Business as usual

29 agosto 2016 Lascia un commento

258B5BAE00000578-2949131-Graphic_charts_the_significant_rise_of_domestic_Premier_League_T-a-56_1423662009120È caduto un altro bastione. Il WBA da un paio di mesi non appartiene più a Jeremy Peace, born and bred in West Bromwich, ma all’ennesimo cinese desideroso di investire qualche miliardo di yuan. Sembra che in estremo Oriente ormai vadano di moda le Midlands visto che, anche per i loro standard, Londra è troppo cara. Perchè svenarsi per un Crystal Palace o un West Ham, se mai fossero disponibili, se a neanche un paio d’ore fuori la M40 i club sono in svendita? L’Albion segue infatti Aston Villa, Birmingham e Wolves (senza contare il 13% del Man City di proprietà del governo di Pechino) già finiti in mano ad investitori cinesi (o di Hong Kong nel caso del Birmingham) a cui si potrebbe aggiungere presto anche l’Hull City. Alla luce di queste ultime notizie credo abbia sempre meno senso chiedersi il perchè gli orari delle partite vengano cambiati per accontentare il mercato asiatico. Se questo ha deciso di pompare denaro nel sistema, qualche orario sballato è il minimo che si può aspettare in contropartita. Già perchè ai cinesi vanno aggiunti i club thailandesi come Reading, Sheffield Wednesday, Leicester, indiani, Blackburn, malesi, QPR e Cardiff, sauditi, Sheffield United, giordani, Bristol Rovers, kuwaitiani, Forest, emirati arabi, Man City. Senza contare partecipazioni significative come quella di maggioranza di Farhad Moshiri (Iran) nell’Everton, e quella del fondo GFH (Bahrain) nel Leeds di Cellino. I Russi sono ormai un ricordo visto che gli unici a rimanere coinvolti nel calcio d’oltremanica sono Abramovich a Stamford Bridge e, senza comparire, Maxi Denim al Bournemouth (più un terzo dell’Arsenal in mano a Usmanov). Di più gli italiani allora con Cellino appunto, al Leeds, Pozzo al Watford e Becchetti, per qualche misteriosa ragione, al Leyton Orient. Ma l’altro mercato di massimo interesse per la Premier League sono gli Stati Uniti e anche qui la lista dei club dove è stata piantata la bandiera a stelle e strisce racchiude nomi importanti come Arsenal, Liverpool, Manchester United, Sunderland, Fulham, Millwall. Non c’è da stupirsi che la NBC si sia assicurata i diritti fino alla stagione 2021-22. Come Londra è spesso considerata la capitale del mondo più che la capitale inglese, così la EPL è ormai vista come il campionato cosmopolita per eccellenza, un prodotto da esportazione, uno show da godere ovunque, in poltrona o nei bar, nel quale quasi tutti i nomi più conosciuti, e sopravvalutati, del mondo del calcio hanno deciso di trascorrere almeno parte della propria carriera.

Il presente contratto per i diritti domestici è salito di circa il 70% rispetto a quello precedente, arrivando a £5.13bn per tre anni, una cifra che di fatto rende anche l’ultima classificata nel campionato inglese più ricca, e di conseguenza più appetibile, di ogni formazione della Serie A italiana, per esempio. L’incremento registrato non è stato frutto di un gioco al rialzo tra varie emittenti concorrenti ma una decisione commerciale ben precisa da parte dei broadcaster ufficiali (Sky soprattutto) che continuano a finanziare i 20 top club inglesi in modo da garantire loro le possibilità economiche per tesserare i migliori calciatori in circolazione. Solo avendo i nomi più famosi si riescono poi a vendere a caro prezzo i diritti in tutto il mondo. È un business e al momento sembra che l’interesse non si fermi alla Premier ma, come visto, invada anche le categorie inferiori, basta che ci sia di mezzo un club dal nome famoso, un quartiere di Londra o una piazza potenzialmente importante. Tutti con il sogno un giorno di approdare nell’eldorado calcistico, di avere un brand da esportare e dei nuovi clienti da conquistare.

keep-calm-it-s-business-as-usual-2Il prezzo da pagare è l’annacquamento della passione. Nel momento in cui il calcio inglese viene de-inglesizzato, ci troviamo di fronte a competizioni che rischiano di apparire come tante altre, solo vendute a prezzo più alto e in tutto il mondo grazie a un marketing migliore. Chi sa e ricorda che il calcio da queste parti non è nato con la Premier League ma che prima esisteva una First Division, sa benissmo che questo è un processo di non ritorno. Vivere una partita con un’atmosfera vera, sentita, è ormai l’eccezione. Chi paga il biglietto è ormai discriminato perchè il tifoso di riferimento è quello che vede la partita in TV e la cornice di pubblico dal vivo è sempre più simile alla platea di uno studio televisivo a cui si dice quando sorridere, quando cantare e quando applaudire.

