United ma non troppo

30 novembre 2016 Lascia un commento

scarfPer Jose Mourinho l’Old Trafford è veramente il Teatro dei Sogni. Peggiori. Era dal 1990 che lo United non chiudeva quattro partite consecutive in casa senza vittorie e dopo 13 giornate il tecnico portoghese si ritrova con due punti in meno di David Moyes allo stesso punto della stagione. Che lo scozzese non fosse all’altezza del ManU post Ferguson è una possibilitá ma che sia stato trattato in modo fin troppo severo da media, tifosi e societá stessa è una certezza.

Con la classe del 92 ormai interessata più alle sorti del Salford City che del Manchester United, si è spenta definitivamente quella luce, quel faro, che per anni aveva guidato la squadra dall’interno. Non che il club non produca o recluti più giovani talenti ma di sicuro nessuno del livello di quel gruppo che per anni si è imposto sui campi di mezza Europa. Anche le campagne acquisti degli ultimi anni hanno lasciato molto a desiderare, pur tenendo conto della assenza quasi totale di giocatori di qualitá nel panorama domestico ed internazionale, e i motivi possono essere diversi: primo, la timidezza del nuovo tecnico, arrivato con il suo staff, grave errore di valutazione, e non pronto a fare delle scelte radicali. La societá dal canto suo non aveva interpretato per bene i segnali di Sir Alex, che aveva deciso di lasciare dopo aver spremuto le ultime gocce di sangue e sudore a un gruppo di persone che semplicemente non potevano farlo andare in pensione con il City campione in carica. Se Aguero non avesse segnato quel famoso gol contro il QPR forse Ferguson avrebbe lasciato prima e non avrebbe esaurito le ultime risorse di energia rimaste nel serbatoio della squadra. Secondo, l’arroganza di LVG, profeta del calcio totale sulla via del tramonto, un uomo chiamato genio per aver cambiato un portiere prima dei calci di rigore di una gara dei quarti di finale dei mondiali. Con lui la famiglia Glazer ha avuto l’approccio contrario rispetto a Moyes a cui era stato concesso l’acquisto di Fellaini e poco altro. Davanti a un mostro sacro come Van Gaal e all’ipotesi di fallire ancora, non sono stati lesinati fondi per portare all’OT una manciata di giocatori sopravvalutati, il cui unico criterio di scelta è stato il panico. Herrera (£29M), Shaw (30), Rojo (20), Blind (14), Di Maria (59.7!) più la conferma del prestito di Falcao (6). Al termine della prima stagione si sono aggiunti Depay, Darmian, Romero, Schneiderlin, Schweinsteiger e Martial: risultato? Eliminati in Champions nella fase a gironi e quinto posto. La FA Cup, portata a sua difesa dal tecnico olandese, purtroppo per lui, non è un trofeo riconosciuto dai padroni americani e di conseguenza non è bastata a salvargli il posto di lavoro.

Arrivati quindi all’estate 2016, le condizioni erano perfette per l’arrivo di un salvatore, di un tecnico dal tocco magico, vincente, di uno tra i più intelligenti, esperti, preparati e pieni di sé della storia del calcio. Era il lavoro perfetto, un’occasione di carriera più unica che rara. Rivitalizzare un  grande club, uno dei più grandi al mondo, con una rosa comunque decente,  con fondi a disposizione, dopo tre anni di delusioni (che da quelle parti sono come 30 anni per altri comuni mortali).

Mourinho arrivava con il suo orgoglio ferito. Il secondo esonero targato Abramovich bruciava, le polemiche con la squadra, lo staff, i media lo avevano indispettito. Anche al Real Madrid, nonostante i suoi tentativi di mascherare la sua esperienza da successo, in molti gli rimproveravano l’aver costruito una situazione di tensione perenne non gradevole, un ambiente avvelenato e soprattutto di non aver vinto la Champions, cosa riuscita piuttosto agevolmente poi ai suoi due successori. Il suo essere aggressivo, il suo cercare il confronto e le polemiche con tutti, il suo creare questo clima di “noi contro tutti” aveva funzionato poco e stancato molto anche perché i suoi continui attacchi contro federazioni, leghe e loro relativi presunti complotti, arrivavano mentre alla guida di club di primissima fascia.

Eppure, nonostante, le condizioni ideali per imporre la sua personalitá e il suo stile, Mourinho ha finora confermato alcuni segnali che giá si erano colti e che in molti associano al principio di un possibile declino. La forza che tutti hanno sempre riconosciuto al tecnico portoghese è la capacitá di creare uno spirito di squadra incredibile. Porto, Chelsea parte 1, Inter: il giorno del suo addio si sono visti giocatori grandi e grossi in lacrime, persi. Una figura quasi paterna che aveva fatto da scudo, da parafulmine, contro tutto e tutti aveva deciso di andare via. Ogni polemica o critica diretta alla squadra si era infranta contro la diga che Josè aveva creato tra i suoi ragazzi ed il mondo interno.

