Il centravanti inglese

bullQualche tempo fa, nella solita chiacchiera da pub, con qualche amico si provava a indovinare i nomi delle punte che probabilmente saliranno sull’aereo per Mosca quest’estate. Kane, prima scelta. Rashford, seconda. Welbeck? Nah. Vardy? Maybe. Sterling? Non è proprio una punta. Lingard? Really?

Per farla corta, abbiamo faticato a trovare un numero discreto di puri centravanti inglesi, una “razza” che una volta produceva senza sosta giocatori di qualitá almeno tanto quanto in Italia si producevano difensori centrali. Per pura curiositá ho voluto fare un paragone. A volte la memoria gioca brutti scherzi, soprattutto quando si invecchia si tende a sopravvalutare il passato, a ricordarlo sempre piú roseo di quanto non fosse stato in realtà. Ho preso quindi una stagione a caso, 1989/90, alla fine della quale Bobby Robson dovette scegliere i 22 da portare in Italia, l’ultimo mondiale che l’Inghilterra ha rischiato di vincere. Sono andato a vedere quali attaccanti avrebbero potuto ricevere una telefonata del CT per andare in Sardegna.

In ordine di classifica, e non mettendo tutti i papabili, ho appuntato i seguenti nomi: John Barnes, Peter Beardsley (Liverpool), David Platt (Villa), Gary Lineker, Paul Walsh (Spurs), Paul Merson, Alan Smith, Kevin Campbell (Arsenal), Kerry Dixon (Chelsea), Tony Cottee, Mike Newell (Everton), Matthew Le Tissier, Alan Shearer, Paul Rideout, Rodney Wallace (Saints), John Fashanu, Terry Gibson (Wimbledon), Franz Carr, Nigel Jemson (Forest), Ruel Fox (Norwich), Les Ferdinand, Mark Falco (QPR), Cyrille Regis, Gary Bannister (Coventry), Danny Wallace, Mark Robins (ManU), David White, Clive  Allen (Man City), Mark Bright, Ian Wright (Palace), Paul Goddard (Derby), Mick Harford (Luton), David Hirst, Trevor Francis (Wednesday), Garth Crooks, Paul Williams (Charlton), Teddy Sheringham (Millwall).

Il numero di giocatori da cui poter scegliere è imbarazzante e da notare che un Wallace di una volta (che non giocava causa presenza di Hughes, gallese, e McClair, scozzese) vale, a mio parere, il Rashford di oggi. Ma a parte i giovani (Robins, Williams, Cole, Shearer..), i vecchi (Francis, Walsh, Rideout, Crooks..) o chi non era prima scelta (come Wallace appunto) ciò che rimane è comunque una quantitá di talento disarmante, soprattutto se esaminata con gli occhi di oggi, e distribuita tra tutte le squadre, non solo le prime in classifica.

Fa sorridere anche vedere come il resto degli attaccanti in First Division fosse formato principalmente da calciatori provenienti dal resto del Regno Unito e dall’Irlanda e non da qualche paese esotico dall’altra parte del mondo. A parte i giá menzionati Hughes e McClair vale la pena di citare Cascarino, Saunders, Dowie, Speedie, Quinn, Sharpe, Fleck, Durie, Wilson, Rush, Aldridge.

Eppure una volta sedutosi al tavolino per fare la sua lista finale, Sir Bobby scelse sí il capocannoniere della First Division Gary Lineker (24 centri) insieme alla sua spalla preferita Peter Beardsley, visto che in Messico quattro anni prima avevano dato vita quasi per caso a una delle coppie d’attacco meglio assortite di sempre, ma poi oltre ai centrocampisti offensivi Platt, Waddle, Barnes e Gascoigne scelse solo un’altra punta pura decidendo di ignorare tutto il ben di Dio sopra elencato. Negli annali il terzo giocatore con accanto FW nella colonna ad indicare il ruolo, fu Steve Bull, in forza all’epoca, come per quasi tutta la sua carriera professioinistica, al suo Wolverhampton che era appena finito decimo nell’allora Second Division.

Cosa da pazzi, ma fantastiche. Sará anche l’etá ma la nostalgia è tanta.

