I(n)soliti polli

article-2261817-16C3619E000005DC-500_634x374Domenica 14 maggio 1995. Dopo essere passato in vantaggio ad Anfield grazie al 34mo centro stagionale di Alan Shearer, il Blackburn Rovers si ritrova con il fiato sospeso a giocare i pochi minuti rimasti dell’ultima giornata di campionato. Il Liverpool ha capovolto il risultato ed ora sta vincendo 2-1, quasi senza volere, senza lottare troppo ma con la dignità intatta. Troppo si era detto nei giorni precedenti la gara; i Rovers arrivavano guidati da Kenny Dalglish, leggenda mai dimenticata della Merseyside. Due punti dietro, gli odiati rivali di sempre, il Manchester United, impegnato negli ultimi 90 minuti stagionali ad Upton Park. Tre punti sicuri per loro ma altrettanto per il Blackburn, mai e poi mai i Reds avrebbero battuto King Kenny e dato il titolo a Sir Alex.

Ma questo non è un campionato per cinici, calcolatori o complottisti. Il Liverpool vince, il West Ham pareggia, il Blackburn Rovers è comunque campione d’Inghilterra per la prima volta dopo 81 anni ma rischiando parecchio. I tifosi dei Rovers inneggiano alla SAS (la coppia di attacco formata da Shearer e Sutton), Dalglish e ad ogni altro giocatore autore di questo mezzo miracolo ma in cuor loro sanno bene di chi è il merito del loro trionfo.

Jack Walker era nato a Blackburn nel 1929, aveva lasciato la scuola a 13 anni e, dopo la morte del padre, aveva preso in mano la piccola impresa di famiglia trasformandola negli anni a seguire nella più grande industria dell’acciaio del Regno Unito, in cui arrivarono a lavorare 3400 persone. Quando decise di comprare il club di cui era tifoso da sempre seguì più il cuore che la testa, la sua ambizione era fare di nuovo grande il Balckburn dopo i fasti di inizio secolo, non sopportava vedere il ManU vincere e i suoi Rovers sempre dietro. A Gennaio 1991, quando Walker acquista il club, la classifica li vede a ridosso della zona retrocessione in First Division. Alla fine della stagione seguente, 1991-92, il Blackburn è promosso via play off. Alla guida della squadra, dall’ottobre 1991, c’è Kenny Dalglish. Erano passati solo otto mesi dalle sue dimissioni ad Anfield, causate dallo stress emotivo, dal dolore vissuto in seguito alle tragedie dell’Heysel a di Hillsborough. Eppure Walker lo convince a tornare al calcio giocato, gli trasmette la sua ambizione, gli fa vivere i suoi sogni. Dalglish li realizza. Vero, lo scozzese può contare sui fondi del magnate dell’acciaio ma le cifre pagate allora sembrano uno scherzo rispetto ad oggi. Il Blackburn compra tanto ma compra anche bene, tutti vogliono giocare con Dalglish, se lui è lì il progetto deve essere serio. Non arrivano solo Shearer e Sutton, ma Flowers, Le Saux, Sherwood, Hendry, Batty, Ripley, Wilcox per citare i più famosi. Nello stesso periodo lo United spende di più ma nessuno lo dice, è più comodo dire che i Rovers si sono “comprati” il titolo. Tra il 1992 e il 1995 Walker finanzia anche i progetti per la ristrutturazione di Ewood Park trasformandolo in un impianto moderno e con tutti i posti a sedere.

Anche se non tornerà più sui livelli di quei primi anni, il Blackburn  si conferma club di vertice negli anni a venire. Retrocede nel 1998-99 ma è di nuovo promosso nel 2000-01, quando però Walker già non c’è più, un tumore interrompe la sua vita all’età di 71 anni. Pochi mesi prima di morire rivela: “A number of years ago I put in place a family trust structure to own my various business interests including Blackburn Rovers. The structure ensures continuity of management and provides the necessary financial support for all my businesses for the foreseeable future. I have made known my wish to my colleagues, whom I’m confident will carry forward the policies necessary to promote and enlarge all my business interests.”

Così è fino al 2010 quando il family trust voluto da Jack decide di vendere. Come spesso accade in queste “storie di famiglia” la passione e l’amore del padre non sono quelle dei figli, e forse neanche le capacità manageriali. I Rovers, che comunque alternano piazzamenti tra media e bassa classifica con qualche puntata verso le top six, passano nelle mani del colosso indiano (del pollame) Venky.

Dal sito della BBC 19/11/2010

..Trust chairman Paul Egerton-Vernon said: “We’re very pleased to be passing on the Rovers to the Rao family. We have been impressed with their enthusiasm and their plans and ideas for investment as well as their wish to preserve the legacy of Jack Walker.” Venky’s chairman Anuradha J Desai said the company was “delighted, proud and humbled to be associated with Blackburn Rovers”. She added: “We will absolutely respect the Jack Walker legacy and will be actively supporting the organisation to ensure that Blackburn Rovers remains one of the best-run clubs within the Premier League. We are particularly pleased that the deal has the full support of the Walker Trust, the chairman and the management team, who will of course remain in place with our full support.” Venky’s director Balaji Rao said the firm intends to “exploit our in-depth knowledge of the Indian market in particular, and beyond that, the whole of Asia” to develop the club’s fan base. However, manager Sam Allardyce has urged the fans to temper expectations. He said: “You’ve got to keep to the reality. We all know we have been short of a bit of investment in the last few years. Since the trust has tried to sell the club they haven’t been willing to fund the sort of transfers needed to keep the club improving…We will improve the squad but we will have to be diligent in our research to get the right player and spend the money wisely…”

Nel giro di un mese Allardyce (mai retrocesso dalla Premier League) è esonerato per qualche misterioso motivo e la quida della squadra passa al suo assistente Steve Kean, che mai aveva allenato prima di allora. Si saprà poi che il suo agente era stato coinvolto nell’operazione che aveva portato il club nelle mani dei nuovi proprietari. Senza esperienza e senza idee Kean inizia un periodo a dir poco difficile con la totalità dei tifosi dei Rovers che da subito sentono puzza di (pollo) bruciato. La contestazione è costante ma la salvezza gli salva il posto in panchina. L’anno dopo le cose continuano ad andare male, con i proprietari non c’è dialogo e Kean è vittima costante della frustrazione dei sostenitori del Blackburn. È un film già visto se non a Ewood Park in ogni altro angolo della Gran Bretagna. Il declino, dettato da arroganza e incompetenza, è costante e dopo 11 stagione di Premier consecutive i Rovers retrocedono.