Ma al Bernabeu non è stato così, c’ è chi parla di tappi di champagne che sono saltati dopo la sua ultima partita (non è un segreto che con alcuni giocatori, anche portoghesi, non andasse troppo d’accordo) , come non lo è stato nella sua seconda esperienza a Stamford Bridge, dove, in una rosa orfana della vecchia guardia, Terry a parte, si erano create delle barriere talmente grandi che alla fine il suo addio è stato inevitabile. Che la squadra non giocasse più per il suo allenatore è stato uno shock, soprattutto considerando chi fosse l’allenatore. Ma l’approccio con lo United adesso sembra essere lo stesso. Mourinho ha smesso di essere scudo, ha smesso di difendere a spada tratta tutti i suoi giocatori. Se ora pensa che un giocatore ha sbagliato lo dice e non nello spogliatoio ma durante le interviste del dopopartita. Sembra quasi che voglia proteggere il proprio prestigio e il proprio CV. Finiti i tempi in cui era il solo responsabile, nel bene e nel male. Forse sono i giocatori che non lo meritano più, una nuova generazione di ingrati, egoisti, accattoni di facili consensi sui vari social media.

Si mormora che non sia più quello di una volta ma, forse, è semplicemente cambiato. Più maturo, più saggio, più cinico. Meno special, più selfish.

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Promesse mantenute

1 novembre 2016 Lascia un commento

austinUno dei migliori attaccanti della Premier League solo pochi anni fa lavorava in cantiere, finiva il turno e correva ad allenarsi o a disputare partite nelle serie dilettantistiche inglesi. Non sognava una carriera da calciatore, pur sapendo di essere decente, visto il numero di gol che segnava, ma il lavoro con l’impresa del padre, uno stipendio sicuro, il venerdì sera al pub e il sabato passato bucando le reti avversarie in campetti di periferia era un bel vivere. Una prima delusione, non confermato dopo un provino da un club di Championship, e una seconda, tesseramento da parte di un club ora di Premier non valido perché avvenuto durante un embargo imposto a questo per irregolarità finanziarie,  aveva frantumato ogni speranza o aspirazione residua. No, non si tratta di James Vardy, la sua storia ormai anche troppo nota a tutti grazie alla eccezionale stagione del Leicester, bensì di Charlie Austin, attualmente in forza al Southampton.

Il debutto nel professionismo per Austin arriva tardi, a 22 anni, con lo Swindon Town dopo che il suo talento in mostra al Poole Town (64 reti in 57 partite) era stato notato per caso da un osservatore di Danny Wilson, all’epoca manager dei Robins. L’approdo nel calcio che conta non sembra cambiare le sue abitudini in area di rigore, 20 gol in 38 presenze. Nella finale dei play off contro il Millwall in molti gli rimproverano di non aver sfruttato la migliore palla gol della sua squadra nei 90 minuti e al triplice fischio sono i londinesi a salire di categoria. Charlie non si perde d’animo ed inizia la stagione successiva come aveva finito la precedente (17 in 27 nonostante un infortunio). In molti lo cominciano a notare, pare fatta per il suo passaggio all’Hull City ma Austin non passa le visite mediche e alla fine è il Burnley che si aggiudica i suoi servizi. In Championship realizza 41 reti in 69 presenze per i Clarets che gli fruttano il passaggio al QPR. Nella capitale il nuovo proprietario Tony Fernandes vuole tornare nel calcio che conta e si affida a Harry Redknapp che avrà anche tanti difetti ma sa giudicare se uno è capace o meno di buttarla dentro.  L’ex attaccante dello Swindon realizza 19 reti (play off compresi) e il QPR approda in Premier passando per Wembley.

Finalmente la massima serie. Austin ci arriva a 25 anni. Purtroppo, nonostante la sua media di un gol ogni due partite, i Rangers finiscono la stagione ultimi in classifica. 18 dei 42 gol realizzati da tutta la squadra portano la sua firma. È chiaro che il ritorno nella serie cadetta per lui non può durare e infatti per miseri quattro milioni passa al Southampton nel gennaio di quest’anno (dopo comunque aver realizzato altre 10 marcature con il club del Loftus Road nella prima parte del campionato scorso). In nazionale vanta solo una convocazione e viene da pensare che cosa facciano nei weekend i vari selezionatori della nazionale inglese che si sono succeduti negli ultimi anni.

Austin ha sempre segnato, ad ogni livello, compreso il più alto nonostante militasse con una squadra, per usare un eufemismo, non di prima fascia. Il suo senso del gol, il suo anticipare il difensore avversario di quella frazione di secondo decisiva, è una qualità rara ma tremendamente efficace. Dopo un avvio difficile con i Saints sembra che il nuovo allenatore Claude Puel lo stia scoprendo e gli stia dando più fiducia, per altro ripagata a suon di gol (sette in tutte le competizioni). È un altro giocatore arrivato al vertice grazie alla sua passione e all’entusiasmo di giocare al calcio. Una storia fatta di sacrifici, gavetta, lunghe giornate e sveglie all’alba. Sarebbe bello che qualcuno se ne ricordasse senza aspettare che il Southampton vinca qualcosa di importante.

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Casa dolce casa

23 settembre 2016 Lascia un commento

_91171791_westhamstadium_gettySe l’addio ad Upton Park ha strappato qualche lacrima, l’arrivo al London Stadium ha strappato qualche schiaffo. Le polemiche hanno accompagnato questo spostamento fin dall’annuncio e sembrano aumentare dopo ogni gara casalinga. Per capirci qualcosa ho chiacchierato con Mark, un tifoso quarantaduenne degli Hammers che ha comprato l’abbonamento per sé e per suo figlio in quello che è stato brevemente lo Stadio Olimpico di Londra.