 

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The Fall of the House of FIFA

fifaWhen I learnt that David Conn, one of the greatest football writers of all time, was about to publish a book about FIFA and their fall from grace, I was not particularly enthused. This is not a subject I’ve ever been fond of. I’m not sure why. Maybe because nowadays I think international football is overrated, I think it’s for fans who like football every two or, worse, four years. Maybe because I’ve never been a big fan of my national team, not understanding how it was possible to cheer those same players you loathed just weeks or days before only because they were wearing a different shirt. Or maybe because I found the whole saga very boring. Being Italian you grow up listening to corruption scandals in every part of public life and even when the latest big match fixing shame rocked Italian football, those who were accused did not try to deny, they just defended themselves by saying “it was common practice”. The concept that if everyone is involved in a legal activity does not make it automatically legal was shocking news to someone. Or because, finally, the books I had read so far around this same topic did not say much. They promised to deliver truths but they stopped at suspicions or half truths. Most of the questions they asked were left hanging in the air by the time you reached the index and acknowledgments at the end of their pages.

Various journalists and reporters spent their lives accusing every member of FIFA, UEFA, CONMEBOL, CONCACAF etc but ultimately could not prove anything serious until recently.

What David Conn has done, once again, is telling the story as it is. He made it clear for everyone. He starts and finishes telling the reader exactly what happened with all the documents to back up whatever he is writing. Despite the subject, I sped through the pages quite quickly and I could feel the same anger he was feeling. Or more than anger probably the astonishment, the disappointment and ultimately the sadness when realizing the people who should look after this beautiful sport were actually taking advantage of it.

And once again, I closed the book asking how it was possible that Mr Conn once again struck all the right chords and I suddenly realize why. Before a journalist and a writer, David is a true football fan.

Only those who love football so much can communicate this well.

Five stars.

La scelta che non ti aspetti

moyesCerte scelte sono difficili da spiegare. Che Slaven Bilic avesse i giorni contati si era capito da un pezzo. Che esonerarlo fosse la cosa giusta da fare è opinabile. Nella sua prima stagione guidò il WHU al settimo posto e in Europa. Purtroppo per lui, e per tutti i tifosi degli Hammers, il 2015/16 fu anche l’ultima ad Upton Park e le difficoltá di adattamento nel nuovo stadio che seguirono sicuramente hanno pesato sul giudizio finale di qualche giorno fa. Gli Hammers lo scorso anno hanno stentato, giocando solo a sprazzi, mostrando spesso una difesa imbarazzante, poche idee e giocatori non proprio concentrati e determinati. Poco è cambiato in questi primi tre mesi della nuova campagna e, come sempre, i proprietari hanno optato per prendere la decisione più comoda e facile, allontanare l’allenatore nonostante la sua passione e il suo attaccamento ai colori che, di questi tempi, non sono poco. Le prestazioni ultimamente erano state talmente deludenti che in molti si erano rassegnati, più che convinti, che un cambiamento, qualsiasi, fosse necessario e che probabilmente un nuovo tecnico avrebbe dato una scossa a tutto l’ambiente.

Sarebbe stato bello filmare la reazione dei giocatori claret&blue all’annuncio del nome del successore di Bilic, David Moyes, dubito che in molti si siano lasciati andare a scene di entusiasmo. Chi scrive sinceramente pensava che mai e poi mai Moyes potesse aspirare ad una panchina di Premier League dopo l’esperienza tragica con il Sunderland.

Certo, non che la colpa del disastro nel Wearside sia solo dell’ex allenatore di Everton e ManU, come si può intuire guardando l’attuale posizione in classifica dei black cats in Championship, ma che in un anno abbia tagliato del tutto le gambe ad un club che si era appena rialzato sulle ginocchia grazie all’approccio no-nonsense di Big Sam è fuori di dubbio. Nelle prime 10 gare della stagione il Sunderland aveva messo insieme appena due punti e a fine stagione le sconfitte erano state 26 su 38 partite, sei le vittorie, 29 i gol segnati. La critica maggiore rivoltagli non è stata sul gioco, che non c’era, o sulle tattiche, primitive, ma sull’approccio completamente negativo, pessimista, piatto, esasperante. Per molti uno dei motivi di una stagione così disastrosa è stato il suo non averci mai creduto. Giá dal suo arrivo aveva spiazzato tutti dicendo che sarebbe stata dura rimanere in EPL e da lì in poi le cose sono andate solo peggio. Incapace di ispirare fiducia, grinta o qualsiasi reazione di carattere, Moyes ha assistito immobile e impassibile al declino della sua squadra per poi dare le dimissioni appena confermata la retrocessione.