Al suo posto arriva Henning Berg, durata 57 giorni. Segue Michael Appleton, 67 giorni, Gary Bowyer, esonerato all’inizio della sua terza stagione, Paul Lambert, dimissionario al termine della prima stagione in cui aveva sostituito Bowyer, Owen Coyle, 37 partite e Tony Mowbray, da febbraio 2017, incolpevole attore in uno scenario da incubo che vede il Blackburn Rovers retrocedere in League One, la prima squadra vincitrice della Premier League a scendere al terzo livello del sistema calcistico inglese.

In poco più di sei anni uno dei club più gloriosi d’Inghilterra, uno dei 12 club fondatori della Football League nel 1888, è precipitato nel baratro. Non è solo la doppia retrocessione ma la consapevolezza di un futuro senza speranza fino a quando i venditori di polli venuti dall’India non decideranno di farsi da parte. I motivi del loro investimento sono ancora oscuri: se è vero che una squadra in Premier League può aumentare prestigio e notorietà, è altrettanto vero che un declino così fulmineo attrae tutto un altro tipo di pubblicità. Il debito accumulato supera i 100 milioni di sterline, nonostante le cessioni di ogni giocatore che avesse mercato, e la media spettatori, complici le numerose proteste, da 20mila ormai non arriva a 11mila. Difficile attrarre nuovi investitori se le cose rimarranno tali o peggioreranno.

Finora ogni tentativo da parte delle associazioni di tifosi (Rovers Trust, Ewood Blues, BRFCS.com) di incontare i proprietari è stato vano e le loro visite in Lancashire sempre meno, un paio l’anno forse. Ormai, come sottolineato da Mark Fish, presidente del Blackburn Rovers Football Community Action Group, la preoccupazione “..is more than a game of football now, it’s not about one result in the eyes of many supporters, this is about making sure we have still got a club to support in five years’ time…”.

Giocare con il sorriso

L’ultima giornata di Premier League 2016/17 ha coinciso anche con il Non League Finals Day, la giornata in cui si giocano le finali di FA Vase e FA Trophy a Wembley, una alle 12.15 e una alle 16.15. Da questa giornata prendo due storie, due profili per chiudere la stagione.

La prima è quella di Julio Arca. Arrivato dall’Argentinos Juniors 19nne non tardò molto a diventare un beniamino dei tifosi del Sunderland segnando nella gara del suo debutto contro il West Ham. A lui è dedicato il coro Julio sulle note di Gold degli Spandau Ballet. Con i Black Cats rimase fino al 2006 quando, in seguito ad una della tante retrocessioni, passò al Middlesbrough. In Teesside rimase fino al 2013 quando decise di ritirarsi, al termine del suo contratto, causa un infortunio al piede che da anni lo martoriava e che non poteva più tenere sotto controllo grazie ai sedativi.

The end.

Niente affatto. Julio decide di non tornare in Argentina, alla fine il North East è ormai casa per lui e la sua famiglia. Non gioca ma il calcio gli manca. Sente che il piede fa meno male. Un giorno un amico gli chiede se vuole tirare due calci al pallone con la squadra del suo pub, il Willow Pond FC. Julio dice di sì, ama troppo questo sport, l’essere parte di una squadra, la palla, il pub dopo la partita, forse un po’ meno, a questo livello, gli spogliatoi, i campi e i tackle in cerca di facile fama. “I started playing for a Sunday League team, a pub in Sunderland, just for fun. I’ve lived here for a long time and it was a friend’s team. I didn’t think it was a big deal, but people were surprised. Why? I don’t know. If they were like me they would want to play on too. It was never about money for me, not even as a kid in Argentina, it was love. I have been so lucky to do something I love and I always said, I would have played for nothing.”

Non tarda molto che le sue prestazioni attirano l’attenzione di Graham Fenton, allenatore del South Shields, una società dilettantistica con piani ambiziosi. Julio non ci pensa su neanche un minuto, si butta in questa nuova avventura e nella sua prima stagione i Mariners vincono  la Northern League Division Two mentre nel 2016-17 arrivano Northern League, Durham Challenge Cup e Northern League Challenge Cup. Non solo. Il South Shields si qualifica per la finale dell’FA Vase a Wembley .Da un’intervista al Telegraph:  “When I came to England, it was the dream, to play at Wembley. Everyone in Argentina knows about Wembley and, yes, we do call it the home of football. I might have had a chance with Sunderland or Middlesbrough, I thought, one day, that I would get to a final or semi-final. But it never happened and I suppose it is one of those things, dreams do not always come true, but South Shields have made it come true. It will be very special. I will think of the boy who dreamed of this happening. Maybe I will have to pinch myself, it is an experience I cannot wait for. Now we have to win it.”

And they did win it, anche bene, un 4-0 che non ammette repliche davanti a 12mila fedelissimi scesi a Londra per l’occasione di una vita. Nel programma c’erano delle interviste a dei volontari dei quattro club impegnati nelle due finali. Alla domanda su chi fosse il loro giocatore preferito quello del South Shields ha risposto: “It has to be Julio. A lot of players drop down the leagues and it’s like they are just here for a game of football. Julio is completely different, he has inspired a lot of the guys in the dressing room and he has put 500 on the gate overnight too.”

Il contratto per l’anno prossimo dovrebbe essere assicurato, che la favola continui.

Il secondo giocatore su cui volevo soffermarmi è Peter Crouch. Per molti un lungagnone buono solo per prenderla di testa quando si è alla disperata ricerca di un gol e si buttano le palle in avanti alla cieca. Eppure è solo il 26mo giocatore ad aver superato quota 100 in Premier League (ed il primo a farne 50 di testa) e con la nazionale i centri sono 22 in 42 partite. Crouchy non si è mai preso troppo sul serio, nonostante la carriera, i successi e la moglie che in molti gli invidiano. Io stesso quando lo vidi per la prima volta dal vivo, credo con il QPR, non pensai che potesse avere un gran futuro. E invece a 37 anni non pensa proprio ad appendere gli scarpini al chiodo (dal Mirror on line): “I know I can still play in the Premier League for a number of years. The first thing to go as a player is pace, but it is fair to say I never had a great deal of that so my game has never revolved around it. I have other attributes and I don’t think those other attributes are waning any time soon. I am not going to lose what I bring to the table. I know I can play at this level for a number of years. The thought of not doing it every day does worry me, to be honest. It is that fear that has made me so hungry this season. When you become older you appreciate it more, you appreciate just how good what we do for a living is.”