“La mia prima partita del West Ham? è stata l’ultima della stagione 85/86 in cui arrivammo terzi ma non cominciai ad andare regolarmente fino ad un paio di anni piú tardi. In tutto sar ò stato abbonato ad Upton Park per una quindicina d’anni visto che al principio semplicemente pagavo due sterline ai cancelli ed entravo e che durante l’universitá vivevo fuori.

Quando fu annunciato che ci saremmo trasferiti in un nuovo stadio la reazione è stata mista: era una decisione che era nell’aria, le ragioni per uno spostamento erano sotto gli occhi di tutti. Upton Park era vecchio, scomodo e soprattutto era in una brutta zona. Difficile da raggiungere, un incubo per ritornare a casa il giorno della partita con pericolo di brutti incontri al buio lungo Green Street. Insomma, anche se casa, quando ci fu presentata la prospettiva di traslocare in un impianto nuovo di zecca la maggior parte fu a favore e nel momento in cui il Tottenham cercò di accaparrarsi lo Stadio Olimpico anche chi era indeciso si schierò a favore. Se quello stadio toccava a qualcuno non era certo agli Spurs ma a noi.

Il Boleyn Ground non si poteva espandere e, anche se qualche piano fu considerato, nel momento in cui ci fu questa alternativa nessuna altra opzione sembrò più contare. Non era solo lo stadio da ristrutturare ad Upton Park ma tutta l’area, stazione metro compresa. Se il giocare in uno stadio più grande aumenta le aspettative? Nessuno si è illuso che con questo trasferimento diventeremo un club più grande o più importante. Semplicemente si sono guardati i fatti credo. Il West Ham ha tantissimi tifosi e il vecchio stadio ne poteva accontentare una piccola parte, la capienza non era sufficiente. Con una politica di prezzi intelligente si sarebbero potuti attrarre molti più tifosi. E infatti ha funzionato: 52mila abbonamenti e piani per incrementare la capacitá a 67mila. Ma nessuno pensa che stia iniziando un periodo di successi. Il tifoso del WHU sa di non essere il Man U o l’Arsenal.

Com’ è il nuovo stadio? La mia prima esperienza  è stata molto positiva. In uno dei preliminari di Europa League, una bella serata estiva, stadio pieno, senza ansia da risultato e tutti sembravano di ottimo umore. Ma poi sono cominciati i problemi con le persone che vogliono seguire la partita in piedi, con i posti con visibilitá limitata e con l’assenza di separazione tra tifosi delle due squadre, questione non affrontata fino alla prima gara di campionato. Si poteva prevedere? Certo che si poteva prevedere. Anche nell’epoca degli stadi tutti a sedere, ad Upton park c’erano delle sezioni dello stadio in cui la gente stava in piedi durante la partita, si sapeva e si tollerava. Il Bobby Moore Stand e l’angolo tra il Main Stand e il Bobby Moore Stand, conosciuto come Chav Corner, e la parte sotto del Sir Trevor Brooking Stand, erano di fatto dei settori in cui i tifosi stavano in piedi. Quando la campagna abbonamenti nel nuovo stadio fu annunciata la societá varò questa iniziativa in cui ogni abbonato ad Upton Park poteva rinnovare e poteva portare due amici, o figli o chi voleva. Il risultato è stato che molte di queste persone non sono tifosi appassionati o storici e si sono ritrovati in settori dove magari la maggioranza vuole continuare a seguire la gara in piedi come ha sempre fatto e quindi protestano. So anche di persone che sono state convinte a cambiare posto dal dipartimento commerciale del club che deve vendere abbonamenti e ha offerto dei pacchetti più cari in posti migliori che la gente ha accettato senza considerare che poi però non avr á più la possibilitá di stare con i popri amici e non potrá più vedere la partita in piedi. Quindi ora, tutte quelle persone che guardavano la gara insieme e in piedi invece di essere concentrate nello stesso settore sono disseminate nello stadio. Non te la puoi prendere neanche troppo con il club perché non possono ammettere di avere una standing area in quanto sarebbe illegale.

Dopo la gara conil Watford è scoppiata una polemica perchè ora ci sono un sacco di ragazzini che sono seduti in queste parti dello stadio dove ci sono problemi con la gente che sta in piedi e quando è scoppiata la rissa alcuni sono stati fotografati mentre piangevano. Il club ha detto che erano in una Family Area ma non è vero perchè quando io ho telefonato chiedendo un abbonamento per mio figlio in una zona tranquilla, non era mai stato allo stadio, ho chiesto se ci fosse una Family Area e mi hanno detto di no ma che però c’era una zona dove cercavano di vendere biglietti alle famiglie ma non è la stessa cosa. Poi hanno cercato di inserirla per forza perchè il regolamento in Premier League lo prevede e perche comunque il West Ham ha venduto 10mila abbonamenti under 16, 10mila! 99 sterline l’uno, anche se in teoria li può comprare anche un adulto e poi fare l’upgrade partita per partita. La veritá è che qui come in tutto il resto degli stadi si dovrebbero inserire delle standing area. È molto più pericoloso stare in piedi sui seggiolini, come avviene oggi, che nelle standing area. Saranno 20 anni che non mi siedo ad una partita in trasferta perchè tutti la seguono in piedi. Non capisco perchè non si accetti l’evidenza.