Eppure il Sunderland era stato il club che gli aveva ridato la possibilitá di rilanciarsi dopo una parentesi tutt’altro che fortunata in Spagna con la Real Sociedad. Anche lì si erano cercate giustificazioni, l’adattamento, il calcio differente, per capire il perché di un gioco così remissivo, negativo, triste. Dopo tutto a San Sebastian era arrivato dopo essere stato scelto personalmentre da Alex Ferguson alla guida del Manchester United e aver perso il posto solo perché annientato dalla aspettative impossibili di un ambiente che non avrebbe accettato nessuno veramente dopo l’addio dello scozzese. Sunderland, Real Sociedad, ManU, tre fallimenti. Andando a ritroso, resta l’Everton, la panchina su cui Moyes ha costruito la sua reputazione in 11 stagioni.

La più positiva si concluse con il quarto posto del 2004/05, purtroppo per i tifosi dei toffeemen la stessa che terminò con il miracolo di Istanbul sponda Reds. Dopo, solo degli onesti piazzamenti, tra quinto e ottavo posto, senza mai minacciare veramente le top four, senza mai diventare la prima squadra della cittá. Nonostante questo, molti furono pronti a  lodare la sua serietá, il suo calcio senza fronzoli,  il suo fare “miracoli” senza avere grande risorse a disposizione. Lo United doveva essere la sua consacrazione, è stata la sua croce.

Una croce che è passata per i Paesi Baschi, il Nord-Est dell’Inghilterra e che ora è piantata nell’est di Londra. Da un’indagine fatta sul sito della BBC sembra che più del 55% dei tifosi del West Ham pensi che la scelta di Moyes sia quella sbagliata. Non vedo come dar loro torto. Lo scozzese non sembra una figura capace di generare reazioni d’orgoglio nel breve termine, di dare entusiasmo, di caricare un ambiente alla disperata ricerca di un condottiero, di un leader, che faccia uscire giocatori e pubblico da questo momento di grigiore generale per guidarli verso la luce. Sembra un film giávisto, per i sostenitori degli Hammers spero che non si tratti di quello girato la scorsa stagione

Tanto per cantare

fansIn questa continua sterilizzazione di tutto ciò che una volta era divertimento negli stadi, questa volta a farne le spese sono un paio di cori. In una sola settimana media, organizzazioni varie, club e, di conseguenza, giocatori si sono pronunciati, o dovuti pronunciare, sulle ultime trovate canore dei fan di Chelsea e Man Utd. Per quanto riguarda i Blues, sotto accusa è finito “Alvaro oh oh, he comes from Real Madrid, he hates the f.ing Yids, Alvaro oh oh…”. Vedere Antonio Conte che in conferenza stampa si impappina per chiedere lo stop del coro è sinceramente eccessivo (Morata probabilmente neanche lo ha capito lì per lì). Ora, se è vero che Yid può essere usato in senso dispregiativo per riferirsi a persone di origini ebraica, è anche vero che i tifosi del Tottenham, a cui quelli del Chelsea si riferiscono con queste parole, avevano usato questo nomignolo come marchio di fabbrica, identificandosi da tempo immemore come Yid Army. Io credo che alla maggior parte dei sostenitori degli Spurs quel coro non abbia fatto nè caldo nè freddo, se mai lo avessero notato è stato solo in quanto una novità nel repertorio dei “nemici” e per la rima quasi baciata servita su un piatto d’argento dalla provenienza del loro ultimo acquisto. Qualcuno ci ha voluto vedere l’intento razzista, antisemita, che per me è a dir poco forzato. Per non parlare dello scalpore destato dall’altro coro, questa volta opera dei tifosi del Manchester Utd, che per fortuna Mourinho ha detto di non aver sentito o capito per non apparire ridicolo. In questo caso i pochi versi messi insieme non sono mirati ad offendere un avversario (l’aggiunta di f.ing nell’altro caso non lascia dubbi) ma ad incitare uno dei propri beniamini, quel Lukaku che ha iniziato la stagione come meglio non avrebbe potuto. In questo clima di euforia che a OT mancava da qualche anno, questi “bricconi” dei sostenitori dello United si sono lasciati prendere la mano magari in un pub prima della partita e pensando di sdrammatizzare e inventare una canzone divertente (e lo è a giudicare dalle risate che si sentono dai video caricati su youtube) hanno avuto la temerarietà di usare uno degli stereotipi più vecchi del pianeta riferito alle persone di colore, quello relativo alla loro presunta, esagerata, virilità. Le terribili parole incriminate: “Oh Romalu Lukaku, he is our Belgian scoring genius, with a 24 inch penis, scoring all our goals, bellend by his toes, oh Romalu Lukaku..” Anche qui, levata di scudi di associazioni per la lotta al razzismo e richiesta ufficiale di fermare queste intollerabili parole. Lukaku ha dovuto chiedere ai suoi fan di piantarla ma sicuro qualche seria risata se l’è fatta e magari ne andava anche fiero, bisognerebbe chiederglielo in privato. E così si continua, niente cori, niente bandiere (la Union Jack più di una volta è stata dichiarata offensiva perché irrispettosa delle minoranze), niente fumo, niente alcol, niente standing. Uno allo stadio andava anche per lasciarsi un po’ andare, per urlare, per sfogarsi e per divertirsi. Potevano uscire insulti e accidenti di ogni tipo mai veramente pensati e voluti ma era tutto parte di una atmosfera vera, spontanea, difficilmente cattiva. Non è rimasto nulla, almeno nelle divisioni di vertice. Prezzi assurdi, regole assurde, divieti assurdi, musica assurda. Mi vengono in mente le parole di John Boynton Priestley, ma forse all’epoca la working class che riempiva gli stadi era diversa e si scandalizzava di meno.