Anche i tifosi dell’Inghilterra dovettero cambiare atteggiamento. Dai fischi iniziali passarono a considerarlo uno di loro, complice la Robot Dance che fece il giro del mondo dopo uno dei suoi gol con i tre leoni sul petto. In tutti i club dov’è stato (una decina in tutto) non credo ci sia nessuno che ne parli male o che non si sia ricreduto sulla sua abilità, soprattutto con i piedi. Nell’ultima partita del campionato appena concluso, dove ha segnato l’unico gol dei 90 minuti, ha mantenuto la promessa fatta ad un tifoso dello Stoke che voleva la sua maglia. Il patto era che lo sventurato dovesse presentarsi vestito in costume (slip) e maschera da sub al St Mary.Promessa mantenuta. A fine partita Crouchy lo è andato a cercare sugli spalti e i due si sono fatti una sana risata insieme. Speriamo ce ne siano ancora molte altre.

Invasione

Quando ho deciso di andare all’ultima partita casalinga stagionale del Leyton Orient non ho visto neanche chi fosse l’avversario. Per me è stato solo un segno di rispetto per un club che dopo 112 anni nella Football League è stato distrutto in un paio di primavere da un clown malato di protagonismo con la fedina penale discutibile e passaporto italiano. Di fatto la retrocessione era stata già confermata a Crewe una settimana prima. Un verdetto scontato ma a cui nessuno voleva veramente rassegnarsi. In rete si parlava di una protesta organizzata dal LOFT (il Trust dei tifosi degli O’s) nel parchetto vicino al Brisbane Road e con un misto di curiosità e solidarietà mi sono presentato non sapendo bene cosa aspettarmi. Non avrei dovuto preoccuparmi. Al cento del parco, nel posto in cui dovrebbe solitamente sedere una banda musicale, qualche tifoso ha preso la parola, chi più seriamente, chi intonando coretti e canzoni preparate per l’occasione. Cartelli, striscioni e adesivi in giro non lasciavano adito a dubbi su chi fosse l’obiettivo della rabbia composta ma decisa di queste 150-200 persone. Ma nel complesso sembrava più una festa, visto che in contemporanea c’era un mercatino di street food con le varie bancarelle alle prese con un insolito numero di clienti.

Mi rassegno a farmi rapinare per un biglietto ospiti, visto che l’Orient ha deciso di non vendere tagliandi per i settori dei tifosi di casa il giorno della partita. 24 sterline nel fondo Becchetti mi sono pesate parecchio. Do un’occhiata e vedo che sto entrando con i sostenitori del Colchester, una squadra che non mi piace ma me ne faccio una ragione, non sono qui per la partita ma per la protesta.

Niente. Pochi cori (intonati contro Beccietti tra le altre cose), un mini striscione fatto con lo spray all’ora di colazione probabilmente. Anzi, con mio stupore i tifosi in trasferta sfottono e deridono i loro sfortunati avversari. Il Colchester passa in vantaggio, gli animi già surriscaldati esplodono. Una truppa di giovani e meno giovani dal settore adiacente cerca di entrare senza troppa convinzione in quello degli ospiti. Segue catena di poliziotti e steward che di fatto mi condannano ad assistere ad un’ora di persone che fanno gesti, si insultano e si danno appuntamento fuori sapendo che non andranno mai. Cresce l’antipatia per chi mi circonda e allo stesso tempo mi chiedo se davvero quelli dell’Orient sono pronti a giocare l’ultima partita casalinga in EFL per chissà quanto tempo dimostrando una compostezza che rasenta l’indifferenza. Poi finalmente succede. Oh yes…

Mancano sei minuti, il Colchester ha da poco segnato il terzo gol, da ogni settore dello stadio, escluso quello in cui siedo io, la gente comincia a riversarsi in campo. La concentrazione di pettorine gialle di ogni tipo dalle mie parti ha lasciato sguarnito il resto dell’impianto. In nessun modo si possono arginare le centinaia di persone che entrano sul terreno di gioco. Grandi, finalmente, penso, ora sì. Me ne stavo quasi per andare deluso, stufo di essere associato con i dementi che mi circondavano quando finalmente la protesta che stavo aspettando, che stavo auspicando, prende forma.

Invasione del tutto pacifica. Inutili i tentativi di invito ad uscire, a sgomberare il terreno di gioco. Non si vuole che la partita ricominci, si vuole lasciare un buco nel calendario, che risulti la gara sospesa. Alla fine più di un’ora dopo viene data la notizia. Nel frattempo anche i tifosi ospiti che prima avevano giocato a Green Street si rendono conto che per i fans degli O’s c’è molto di più in gioco dei loro tre punti e che, a tavolino o no, loro li avranno e potranno continuare a sperare di finire nei play off per un’altra settimana. Ci sono cori e applausi, finalmente solidarietà tra tifosi, non si sa a chi può toccare domani. La gente sfolla ma quasi due ore dopo l’interruzione del gioco, le due squadre rientrano in campo e sono costrette a giocare gli ultimi sei minuti davanti agli spalti vuoti per convalidare il risultato finale.

È l’ultima menzogna del sistema, usata per far uscire le persone ma che, se possibile, fa ancora più danni. Già lega e federazione non sono viste di buon occhio in questo corner di east London, da ieri ancora meno. Avranno anche omologato la partita ma il motivo per cui sarà ricordata, e se ne è parlato in tutto il Regno Unito, è per l’invasione di campo.

Il 12 giugno si deciderà se l’Orient fallirà oppure no. I tifosi si stanno preparando, Becchetti, che ieri ha annunciato con sospetto tempismo di aver pagato stipendi e tasse arretrate (come se meritasse un premio per questo) dovrà decidere se fare la scelta decente di sparire o se continuare come sovrano di un regno in rivolta, che lo odia e che è pronto ad invadere il rettangolo verde ad ogni partita interna.