Il ruolo della polizia nei recenti incidenti e nel futuro? Situazione delicata, i proprietari del club e quelli dello stadio si rimbalzano le responsabilitá, come accaduto dopo gli incidenti con il Watford. Ci saranno state sette persone a separare le due tifoserie, troppo poche. Qui non si sa bene che è successo perchè il West Ham deve comunque garantire la sicurezza dei tifosi. Quindi o i proprietari dell’impianto hanno comunicato le misure di sicurezza previste e il club, colpevolemente, le ha accettate, anche se inadeguate, o il West Ham non ha proprio fatto la domanda dando per scontato che le misure in essere sarebbero state sufficienti e sono stati quindi negligenti.  Quindi, mentre le due parti si accusano a vicenda, è intervenuta la polizia che nel secondo tempo contro il Watford è entrata (perchè prima era stato detto che non era desiderata) e ora probabilmente ci sará sempre.

Il problema principale è che c’ è bisogno di steward esperti: alla fine dello scorso campionato agli steward che avevano lavorato ad Upton Park per 30 anni fu detto di presentare domanda di lavoro alla nuova compagnia che avrebbe curato la sicurezza nel nuovo impianto. Alcuni lo hanno fatto ma molti hanno deciso di lasciare, ovviamente. Il problema è che questa nuova compagnia è abitutata a sorvegliare concerti o altri sport, le Olimpiadi, tutti eventi molto diversi da una partita di calcio con tifosi molto diversi dai tifosi di calcio.  E alcuni di questi che hanno accettato di continuare a lavorare nel London Stadium dicono che spesso sono assegnati su in cima in posizioni ridicole a controllare l’accesso alle scale mentre invece sarebbero molto più utili vicino a tifosi che conoscono personalmente e che hanno controllato per 30 anni.

Nella prima partita contro il Bournemouth non c’era nessun tipo di divisione, come nelle partite non league, alla fine della gara ti potevi fare il giro dello stadio all’interno e addirittura mischiarti con i tifosi ospiti mentre con il Watford la presenza di steward era ridicola. Non so se siamo stati fortunati con il calendario o la cosa è stata voluta in qualche modo ma pensa se invece di Bournemouth e Watford ci fossero stati Chelsea  e Tottenham. Anche fuori le cose stanno cambiando. Mentre all’inizio si poteva passare dentro il centro commerciale di Stratford, ora l’accesso è chiuso. A chi va alla partita non è consentito mischiarsi con chi va a fare shopping. Comunque al momento incidenti fuori non ce ne sono stati ma capisco che vogliano bloccare Westfield, pensa un sabato pomeriggio con migliaia di persone che vanno in uno dei centri commerciali piu’ grandi del mondo e magari il West Ham gioca in casa contro il Chelsea. Il panico.

Se la gente è stufa di tutto questo London Stadium, London club ecc? Si un po’. Sono le persone dietro il marketing della societá che spingono per questa specia di nuova identitá. Per il nome dello stadio in effetti potevamo fare poco perch è cosi si chiama e non è nostro. L’aver inserito il nome London sullo stemma invece per me ci umilia un po’, è come se si volesse dire che non siamo grandi o famosi abbastanza e quindi dobbiamo aggiungere Londra quando invece qualsiasi tifoso di calcio al mondo sa chi siamo e di dove siamo, conosce la nostra storia.

Mi manca Upton Park? Il dentro si, l’atmosfera, ma fuori era un incubo mentre da Stratford sono tornato a casa in mezz’ora l’altro giorno. Upton Park era scomodoo e non era una bella area, negli anni è cambiata molto ed è diventata una zona prevelantemente Asiatica che però ogni due settimane era invasa da queste 40mila persone, eastenders o essex boys, che dopo poche ore se ne riandavano.

Le polemiche sullo stadio che in teoria ci è stato regalato e che è stato costruito con il denaro dei contribuenti per me non hanno senso: a mio avviso c’erano tre opzioni

  1. Darlo al Tottenham; gli Spurs lo avrebbero buttato giù e avrebbero ricostruito un impianto solo per il calcio (e dato probabilmente fondi per ricostruire il Crystal Palace Athletic Stadium) ma la cosa non era vista bene perchè non si voleva distruggere il simbolo di Londra 2012 che è stato un successo nazionale.
  2. Ridurre la capacitá a 25 mila posti e destinarlo alll’atletica ma sarebbe stato usato poche volte l’anno e avrebbero fatto fatica a mantenerlo
  3. Darlo al Leyton Orient che quando va bene arriva a 5mila tifosi

Alla fine non eravamo la sola soluzione possibile, ci dovrebbero ringraziare non criticare. E non è il nostro stadio. Chi lo ha costruito odiava il calcio e lo hanno fatto in modo tale che sarebbe stato molto difficile riadattarlo, non come quello del Man City. Quindi quando fu offerto al West Ham il club ha risposto ok ma bisognava fare molto per renderlo adatto al calcio. Noi provammo a comprarlo ma ci bloccarono, si dice in seguito alle proteste del Tottenham, e quindi alla fine finimmo per contribuire in minima parte a queste spese di ristrutturazione. L’accordo finale, molto buono per noi, ci vede pagare una cifra intorno ai due milioni  per affittarlo di fatto una trentina di giorni l’anno per i prossimi 99 anni. Quindi chi lo possiede, nel resto dei giorni ci puó fare quello che vuole, non è il nostro impianto anche se è brandizzato, bene, con i nostri colori.”