“(Watching football) It turned you into a member of a new community, all brothers together for an hour and a half, for not only had you escaped from the clanking machinery of this lesser life, from work, wages, rent, doles, sick pay, insurance cards, nagging wives, ailing children, bad bosses, idle workmen, but you had escaped with most of your neighbours, with half the town, and there you were cheering together, thumping one another on the shoulders, swapping judgments like lords of the earth, having pushed away through a turnstile into another and altogether more splendid kind of life”

Rimpianti

gazzaLo scorso 27 maggio Paul Gascoigne ha compiuto 50 anni, mezzo secolo. Potevo mancare il mese ma non l’anno, un pensiero, nonostante tutto, era di dovere.

La sua carriera si puo’ tranquillamente dividere in prima e dopo il 1991, prima e dopo l’infortunio cercato e rimediato nella finale di FA Cup contro il Nottingham Forest, una finale che il Tottenham aveva conquistato grazie al suo numero otto, sei gol e cinque prestazioni da vero leader. Quanto successo dopo quella partita disgraziata mi interessa poco. La sua avventura italiana, i suoi anni in Scozia, con l’Everton o col Boro. Perfino Euro 96 e il suo magnifico gol contro the Auld Enemy. Sprazzi di classe, di genio e di follia ma niente in confronto a quanto visto fino a Maggio 1991. Essendo cresciuto in Italia, quando la Serie A era il campionato più importante e seguito del mondo, ho avuto la fortuna (o sfortuna visto che spesso brillavano nelle squadre avversarie) di vedere dal vivo moltissimi campioni proveniente da ogni parte del pianeta. Pochi, forse nessuno, mi ha entusiasmato come il Gascoigne di fine anni 80.

Erano gli anni dei miei primi viaggi in Gran Bretagna, in cui cercavo con avidità ogni possibile ritaglio di giornale, rivista, notizia che riguardasse il campionato inglese. Si parlava di questo presunto fuoriclasse in erba, ancora acerbo, ruvido, sregolato, sovrappeso, in forza al Newcastle ma le immagini erano poche. Niente internet o youtube, qualche spezzone, passaparola di chi lo aveva visto dal vivo, tanti articoli. Una forza della natura, un matto o un genio a seconda di come si volesse vedere. Sembrava dovesse finire al Man Utd poi il cambio programma, si dice dopo l’acquisto di una casa per i suoi genitori da parte del Tottenham. Sir Alex non glielo perdonerà mai ma forse è lo stesso Gascoigne che non se lo perdonerà mai. Sotto la guida di un manager severo ed esigente come lo scozzese, e lontano da Londra, forse la sua carriera sarebbe andata diversamente.