Il calcio è dei tifosi. Di usurpatori di titoli sportivi malati di protagonismo se ne sono visti tanti e non lasciano traccia. Possono durare più o meno a lungo ma il loro destino è un buco nero, un ricordo annebbiato durante una chiacchiera al pub, anni dopo, quando chi ama e resta cercherà di ricordare quel nome tanto odiato…Beccietti…Bekketti…whatever…

The Shift

Le imprese del Lincoln City in FA Cup non potevano passare inosservate. Il primo non league club a raggiungere i quarti della competizione dal 1914! Normale che in molti si siano cominciati a chiedere chi fosse il giovane manager alla guida degli Imps. Danny Cowley, aiutato da suo fratello Nicky come assistente, a 38 anni ha gia’ un CV di tutto rispetto, considerando anche i successi con Concord Rangers e Braintree Town. Eppure, per me, il volto di questo Lincoln, o meglio il profilo, non e’ quello dell’allenatore ma quello del centravanti leggermente sovrappeso Matt Rhead. Non che seguissi le sue gesta nel panorama dilettantistico inglese ma quando l’ho visto alle prese con l’intera difesa dell’Ipswich non ho avuto dubbi di chi fosse. Era lo stesso toro che quattro anni prima con la maglia del Mansfield Town aveva lottato contro la retroguardia del Liverpool negli ultimi minuti del terzo turno della stessa coppa. Non lo avevo piu’ visto ma mi era rimasto impresso. Pochi minuti ma intensi. Rhead a prima vista non sembra un fanatico del fitness o delle diete macrobiotiche. E’ un centravanti old style che usa il proprio peso a suo vantaggio, per imporsi sugli avversari (chiedere al “duro” Joey Barton messo KO da un suo avambraccio), che usa la sua apparenza per ingannare chi e’ troppo veloce a giudicarlo, dalla apparenza, un giocatore da pub team.

Andando avanti il Lincoln ho avuto occhi solo per lui, il mio eroe personale di questa FA Cup 2017. Prima il Brighton, poi il Burnley sempre in TV, poi l’Arsenal dal vivo. Rhead ha combattuto contro avversari piu’ allenati, piu’ titolati, piu’ tatuati e piu’ pagati. Non credo di averlo mai visto perdere un duello aereo. Nonostante la stazza e’ sempre arrivato prima sui palloni alti, forse il tempismo, forse l’elevazione, non lo so. In fase di protezione del pallone e’ stato come costruire un muretto di mattoni intorno alla sfera. Una gioia vederlo spalle alla porta andare incontro a campanili chilometrici o scrollarsi di dosso marcatori troppo timidi.

Mi e’ venuta in mente una chiacchierata fatta con dei tifosi del Leeds qualche tempo fa. Parlando dell’attuale attaccante del Millwall Steve Morison, per un paio d’anni in forza ai bianchi di Elland Road, e’ venuto fuori che il suo soprannome fosse The Shift, cioe’ un giocatore “who puts a shift in”, che lavora, si impegna, corre e sbuffa ma che non sempre traduce in gol tutta questa energia. La definizione si adatta perfettamente a Rhead. I suoi numeri non descrivono un fenomeno da area di rigore, un cannoniere, ma un giocatore al servizio della squadra. Alla fine il calcio e’ un sport dove si gioca, si perde, si vince e si lotta in 11. E Matt Rhead lotta, poco ma sicuro. Se ognuno contribuisse con il suo onesto shift di sicuro i tifosi non avrebbero mai nulla da ridire. La classe non si richiede, l’impegno si esige.

More than a game

Strana sensazione quella di vedere finalmente i tifosi del MK, è come vedere i marziani, ti dicono che esistono ma non ci credi. Eccoli, 300 o 400 (su 4112) stipati su mezzo lato del Kingsmeadow che si atteggiano a irriducibili, spintonando gli steward e gesticolando corraggiosi a distanza quando i cori dei sostenitori di casa diventano più forti e insistenti. Le misure di precauzione sono state degne di un derby di Roma, Glasgow o Buenos Aires. Serata stranamente calma, la passeggiata dalla stazione di Norbiton più tranquilla del solito. Dopo quanto avvenuto contro il Charlton  (striscioni e offese all’ex allenatore del Franchise) la societá di casa non può permettersi altri scivoloni mediatici. L’AFCW nasce come club giusto, inclusivo, pacifico, offese, insulti e violenza gratuita non sono condonati.

Ma questa non è una partita come tutte le altre. Inutile pretenderlo. Questa è  Good FC v Evil FC, difficile stemperare gli animi di chi ha vissuto in prima persona gli avvenimenti del 2002 e il rifiuto ottuso della societá di cartone di riconoscere la loro origine incerta. E non è una opinione dei tifosi del Wimbledon, è l’opinione dei tifosi di calcio di tutto il Regno Unito.

Il MK, di fatto, per le persone che riempiono gli stadi di League One, non esiste. Potrebbe cominciare ad essere accettato se cancellasse il Dons dalla propria ragione sociale. Ieri né il tabellone né il programma lo riportavano, la partita era semplicemente Wimbledon v MK. Non AFC, non MK Dons. Il messaggio era chiaro: Wimbledon, uno e solo, v MK, una squadra di un’altra cittá.  Non sono una costola del Wimbledon, non appartengono a questo mondo, sono un’entitá commerciale nata per sbaglio, sono la scusa per costruire uno stadio, il capriccio di un milardario, uno scherzo della natura e della FA.

Eppure, nonostante tutto, i cori sono meno offensivi del solito, non si respira la tensione che si preannunciava. Tutto fila incredibilmente liscio, un rispetto tacito e civile per quanto auspicato dal club, prendersi la rinvincita sul campo, provare il proprio punto ma senza cercare vendetta. “Questa non è una rivalitá – mi dice un tifoso del Wimbledon prima della gara – questo è odio”. Ed e’ comprensibile, non è bello da dire ma è vero. Le rivalitá sono cittadine, religiose, geografiche. Questa è stata creata a tavolino, come i confini dell’Iraq.

La partita: conta e non conta. Certo meglio vincere ma questa è la partita che non avrebbe dovuto esistere. Jake Reeves sblocca il risultato poco dopo la mezz’ora di un incontro equilibrato ma non ha senso neanche parlarne. Almeno il gol fa partire più cori, in più parti dello stadio, spontanei, la gente non si tiene, ognuno dice, urla, la sua. Il gol in casa contro gli impostori è una liberazione. Lyle Taylor raddoppia neanche 10 minuti più tardi e non c’ è più storia. I giocatori ospiti, forse i meno colpevoli di tutti in questa situazione, non hanno le energie mentali, per loro sono in palio tre punti e basta, per i giocatori di Neil Ardley molto di più, semplicemente questa gara non la possono perdere.