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Business as usual

29 agosto 2016 Lascia un commento

258B5BAE00000578-2949131-Graphic_charts_the_significant_rise_of_domestic_Premier_League_T-a-56_1423662009120È caduto un altro bastione. Il WBA da un paio di mesi non appartiene più a Jeremy Peace, born and bred in West Bromwich, ma all’ennesimo cinese desideroso di investire qualche miliardo di yuan. Sembra che in estremo Oriente ormai vadano di moda le Midlands visto che, anche per i loro standard, Londra è troppo cara. Perchè svenarsi per un Crystal Palace o un West Ham, se mai fossero disponibili, se a neanche un paio d’ore fuori la M40 i club sono in svendita? L’Albion segue infatti Aston Villa, Birmingham e Wolves (senza contare il 13% del Man City di proprietà del governo di Pechino) già finiti in mano ad investitori cinesi (o di Hong Kong nel caso del Birmingham) a cui si potrebbe aggiungere presto anche l’Hull City. Alla luce di queste ultime notizie credo abbia sempre meno senso chiedersi il perchè gli orari delle partite vengano cambiati per accontentare il mercato asiatico. Se questo ha deciso di pompare denaro nel sistema, qualche orario sballato è il minimo che si può aspettare in contropartita. Già perchè ai cinesi vanno aggiunti i club thailandesi come Reading, Sheffield Wednesday, Leicester, indiani, Blackburn, malesi, QPR e Cardiff, sauditi, Sheffield United, giordani, Bristol Rovers, kuwaitiani, Forest, emirati arabi, Man City. Senza contare partecipazioni significative come quella di maggioranza di Farhad Moshiri (Iran) nell’Everton, e quella del fondo GFH (Bahrain) nel Leeds di Cellino. I Russi sono ormai un ricordo visto che gli unici a rimanere coinvolti nel calcio d’oltremanica sono Abramovich a Stamford Bridge e, senza comparire, Maxi Denim al Bournemouth (più un terzo dell’Arsenal in mano a Usmanov). Di più gli italiani allora con Cellino appunto, al Leeds, Pozzo al Watford e Becchetti, per qualche misteriosa ragione, al Leyton Orient. Ma l’altro mercato di massimo interesse per la Premier League sono gli Stati Uniti e anche qui la lista dei club dove è stata piantata la bandiera a stelle e strisce racchiude nomi importanti come Arsenal, Liverpool, Manchester United, Sunderland, Swansea, Fulham, Millwall. Non c’è da stupirsi che la NBC si sia assicurata i diritti fino alla stagione 2021-22. Come Londra è spesso considerata la capitale del mondo più che la capitale inglese, così la EPL è ormai vista come il campionato cosmopolita per eccellenza, un prodotto da esportazione, uno show da godere ovunque, in poltrona o nei bar, nel quale quasi tutti i nomi più conosciuti, e sopravvalutati, del mondo del calcio hanno deciso di trascorrere almeno parte della propria carriera.

Il presente contratto per i diritti domestici è salito di circa il 70% rispetto a quello precedente, arrivando a £5.13bn per tre anni, una cifra che di fatto rende anche l’ultima classificata nel campionato inglese più ricca, e di conseguenza più appetibile, di ogni formazione della Serie A italiana, per esempio. L’incremento registrato non è stato frutto di un gioco al rialzo tra varie emittenti concorrenti ma una decisione commerciale ben precisa da parte dei broadcaster ufficiali (Sky soprattutto) che continuano a finanziare i 20 top club inglesi in modo da garantire loro le possibilità economiche per tesserare i migliori calciatori in circolazione. Solo avendo i nomi più famosi si riescono poi a vendere a caro prezzo i diritti in tutto il mondo. È un business e al momento sembra che l’interesse non si fermi alla Premier ma, come visto, invada anche le categorie inferiori, basta che ci sia di mezzo un club dal nome famoso, un quartiere di Londra o una piazza potenzialmente importante. Tutti con il sogno un giorno di approdare nell’eldorado calcistico, di avere un brand da esportare e dei nuovi clienti da conquistare.

keep-calm-it-s-business-as-usual-2Il prezzo da pagare è l’annacquamento della passione. Nel momento in cui il calcio inglese viene de-inglesizzato, ci troviamo di fronte a competizioni che rischiano di apparire come tante altre, solo vendute a prezzo più alto e in tutto il mondo grazie a un marketing migliore. Chi sa e ricorda che il calcio da queste parti non è nato con la Premier League ma che prima esisteva una First Division, sa benissmo che questo è un processo di non ritorno. Vivere una partita con un’atmosfera vera, sentita, è ormai l’eccezione. Chi paga il biglietto è ormai discriminato perchè il tifoso di riferimento è quello che vede la partita in TV e la cornice di pubblico dal vivo è sempre più simile alla platea di uno studio televisivo a cui si dice quando sorridere, quando cantare e quando applaudire.