Il giovane Paul arriva invece nella capitale nel 1988. Gli Spurs sono allenati da Terry Venables e giocano un bel calcio. Peccato vada via Waddle la stagione dopo ma in compenso arriva Lineker dal Barcellona. Nelle mie puntate a Londra le visite al White Hart Lane si fanno sempre più frequenti. Gascoigne, non ancora Gazza, incanta. Palla al piede è inarrestabile. È veloce, la sua stazza lo aiuta a rimanere in controllo anche quando cercano di buttarlo giù in tutti i modi, è aggressivo, vuole sempre la palla, non si nasconde mai. Ha un dribbling formidabile, un tiro da fare invidia. Sullo stretto è imprendibile. E ha grinta, non disdegna i contrasti, se c’è da farsi valere non si tira mai indietro. È un ragazzo con molti problemi, molti demoni scatenati da esperienze tragiche nella sua infanzia e giovinezza. Demoni che poi sfoceranno nell’alcolismo e la depressione di più recente memoria. Come da lui ammesso la sua salvezza è il rettangolo verde, sono i 90 minuti che lui vorrebbe allungare all’infinito perchè quando è in campo non pensa ad altro.

Per questo è iperattivo, per questo esistono infiniti aneddoti sugli scherzi che Gascoigne faceva ai suoi compagni di squadra o agli allenatori ovunque sia stato. I suoi colleghi in nazionale raccontano che non si fermava mai, di come fosse un incubo averlo come compagno di stanza. Leggendario è il ritiro in Sardegna durante i Mondiali del 1990 ma la storia più esilarante risale al giorno precedente la semifinale di Torino contro la Germania Ovest. È pomeriggio e fa un caldo bestiale, tutta la squadra è in hotel meno Gascoigne, non si trova. Alla fine lo scovano sui campi da tennis, sta giocando con un turista americano. Lo portano da Bobby Robson, l’allenatore, zuppo di sudore. “Cristo Paul, abbiamo una semifinale del mondiale domani”, “MI stavo annoiando boss”, “Ok vatti a riposare, quanto hai giocato? quanto stavate?”, “6-5 al quinto set boss”.

Italia 90 è il suo palcoscenico mondiale. Arriva con la sfrontatezza e l’arroganza del giovane campione che sa di esserlo, cosciente delle sue doti eccezionali, del suo momento di forma magica. Quando Robson gli dice di marcare Matthaus lui gli chiede chi è e nel tunner se lo fa indicare (non c’erano i nomi sulle maglie) da un compagno. Quando il tecnico gli dice che quella sera giocherà contro il centrocampista più forte del mondo lui risponde “non io, lui”. Sembra spavalderia ma è solo la realtà. Al mondiale gioca tutte le partite fino alla semifinale, offre tre assist vincenti, tutti decisivi. In semifinale commuove il mondo, sicuramente l’Inghilterra, con le sue lacrime dopo il cartellino giallo che gli costerebbe la possibile finale.

La Gazzamania esplode al rientro in patria. Il calcio inglese cambia per sempre dopo quel torneo. Gascoigne è la prima vera star del nuovo calcio inglese. È ovunque. Lo vogliono tutti, le TV, gli sponsor, le squadre. La sua stella sembra non potersi offuscare. Arriva l’offerta dall’ Italia, il campionato dove tutti vogliono giocare, il più ricco e prestigioso dell’epoca. Il suo destino è il successo. Fino a quella maledetta finale, a quel maledetto contrasto.

Gascoigne, per gli amanti del nuovo calcio Gazza, si ritira come giocatore nel 2004. Il genio aveva smesso 13 anni prima. Auguri in ritardo.

I(n)soliti polli

article-2261817-16C3619E000005DC-500_634x374Domenica 14 maggio 1995. Dopo essere passato in vantaggio ad Anfield grazie al 34mo centro stagionale di Alan Shearer, il Blackburn Rovers si ritrova con il fiato sospeso a giocare i pochi minuti rimasti dell’ultima giornata di campionato. Il Liverpool ha capovolto il risultato ed ora sta vincendo 2-1, quasi senza volere, senza lottare troppo ma con la dignità intatta. Troppo si era detto nei giorni precedenti la gara; i Rovers arrivavano guidati da Kenny Dalglish, leggenda mai dimenticata della Merseyside. Due punti dietro, gli odiati rivali di sempre, il Manchester United, impegnato negli ultimi 90 minuti stagionali ad Upton Park. Tre punti sicuri per loro ma altrettanto per il Blackburn, mai e poi mai i Reds avrebbero battuto King Kenny e dato il titolo a Sir Alex.