Per circostanza fortuite che non sto a spiegare (grazie Luca!) ho assistito a questa partita dal settore riservato alla stampa. Mi era capitato in passato, poche volte e non solo in UK. La differenza è che qui all’intervallo il te’ me lo ha offerto una singora ultrasettantenne con piumino del Wimbledon, cappello di lana e stampella che per fare pochi scalini ha fatto una fatica notevole. Sono queste le cose che apprezzi di più all’interno di un community club, non sentirsi cliente e avere le hostess in tacco 12 che ti accompagnano al posto in minigonna. Un family football club vuol dire inclusione, attenzione ai tifosi, condivisione, senso di appartenenza anche se “solo” intorno ad un rettangolo verde. Cosa che il Milton f.ing Keynes non avrá mai.

Ospiti e buone maniere

wall2Dopo la vittoria negli ottavi di finale di FA Cup contro i Campioni d’Inghilterra in carica, alla domanda su eventuali preferenze per i prossimi avversari, Neil Harris, manager del Millwall ha risposto “Chiunque basta che sia in casa”. Non c’è da stupirsi, visto che finora il sorteggio ha sempre regalato ai Lions incontri al The Den e che tutti si sono chiusi con una vittoria.

A novembre, nel primo turno, un gol di Romeo a due minuti dalla fine fu sufficiente a superare il Southend United (League One). Phil Brown, allenatore degli ospiti, non la prese bene: “…We were the best side on the park and should be walking away in the draw.” Un mese dopo ecco arrivare il Braintree Town (National League). Nonostante un primo tempo tutto sommato equilibrato, 3-2 il parziale all’intervallo, gli uomini di Harris si aggiudicarono l’incontro con un netto 5-2.

Terzo turno. Gennaio. Quella che una volta era la data piú attesa del calendario calcistico britannico. Pagine storiche, partite indimenticabili, imprese eterne. Dall’urna esce il Bournemouth. Ostacolo vero, una squadra che sta giocando bene e che ad inizio anno ha poco da compromettere. Non lotta per salvarsi nè per arrivare in Europa e potrebbe puntare alla coppa. Invece si presenta con una squadra zeppa di riserve. Non solo, chi gioca sembra che non ne abbia voglia e se non te la senti, forse il The Den è l’ultimo posto dove vuoi passare il sabato pomeriggio.

Il Millwall vince 3-0.  Eddie Howe, giovane e promettente tecnico degli ospiti ammette a fine gara: “I thought they worked extremely hard. It was a big physical test for us – we know what they are like from goal-kicks and corners. I think Neil has done a great job and the crowd played their part. They’ll be very pleased with their afternoon. Whenever you come here you expect that atmosphere and expect the fans to get behind their team. From our perspective we have got to better at dealing with that – it’s only noise. I’ve got no complaints. In terms of the result, Millwall deserved it.”

Sul treno di ritorno da South Bermondsey, parlando con alcuni tifosi, abbastanza allegri, dei Lions, chiedo chi avrebbero voluto pescare nel prossimo turno. “Tottenham” mi dicono senza esitazione scendendo dal treno. “Away!” mi urlano girandosi mentre procedono barcollando verso l’uscita della stazione di London Bridge. Parole profetiche.

Due giorni dopo, le palline pescate dal sacchetto di velluto dicono invece Millwall v Watford. Di nuovo una formazione di Premier che pensa di cavarsela facendo giocare le seconde linee. Un’altra sorpresa. Un altro allenatore, meno signore del precedente, che se la prende con le tattiche della squadra di casa, come se fosse proibito puntare sulla fisicitá invece che sulla tecnica: Mazzarri, dopo la sconfitta per 0-1 con gol incassato (da Morison) al minuto 85, afferma:“Here at Millwall it is not easy. It was almost a war and a very aggressive game. It almost seemed like a wrestling match at certain moments. I think if someone deserved to win, especially in the second half, it was Watford also because of the penalty and a lot of the fouls which were not conceded in our favour…Millwall were very aggressive and tried to do some fouls on the limit of regulation. We were the only team that tried to play football aside from the penalty we deserved. I’m still convinced of my thoughts.”

Per gli ottavi di finale arriva in South London un altro allenatore italiano sotto pressione, Claudio Ranieri. Come dicono da queste parti, l’attaccante giapponese Okazaki si scorda gli scarpini a casa e il Leicester non riesce a passare. Ci pensa Cummings all’ultimo minuto a qualificare la truppa allenata da Neil Harris rimasta in 10 ad inizio ripresa. Anche qui, strette di mano a fine partita a parte, l’umore non è dei migliori:

A Leicester City spokesman said: “We have personally congratulated Millwall on a merited victory and wish them every success in the sixth round. However, following receipt of numerous complaints relating to the constant abuse, provocation and intimidation of our players, staff and supporters from our arrival at the stadium, throughout the match and its immediate aftermath, we have registered our dissatisfaction with the FA. We are awaiting the FA’s response. The club accepts the defeat, but we simply will not accept the safety of our supporters, players and staff being compromised.”

Risponde il Millwall: “We have been made aware of these allegations today and are extremely disappointed that Leicester City, as is the professional protocol in such instances, did not raise them on the day of the game itself.This morning we received an email from Leicester thanking Millwall Football Club for the hospitality extended to them so are surprised that these serious allegations, which should have been discussed on the day, have come to our attention in the manner they have.”

Per i quarti di finale il problema dell’ambiente intimidatorio del The Den non si porrá. Come auspicato dai tifosi incontrati dopo la vittoria contro il Bournemouth, il Millwall se la vedrá con gli Spurs a WHL (Domenica 12 alle 14), una partita che in molti, soprattutto la Metropolitan Police, avrebbe voluto evitare. Di fronte all’enorme richiesta di biglietti per il settore ospiti il Tottenham ha cercato di limitarne l’affluenza richiedendo alla FA di ridurre la quota prevista per le squadre in trasferta.