Un giorno però chi siederà davanti al televisore si renderà conto che il “prodotto” acquistato non sarà quello pubblicizzato. Perchè tutte le immagini del pubblico e dei tifosi, delle sciarpate, delle coreografie, tutti i loro cori e le loro canzoni saranno tutte immagini di repertorio. Il calcio sarà stato svuotato di tutto questo e senza anima resterà per davvero uno sport praticato da 22 ridicole persone in calzoncini corti.

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Tanto per cambiare

12 luglio 2016 Lascia un commento

eireCome ormai accade ogni due anni, anche questo ultimo torneo di calcio per squadre nazionali si è concluso senza lasciare alcuna traccia nella memoria se non per i vincitori o per chi ha subito le delusioni più grandi. Nessun campione, nessuno squadrone, nessuna partita con delle emozioni vere da ricordare. Non solo Europei e Mondiali sono sopravvalutati, gonfiati nella loro importanza da sponsor e broadcaster ufficiali, ma offrono il peggio in termini di gioco e, spesso, anche di atmosfera. Per chi scrive, il calcio vero, il tifo vero, è quello in scena ogni settimana per 10 mesi l’anno, il resto fa volume. Non è stato sempre così ma lo è diventato e non si può non prenderne atto. Due parole sulle squadre britanniche, iniziamo da chi è tornato a casa in trionfo.

Il Galles ha superato senz’altro ogni aspettativa ma se Gareth Bale durante l’intervista di fine gara in semifinale ripeteva come un mantra “we have no regrets, you know” è perchè invece i regrets ce li avranno per tutta la vita visto che il Portogallo, anche se alla fine vittorioso in finale, era una squadra più che abbordabile. Gli uomini di Coleman sono scesi in campo sì privi di Ramsey ma anche privi di quella grinta che contro il Belgio aveva fatto la differenza. Sono scesi in campo consapevoli di aver superato ogni aspettativa e invece di provarci, si sono rilassati. Un’eventuale mancata qualificazione per i Mondiali russi del 2018 farebbe solo aumentare i loro regrets.

Le due Irlande hanno superato come terze la fase a gruppi, anche qui obiettivo raggiunto ma il format inventato dalla UEFA è ridicolo, visto che i verdi del Nord nell’ultima partita si sono ritrovati a difendere lo 0-1 contro la Germania come una vittoria e sono passati con due sconfitte su tre gare disputate. Ottima la gara dell’EIRE contro la Svezia, pareggio bugiardo, e buona per impegno quella contro gli azzurri. Difficile capire perchè in Italia nessuno ha parlato dell’abbraccio di Buffon al termine della gara con Martin O’Neill e Roy Keane, in Irlanda è stato un tormentone e forse uno dei pochi momenti da salvare.

E veniamo alle note dolenti, all’Inghilterra, ormai un caso disperato. Ricordo che dopo il rientro anticipato dal Brasile avevo pensato al lato positivo, ai giovani, alla speranza che intravedevo nell’immediato futuro vista la qualità delle giovani leve che si stavano affermando. Convinzione resa ancora più forte nel corso dell’ultima stagione con l’esplosione di altri talenti come Dele Alli, Dier, Kane, Vardy e compagnia. Gli inglesi avrebbero potuto essere tranquillamente la sorpresa del torneo e, in un certo senso lo sono stati. In negativo. Sfortuna contro la Russia più scarsa della storia, ok, ci può stare. L’emozione dei più giovani, le occasioni mancate, il gol preso in pieno recupero. Vittoria sofferta contro il Galles, brutta partita ma una specie di derby, diamo ancora fiducia a Hodgson e compagni. Partita oscena contro la Slovacchia e 0-0 inguardabile ma ecco che sembra che il destino li aiuti: invece del Portogallo, che in molti avevano pronosticato prossimo avversario, ecco l’Islanda. Cazzo, l’Islanda, c’è più gente che gioca a calcio nel parco dietro casa mia la domenica mattina che in tutto il paese dei ghiacci. Si allenano al coperto, la notte quasi sempre, avrebbero dovuto soffrire il caldo, avrebbero dovuto rappresentare un avversario onesto ma più che abbordabile. Invece da subito si capisce che i più felici per l’accoppiamento sono proprio loro visto che tra tutte le squadre rimaste sono proprio le britanniche a giocare un calcio simile e prevedibile. 442 classico, anche se mascherato, corsa, fisico. E per corsa e fisico gli islandesi possono vedersela con chiunque.