Ma questo non è un campionato per cinici, calcolatori o complottisti. Il Liverpool vince, il West Ham pareggia, il Blackburn Rovers è comunque campione d’Inghilterra per la prima volta dopo 81 anni ma rischiando parecchio. I tifosi dei Rovers inneggiano alla SAS (la coppia di attacco formata da Shearer e Sutton), Dalglish e ad ogni altro giocatore autore di questo mezzo miracolo ma in cuor loro sanno bene di chi è il merito del loro trionfo.

Jack Walker era nato a Blackburn nel 1929, aveva lasciato la scuola a 13 anni e, dopo la morte del padre, aveva preso in mano la piccola impresa di famiglia trasformandola negli anni a seguire nella più grande industria dell’acciaio del Regno Unito, in cui arrivarono a lavorare 3400 persone. Quando decise di comprare il club di cui era tifoso da sempre seguì più il cuore che la testa, la sua ambizione era fare di nuovo grande il Balckburn dopo i fasti di inizio secolo, non sopportava vedere il ManU vincere e i suoi Rovers sempre dietro. A Gennaio 1991, quando Walker acquista il club, la classifica li vede a ridosso della zona retrocessione in First Division. Alla fine della stagione seguente, 1991-92, il Blackburn è promosso via play off. Alla guida della squadra, dall’ottobre 1991, c’è Kenny Dalglish. Erano passati solo otto mesi dalle sue dimissioni ad Anfield, causate dallo stress emotivo, dal dolore vissuto in seguito alle tragedie dell’Heysel a di Hillsborough. Eppure Walker lo convince a tornare al calcio giocato, gli trasmette la sua ambizione, gli fa vivere i suoi sogni. Dalglish li realizza. Vero, lo scozzese può contare sui fondi del magnate dell’acciaio ma le cifre pagate allora sembrano uno scherzo rispetto ad oggi. Il Blackburn compra tanto ma compra anche bene, tutti vogliono giocare con Dalglish, se lui è lì il progetto deve essere serio. Non arrivano solo Shearer e Sutton, ma Flowers, Le Saux, Sherwood, Hendry, Batty, Ripley, Wilcox per citare i più famosi. Nello stesso periodo lo United spende di più ma nessuno lo dice, è più comodo dire che i Rovers si sono “comprati” il titolo. Tra il 1992 e il 1995 Walker finanzia anche i progetti per la ristrutturazione di Ewood Park trasformandolo in un impianto moderno e con tutti i posti a sedere.

Anche se non tornerà più sui livelli di quei primi anni, il Blackburn  si conferma club di vertice negli anni a venire. Retrocede nel 1998-99 ma è di nuovo promosso nel 2000-01, quando però Walker già non c’è più, un tumore interrompe la sua vita all’età di 71 anni. Pochi mesi prima di morire rivela: “A number of years ago I put in place a family trust structure to own my various business interests including Blackburn Rovers. The structure ensures continuity of management and provides the necessary financial support for all my businesses for the foreseeable future. I have made known my wish to my colleagues, whom I’m confident will carry forward the policies necessary to promote and enlarge all my business interests.”

Così è fino al 2010 quando il family trust voluto da Jack decide di vendere. Come spesso accade in queste “storie di famiglia” la passione e l’amore del padre non sono quelle dei figli, e forse neanche le capacità manageriali. I Rovers, che comunque alternano piazzamenti tra media e bassa classifica con qualche puntata verso le top six, passano nelle mani del colosso indiano (del pollame) Venky.

Dal sito della BBC 19/11/2010

..Trust chairman Paul Egerton-Vernon said: “We’re very pleased to be passing on the Rovers to the Rao family. We have been impressed with their enthusiasm and their plans and ideas for investment as well as their wish to preserve the legacy of Jack Walker.” Venky’s chairman Anuradha J Desai said the company was “delighted, proud and humbled to be associated with Blackburn Rovers”. She added: “We will absolutely respect the Jack Walker legacy and will be actively supporting the organisation to ensure that Blackburn Rovers remains one of the best-run clubs within the Premier League. We are particularly pleased that the deal has the full support of the Walker Trust, the chairman and the management team, who will of course remain in place with our full support.” Venky’s director Balaji Rao said the firm intends to “exploit our in-depth knowledge of the Indian market in particular, and beyond that, the whole of Asia” to develop the club’s fan base. However, manager Sam Allardyce has urged the fans to temper expectations. He said: “You’ve got to keep to the reality. We all know we have been short of a bit of investment in the last few years. Since the trust has tried to sell the club they haven’t been willing to fund the sort of transfers needed to keep the club improving…We will improve the squad but we will have to be diligent in our research to get the right player and spend the money wisely…”