Dal sito della BBC: Millwall fans were on Wednesday able to buy tickets for their team’s FA Cup quarter-final at Tottenham later this month after a disagreement over allocation for the League One club was resolved. Millwall were originally offered only 2,800 tickets for the tie at White Hart Lane on March 12, even though they would have been entitled to about 4,000. But after discussions between both clubs, as well as talks with the local Safety Advisory Group comprising representatives from the emergency services and the council, Millwall’s allocation was set at 3,681. It is lower than the offer made to both Aston Villa and Wycombe, who visited White Hart Lane in the third and fourth rounds respectively, but substantially higher than the original proposal.

wallLa tensione è alta e la bravata fatta da alcuni sconosciuti (vedere foto) ha scatenato i teppisti da tastiera facendola alzare ancora di piú. Ai graffiti lasciati fuori al The Den sono seguiti altri, senza minacce, fuori a White Hart Lane. La rivalitá tra queste due tifoserie negli anni è cresciuta a dismisura e ora la possibilitá di incrociarsi in coppa la potrebbe far esplodere. “Colpa” di Neil Harris e dei suoi giocatori, era dal 1936/37 che il Millwall non eliminava tre squadre della massima divisione in un cammino di FA Cup.

Notizie dall’estero

artQualche giorno fa un titolo della Rosa più amata d’Italia ha colpito la mia attenzione. Watford pazza di Mazzarri. È curioso vedere come fatti e notizie di queste parti vengano riportati in Italia. Di solito, soprattutto se si tratta di club meno famosi, si usano frasi ad effetto, senza preoccuparsi troppo della veridicitá di quanto scritto. È accaduto con lo stadio del Millwall, con i dissidi interni dell’FCUM, con la gestione del Leyton Orient, ora con il Watford e Mazzarri. Tanto chi controlla. Ci provo io.

Mi siedo con Matt, tifoso trentenne e abbonato degli Hornets, e lo interrogo.

“Pazzi di Mazzarri? Non proprio, diciamo che con le due vittorie contro Arsenal, del tutto inaspettata, e Burnley, ha guadagnato del tempo ma in molti giá avevano cominciato a mugugnare e lo avrebbero volentieri salutato. La giuria è ancora divisa. A volte sembra troppo rigido nelle sue scelte tecniche, non cambia mai l’approccio di una gara, mai. Da una parte lo ammiri, pensi sia convinto delle proprie ide e voglia giocarsela con tutti, dall’altra pensi che sia matto come nella partita di Liverpool dove abbiamo preso sei gol ma potevano essere molti di più. Era chiaro da subito che le cose non stavano funzionando ma ha continuato per la sua strada, senza cambiare o cercare di coprirsi. Poi va all’Emirates e indovina la gara perfetta, azzecca ogni mossa tattica.

Peró i dubbi che lo riguardano non sono tanto relativi alle sue capacitá tecniche, quanto umane. Il suo rifiuto di parlare inglese o di interagire con i tifosi in qualsiasi modo stona con la immagine di family club che abbiamo. Mai una parola, un saluto, un gesto. Di certo non fa nulla per restare simpatico.

Poi vero, non è stato fortunato con gli infortune e con i rincalzi. Ma anche il mercato lascia perplessi, arrivano decine di giocatori mai sentiti e ripartono, spesso mediocri. Un continuo via-vai, difficile anche per noi affezionarci ad un giocatore, Deeney e Gomes a parte che fanno anche moltissime cose nel sociale. Mi rendo contro che è il modello Pozzo ma la nostra academy era il fiore all’occhiello del club ed ora praticamente non esiste. Si preferisce comprare piuttosto che far crescere. E mi dispiace per l’Udinese che è diventato una specie di feeder club. Noi dovremmo fare lo stesso, mandare giovani a maturare in Serie A ma non lo facciamo.

Poi certo, lo stadio è finito, il nuovo megastore fa la sua figura, è indubbio che abbiano investito nel club ma ti ripeto, un po’ più di attenzione nei confronti dei tifosi non sarebbe male.”

Allo stesso tempo vale la pena notare come tutti gli amici primaverili di Claudio Ranieri siano svaniti in questi ultimi mesi invernali. Non è la prima volta che l’allenatore romano ha problemi nella seconda stagione in carica ma l’anno scorso nessuno ha guardato oltre e nessuno si è guardato indietro. Il Leicester vero è, probabilmente, quello del 2014/15 e del 2016/17. In mezzo un’annata talmente pazza che sará difficile da raccontare. Troppa ghiotta però l’occasione di scrivere articoli e libri sull’imperatore Claudio, organizzare gruppi sui social media, infilarsi nella festa dei tifosi delle Foxes, premiarlo in tutti i modi in ogni dove. Un tecnico preparato e un’ottima persona dimenticato e a volte quasi deriso per aver vinto poco nella sua carriera all’improvviso oggetto di una attenzione mediatica globale con tanto di viaggi di pseudo giornalisti a Testaccio alla ricerca di amici o vicini di casa pronti a recitare le solite banalitá. Tutto finito, le luci del palcoscenico si sono spente, le news parlano di crisi inspiegabile, di fronde, di rapporto spezzato con la squadra. Nessuno ora gli è vicino, meno che mai in Italia dove si preparano titoli gonfi di finto stupore dovesse il Leicester scendere in Championship. A prescindere dalla permanenza del City in Premier e dal suo contratto di quattro anni, forse Ranieri non supererá l’estate alla guida della squadra che ha condotto al trionfo. Per quel che mi riguarda non cambia nulla, continuerá ad essere un’ottima persona e un tecnico preparato, solamente con un titolo in più nel suo CV.

Resistenza

js62348145I Russi, gli Arabi, gli Americani….i Cinesi. Non potevano mancare. Il calcio inglese va di moda, per tutte le ragioni più sbagliate. Orari cambiati per favorire le esigenze del mercato asiatico, colori sociali e nomi mutati per compiacere nuovi proprietari tanto arroganti quanto ignoranti, giocatori tesserati in base al loro valore sui social media in terre lontane piuttosto che al loro valore sul campo. La marea rossa si è già portata via WBA, Villa, parte del Man City, Birmingham City, Wolves. Sembrava inarrestabile fino a quando è arrivata sulle sponde del Tees.

Passo indietro. Prima giornata del campionato di Premier League 1996/97. Al Riverside, nuovo stadio del Middlesbrough FC, si affrontano la squadra di casa ed il Liverpool, il risultato finale è un avvincente 3-3. Nelle fila del Boro figurano nomi come quelli di Juninho e Fabrizio Ravanelli, professionisti che in epoca pre-Premier League non si sarebbero avvicinati in questa parte d’Inghilterra nemmeno in esilio forzato. Ma è un nuovo mondo. Le possibilità economiche sono cambiate, le rotte del calciomercato cominciano ad invertirsi. L’artefice della rinascita del Middlesbrough è un self-made millionaire, Steve Gibson.