Un giorno però chi siederà davanti al televisore si renderà conto che il “prodotto” acquistato non sarà quello pubblicizzato. Perchè tutte le immagini del pubblico e dei tifosi, delle sciarpate, delle coreografie, tutti i loro cori e le loro canzoni saranno tutte immagini di repertorio. Il calcio sarà stato svuotato di tutto questo e senza anima resterà per davvero uno sport praticato da 22 ridicole persone in calzoncini corti.

Categorie:Attualitá

Tanto per cambiare

12 luglio 2016 Lascia un commento

eireCome ormai accade ogni due anni, anche questo ultimo torneo di calcio per squadre nazionali si è concluso senza lasciare alcuna traccia nella memoria se non per i vincitori o per chi ha subito le delusioni più grandi. Nessun campione, nessuno squadrone, nessuna partita con delle emozioni vere da ricordare. Non solo Europei e Mondiali sono sopravvalutati, gonfiati nella loro importanza da sponsor e broadcaster ufficiali, ma offrono il peggio in termini di gioco e, spesso, anche di atmosfera. Per chi scrive, il calcio vero, il tifo vero, è quello in scena ogni settimana per 10 mesi l’anno, il resto fa volume. Non è stato sempre così ma lo è diventato e non si può non prenderne atto. Due parole sulle squadre britanniche, iniziamo da chi è tornato a casa in trionfo.

Il Galles ha superato senz’altro ogni aspettativa ma se Gareth Bale durante l’intervista di fine gara in semifinale ripeteva come un mantra “we have no regrets, you know” è perchè invece i regrets ce li avranno per tutta la vita visto che il Portogallo, anche se alla fine vittorioso in finale, era una squadra più che abbordabile. Gli uomini di Coleman sono scesi in campo sì privi di Ramsey ma anche privi di quella grinta che contro il Belgio aveva fatto la differenza. Sono scesi in campo consapevoli di aver superato ogni aspettativa e invece di provarci, si sono rilassati. Un’eventuale mancata qualificazione per i Mondiali russi del 2018 farebbe solo aumentare i loro regrets.

Le due Irlande hanno superato come terze la fase a gruppi, anche qui obiettivo raggiunto ma il format inventato dalla UEFA è ridicolo, visto che i verdi del Nord nell’ultima partita si sono ritrovati a difendere lo 0-1 contro la Germania come una vittoria e sono passati con due sconfitte su tre gare disputate. Ottima la gara dell’EIRE contro la Svezia, pareggio bugiardo, e buona per impegno quella contro gli azzurri. Difficile capire perchè in Italia nessuno ha parlato dell’abbraccio di Buffon al termine della gara con Martin O’Neill e Roy Keane, in Irlanda è stato un tormentone e forse uno dei pochi momenti da salvare.

E veniamo alle note dolenti, all’Inghilterra, ormai un caso disperato. Ricordo che dopo il rientro anticipato dal Brasile avevo pensato al lato positivo, ai giovani, alla speranza che intravedevo nell’immediato futuro vista la qualità delle giovani leve che si stavano affermando. Convinzione resa ancora più forte nel corso dell’ultima stagione con l’esplosione di altri talenti come Dele Alli, Dier, Kane, Vardy e compagnia. Gli inglesi avrebbero potuto essere tranquillamente la sorpresa del torneo e, in un certo senso lo sono stati. In negativo. Sfortuna contro la Russia più scarsa della storia, ok, ci può stare. L’emozione dei più giovani, le occasioni mancate, il gol preso in pieno recupero. Vittoria sofferta contro il Galles, brutta partita ma una specie di derby, diamo ancora fiducia a Hodgson e compagni. Partita oscena contro la Slovacchia e 0-0 inguardabile ma ecco che sembra che il destino li aiuti: invece del Portogallo, che in molti avevano pronosticato prossimo avversario, ecco l’Islanda. Cazzo, l’Islanda, c’è più gente che gioca a calcio nel parco dietro casa mia la domenica mattina che in tutto il paese dei ghiacci. Si allenano al coperto, la notte quasi sempre, avrebbero dovuto soffrire il caldo, avrebbero dovuto rappresentare un avversario onesto ma più che abbordabile. Invece da subito si capisce che i più felici per l’accoppiamento sono proprio loro visto che tra tutte le squadre rimaste sono proprio le britanniche a giocare un calcio simile e prevedibile. 442 classico, anche se mascherato, corsa, fisico. E per corsa e fisico gli islandesi possono vedersela con chiunque.