Nel giro di un mese Allardyce (mai retrocesso dalla Premier League) è esonerato per qualche misterioso motivo e la quida della squadra passa al suo assistente Steve Kean, che mai aveva allenato prima di allora. Si saprà poi che il suo agente era stato coinvolto nell’operazione che aveva portato il club nelle mani dei nuovi proprietari. Senza esperienza e senza idee Kean inizia un periodo a dir poco difficile con la totalità dei tifosi dei Rovers che da subito sentono puzza di (pollo) bruciato. La contestazione è costante ma la salvezza gli salva il posto in panchina. L’anno dopo le cose continuano ad andare male, con i proprietari non c’è dialogo e Kean è vittima costante della frustrazione dei sostenitori del Blackburn. È un film già visto se non a Ewood Park in ogni altro angolo della Gran Bretagna. Il declino, dettato da arroganza e incompetenza, è costante e dopo 11 stagione di Premier consecutive i Rovers retrocedono.

Al suo posto arriva Henning Berg, durata 57 giorni. Segue Michael Appleton, 67 giorni, Gary Bowyer, esonerato all’inizio della sua terza stagione, Paul Lambert, dimissionario al termine della prima stagione in cui aveva sostituito Bowyer, Owen Coyle, 37 partite e Tony Mowbray, da febbraio 2017, incolpevole attore in uno scenario da incubo che vede il Blackburn Rovers retrocedere in League One, la prima squadra vincitrice della Premier League a scendere al terzo livello del sistema calcistico inglese.

In poco più di sei anni uno dei club più gloriosi d’Inghilterra, uno dei 12 club fondatori della Football League nel 1888, è precipitato nel baratro. Non è solo la doppia retrocessione ma la consapevolezza di un futuro senza speranza fino a quando i venditori di polli venuti dall’India non decideranno di farsi da parte. I motivi del loro investimento sono ancora oscuri: se è vero che una squadra in Premier League può aumentare prestigio e notorietà, è altrettanto vero che un declino così fulmineo attrae tutto un altro tipo di pubblicità. Il debito accumulato supera i 100 milioni di sterline, nonostante le cessioni di ogni giocatore che avesse mercato, e la media spettatori, complici le numerose proteste, da 20mila ormai non arriva a 11mila. Difficile attrarre nuovi investitori se le cose rimarranno tali o peggioreranno.

Finora ogni tentativo da parte delle associazioni di tifosi (Rovers Trust, Ewood Blues, BRFCS.com) di incontare i proprietari è stato vano e le loro visite in Lancashire sempre meno, un paio l’anno forse. Ormai, come sottolineato da Mark Fish, presidente del Blackburn Rovers Football Community Action Group, la preoccupazione “..is more than a game of football now, it’s not about one result in the eyes of many supporters, this is about making sure we have still got a club to support in five years’ time…”.

Giocare con il sorriso

L’ultima giornata di Premier League 2016/17 ha coinciso anche con il Non League Finals Day, la giornata in cui si giocano le finali di FA Vase e FA Trophy a Wembley, una alle 12.15 e una alle 16.15. Da questa giornata prendo due storie, due profili per chiudere la stagione.

La prima è quella di Julio Arca. Arrivato dall’Argentinos Juniors 19nne non tardò molto a diventare un beniamino dei tifosi del Sunderland segnando nella gara del suo debutto contro il West Ham. A lui è dedicato il coro Julio sulle note di Gold degli Spandau Ballet. Con i Black Cats rimase fino al 2006 quando, in seguito ad una della tante retrocessioni, passò al Middlesbrough. In Teesside rimase fino al 2013 quando decise di ritirarsi, al termine del suo contratto, causa un infortunio al piede che da anni lo martoriava e che non poteva più tenere sotto controllo grazie ai sedativi.

The end.