Negli ottavi non solo l’Inghiltera ha giocato la partita peggiore, non solo vinceva dopo quattro minuti e si è fatta riprendere, ma quando ha beccato il secondo gol non in molti hanno creduto alla rimonta (meno di tutti il sottoscritto), forse sperato ma non creduto tanta era la confusione che regnava in campo. Lallana fuori, stranamente visto che era stato uno dei migliori nelle altre partite, Rooney arretrato, Kane spaesato, Vardy sfiduciato, Hart impappinato, Rashford incatenato in panchina fino a 5′ dalla fine. 1-2 e di nuovo fuori, a casa, dimissioni in diretta dell’allenatore, stile Keegan 2000, anche lui forse non all’altezza, a conti fatti e nonostante l’esperienza internazionale, dell’Impossible job. Ora inizierà di nuovo il toto CT, pagine e pagine vere o virtuali di chiacchiere intorno ad una figura che conta sempre meno visto che sono i giocatori puntualmente a non rendere o a rendere al di sotto di ogni aspettativa. In molti si chiedono perché e per me la risposta è sempre la stessa. Non c’è più la voglia, la passione, il desiderio di giocare in nazionale. L’orgoglio non si dimostra cantando l’inno ma dando tutto in campo. Non è Britain got talent, chi se ne frega se uno canta o no, deve giocare, correre, lottare. Ora dopo due gironi di qualificazione vinti a mani basse in quattro anni con tanti complimenti, Hodgson sarà criticato e vituperato da tutti, giocatori compresi, fino alla scelta del prossimo capro espiatorio. Ma nessuno potrà fare nulla se non cambia l’atteggiamento di chi gioca. La qualità non manca ma senza testa e senza cuore non si va da nessuna parte. Non è un problema di tattica o di campioni, questo Euro 2016 lo ha dimostrato. Per fortuna è finito.

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Ricordi di stagione

14 giugno 2016 Lascia un commento

2820Premier League

Si è detto molto, anche troppo, del miracolo Leicester ma ciò non toglie che di miracolo si è trattato. La solita attenzione morbosa e a scoppio ritardato nei confronti di Ranieri & C. ha in qualche modo offuscato l’immagine di simpatia che i protagonisti di questa incredibile impresa si erano guadagnati ma, alla fine, non è neanche colpa loro. Il Leicester è stata la squadra di tutti, in Inghilterra e nel mondo, tanto sembrava impossibile che potesse riuscire a portare a termine quanto all’inizio molti avevano definito il solito fuoco di paglia. Anche chi scrive aveva pronosticato per le Foxes una mezza classifica verso Natale e una lotta per non retrocedere in aprile. Questo prova ancora una volta che “I know f..k all about football…”.

La seconda, piacevole, sorpresa è stata il Tottenham. In un anno normale si sarebbe parlato molto del loro gioco, del loro potenziale, del loro tecnico ma purtroppo il Leicester ha di fatto, e di diritto, attirato tutta l’attenzione degli addetti ai lavori. Ancora una volta passati inosservati e in classifica dall’Arsenal, all’ultima giornata. Per i Gunners però si tratta della sola, magra, consolazione targata 2015/16. Un’altra uscita prematura da tutte le coppe, un’altra campagna a chiedersi se sia o non sia ora per Wenger di farsi da parte. E veniamo alle due squadre di Manchester. Delusione a tutto tondo. Se lo United era ancora un cantiere in costruzione, il City avrebbe dovuto solo confermare la propria forza. Van Gaal ha speso troppo per poco (talento) e alla fine ha pagato anche per un gioco noioso, nonostante la vittoria in FA Cup, mentre Pellegrini, minata o no la sua autorità dall’annuncio dell’arrivo di Guardiola, non ha saputo inspirare una squadra zeppa di professionisti iper-pagati ma non troppo interessati (le semifinali di Champions contro il Madrid sono state inguardabili). Per il resto sarà curioso seguire le sorti del Liverpool di Klopp il prossimo anno, come anche del Villa, senza Lerner, di Di Matteo (anche lui alle prese con gente interessata solo a ritirare lo stipendio) e del Newcastle di Benitez, questi due ultimi grandi club in Championship. Strana l’accoppiata dello spagnolo con Mike Ashley, a parte la somiglianza di profilo. Il Sunderland si è salvato ancora all’ultimo respiro grazie ad un tecnico senza fronzoli ma che piú o meno arriva sempre all’obiettivo prefissatosi (e a Defoe). Ottima l’ultima stagione ad Upton Park del West Ham.

Championship

Poche le sorprese nella parte alta. Salgono Burnley, Boro e Hull. Lo Sheffield Wednesday a sorpresa arriva fino a Wembley, il Leeds di Cellino è una barzelletta, il Fulham post Al Fayed in caduta libera ma mai come il Charlton dove il proprietario belga Roland Duchatelet è riuscito nell’impresa di far incazzare oltre la ragione una delle tifoserie piú tranquille di Londra, e a far retrocedere la squadra con la sua politica di gestione congiunta (possiede cinque club calcistici in tutto). Ciliegina sulla torta, la retrocessione del Franchise FC, un club che, semplicemente, non dovrebbe esistere.

League One

Risale il Wigan, ormai guidato, come club non come squadra, da David Sharpe, nipote 25enne di Dave Whelan. Segue il Burton di Nigel Clough, tornato all’ovile dopo la partenza di Jimmy Floyd Hasselbaink per il QPR. Non ce la fa il Millwall, caduto in finale play off dopo una stagione sopra le righe agli ordini della leggenda locale Neil Harris. Tra le retrocesse spicca il nome del Blackpool, ormai in caduta libera e in rottura totale con i propri tifosi.