Gibson era direttore del club a 26 anni e diventa presidente nel 1994 (a 36) ma è tifoso del Boro da sempre. Aveva salvato il club quando al vecchio Ayresome Park avevano già messo i lucchetti ai cancelli e stava per scomparire mentre languiva in Third Division. Nel 1995 il Boro invece lascia il vecchio, fatiscente, storico, impianto che occupava dal 1903 e si sposta nel nuovo Riverside, 30 mila posti a sedere. L’allenatore è Bryan Robson, l’ex Captain Marvel ha carisma e prestigio e il suo nome riesce ad attrarre attenzione e a chiudere contratti famosi. Il Boro comincia ad essere conosciuto in Europa e nel mondo. Negli  anni a seguire retrocede, si rialza,  arriva in finali di coppa, domestiche ed europee, quasi sempre perse, una vinta.

20 anni dopo Steve Gibson è sempre un self-made millionaire, ma per la Premier di oggi serve cambiare una vocale, la prima, serve essere un billionaire se si vuole lottare per il vertice, Leicester docet. Con la sua fortuna stimata intorno ai 165m, Gibson e il Boro non possono competere con sceicchi e fondi di investimento. Si fa quel che si può avendo a cuore i tifosi, la città e il futuro del club. Un legame che non si rompe, a prova di speculazioni e ciniche offerte. La settimana scorsa, Chien Lee, che già possiede il Nizza in Ligue 1 e ha provato in passato a compare l’Hull City, ha visto la sua offerta di 50m per il 50% del club rispedita al mittente. Gibson si è detto interessato a potenziali accordi commerciali ma non alla cessione della squadra che tifa da quando è bambino.

Con lui al timone probabilmente il Middlesbrough non potrà tesserare campioni o vincere trofei come accaduto in passato ma conserverà qualcosa di più importante. Dignità e identità. Due cose che i Cinesi ancora non hanno imparato a imitare.

Allenatore e gentiluomo

3500C’è una cosa che forse è peggiore del dimenticare, il ricordare solo quello che fa comodo. La notizia della scomparsa di Graham Taylor ha generato due tipi di reazioni. Da una parte quella di coloro che non sono mai andati oltre la delusione della mancata qualificazione ai Mondiali del 1994. Dall’altra quella delle persone che hanno sempre pensato che Taylor fosse un gentiluomo ma che hanno aspettato la sua morte per ricordarlo al mondo del calcio inglese. Forse solo i tifosi del Watford si sono lasciati ad andare ad un tributo spontaneo di amore assoluto e stima incondizionata.

Graham Taylor è stato semplicemente un grande uomo di calcio, sarebbe ora di ricordarlo come tale. Figlio di un giornalista sportivo, cresce tifando Scunthorpe. Una breve e onesta carriera da giocatore di provincia  tra le fila di Grimsby e Lincoln prima che un infortunio gliela tagli corta. Nel 1972 siede sulla panchina degli Imps, a 28 anni. Nel 1976 vince il titolo dell’allora Fourth Division. Il successo gli vale un contratto con il Watford, all’epoca una proposta tutt’altro che irrinunciabile. Il club milita nella stessa divisione da cui ha appena tirato fuori il Lincoln ma è la curiosità e l’entusiasmo generati dal neo presidente del club a convincerlo. Sir Elton John nel 1976 infatti compra la società per cui ha sempre tifato e, seguendo il consiglio di un altro dimenticato del calcio, Don Revie, convince Taylor a rifiutare altre offerte e cominciare con lui l’avventura al Vicarage Road. Da un’intervista a Taylor al Guardian del 2006: “In 1976 I was manager of Lincoln City when Don Revie, the England coach, called saying he’d recommended me to a new chairman. I was thinking: ‘Blimey, which top club is this?’ When he told me it was Elton John at Watford my heart sank. They were in the bottom division. I thought: ‘Rock star in charge of a Fourth Division club. This is crazy!’ But Elton invited me to his house in Windsor and said he wanted to take the club into Europe. I said I didn’t think he’d see any change from a million pounds, which back then was a lot of money. He just said: ‘Right, we’ll give it a go.’ Six years later, when we got into Europe, he worked out that he’d spent £790,000.” In cinque anni the Hornets arrivano nella massima serie finendo secondi dietro al Liverpool di Bob Paisley nella stagione 1982-83. L’anno dopo giocano in Coppa Uefa e giungono alla finale di FA Cup persa contro l’altra formazione del Merseyside, l’Everton. Nel 1987 decide di cambiare aria e accetta la sfida dell’Aston Villa, un club campione d’Europa solo nel 1982, appena retrocesso. Promozione al primo tentativo e di nuovo secondo posto alla sua terza stagione. Il miracolo questa volta viene notato in alto. La FA decide di rimpiazzare Bobby Robson, altro gentiluomo maltrattato dai media prima della resurrezione italiana firmata Platt e Gascoigne, proprio con Graham Taylor. All’epoca si vedevano e giudicavano i risultati. Non c’era questa attenzione morbosa alle tattiche, allo stile di gioco. Non c’erano tutti questi puristi del bel gioco, questi strateghi da divano, questi amanti del possesso palla, del pressing, dei passaggi corti, del Barcellona e di Guardiola. Per molti Taylor pagherà il non essere stato all’altezza, come se dal 1966 in poi ci fosse l’imbarazzo della scelta per eleggere il CT più valido. Gli si rinfaccia un gioco diretto, troppo semplice, con palle lunghe e basato su velocità e prestanza fisica, come se fossero doti inutili. Sarà sbeffeggiato e ridicolizzato per colpa del documentario che lui stesso, ingenuamente, aveva autorizzato. Sull’onda dell’ottimismo generato da Italia 90 i produttori di An impossible job (meglio conosciuto come Do I not like that) avevano avuto accesso completo alla squadra durante le qualificazioni al mondiali del 1994. Il tragico (sportivamente parlando) epilogo non era stato preso in considerazione. Ma anche nella partita più sfortunata di tutte, con un arbitraggio a sfavore ridicolo, Taylor riuscì a mantenere la dignità dell’uomo per bene, suscitando quasi tenerezza. La campagna denigratoria dei tabloid che seguì quella partita e quel girone di qualificazione fu talmente forte, cattiva, ingiusta, che in pochi avrebbero avuto la forza di riprendersi. E non solo Taylor continuò ad allenare, Wolves e di nuovo Villa e Watford di cui divenne anche presidente, ma anche ad offrire, come pundit, semplici perle di saggezza da uomo di campo e di panchina a chiunque lo volesse ascoltare. Giù il cappello.