Negli ottavi non solo l’Inghiltera ha giocato la partita peggiore, non solo vinceva dopo quattro minuti e si è fatta riprendere, ma quando ha beccato il secondo gol non in molti hanno creduto alla rimonta (meno di tutti il sottoscritto), forse sperato ma non creduto tanta era la confusione che regnava in campo. Lallana fuori, stranamente visto che era stato uno dei migliori nelle altre partite, Rooney arretrato, Kane spaesato, Vardy sfiduciato, Hart impappinato, Rashford incatenato in panchina fino a 5′ dalla fine. 1-2 e di nuovo fuori, a casa, dimissioni in diretta dell’allenatore, stile Keegan 2000, anche lui forse non all’altezza, a conti fatti e nonostante l’esperienza internazionale, dell’Impossible job. Ora inizierà di nuovo il toto CT, pagine e pagine vere o virtuali di chiacchiere intorno ad una figura che conta sempre meno visto che sono i giocatori puntualmente a non rendere o a rendere al di sotto di ogni aspettativa. In molti si chiedono perché e per me la risposta è sempre la stessa. Non c’è più la voglia, la passione, il desiderio di giocare in nazionale. L’orgoglio non si dimostra cantando l’inno ma dando tutto in campo. Non è Britain got talent, chi se ne frega se uno canta o no, deve giocare, correre, lottare. Ora dopo due gironi di qualificazione vinti a mani basse in quattro anni con tanti complimenti, Hodgson sarà criticato e vituperato da tutti, giocatori compresi, fino alla scelta del prossimo capro espiatorio. Ma nessuno potrà fare nulla se non cambia l’atteggiamento di chi gioca. La qualità non manca ma senza testa e senza cuore non si va da nessuna parte. Non è un problema di tattica o di campioni, questo Euro 2016 lo ha dimostrato. Per fortuna è finito.

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Ricordi di stagione

14 giugno 2016 Lascia un commento

2820Premier League

Si è detto molto, anche troppo, del miracolo Leicester ma ciò non toglie che di miracolo si è trattato. La solita attenzione morbosa e a scoppio ritardato nei confronti di Ranieri & C. ha in qualche modo offuscato l’immagine di simpatia che i protagonisti di questa incredibile impresa si erano guadagnati ma, alla fine, non è neanche colpa loro. Il Leicester è stata la squadra di tutti, in Inghilterra e nel mondo, tanto sembrava impossibile che potesse riuscire a portare a termine quanto all’inizio molti avevano definito il solito fuoco di paglia. Anche chi scrive aveva pronosticato per le Foxes una mezza classifica verso Natale e una lotta per non retrocedere in aprile. Questo prova ancora una volta che “I know f..k all about football…”.

La seconda, piacevole, sorpresa è stata il Tottenham. In un anno normale si sarebbe parlato molto del loro gioco, del loro potenziale, del loro tecnico ma purtroppo il Leicester ha di fatto, e di diritto, attirato tutta l’attenzione degli addetti ai lavori. Ancora una volta passati inosservati e in classifica dall’Arsenal, all’ultima giornata. Per i Gunners però si tratta della sola, magra, consolazione targata 2015/16. Un’altra uscita prematura da tutte le coppe, un’altra campagna a chiedersi se sia o non sia ora per Wenger di farsi da parte. E veniamo alle due squadre di Manchester. Delusione a tutto tondo. Se lo United era ancora un cantiere in costruzione, il City avrebbe dovuto solo confermare la propria forza. Van Gaal ha speso troppo per poco (talento) e alla fine ha pagato anche per un gioco noioso, nonostante la vittoria in FA Cup, mentre Pellegrini, minata o no la sua autorità dall’annuncio dell’arrivo di Guardiola, non ha saputo inspirare una squadra zeppa di professionisti iper-pagati ma non troppo interessati (le semifinali di Champions contro il Madrid sono state inguardabili). Per il resto sarà curioso seguire le sorti del Liverpool di Klopp il prossimo anno, come anche del Villa, senza Lerner, di Di Matteo (anche lui alle prese con gente interessata solo a ritirare lo stipendio) e del Newcastle di Benitez, questi due ultimi grandi club in Championship. Strana l’accoppiata dello spagnolo con Mike Ashley, a parte la somiglianza di profilo. Il Sunderland si è salvato ancora all’ultimo respiro grazie ad un tecnico senza fronzoli ma che piú o meno arriva sempre all’obiettivo prefissatosi (e a Defoe). Ottima l’ultima stagione ad Upton Park del West Ham.

Championship

Poche le sorprese nella parte alta. Salgono Burnley, Boro e Hull. Lo Sheffield Wednesday a sorpresa arriva fino a Wembley, il Leeds di Cellino è una barzelletta, il Fulham post Al Fayed in caduta libera ma mai come il Charlton dove il proprietario belga Roland Duchatelet è riuscito nell’impresa di far incazzare oltre la ragione una delle tifoserie piú tranquille di Londra, e a far retrocedere la squadra con la sua politica di gestione congiunta (possiede cinque club calcistici in tutto). Ciliegina sulla torta, la retrocessione del Franchise FC, un club che, semplicemente, non dovrebbe esistere.

League One

Risale il Wigan, ormai guidato, come club non come squadra, da David Sharpe, nipote 25enne di Dave Whelan. Segue il Burton di Nigel Clough, tornato all’ovile dopo la partenza di Jimmy Floyd Hasselbaink per il QPR. Non ce la fa il Millwall, caduto in finale play off dopo una stagione sopra le righe agli ordini della leggenda locale Neil Harris. Tra le retrocesse spicca il nome del Blackpool, ormai in caduta libera e in rottura totale con i propri tifosi.