League Two

Quella che mi dà piú soddisfazioni. Sale il Wimbledon e tutti prendono nota. Ma dell’esistenza del Wimbledon AFC bisognerebbe prendere nota anche quando non sale, per il semplice fatto che sia lì a lottare, a giocare, a formare ragazzi, a dare l’esempio. Perchè se è vero che la favola per continuare a esistere ha bisogno di successo, è anche vero che la parte piú bella è già passata. La reazione dei tifosi allo scippo della loro identità, la creazione del club, gli anni nei campetti di periferia. Questi sono stati e saranno per sempre ricordi indelebili, l’arrivo a Wembley per la seconda volta (anche l’approdo in League Two fu sancito sotto l’arco) è solo un altro bel capitolo di una storia sensazionale.

Altra bellissima storia sarebbe stata quella dell’Accrington Stanley se avesse segnato un gol in piú, se avesse vinto contro lo Stevenage all’ultima giornata. Purtroppo, per così dire visto che ha perso contro il Wimbledon, è caduto nelle semifinali dei play off. Sarebbe stato un altro miracolo per il club di una cittadina di 50mila abitanti, circondato da grandi squadre, con un numero medio di spettatori in casa che non arriva alle duemila unità. Queste sono le storie di cui si dovrebbe parlare.

Da notare la media spettatori a Fratton Park, 16.400, il doppio della seconda in graduatoria, il Plymouth che comunque a Wembley, per la finale play off, ne ha portati 35mila. Il Portsmouth, altro club in mano ai tifosi, come Wycombe e Exeter, ha terminato la stagione con un egregio quinto posto e cercherà la promozione l’anno prossimo. Miracoloso il rendimento del Northampton, alle prese con mille problemi societari dopo la scomparsa dei fondi pubblici per i lavori di ristrutturazione dello stadio.

Non-league

Dalla National Conference salgono Cheltenham, con 101 punti, e Grimsby, attraverso i play off. Il Forest Green Rovers continua a far notizia piú per il menu vegano che per i risultati in campo. Scende, tra le altre, l’Halifax che si consola con l’FA Trophy mentre vanno registrati, tristemente, i primi dissapori all’interno dell’FC United, finora esempio massimo di ribellione al calcio moderno.

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Party crashers

9 maggio 2016 2 commenti

LeicesterHands up if you are bit tired of Leicester City by now. And it’s not their fault! They did amazingly well, they defied all the odds, they proved thousands of people wrong by simply playing the game with no fear, with a nothing to lose attitude which has been refreshing and an example for the other teams who live and die for the sake of a point. Great story, nothing to say, I don’t even want to start talking about their Thai billionaires owners who, in my opinion, make the comparison with Nottingham Forest in late 70s impossible. They achieved the impossible, when everyone was waiting for the next game to see them tumble, when City, United, Chelsea, Arsenal, Spurs, Liverpool, were in theory much better equipped to win the title than a team who lost its manager in difficult circumstances after leading virtually the same players to a great escape last season. A team who had been in League One only a few years back (2008/09).

But then, as it happens every time the media decide to focus on something, the coverage spun out of control. All of sudden Leicester existed. One of the oldest cities in England and a football club founded in 1884. A club who has been an answer on every pub quiz as the one with most appearances in FA Cup finals without winning it. Who won three league cups and featured famous players such as Frank Worthington, Peter Shilton, Gordon Banks, Gary Lineker, Frank McLintock etc.

All of a sudden Leicester City FC was discovered but while I can understand the media, they go where they think they can get viewers, users and public in general, I don’t get all the people who decided to crash the Foxes’ real, genuine fans party. They surely deserved to celebrate a title they had never won and never expected to win? Why do people from other clubs and other countries feel entitled to take part? Because of their sporting achievement? There are plenty even more astonishing if you decide to look beyond the Premier League, lots of clubs who punch above their weight, lots of fans who keep alive their football clubs without a line on a newspaper, a minute on television or a few characters on social media. Why are they crashing the Leicester party then? I guess to be part of it, to be part of the trending topic on twitter, the news of the day, and, in the case of the people who traveled from Italy, to crown King Claudio. And this is the most annoying part of it all.

Claudio Ranieri has been a very good manager, maybe not the best but really good, all his life and, above all, he has been and he is a gentleman. He is more than just a decent man, he is a great man. He has always conducted himself with composure, always tried not to be too loud in a world where shouting seems normal and expected. He has always showed respect and dignity, winning or losing, with smaller and bigger clubs. Because Ranieri has been manager at Fiorentina, Napoli, Juventus, Inter, Roma, Valencia, Atletico Madrid, Monaco, Chelsea, among others. A 30 year long career where he decided to travel the world, or Europe, managing in five different countries, how many Italian football managers can boast that? Not many.