United ma non troppo

scarfPer Jose Mourinho l’Old Trafford è veramente il Teatro dei Sogni. Peggiori. Era dal 1990 che lo United non chiudeva quattro partite consecutive in casa senza vittorie e dopo 13 giornate il tecnico portoghese si ritrova con due punti in meno di David Moyes allo stesso punto della stagione. Che lo scozzese non fosse all’altezza del ManU post Ferguson è una possibilitá ma che sia stato trattato in modo fin troppo severo da media, tifosi e societá stessa è una certezza.

Con la classe del 92 ormai interessata più alle sorti del Salford City che del Manchester United, si è spenta definitivamente quella luce, quel faro, che per anni aveva guidato la squadra dall’interno. Non che il club non produca o recluti più giovani talenti ma di sicuro nessuno del livello di quel gruppo che per anni si è imposto sui campi di mezza Europa. Anche le campagne acquisti degli ultimi anni hanno lasciato molto a desiderare, pur tenendo conto della assenza quasi totale di giocatori di qualitá nel panorama domestico ed internazionale, e i motivi possono essere diversi: primo, la timidezza del nuovo tecnico, arrivato con il suo staff, grave errore di valutazione, e non pronto a fare delle scelte radicali. La societá dal canto suo non aveva interpretato per bene i segnali di Sir Alex, che aveva deciso di lasciare dopo aver spremuto le ultime gocce di sangue e sudore a un gruppo di persone che semplicemente non potevano farlo andare in pensione con il City campione in carica. Se Aguero non avesse segnato quel famoso gol contro il QPR forse Ferguson avrebbe lasciato prima e non avrebbe esaurito le ultime risorse di energia rimaste nel serbatoio della squadra. Secondo, l’arroganza di LVG, profeta del calcio totale sulla via del tramonto, un uomo chiamato genio per aver cambiato un portiere prima dei calci di rigore di una gara dei quarti di finale dei mondiali. Con lui la famiglia Glazer ha avuto l’approccio contrario rispetto a Moyes a cui era stato concesso l’acquisto di Fellaini e poco altro. Davanti a un mostro sacro come Van Gaal e all’ipotesi di fallire ancora, non sono stati lesinati fondi per portare all’OT una manciata di giocatori sopravvalutati, il cui unico criterio di scelta è stato il panico. Herrera (£29M), Shaw (30), Rojo (20), Blind (14), Di Maria (59.7!) più la conferma del prestito di Falcao (6). Al termine della prima stagione si sono aggiunti Depay, Darmian, Romero, Schneiderlin, Schweinsteiger e Martial: risultato? Eliminati in Champions nella fase a gironi e quinto posto. La FA Cup, portata a sua difesa dal tecnico olandese, purtroppo per lui, non è un trofeo riconosciuto dai padroni americani e di conseguenza non è bastata a salvargli il posto di lavoro.

Arrivati quindi all’estate 2016, le condizioni erano perfette per l’arrivo di un salvatore, di un tecnico dal tocco magico, vincente, di uno tra i più intelligenti, esperti, preparati e pieni di sé della storia del calcio. Era il lavoro perfetto, un’occasione di carriera più unica che rara. Rivitalizzare un  grande club, uno dei più grandi al mondo, con una rosa comunque decente,  con fondi a disposizione, dopo tre anni di delusioni (che da quelle parti sono come 30 anni per altri comuni mortali).

Mourinho arrivava con il suo orgoglio ferito. Il secondo esonero targato Abramovich bruciava, le polemiche con la squadra, lo staff, i media lo avevano indispettito. Anche al Real Madrid, nonostante i suoi tentativi di mascherare la sua esperienza da successo, in molti gli rimproveravano l’aver costruito una situazione di tensione perenne non gradevole, un ambiente avvelenato e soprattutto di non aver vinto la Champions, cosa riuscita piuttosto agevolmente poi ai suoi due successori. Il suo essere aggressivo, il suo cercare il confronto e le polemiche con tutti, il suo creare questo clima di “noi contro tutti” aveva funzionato poco e stancato molto anche perché i suoi continui attacchi contro federazioni, leghe e loro relativi presunti complotti, arrivavano mentre alla guida di club di primissima fascia.

Eppure, nonostante, le condizioni ideali per imporre la sua personalitá e il suo stile, Mourinho ha finora confermato alcuni segnali che giá si erano colti e che in molti associano al principio di un possibile declino. La forza che tutti hanno sempre riconosciuto al tecnico portoghese è la capacitá di creare uno spirito di squadra incredibile. Porto, Chelsea parte 1, Inter: il giorno del suo addio si sono visti giocatori grandi e grossi in lacrime, persi. Una figura quasi paterna che aveva fatto da scudo, da parafulmine, contro tutto e tutti aveva deciso di andare via. Ogni polemica o critica diretta alla squadra si era infranta contro la diga che Josè aveva creato tra i suoi ragazzi ed il mondo interno.

Ma al Bernabeu non è stato così, c’ è chi parla di tappi di champagne che sono saltati dopo la sua ultima partita (non è un segreto che con alcuni giocatori, anche portoghesi, non andasse troppo d’accordo) , come non lo è stato nella sua seconda esperienza a Stamford Bridge, dove, in una rosa orfana della vecchia guardia, Terry a parte, si erano create delle barriere talmente grandi che alla fine il suo addio è stato inevitabile. Che la squadra non giocasse più per il suo allenatore è stato uno shock, soprattutto considerando chi fosse l’allenatore. Ma l’approccio con lo United adesso sembra essere lo stesso. Mourinho ha smesso di essere scudo, ha smesso di difendere a spada tratta tutti i suoi giocatori. Se ora pensa che un giocatore ha sbagliato lo dice e non nello spogliatoio ma durante le interviste del dopopartita. Sembra quasi che voglia proteggere il proprio prestigio e il proprio CV. Finiti i tempi in cui era il solo responsabile, nel bene e nel male. Forse sono i giocatori che non lo meritano più, una nuova generazione di ingrati, egoisti, accattoni di facili consensi sui vari social media.

Si mormora che non sia più quello di una volta ma, forse, è semplicemente cambiato. Più maturo, più saggio, più cinico. Meno special, più selfish.