League Two

Quella che mi dà piú soddisfazioni. Sale il Wimbledon e tutti prendono nota. Ma dell’esistenza del Wimbledon AFC bisognerebbe prendere nota anche quando non sale, per il semplice fatto che sia lì a lottare, a giocare, a formare ragazzi, a dare l’esempio. Perchè se è vero che la favola per continuare a esistere ha bisogno di successo, è anche vero che la parte piú bella è già passata. La reazione dei tifosi allo scippo della loro identità, la creazione del club, gli anni nei campetti di periferia. Questi sono stati e saranno per sempre ricordi indelebili, l’arrivo a Wembley per la seconda volta (anche l’approdo in League Two fu sancito sotto l’arco) è solo un altro bel capitolo di una storia sensazionale.

Altra bellissima storia sarebbe stata quella dell’Accrington Stanley se avesse segnato un gol in piú, se avesse vinto contro lo Stevenage all’ultima giornata. Purtroppo, per così dire visto che ha perso contro il Wimbledon, è caduto nelle semifinali dei play off. Sarebbe stato un altro miracolo per il club di una cittadina di 50mila abitanti, circondato da grandi squadre, con un numero medio di spettatori in casa che non arriva alle duemila unità. Queste sono le storie di cui si dovrebbe parlare.

Da notare la media spettatori a Fratton Park, 16.400, il doppio della seconda in graduatoria, il Plymouth che comunque a Wembley, per la finale play off, ne ha portati 35mila. Il Portsmouth, altro club in mano ai tifosi, come Wycombe e Exeter, ha terminato la stagione con un egregio quinto posto e cercherà la promozione l’anno prossimo. Miracoloso il rendimento del Northampton, alle prese con mille problemi societari dopo la scomparsa dei fondi pubblici per i lavori di ristrutturazione dello stadio.

Non-league

Dalla National Conference salgono Cheltenham, con 101 punti, e Grimsby, attraverso i play off. Il Forest Green Rovers continua a far notizia piú per il menu vegano che per i risultati in campo. Scende, tra le altre, l’Halifax che si consola con l’FA Trophy mentre vanno registrati, tristemente, i primi dissapori all’interno dell’FC United, finora esempio massimo di ribellione al calcio moderno.

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Party crashers

9 maggio 2016 2 commenti

LeicesterHands up if you are bit tired of Leicester City by now. And it’s not their fault! They did amazingly well, they defied all the odds, they proved thousands of people wrong by simply playing the game with no fear, with a nothing to lose attitude which has been refreshing and an example for the other teams who live and die for the sake of a point. Great story, nothing to say, I don’t even want to start talking about their Thai billionaires owners who, in my opinion, make the comparison with Nottingham Forest in late 70s impossible. They achieved the impossible, when everyone was waiting for the next game to see them tumble, when City, United, Chelsea, Arsenal, Spurs, Liverpool, were in theory much better equipped to win the title than a team who lost its manager in difficult circumstances after leading virtually the same players to a great escape last season. A team who had been in League One only a few years back (2008/09).

But then, as it happens every time the media decide to focus on something, the coverage spun out of control. All of sudden Leicester existed. One of the oldest cities in England and a football club founded in 1884. A club who has been an answer on every pub quiz as the one with most appearances in FA Cup finals without winning it. Who won three league cups and featured famous players such as Frank Worthington, Peter Shilton, Gordon Banks, Gary Lineker, Frank McLintock etc.

All of a sudden Leicester City FC was discovered but while I can understand the media, they go where they think they can get viewers, users and public in general, I don’t get all the people who decided to crash the Foxes’ real, genuine fans party. They surely deserved to celebrate a title they had never won and never expected to win? Why do people from other clubs and other countries feel entitled to take part? Because of their sporting achievement? There are plenty even more astonishing if you decide to look beyond the Premier League, lots of clubs who punch above their weight, lots of fans who keep alive their football clubs without a line on a newspaper, a minute on television or a few characters on social media. Why are they crashing the Leicester party then? I guess to be part of it, to be part of the trending topic on twitter, the news of the day, and, in the case of the people who traveled from Italy, to crown King Claudio. And this is the most annoying part of it all.

Claudio Ranieri has been a very good manager, maybe not the best but really good, all his life and, above all, he has been and he is a gentleman. He is more than just a decent man, he is a great man. He has always conducted himself with composure, always tried not to be too loud in a world where shouting seems normal and expected. He has always showed respect and dignity, winning or losing, with smaller and bigger clubs. Because Ranieri has been manager at Fiorentina, Napoli, Juventus, Inter, Roma, Valencia, Atletico Madrid, Monaco, Chelsea, among others. A 30 year long career where he decided to travel the world, or Europe, managing in five different countries, how many Italian football managers can boast that? Not many.

But because he did not win any major league he has been constantly overlooked by media and football fans. Until now. Now everyone wants to meet him, talk to him, everyone thinks he is a funny guy and a great manager. They want to talk to his mum, his teacher at school, his friends in Rome.

But Ranieri knows all too well next season will be different. Next season he could go back to be the Ranieri in charge at Cagliari, at Parma or with the Greek National team. He will be in the news if suddenly Leicester don’t cope with the unavoidable expectations they established after this miraculous season. People will wait for his fall and point the finger at him as he got lucky, a freak who did well in a season for a number of reasons, who will be, sooner or later, caught out of his depth.

That won’t change a thing. He will maintain his class and probably move to his next job knowing he is a man in a world of clowns.

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