But because he did not win any major league he has been constantly overlooked by media and football fans. Until now. Now everyone wants to meet him, talk to him, everyone thinks he is a funny guy and a great manager. They want to talk to his mum, his teacher at school, his friends in Rome.

But Ranieri knows all too well next season will be different. Next season he could go back to be the Ranieri in charge at Cagliari, at Parma or with the Greek National team. He will be in the news if suddenly Leicester don’t cope with the unavoidable expectations they established after this miraculous season. People will wait for his fall and point the finger at him as he got lucky, a freak who did well in a season for a number of reasons, who will be, sooner or later, caught out of his depth.

That won’t change a thing. He will maintain his class and probably move to his next job knowing he is a man in a world of clowns.

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Wengeriadi

29 aprile 2016 3 commenti

arsenalChiunque sia stato all’Emirates sa che, al momento di dare il numero di spettatori ufficiale della partita, l’Arsenal FC include il  totale degli abbonati. D’altronde, si pensa, se uno paga quelle cifre per un posto allo stadio, di sicuro poi non resta a casa (articolo).

Eppure in occasione della gara contro il WBA, non si è potuto non notare la grande quantità di seggiolini vuoti. E non era gente arrivata tardi o che era al bar, non era proprio venuta allo stadio. Ok, era un giovedì sera, ma qui parliamo della squadra piú tifata della capitale d’Europa, con una lista di attesa per gli abbonamenti infinita, che ha tifosi in ogni continente e un richiamo molto forte anche nei confronti dei turisti del calcio, dei sostenitori occasionali, con uno stadio nuovo, comodo da raggiungere e al, piú o meno, centro di Londra. Arsene Wenger si è meravigliato. Quando un giornalista ha chiesto di dire qualcosa ai fans dei Gunners, l’allenatore ha lanciato un appello “Come and support the team. If you love football, you go out there and I think you see quality football “, dichiarazione piú da venditore che da tecnico.

Per tutta risposta i fedelissimi hanno organizzato una maxi protesta in occasione della partita contro il Norwich di domani (link) e oggi, stizzito, il Professore ha replicato per le rime (articolo) affermando che è l’atmosfera in casa che ha creato problemi ai suoi ragazzi frenandoli nella corsa al titolo. Dubito che questa ultima esternazione verrà accettata senza polemiche.

Sono anni che molti tifosi dell’Arsenal sentono bisogno di un cambiamento e se prima c’era solo gratitudine nei confronti di un allenatore che aveva rivoluzionato il club portandolo ad essere uno dei piú moderni, conosciuti, ambiti e potenti d’Europa, ora si è aggiunto risentimento, nel migliore dei casi, e rabbia, nel peggiore.

La critica è sempre la stessa: Wenger è il perfetto dipendente, un company man. Non spreca soldi, non rischia ciò che non è suo, è accentratore, non delega, gestisce tutto in prima persona, non si lascia ricattare dai suoi giocatori in cerca di aumento e sempre arriva tra le prime quattro in classifica, garantendo, anno dopo anno, gli introiti milionari della Champions League e calcio di qualità, contro compagini di prestigio europee, almeno fino a febbraio.Uno così, il board non lo licenzierà mai. Gli argomenti a difesa dello status quo sono di solito il nuovo stadio, che ha assorbito la quasi totalità delle entrate generate, versosimile, il non voler cedere a richieste di avari mercenari, ingrati e senza dignità, presa di posizione nobile, e mancanza di un possibile valido sostituto in panchina, opinabile.

In molti, a dire il vero, non sanno neanche se il responsabile di ogni scelta tecnica sia solo il tecnico alsaziano o se Wenger agisca come parafulmine della società, ma ormai conta poco. Il problema, almeno in buona parte, nasce da quanto detto all’inizio di questo articolo. L’ Arsenal è la squadra piú cara da andare a vedere dal vivo. Ogni partita in casa genera entrate  (studio) che altri si possono solo sognare e, dopo aver visto partire tanti campioni, sono sempre di piú coloro che credono che una buona parte di questi ricavi dovrebbe essere investita per tesserari ottimi giocatori. Non onesti, non promesse, ma campioni affermati. Ok non cedere ai ricatti dei vari Van Persie, Nasri, Sagna, Adebayor, per dirne solo alcuni, ma gente come Vieira, che sarebbe anche rimasta qualche anno in piú, andava sositutita in modo adeguato da subito. Se è vero che al Liverpool fu offerta appena una sterlina in piú della clausola rescissoria di Suarez, quando ancora si sta cercando l’erede di Henry, si capisce perchè la frustrazione cresca. La stessa valorizzazione dei giovani sembra aver subito un ridimensionamento, visto che chi arriva in prima squadra ora non sembra al livello di chi si affacciava sul palcoscenico della Premier League qualche anno fa.

Dalla finale persa, immeritatamente, contro il Barcellona nel 2006, l’Arsenal in UCL sette volte su 10 è uscito agli ottavi. L’ultimo titolo nazionale è del 2003/04 e, purtroppo, le nuove generazioni non danno troppo valore al record di vittorie in FA Cup raggiunto grazie ai successi conseguiti nelle due ultime stagioni.