Niente affatto. Julio decide di non tornare in Argentina, alla fine il North East è ormai casa per lui e la sua famiglia. Non gioca ma il calcio gli manca. Sente che il piede fa meno male. Un giorno un amico gli chiede se vuole tirare due calci al pallone con la squadra del suo pub, il Willow Pond FC. Julio dice di sì, ama troppo questo sport, l’essere parte di una squadra, la palla, il pub dopo la partita, forse un po’ meno, a questo livello, gli spogliatoi, i campi e i tackle in cerca di facile fama. “I started playing for a Sunday League team, a pub in Sunderland, just for fun. I’ve lived here for a long time and it was a friend’s team. I didn’t think it was a big deal, but people were surprised. Why? I don’t know. If they were like me they would want to play on too. It was never about money for me, not even as a kid in Argentina, it was love. I have been so lucky to do something I love and I always said, I would have played for nothing.”

Non tarda molto che le sue prestazioni attirano l’attenzione di Graham Fenton, allenatore del South Shields, una società dilettantistica con piani ambiziosi. Julio non ci pensa su neanche un minuto, si butta in questa nuova avventura e nella sua prima stagione i Mariners vincono  la Northern League Division Two mentre nel 2016-17 arrivano Northern League, Durham Challenge Cup e Northern League Challenge Cup. Non solo. Il South Shields si qualifica per la finale dell’FA Vase a Wembley .Da un’intervista al Telegraph:  “When I came to England, it was the dream, to play at Wembley. Everyone in Argentina knows about Wembley and, yes, we do call it the home of football. I might have had a chance with Sunderland or Middlesbrough, I thought, one day, that I would get to a final or semi-final. But it never happened and I suppose it is one of those things, dreams do not always come true, but South Shields have made it come true. It will be very special. I will think of the boy who dreamed of this happening. Maybe I will have to pinch myself, it is an experience I cannot wait for. Now we have to win it.”

And they did win it, anche bene, un 4-0 che non ammette repliche davanti a 12mila fedelissimi scesi a Londra per l’occasione di una vita. Nel programma c’erano delle interviste a dei volontari dei quattro club impegnati nelle due finali. Alla domanda su chi fosse il loro giocatore preferito quello del South Shields ha risposto: “It has to be Julio. A lot of players drop down the leagues and it’s like they are just here for a game of football. Julio is completely different, he has inspired a lot of the guys in the dressing room and he has put 500 on the gate overnight too.”

Il contratto per l’anno prossimo dovrebbe essere assicurato, che la favola continui.

Il secondo giocatore su cui volevo soffermarmi è Peter Crouch. Per molti un lungagnone buono solo per prenderla di testa quando si è alla disperata ricerca di un gol e si buttano le palle in avanti alla cieca. Eppure è solo il 26mo giocatore ad aver superato quota 100 in Premier League (ed il primo a farne 50 di testa) e con la nazionale i centri sono 22 in 42 partite. Crouchy non si è mai preso troppo sul serio, nonostante la carriera, i successi e la moglie che in molti gli invidiano. Io stesso quando lo vidi per la prima volta dal vivo, credo con il QPR, non pensai che potesse avere un gran futuro. E invece a 37 anni non pensa proprio ad appendere gli scarpini al chiodo (dal Mirror on line): “I know I can still play in the Premier League for a number of years. The first thing to go as a player is pace, but it is fair to say I never had a great deal of that so my game has never revolved around it. I have other attributes and I don’t think those other attributes are waning any time soon. I am not going to lose what I bring to the table. I know I can play at this level for a number of years. The thought of not doing it every day does worry me, to be honest. It is that fear that has made me so hungry this season. When you become older you appreciate it more, you appreciate just how good what we do for a living is.”

Anche i tifosi dell’Inghilterra dovettero cambiare atteggiamento. Dai fischi iniziali passarono a considerarlo uno di loro, complice la Robot Dance che fece il giro del mondo dopo uno dei suoi gol con i tre leoni sul petto. In tutti i club dov’è stato (una decina in tutto) non credo ci sia nessuno che ne parli male o che non si sia ricreduto sulla sua abilità, soprattutto con i piedi. Nell’ultima partita del campionato appena concluso, dove ha segnato l’unico gol dei 90 minuti, ha mantenuto la promessa fatta ad un tifoso dello Stoke che voleva la sua maglia. Il patto era che lo sventurato dovesse presentarsi vestito in costume (slip) e maschera da sub al St Mary.Promessa mantenuta. A fine partita Crouchy lo è andato a cercare sugli spalti e i due si sono fatti una sana risata insieme. Speriamo ce ne siano ancora molte altre.