese cambia per sempre dopo quel torneo. Gascoigne è la prima vera star del nuovo calcio inglese. È ovunque. Lo vogliono tutti, le TV, gli sponsor, le squadre. La sua stella sembra non potersi offuscare. Arriva l’offerta dall’ Italia, il campionato dove tutti vogliono giocare, il più ricco e prestigioso dell’epoca. Il suo destino è il successo. Fino a quella maledetta finale, a quel maledetto contrasto.

Gascoigne, per gli amanti del nuovo calcio Gazza, si ritira come giocatore nel 2004. Il genio aveva smesso 13 anni prima. Auguri in ritardo.