La gente è stanca. Il quarto posto non è nulla. È un traguardo inventato dai creatori del calcio moderno che però in London N5 hanno sempre avuto un loro avamposto. L’Arsenal è stato uno dei club che ha subito in maniera piú importante il cambio della base del tifo, che ha attratto piú “clienti”, che ha investito di piú in corporate boxes. Sarà anche un luogo comune ma si sapeva che nel momento di difficoltà, sempre relativa, molta di questa gente recentemente acquisita si sarebbe stancata. Chi paga e investe non si accontenta di partecipare, vuole vincere.

Quest’anno poi le cose sono precipitate: la crisi del Chelsea, i balbettii delle due squadre di Manchester, il ritardo cronico del Liverpool, sembrava la stagione ideale per tornare a vincere in patria e invece la beffa. Non solo il miracolo Leicester, ma addirittura gli odiati vicini del Tottenham hanno avuto un’annata migliore e rischiano di dominare il prossimo futuro. Sicuramente questo timore ha fatto precipitare ancora di piú le cose.

Wenger non ha piú scuse, quella, ultima, dell’atmosfera all’Emirates sa di disperazione. Sono passati 20 anni dal suo arrivo dal Giappone. All’epoca rivoluzionò un mondo che si reggeva sulla dieta lager and fish&chips ma i tempi ormai sono cambiati. Forse anche per lui.

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Rosso di sera…

22 aprile 2016 Lascia un commento

liv4_MGTHUMB-INTERNAC’è qualcosa di magico intorno al Liverpool quando gioca in Europa e magari di notte. L’ultima rimonta mozzafiato contro il Borussia Dortmund non può non riportare alla mente tante altre serate in cui l’eco di You’ll Never Walk Alone si è andato a spegnere ben piú lontano delle strade di Walton.

Già nella loro prima apparizione continentale soltanto un arbitraggio sfavorevole li fermò sulla strada della finale di Coppa Campioni. A Milano, contro l’Inter. In casa si erano disfatti di KR Reykjavik (6-1), Anderlecht (3-0) e Inter (3-1) mentre non erano andati oltre il pareggio contro il Colonia. Dalla autobiografia di Bill Shankly:

“Inter beat us 3-0 but not even their players enjoyed the game, and we didn’t think two of the goals were legal. They put an indirect free-kick straight into the net for the first, and the ball was kicked out of Tommy Lawrence’s hand for the second”.

L’anno dopo arrivarono in finale di Coppa delle Coppe. Questa volta davanti ai propri tifosi erano caduti Juventus (2-0), Standard Liegi (3-1), Honved (2-0) e il Celtic di Jock Stein (2-0). Ad Hampden Park, nella gara decisiva, beffardo fu l’autogol di Ron Yeats, il capitano, nei supplementari.

Seguirono anni di apprendistato, alla fine il Liverpool di Shankly era una giovane creatura che appena si affacciava su certi palcoscenici. L’Ajax di Cruyff era 4-0 in vantaggio alla fine del primo tempo nell’andata del secondo turno di Coppa Campioni 66/67. Poi fu il turno del Ferencvaros, Athletic Bilbao e Vitoria Setubal, tutti espugnarono Anfield, fino ad arrivare al 70/71 quando di nuovo si raggiunse una semifinale (di Coppa Uefa/delle Fiere). In casa i Reds ebbero la meglio su Ferencvaros, 1-0, Dinamo Bucharest, 3-0, Hibernian, 2-0, Bayern, 3-0, prima di perdere 0-1 contro il Leeds United di Don Revie. IL ritorno, in puro spirito Leeds dell’epoca, finì a reti inviolate e in finale andarono gli uomini capitanati da Billy Bremner.

L’anno seguente il Liverpool uscì al secondo turno di Coppa Coppe contro il Bayern ma nella cavalcata vincente di Coppa Uefa 72/73 furno addirittura quattro le formazioni tedesche sconfitte, due dell’Est e due dell’Ovest (oltre a AEK Atene e Spurs). Ad Anfield caddero Frankfurt (2-0), Dinamo Berlino (3-1), Dinamo Dresda (2-0), e, in finale, il Borussia Moenchengladbach (3-0).

Appena tre anni dopo e i Reds, ormai allenati da Bob Paisley, fecero il bis nella stessa competizione eliminando Hibs (3-1 in casa), Real Sociedad (6-0), Slask Wroclaw (3-0), Dinamo Dresda (2-1), Barcelona (1-1) e Bruges in finale (3-2).

Con Paisley inizia di fatto il periodo di dominio europeo del Liverpool che l’anno dopo il trionfo in Coppa Uefa finalmente porta a casa il trofeo piú ambito, la Coppa dei Campioni, dopo aver battuto a Roma di nuovo il Moenchengladbach (3-1). Ad Anfield è una cavalcata trionfante. 5-0 ai Crusaders, 3-0 al Trabzonospor, 3-1 al St Etienne (video), 3-0 allo Zurigo. Per ripetersi la squadra della Merseyside non deve aspettare molto, appena la stagione seguente, 77/78. Di nuovo due le formazioni tedesche mandate a casa, una dell’Ovest, ancora il Borussia M (3-0 ad Anfield) e una dell’est, Dinamo Dresda (5-1). Da aggiungere anche il 6-0 casalingo all’Amburgo nella finale di Super Coppa Europea. Ai quarti di finale la vittima è il Benfica (4-1) mentre nella finale di Wembley basta una rete di Dalglish per sollevare la coppa con le orecchie.

Il terzo trionfo nella competizione continentale piú prestigiosa arriva nel 1980/81. Dopo tre goleade casalinghe (Oulu Palloreura, 10-1, Aberdeen, 4-0, e CSKA, 5-1) arriva lo 0-0 in semifinale contro il Bayern che fa temere il peggio. Al ritorno in Germania serve un’impresa. Il primo gol arriva al minuto 83 ed è di Ray Kennedy. Il pareggio di Rumenigge quattro minuti dopo salva l’onore ma non la finale. A Parigi vola il Liverpool e come tre anni prima basta un solo gol, questa volta di Alan Kennedy, contro il Real Madrid, per aggiungere un altro trofeo in bacheca.

Cambia allenatore ma non il risultato. Con Joe Fagan in panchina, le nottate da brivido sono piú in trasferta che non in casa. Nel 1983/84 il Liverpool si impone 1-0 al San Mames dopo un pareggio a reti bianche in casa. 4-1 in Portogallo sul Benfica, dopo la vittoria in casa di misura per 1-0, e 2-1 a Bucarest dopo un altro 1-0 all’andata. A Roma, con uno stadio quasi interamente contro, i Reds si aggiudicano la loro quarta coppa dei campioni dal dischetto.

L’anno dopo è quello maledetto. Niente lascia presagire che nulla sará piú uguale a prima al termine di un’altra stagione in cui si arriva alla finale della European Cup travolgendo ad Anfield Lech Poznan (4-0), Benfica (3-1), Austria Vienna (4-1) e Panathinaikos (4-0). Ma l’Heysel cambia tutto. È il 1985.

Nessuno può e deve dimenticare.

Quando gli inglesi tornano in Europa non sono piú una potenza continentale. Il Liverpool meno di tutti. I Reds, che non vincono un titolo nazionale dal 1989/90, in Europa faticano a ritrovare il passo. Sono anni di umiliazioni: Genoa, Spartak Mosca, Broendby, Celta Vigo, tutte riescono ad espugnare Anfield.

È il calcio intero ad essere cambiato. Gli equilibri finanziari come quelli geo-demografici. Ora l’allenatore, dopo delusioni e screzi interni, è il francese Houllier; il gioco è cinico e noioso, le notti di Anfield raccontano di qualificazioni stentate e non di serate scintillanti ma la finale contro l’Alaves di Dortmud del 2001 è in tipico stile scouse. In vantaggio per 3-1 alla fine del primo tempo Gerrard e compagni si fanno raggiungere dagli spagnoli per poi andare sul 4-3 e farsi di nuoro rimontare all’ultimo minuto. Una punizione di McAllister deviata nella propria porta da un giocatore dell’Alaves darà la possibilità ai Reds di lasciarsi dietro fantasmi e tragedie. Almeno per una sera.

Se i tifosi dei Reds pensavano di aver vissuto una finale emozionante e al cardiopalma nel 2001, quella del 2005 di Champions Legaue è diventata un libro, un film, uno spettacolo teatrale, una leggenda. È ormai sinonimo dell’impossibile che diventa possibile. Tutti ricordano il Milan 3-0 in vantaggio alla fine del primo tempo. Il dominio, i gol mancati, i cinque minuti di follia rossonera che consentono al Liverpool di pareggiare e poi vincere ai rigori e a Benitez di essere trattato come un semidio in Scouseland per il resto della vita. OK, era Instanbul, non Anfield, ma ancora una volta una serata europea, ancora una volta la luce dei riflettori che brilla sulla coppa dalle grandi orecchie levata al cielo. Nel 2007 il Milan avrà la sua, parziale, rivincita.

Dopodiché tante, troppe, partite nei nuovi formati di Champions ed Europa League, tante serate senza gloria, anche vincenti ma mai indelebili nella memoria. Gli scontri velenosi con il Chelsea di Mourinho, le eccezioni contro Real Madrid (4-0), Arsenal (4-2) e Olympiacos (3-1), fino all’altra sera in cui una squadra senza un solo campione in campo ha ribaltato una partita che sembrava finita dopo 10 minuti al, quasi, termine di un’altra stagione deludente.

Di tutto il Liverpool di oggi, per assurdo, chi sembra incarnarne di piú lo spirito sembra proprio Jurgen Klopp. In molti gli chiederanno di tornare a vincere il titolo nazionale ma le emozioni delle coppe europee appartengono alla storia di questo club, e finchè ci sarà da cantare YNWA alla fine di qualche finale nessuno si lamenterà piú di tanto.

 

Categorie:Europa

Save the Den

12 marzo 2016 Lascia un commento

neilMi viene da ridere ogni volta che sono in uno stadio inglese, di qualsiasi livello, e una delle due tifoserie comincia ad intonare “No one likes us we don’t care”. Come You’ll never walk alone non può non essere associata alla Kop e ai sostenitori del Liverpool in generale, così anche questo celebre riadattamento del brano di Rod Stewart non può essere separato da quelli del Millwall. Anche perchè, bisogna ammetterlo, questo coro è diventato una specie di inno ufficiale e autoreferenziale e non dice altro che la verità. Il Millwall, fuori del proprio quartiere-zona di riferimento nel sud-est di Londra, nel migliore dei casi è ignorato, nel peggiore è odiato o disprezzato. Se ciò è un badge of honour, gli altri se lo possono sognare. La fama dei propri tifosi è quella che è. Tutta meritata, sia chiaro, ma non è l’unica faccia della medaglia. Accanto ai lads, alle firms e al timore e/o rispetto che incutono in tutto il Regno Unito, c’è anche uno dei Community Trust più attivi del paese. I loro progetti di educazione e integrazione raggiungono ogni anno centinaia di ragazzi  che ricevono in questo modo delle opportunità di crescita e inserimento che non prenderebbero neanche in considerazione se non fossero promosse dal club. Da ricordare poi che se da una parte la tifoseria dei Lions è vista come bianca, di destra e working class, dall’altra la comunità arroccata intorno al the Den negli anni è diventata sempre più multirazziale.

Qualche anno fa uscì un fantastico libro di Michael Calvin, Family, che cercò di far aprire gli occhi a tutti coloro i quali pensavano di essersi fatta un’idea della tifoseria del Millwall dopo aver visto al cinema un paio di film scadenti con hooligans feroci e spietati come protagonisti. Gli aspetti che l’autore invece ha trovato affascinanti e ha raccontato nel suo lavoro sono l’attaccamento, il senso d’appartenenza, l’identità, il rapporto onesto, diretto, senza fronzoli o troppe cerimonie, che si instaura tra tifosi e giocatori e/o allenatori della squadra. Il Millwall è unico e non solo per la reputazione che parte dei suoi tifosi si è guadagnata sugli spalti.

Questa stagione sta andando oltre ogni previsione, al momento di scrivere i lions sono comodamente in zona play off, e la cosa non può che farmi piacere vista la stima e la considerazione che provo nei confronti dell’allenatore Neil Harris. Harris è stato una leggenda del Millwall e ha il record di reti segnate con il club nonostante abbia sofferto, combattuto e vinto un tumore testicolare che non aveva soltanto messo in pericolo la sua carriera ma la sua stessa vita. Dopo un paio di parentesi come allenatore d’emergenza finalmente ha ottenuto ufficialmente l’incarico l’estate scorsa. Eppure in agosto sembrava che la luna di miele fosse già finita, dopo aver registrato quattro sconfitte in sei partite di campionato e l’eliminazione dalla Coppa di Lega ad opera del Barnet. Grazie al cielo la proprietà americana ha saputo vedere oltre, ha saputo leggere e aspettare le qualità e il carattere di Harris, combattente vero e uno “della famiglia”. Quando tornò per la sua seconda parentesi al the Den disse “There is something special about this club, it brings out the best in me as a player and a person. It feels like home, it always has done…”

Purtroppo non ci sono solo belle notizie che arrivano da quest’angolo di Londra. Infatti il municipio di Lewisham, dove sorge lo stadio, il centro sportivo con campo coperto, il Community Trust ecc, ha deciso di valutare un’offerta economica della compagnia di costruttori Renewal per vaste aree di terreno intorno allo stadio che al momento il Millwall sta affittando. Anche il club, tre anni fa, aveva presentato un progetto di riqualificazione dell’area circostante il The Den, chiunque lo abbia visitato sa di che parlo, ma nessuna autorizzazione era stata data. Ora questa doccia fredda. Qualora si decidesse di andare avanti e accettare l’offerta di Renewal, l’esistenza stessa del club sarebbe messa in discussione con un difficile se non impossibile spostamento forzato in un’altra zona di Londra. Non solo. Verrebbe meno l’aspetto sociale, il punto di riferimento per la comunità, per gli abitanti, per i ragazzi di Lewisham e Southwark  che per anni hanno potuto contare sull’impegno e il lavoro dei vari Community Schemes.

Per questo invito tutti (i pochi che leggeranno questo post) a firmare la seguente petizione https://www.change.org/p/lewisham-council-defend-our-den-stop-millwall-land-sale-to-property-developers

Maybe a lot of people don’t like you but we do care.

Categorie:Attualitá
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